Alla ricerca del Maggio – tra maggi “lirici” ed epici

Tra maggi “lirici” ed “epici”: alla fonte del rito

ALLA RICERCA DEL MAGGIO

di Nunzia Manicardi

Lo scorso 18 agosto sono tornata a Riolunato, nell’Appennino Modenese, a poche decine di chilometri dall’Abetone. Ero invitata come relatrice all’inaugurazione del “Centro di Documentazione del Maggio di Riolunato”, ma è stato in realtà per me un ritorno. Un molteplice ritorno… In quel piccolo, silenzioso, intatto paese medievale ero infatti già stata il 3 agosto di undici anni prima, nel 1996, sempre come relatrice in un Convegno dedicato alla tradizione dei Maggi. E, prima ancora, nell’ormai lontano 1982, quando avevo avuto modo di raccogliere le ultime, e uniche, informazioni sui balli e sulle musiche del posto da parte dei suonatori superstiti, che oggi purtroppo non ci sono più.

Quella mia ricerca di venticinque anni fa è diventata oggi quasi leggenda. Tanto che mi è venuta voglia di ricordare il Maggio di Riolunato non con un semplice resoconto, per quanto erudito, ma con una sorta di racconto in modo che le parole possano seguire anche le strade della poesia, proprio come si addice a qualunque Maggio che si rispetti e, in particolare, a quello di Riolunato che è unico al mondo e, ancora oggi, pieno di incantevoli meraviglie.

Esistono ancora, da qualche parte, quei bei Maggi fioriti che dall’Umbria, dalle Marche e dalla Toscana si inerpicavano su per i monti dell’Appennino fino alla Liguria, al Piemonte, alla Lombardia?

Mi metto in cammino con un mucchio di fascicoli della rivista “Il Cantastorie” sotto il braccio. Ne apro uno a caso e Riolunato, col suo dolce nome già fiorito, mi balza addosso carico di promesse. Andrò lì, nelle terre dei rituali primaverili, alla ricerca del Maggio lirico.

È il pomeriggio di un trenta aprile di una qualsiasi terna d’anni. Il Frignano, l’Appennino affacciato all’Emilia con le spalle alla Toscana, brilla quasi incontaminato. Le ragazze e i giovani si stanno già preparando. Tra poche ore, quando il sole scenderà dietro le case di sasso, andranno a cantare il maggio, il maggio d’amore. E sarà ancora quella, la canzone: del “ridente maggio, di quel nobil mese che torna a dare imprese ai nostri cuori…”. Non ci sono più i rami di fiori gialli del maggiociondolo che i giovani maschi agitavano davanti alle giovani femmine, e i canti non sono più quelli di una volta; pure, il Maggio delle Ragazze sta per cominciare.

Violino, mandolino e chitarra lo accompagneranno per il paese; il Capomaggio chiederà al Sindaco il permesso di cantare e il Sindaco a sua volta risponderà in versi. E allora, salendo dalla parte bassa, cominceranno i rispetti: centoventi, centotrenta brevi componimenti in rima preparati durante l’anno, con omaggi, auguri e scherzi per tutte le famiglie. Tra loro, guizzanti a tratti come un bagliore improvviso, il canto dell’ambasciatore: “Io son venuto per ambasciatore davanti a voi, magnifica donzella. Qui mi ha mandato il vostro caro amore, per lui io canto e per lui io ho favella. Qui mi ha mandato il vostro caro aiuto, per lui io parlo e per lui io vi saluto”.

Per chi canta l’ambasciatore? Per loro, per le Ragazze. Chi vuole amare, si affaccerà alla finestra con un lumicino acceso. È questo il Maggio segreto di Riolunato, quello che non conosceranno gli spettatori che, in gran numero, accorreranno la prima domenica del mese seguente credendo di partecipare al Maggio delle Ragazze. Non vedranno, al mattino, l’ammucchiarsi dei doni della questua, raccolti nel corteo notturno su furgoncini addobbati a vivaci colori e che un tempo erano il cibo per il quale si vagava tra boschi e vallate sventolando fronde, rami e frasche.

