Ma che paese è questo? 15 anni dopo.

di Patrick Marini

Il deterioramento irreversibile del paesaggio e dell’ambiente, dovuto alla cementificazione incontrollata ed alle infrastrutture tipiche della città diffusa “avanza al ritmo di un Eurostar”, proprio come ha cantato il nostro poeta Enrico Rustici in occasione del Maggio 2007.

Fra il 1990 e il 2005, secondo l’Istat, l’Italia ha perso 240mila ettari di territorio all’anno per un totale di ben 3milioni 600mila ettari, quanto Lazio e Abruzzo messi insieme! Questi numeri danno la dimensione drammatica dell’espansione edilizia, che in Italia convive paradossalmente con un’allarmante emergenza casa. Si costruisce tanto, ma sono abitazioni private, costose e in zone pregiate che non soddisfano il bisogno crescente di abitazioni, aggredendo il paesaggio. Ricordo che in Italia abbiamo a disposizione, tolte Alpi e Appennini, 2.500 metri quadri pro capite (un orto di famiglia).

La Maremma, in particolare, risulta tra le zone con maggior consumo di territorio in Europa: secondo il Rapporto EEA 10/2006 (Agenzia Europea dell’Ambiente) la provincia di Grosseto appare in fondo alla classifica assieme alle Province più arretrate dell’Est Europa e del Portogallo in cui, a fronte di una decrescita demografica, si evidenzia una forte occupazione di suolo.

Nell’Europa avanzata (Inghilterra, Francia e Germania) lo Sprawl – si chiama così il consumo di territorio per effetto della città diffusa – è contrastato da leggi specifiche che lo limitano, anche perché una “crescita controllata” fa risparmiare, senza che l’attività edilizia ne risenta, suoli, risorse per allacciamenti idrici, fognature, ecc. nonché riduce il traffico privato e l’inquinamento migliorando la qualità di vita dei cittadini (vedi “No Sprawl” a cura di M.C. Gibelli e E. Salzano, ed. Alinea). « A Londra », racconta l’Architetto Richard Rogers in un intervista al trimestrale “Terzo Occhio” « abbiamo avuto un incremento di popolazione di un milione di persone in dieci anni e non abbiamo toccato un solo metro quadrato di green field, la campagna intorno alla città».

Insomma, mentre i paesi avanzati, in fase di deindustrializzazione, si concentrano sulla qualità della vita dei propri cittadini, sulla preservazione delle aree verdi e sull’ottimizzazione delle risorse dei contribuenti, a Braccagni si va in piena controtendenza. In pochi anni sono raddoppiati gli alloggi senza neppure aver predisposto opportuni standard urbanistici, per non dire dei progetti ancora in essere relativi alla trasformazione di 200 ettari di campagna a Sud e a Nord. I poli industriali, logistici, fieristici etc. previsti sono, tra l’altro, ubicati in zone lontane dalla città, a vincolo idrogeologico e soggette ad alluvioni, con ulteriore aggravio dei costi per la collettività e pericolo per le aree abitate circostanti. Inoltre, a fronte di queste previsioni di “sviluppo”, non si è ancora messo in funzione il depuratore di Braccagni (pronto dal 2001) né si è provveduto a collegarlo con le aree dove stanno sorgendo i poli suddetti, con ormai evidenti conseguenze sul bacino idrografico del fiume Bruna.

Come mai i nostri amministratori perseguono queste scelte? L’urbanista Paolo Berdini ricorda che le entrate dei comuni italiani derivano, per una media del sessanta per cento, dall’Ici e dagli oneri che pagano i costruttori; il che significa che per “fare cassa” i comuni trovano conveniente dare concessioni edilizie e sprecare territorio, per poi accorgersi che il traffico aumenta, le infrastrutture mancano e, nel migliore dei casi, essere costretti a costruirne di nuove, cancellando altri ettari di campagna. E’ il cane che si morde la coda.

“Ma che paese è questo?” si chiedeva Roberto Fidanzi in un articolo del primo numero de “La Sentinella del Braccagni“ nel marzo 1992, cercando l’identità in un paese privo di una piazza e di un centro di riferimento. Dopo 15 anni le trasformazioni urbanistiche – mosse dal pensiero dominante dello “Sviluppo, Progresso e Benessere” – incominciano a prendere forma e a rendere chiaro il disegno della futura Braccagni. Ma che paese è questo? Continuo, a maggior ragione, a chiedermi oggi! Me lo chiedo ancor di più nell’assistere alla demolizione di alcuni umili edifici, autentiche architetture antropologiche, ricordo di una identità fragile legata all’origine dell’aggregato rurale sorto, a seguito della sconfitta della malaria, sulla strada pianeggiante di collegamento dell’antica Montepescali con la stazione ferroviaria.

Forse i nodi dello spreco delle risorse pubbliche stanno arrivando al pettine, il disagio sociale aumenta, aumentano i costi e i tempi dei trasporti, peggiorano la funzionalità delle reti e dei servizi, aumenta l’individualismo nel soddisfare esigenze di mero consumo, si rompe l’equilibrio tra uomo e natura, si indeboliscono i legami sociali, si distruggono testimonianze storiche e culturali, si danneggia il paesaggio, si spreca prezioso suolo agricolo, si peggiora l’intera qualità della vita.

Una cosa è certa: anche qui si incomincia a parlare di furti e di droga, di traffico (tanto che si sono resi indispensabili nuovi divieti e sensi di circolazione) ci sono difficoltà di parcheggio, la focarazza davanti alla chiesa in occasione della “befanata” non si può più fare, mentre a Montepescali si organizza la festa dell’olio, forse per celebrare la chiusura del frantoio che da solo non riesce ad adeguarsi alle onerose normative imposte.

A questo punto credo sia necessario rivalutare la tradizione, intesa come “una preziosa risorsa per un’innovazione utile e ben riuscita” (P.L. Cervellati, L’arte di curare la città, Il Mulino, 2000) e ritornare a sentire il bisogno, la necessità di radicamento, di ritrovare nella terra, nel paesaggio, nelle tradizioni anche le forme architettoniche, l’affetto degli uomini per la loro comunità, il sentimento totale e naturale del luogo. (…) Affinché la «Comunità» diventi un luogo dove l’uomo possa coltivare il suo cuore, abbellire la sua anima, affinare l’intelligenza; onde la città dell’uomo potrà finalmente volgere verso la città di Dio” (A. Olivetti, «Zodiac», n. I, dicembre 1957).

E’ proprio per questo che sono onorato di essere entrato a far parte del “Gruppo delle tradizioni popolari Galli Silvestro” che ha il grande merito di impegnarsi, oltre al mantenimento della preziosa tradizione del Maggio, anche per la coesione di una comunità messa a così dura prova dalle forze disgreganti dell’angoscia dell’individualità, immersa nel carnevale della modernità liquida, della società dei consumi e dello spettacolo, in cui i gruppi si disgregano a vantaggio di sciami fruitori di non luoghi, centri commerciali, fast food e Tv dinners (Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, ).

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