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	<title>Commenti a: Il poeta  Rustici a Buti per la rassegna Maggio</title>
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		<title>Di: la scomparsa di fornari</title>
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		<dc:creator>la scomparsa di fornari</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 20:35:46 +0000</pubDate>
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		<description>Ci è giunta la notizia della scomparsa di un amico della Sentinella: lo studioso di tradizioni popolari Alessandro Fornari di Firenze. La sua raccolta di canti popolari pubblicata negli anni &#039;70 rimane una pietra miliare. Proprio recentemente ci aveva inviato un articolo che sarà pubblicato sul prossimo numero della Sentinella.
Ecco un suo ritratto:


&quot;Mi accusano di essere un passatista, di occuparmi di cose vecchie, non più attuali; macché passato e passato dico io, la tradizione è viva, è nei gesti, nei comportamenti, nelle scelte che compiamo ogni giorno, solo che stentiamo a rendercene conto». Quello di Alessandro Fornari con le tradizioni popolari, è un appuntamento che si rinnova ormai da cinquant&#039; anni. Mezzo secolo trascorso nei borghi e nelle campagne della Toscana a raccogliere dalla viva voce dei contadini e della gente di paese le antiche novelle, i proverbi e i riti, ma soprattutto i canti popolari, dalle canzoni delle stagioni e del lavoro, alle ninnananne, alle improvvisazioni; tutto fissato su registrazioni magnetiche conservate presso la Discoteca di Stato ed in gran parte ancora inedite. Da questo enorme patrimonio musicale Alessandro Fornari, uno dei più noti studiosi di folclore attualmente ricercatore alla facoltà di Scienze della Formazione di Firenze, ha tratto la prima antologia italiana basata su registrazioni originali, «Canti Toscani». Un classico ormai, con melodie celebri come «La vendemmia (Svegliatevi dal sonno briaconi)», «Lucciola vien da me», «Rificolona», e che oggi la Libreria editrice fiorentina ripropone in una versione arricchita: «In questa nuova edizione della raccolta ho aggiunto una ventina di canti, di cui la maggior parte proveniente dalla montagna pistoiese, come &quot;Sotto il ponte della Siera&quot; e &quot;La bella inglese&quot;, versione italiana di un canto noto anche in Irlanda, e alcuni me li hanno cantati a San Colombano, vicino alla Badia di Settimo, come &quot;Ménica&quot; o &quot;Bista vol essere sposo&quot;; ma tante melodie l&#039; ho scovate sul Monte Amiata: per esempio questa versione della famosa &quot;Maremma amara&quot;, che in questo libro, come gli altri canti, presento con tanto di spartito, affinché possa essere eseguita. Perché le tradizioni hanno significato solo nelle comunità, a queste vanno riproposte, altrimenti le ricerche non servono a nulla». Sì perché quello di Fornari non è il lavoro di un filologo. Sua intenzione è riproporre i canti della tradizione, lanciarne la riscoperta attraverso i cantanti folk e gli operatori culturali che continuano ad avvicinarlo. «Rispetto ad altri campi della cultura tradizionale, la canzone popolare è quella che si è persa di più a livello di conoscenza diffusa; del resto il messaggio musicale è il più difficile da veicolare, la gente ti guarda stupita quando gli chiedi di cantare una filastrocca o una ninnananna, non può credere che sia interessante qualcosa che per loro è così banale, e poi basta che uno sia stonato e già la testimonianza che tramanda è alterata. Ma soprattutto sono venute meno le occasioni e le funzioni della canzone popolare. Nelle piazze, nelle campagne, non si ritrovano più le persone che insieme intonano un contrasto, quando si rivivono le tradizioni lo si fa più col senso dello spettacolo, che del rito solenne; anche i bambini oggi giocano da soli e in casa, non cantano certo &quot;Madama Dorè&quot;». E allora, va tutto perso? «Attraverso la scuola e gli incontri culturali si deve cercare di far capire alla gente quanto la loro stessa vita affondi le radici nella tradizione che è l&#039; autobiografia inconsapevole di una comunità. E così le canzoni tradizionali non sono il segno di un mondo passato e stantio, raccontano chi siamo noi».</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ci è giunta la notizia della scomparsa di un amico della Sentinella: lo studioso di tradizioni popolari Alessandro Fornari di Firenze. La sua raccolta di canti popolari pubblicata negli anni &#8217;70 rimane una pietra miliare. Proprio recentemente ci aveva inviato un articolo che sarà pubblicato sul prossimo numero della Sentinella.<br />