Al pomeriggio i suonatori si rimettono alla testa del corteo, che lentamente si ingrossa. È una domenica di primavera, e la gente sale volentieri su per i monti. Si forma un nuovo corteo, di lamiere colorate; a stento rimane aperto il percorso rituale. Gira il carrettino infiorato che offre vino. Davanti ai bambini la Torre e il Galletto, simboli del paese. I bambini li seguono con sguardi incuriositi: per loro è questa, la festa del Maggio. E’ ancora presto, per loro, per l’amore.

Le ragazze, nei pesanti vestiti di un tempo dissepolti da cantine e solai, portano sulle braccia vassoi traboccanti, con altro cibo infinito mescolato a fiori. Saranno accaldate tra un po’, e con le acconciature disfatte, per il ballo saltato con il quale un tempo forse si bussava alla terra per farsi aprire il seme, il fiore, il frutto, là nella piccola piazza traboccante, troppo piccola per il rito diventato inesorabile spettacolo. Ma già i suonatori, deposti gli strumenti, si dissetano con gli amici giunti da lontano, alla lunga tavolata bianca dove tutti – anche quelli che per stavolta sono venuti a mani vuote – hanno compiuto il sacrificio collettivo del mangiare e del bere.

Potrei restare per un altro maggio, per quel Maggio delle Anime Purganti che tutti gli anni, col consueto corteo cantante e questuante, gira per il paese e le vicine borgate. Potrei seguire il cassiere delle anime, che con un bussolotto raccoglie le offerte in denaro per una messa in suffragio dei defunti. Ma non è questo, il Maggio di cui sono alla ricerca. Accetterò il passaggio sul furgoncino del violinista. Andremo a ovest, oltre gli oscuri contorni, dove già nel profondo sento il pulsare sommesso di un tamburo: è il Maggio dei Guerrieri che sta per cominciare…

Mentre viaggiamo, il violinista mi racconta di altri Maggi. Ha girato tanto, il suo violino, là dove il Maggio è ancora la primitiva passeggiata notturna. E sempre rami di fiori gialli, auguri, doni propiziatori: vino, salumi, uova per l’enorme frittata comune, e canti. La canzone è sempre kalenda maya ma anche calendimaggio, cantamaggio, gallina grigia, carlin di maggio con l’erba e con la foglia, maggio giocondo che tiene allegro il mondo…

Il violinista racconta, racconta. I miei fascicoli del “Cantastorie” giacciono sparpagliati sul sedile posteriore; li rileggerò una volta tornata a casa. E mi racconta anche dei Maggi morti. Quasi mi cullo, fra rime e ricordi, quando il tamburo si fa più forte.

All’ingresso di Costabona, in territorio reggiano, troviamo, a fatica, un posto libero per il furgoncino. Ci avviamo a piedi verso il luogo dove i maggerini stanno mettendosi il costume. È qui, in questi paesi, il cuore dei nostri Guerrieri. Non è epica, forse, trovarsi tra il salumiere che infila l’elmo e la barista che si nasconde un pugnale nel corsetto?

Mi inoltro trasognata in questa Italia parallela che credevamo scomparsa. E in altri paesi, vicini e più lontani, altri uomini e altre donne stanno cantando la stessa storia, la lotta e la vittoria: dei buoni sui cattivi, dei cristiani sui musulmani, dell’eroe sul tiranno. Amore e odio, vita e morte e, ancora una volta, primavera e inverno. Oggi forse si rappresenta Tristano e Isotta, ma forse anche Roncisvalle, Spartaco, Giulietta e Romeo, il Ritorno degli Esiliati, Brunetto e Amatore…

La compagnia dei maggerini, in fila per due con l’alfiere in testa, percorre la via del maggio, preceduta dal mio amico violinista e dalla chitarra. Fra stendardi e piume al vento, si prepara a fare il suo ingresso nella carbonaia, la radura tra i castagni destinata alla rappresentazione.

