Gli orti e il Pinsuti

La campagna degli Acquisti ed i suoi personaggi

di Roberto Tonini

GLI ORTI E IL PINSUTI

 

Ogni famiglia che abitava agli Acquisti aveva un proprio orto. Questi erano nella strada che andava dietro l’officina, subito dopo i semensai del tabacco. C’era una stradina a sinistra e sulla destra iniziava tutta una serie di orti dove le famiglie ci coltivavano i loro ortaggi. Sul bordo destro della stradina scorreva la canaletta dell’irrigazione con l’acqua proveniente dalla Bruna. La zona era quella dove sarebbe poi nato lo stabilimento di Ovorosso.

Il nostro orto era l’ultimo, proprio in fondo alla stradina. Io ci andavo sempre con il mi nonno Cecco e la mi nonna Stella. Erano infatti loro che lo curavano e raccoglievano la verdura. Il mi babbo era impegnato come capo officina, la mi mamma ci’aveva tre figlioli a cui badare per cui loro non potevano certo venirci.

Chi voleva ci teneva anche qualche animale. Noi per esempio ci si teneva i coniglioli che la mi nonna ogni tanto ammazzava. Io l’aiutavo a macellarli tenendoli per le zampe mentre lei lo spellava e poi lo sbudellava. La pelle la stendeva con delle canne tagliate a misura e poi appese all’aria, per poterle poi vendere. In mancanza delle canne la pelle poteva anche essere sbattuta violentemente contro il muro della casa e li ci rimaneva attaccata e ci si asciugava lo stesso.

A dire la verità più che venderle la mi nonna le barattava con qualcosa che portava il Bianchi. Si, era proprio il Bianchi che poi avrebbe aperto il grande negozio di mobili a Grosseto. Allora veniva ogni tanto in fattoria e le pelli di coniglio andavano a scalare il conto di quello che lui portava. All’inizio veniva con una bicicletta e il portabagagli, poi cominciò a venicci con l’Ape. Un altro che faceva lo stesso giochino del baratto era Salvatore il pescivendolo detto anche il Morino. Anche lui arrivava una settimana si e una no con la bicicletta con dietro un portabagagli dove c’erano legate due cassette di pesce, soprattutto sardine e acciughe, avvolte nelle balle fresche e umide. Alla faccia delle celle frigo di oggi!

Pe torna’ agli orti. Il terreno erano bello, scuro, grasso e profumato. Quando a fine inverno si doveva vangare da capo a fondo tutto l’orto arrivava agli Acquisti un personaggio leggendario. Un personaggio, mitico nel suo genere, che non abitava agli Acquisti, ma veniva regolarmente all’epoca delle vangature degli orti. Era il Pinsuti.

Era un vecchio robusto, non tanto alto, biondiccio e quasi pelato sotto il suo “piruliro”, come noi si chiamava il berretto basco. Era pure sdentato: aveva un solo dente di sopra e uno di sotto, ma non coincidevano. Era buono come il pane. Veniva a vangare gli orti nostri. Quelli di fattoria li vangano lo Zulicche (Alfredo Paolini).

Si portava dietro una sua vanga personale come fa un professionista del biliardo con la sua stecca. Tutto il suo guardaroba stava in una mezza balla che attaccava al manico della vanga portata in spalla quando, sempre e solo a piedi, viaggiava per le strade di Maremma.

Il mi nonno Cecco gli diceva cosa voleva fare nell’orto, il prezzemolo, l’insalata, eccetera e lui cominciava a vangare preparando gli squadri del terreno. Era uno spettacolo vederlo lavorare così preciso e bello. I suoi gesti erano cadenzati, armoniosi, da professionista e da artista. Quando finiva il lavoro vedevi che da un pezzaccio di terra ricoperto di erbacce veniva fuori una precisa, profumata e colorato aiuola da orto: un capolavoro.

Mentre vangava con le maniche di camicia rimboccate e a mettere in mostra degli avambracci gonfi di bei muscoli, si piegava via via per levare la gramigna dalle zolle o per recuperare qualche bel lombrico lungo e grassottello che mi lasciava e io mettevo in un barattolo di latta perché ci avrei potuto fare la mazzacchera per l’anguille.

La notte dormiva nel nostro forno per il pane, sotto le scale di casa. La mi nonna Stella, sempre sospettosa, mi diceva che era un tipo un pò strano e che mangiava le tartarughe ed i ricci. Però lo faceva mangiare a tavola con noi. Mangiava soprattutto pane inzuppato a causa dei denti. Aveva gli occhietti socchiusi e ridenti, erano occhi dolcissimi e buoni.

A me voleva bene e quando mi accarezzava la testa non faceva come tutti gli altri che mi struffavano i capelli o mi ci davano un mezzo nocchino.

A bocca chiusa, quando erano gli occhietti semisocchiusi ed il mezzo sorriso a dominare la faccia assomigliava in modo impressionante a Papa Wojtyla. Appena apriva bocca e spuntavano i denti diveniva un incrocio tra Braccio di Ferro e Teomondo Scrofalo (ricordate Asta Tosta (Oggetti Tosti Per Tutti I Gosti… pardon, I Gusti) nel Drive In di Ezio Greggio?

Non so perché ma quando sentii per la prima volta la canzone di De André “Il Pescatore” mi venne subito in mente il Pinsuti: “e aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso…”. Mitico!

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