Ecco un suo ritratto:</p>
<p>&#8220;Mi accusano di essere un passatista, di occuparmi di cose vecchie, non più attuali; macché passato e passato dico io, la tradizione è viva, è nei gesti, nei comportamenti, nelle scelte che compiamo ogni giorno, solo che stentiamo a rendercene conto». Quello di Alessandro Fornari con le tradizioni popolari, è un appuntamento che si rinnova ormai da cinquant&#8217; anni. Mezzo secolo trascorso nei borghi e nelle campagne della Toscana a raccogliere dalla viva voce dei contadini e della gente di paese le antiche novelle, i proverbi e i riti, ma soprattutto i canti popolari, dalle canzoni delle stagioni e del lavoro, alle ninnananne, alle improvvisazioni; tutto fissato su registrazioni magnetiche conservate presso la Discoteca di Stato ed in gran parte ancora inedite. Da questo enorme patrimonio musicale Alessandro Fornari, uno dei più noti studiosi di folclore attualmente ricercatore alla facoltà di Scienze della Formazione di Firenze, ha tratto la prima antologia italiana basata su registrazioni originali, «Canti Toscani». Un classico ormai, con melodie celebri come «La vendemmia (Svegliatevi dal sonno briaconi)», «Lucciola vien da me», «Rificolona», e che oggi la Libreria editrice fiorentina ripropone in una versione arricchita: «In questa nuova edizione della raccolta ho aggiunto una ventina di canti, di cui la maggior parte proveniente dalla montagna pistoiese, come &#8220;Sotto il ponte della Siera&#8221; e &#8220;La bella inglese&#8221;, versione italiana di un canto noto anche in Irlanda, e alcuni me li hanno cantati a San Colombano, vicino alla Badia di Settimo, come &#8220;Ménica&#8221; o &#8220;Bista vol essere sposo&#8221;; ma tante melodie l&#8217; ho scovate sul Monte Amiata: per esempio questa versione della famosa &#8220;Maremma amara&#8221;, che in questo libro, come gli altri canti, presento con tanto di spartito, affinché possa essere eseguita. Perché le tradizioni hanno significato solo nelle comunità, a queste vanno riproposte, altrimenti le ricerche non servono a nulla». Sì perché quello di Fornari non è il lavoro di un filologo. Sua intenzione è riproporre i canti della tradizione, lanciarne la riscoperta attraverso i cantanti folk e gli operatori culturali che continuano ad avvicinarlo. «Rispetto ad altri campi della cultura tradizionale, la canzone popolare è quella che si è persa di più a livello di conoscenza diffusa; del resto il messaggio musicale è il più difficile da veicolare, la gente ti guarda stupita quando gli chiedi di cantare una filastrocca o una ninnananna, non può credere che sia interessante qualcosa che per loro è così banale, e poi basta che uno sia stonato e già la testimonianza che tramanda è alterata. Ma soprattutto sono venute meno le occasioni e le funzioni della canzone popolare. Nelle piazze, nelle campagne, non si ritrovano più le persone che insieme intonano un contrasto, quando si rivivono le tradizioni lo si fa più col senso dello spettacolo, che del rito solenne; anche i bambini oggi giocano da soli e in casa, non cantano certo &#8220;Madama Dorè&#8221;». E allora, va tutto perso? «Attraverso la scuola e gli incontri culturali si deve cercare di far capire alla gente quanto la loro stessa vita affondi le radici nella tradizione che è l&#8217; autobiografia inconsapevole di una comunità. E così le canzoni tradizionali non sono il segno di un mondo passato e stantio, raccontano chi siamo noi».</p>
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