Il pubblico, eccitato dalla musica lontana, attende seduto sull’erba o su panche sconnesse: da un passaggio lasciato libero, il corteo entra nel circolo per l’iniziale giro di processione. Qui non siamo dove i costumi dei maggianti sono semplici tuniche colorate di stoffa leggera. Qui il costume, tramandato di padre in figlio, è ricco e ardito, coperto di fregi e disegni di sarte paesane, estraneo alle storie che vuole raccontare. E anche il cozzo delle armi – talvolta vere, persino del 1848 – è fragoroso e possente, da spaventar quasi gli spettatori. Nascostamente misurato, però, nel numero dei colpi e dell’urto degli scudi ad ogni assalto, dei passi nell’andirivieni concitato dell’ira e dello sdegno, nel roteare amoroso attorno alla donna.

Fantasia e realtà si rincorrono per tutto il Maggio. E la fantasia, finalmente liberata da ogni verosimiglianza scenica, spoglia la Storia. Riconosce nel maggerino non l’attore o il cantante o il personaggio che non è, ma il “se stesso”, il “sé” di sempre.

Tutto il pomeriggio, restiamo avvinti, per tre ore sotto un sole ancora più spietato quando il Maggio, per esserci tutti, e liberi da ogni impegno, viene spostato ad agosto. Ma i passionisti, coloro che seguono il Maggio – un tempo a piedi da un crinale all’altro -, continuano a vibrare; anche se il servo di scena aiuta i guerrieri a dissetarsi alzando loro le barbe finte, anche se il regista-suggeritore accompagna passo passo il cantante-attore, anche se il combattente ucciso giace immobile a terra per poi uscire di scena con un rapido saltello, e una fronda ficcata nello spiazzo è una foresta, e una tenda un accampamento o una città lontana. E una striscia di tela azzurra, il mare. Non può esserci finzione, nel Maggio.

E ancor più vibrano nell’irruenza spropositata del gesto, nella brusca delicatezza dell’abbraccio, nella durezza dello stile letterario di quei copioni creati da chissà chi, impastati e reimpastati da antiche mani avvezze al forcone, pazientemente trascritti su grossi quaderni a quadretti.

Godo nell’inseguire, fra quartine di ottonari, fra ottave e sonetti, innumerevoli cacofonie, sinonimie intensive, assonanze, anacoluti, tmesi, sincopi, endiadi, mancanze sintattiche, lessicali, metriche, preposizioni inventate (oh, quel meraviglioso “ne sia tosto imbavagliata e inel bosco trascinata”!), con le voci debordanti incertamente accordate su una specie di “la” del violinista. Che, conoscendo già la storia, mi sorride dalla sedia traballante.

Ma anche qui, come già a Riolunato, è l’ora di deporre gli strumenti che il paggio, come ultimo gioco, finge di suonare. Raccolgo i miei fascicoli e saluto il violinista. Chissà se mai lo rivedrò. Forse in un altro Maggio, in un’altra primavera.

Nunzia Manicardi è nata a Modena, dove risiede dopo aver a lungo vissuto a Bologna e a Roma. Giornalista, scrittrice, insegnante, si è laureata in Filosofia a Bologna e in Lettere a Roma ed attualmente è laureanda in Giurisprudenza presso l’Università di Modena e Reggio Emilia.

Ha collaborato e collabora con la RAI (per cui ha ideato e condotto il programma radiofonico “L’Italia cantata”, Radio3), con l’UNESCO, il Ministero della Pubblica Istruzione, Regione Emilia-Romagna, Università La Sapienza di Roma, Università di Firenze, Provincia di Modena, Camera di Commercio di Modena, Circolo Gianni Bosio di Roma, con varie testate giornalistiche (Il Sole 24 Ore, Sportweek-Corriere della Sera, Il Giornale, Gazzetta di Modena, Il Manifesto, IlNuovo.it), con riviste di settore, enti locali e centri culturali di tutta Italia.

Archiviato in: I RICORDI E I PERSONAGGILA CULTURA

Tag:

RSSCommenti (0)

Trackback URL

Lascia una risposta

Devi essere iscritto per scrivere un commento.