maremma intremotita

 

                                    Sul linguaggio popolare in Maremma (di Giuseppe Guerrini)

Ci farebbe piacere avere delle “aggiunte” con detti “braccagnini”

 

Modi di dire o espressioni popolari

 

Alzarsi a bucotorto (cioè di cattivo umore)

Andare a diacè (sdraiarsi per un pisolino, specialmente pomeridiano)

Aspettare maggio che venga (di uno che non approfitta del tempo disponibile)

Ballare la vecchia (del fenomeno ottico visibile sulle spiagge assolate, negli strati bassi dell’aria)

Dare ad intendere che Cristo è morto dal sonno (di cosa assai poco credibile)

Bruciare le lenzuola per fare cenere (è come fare il guadagno di pottino:vedi)

Essere di Montieri, o di Navacchio (di persona sempliciotta)

Essere più duro del sorbo (cioè di scarso intuito, o “comprendonio”)

Fare il guadagno di pottino (di chi si è dato da fare, scapitando)

Fare come il cane che guarda l’aglio (non lo mangia, né lo fa mangiare)

Farle nere (è come “farle di tutti i colori”)

Fare i salamelecchi (di chi si arruffiana o è eccessivamente ossequioso)

Fare un po’ d’acqua (mingere)

Volere la botte piena e la serva briaca (come “far le nozze co’ funghi”)

Fare il pataracchio (cioè un patto, o una promessa, o un patto non sempre lecito)

Essere il gallo della checca (cioè l’unico maschio in mezzo a tante donne)

Mangiare un boccone (fare una rapida colazione)

Metterne uno sopra l’altro (proprio dell’avaro che accumula soldi)

Nazzicare (o “nasicare” – proprio del ficcanaso, del gesto tipico del cinghiale per cercare il cibo, ma anche in senso buono, di uno che si dà sempre da fare per rendersi utile)

Riuscire più a semola che a farina (fornire un cattivo risultato)

Scapeare (agitare il capo)

Stare a grattarsi la pancia (come “star sull’albero a cantare”)

Star sull’albero a cantare (perdere tempo utile)

Traccheggiarsi (indugiare)

Fare flanella (indugiare)

Farsi la muta (acquistare o farsi confezionare un abito)

Venire il torcibudello (a causa di cibi guasti, ma anche in senso figurato)

Essere alla porta co’ sassi (nell’imminenza di un evento)

Mandare la macchina (per “guidare l’auto”)

Star co’ frati a zappare l’orto (di chi si adatta a ogni soluzione di problema)

Legare l’asino dove vole il padrone (adeguarsi sempre alle direttive)

Bruciare la terra sotto i piedi (a chi sta di malavoglia in un luogo)

Avere più corna di un cesto di lumache (di chi ha sposato una poco di buono)

Fare il dodo (di chi ama farsi “coccolare”)

Non averne uno per dire due (di chi è di umore nero)

Non trovar terra che regga (di uno irrequieto)

Avere la sciolta (cioè la diarrea)

Stare alla meria (all’ombra)

Stare alla solina (cioè al sole, ma solo in inverno)

Mancare un venerdì (di uno mezzo stolto)

Essere stracco (essere molto stanco, per aver fatto “una stracanata”)

Svaccinarsi (di uno sporco che si lava)

Battere la fiacca (non lavorare abbastanza)

Avere una pratica (cioè una relazione extra coniugale)

Pocciare (succhiare)

Avere la ganza (cioè un’amante)

Ingravidare (rendere incinta)

Non cavare un ragno dal buco (non concludere niente)

Levare la sete col prosciutto (dare uno quel che si merita)

Levarsi da tre passi (da ‘hoglioni: invito a chi dà fastidio)

Cambiare l’acqua al merlo (come fare un po’ d’acqua)

Ingazzurrirsi (eccitarsi)

Berciare (gridare)

 

Espressioni ed esclamazioni anche moderne

 

E’ vecchio come il cucco (cioè come il gufo: di persona o cosa)

E’ di petto ghiaccio (di persona con scarsa volontà o capacità lavorativa)

E’ come dire puttana alla volpe (quando le raccomandazioni sono fatte al vento, cioè non sono seguite)

Chi l’ha più lungo se lo tira (di due o più persone che se la battono o stanno disputando qualcosa con esito incerto)

E’ di mezza tacca (di persona mediocre fisicamente o per altri riguardi)

Fa venire il latte ai hoglioni (di persona o cosa che annoia oltremisura)

Ha le palle quadre (di una persona “dritta”)

Te ne accorgerai nel piscià che vento tira (monito a uno che vuole fare di testa sua)

Godi popolo (è detto da chi elargisce cose di nessun conto)

Salute e ghiande (come ai maiali, invece di prosit, a chi erutta)

Volano bassi (quando tira vento freddo)

Che zizzole (equivale a “che freddo”

Forza tubo (a uno che si pavoneggia)

E’ tanto sonargli un corno che un violino (a persona con scarsa sensibilità)

Chiama e rispondi (si dice di cosa che avverrà in un lontano futuro)

 

Archiviato in: I RICORDI E I PERSONAGGI

Tag:

RSSNumero commenti (5)

Lascia una risposta | Trackback URL

  1. admin ha detto:

    LA PARLATA CHIANINA IN MAREMMA

    La parlata “chianina” iniziò a diffondersi in Maremma nei primi decenni di questo secolo a seguito di un consistente flusso migratorio proveniente dalla provincia di Arezzo con destinazione la mezzadria nelle aziende agricole fresche di bonifica, oppure in direzione del bracciantato.
    Famiglie numerose di dieci e più persone si insediarono nei poderi della Maremma centro-settentrionale con punti focali: Montepescali-Braccagni, Buriano, Sticciano, Roccastrada, la pianura emersa dal padule castiglionese, nelle fattorie Guicciardini, Grottanelli, Tolomei, Mazzoncini, Armenti, Camajori ecc.; chi invece era venuto per prestare la sua opera come bracciante, andava ad ingrossare la popolazione dei centri abitati.
    Coloro che provenivano dall’alta val di Chiana, cioè da Lucignano, Foiano, Monte San Savino, Sinalunga, zone confinanti con la provincia di Siena da cui avevano assimilato, anche se parzialmente, la gentilezza dei modi e del linguaggio, si esprimevano in un dialetto, tutto sommato, abbastanza comprensibile; ma chi era originario di Bettolle, Camucia, Cortona, Castiglion Fiorentino, Tuoro sul Trasimeno, dove lo stollo del pagliaio viene chiamato il metulle, il maccheronaio il cernetoio, le stecche da biliardo i cernicchi, deformava nomi di persone e cose, suscitando negli astanti una bonaria ilarità.
    Tra questi ultimi si potevano annoverare il Baldoni, il Mosca, Maso Rossi, la Giangia, il Baffoni, il Calussi, il Monni, Vento, Maso Mearini, il Beligni, il Bennati e tanti altri che hanno pronunciato sproloqui diventati con il tempo frasi celebri.
    Il Baldoni aveva un modo di esprimersi colorito e particolare: un giorno, rivolgendosi al fattore Torello Merli, agli Acquisti, disse: ”sor fature, se m’arfate aruscellà quer pò di fien che sta ‘n tur quell’umbrellea”.
    Il fattore, che non aveva compreso una parola, si fece “tradurre” la richiesta che era la seguente: “sor fattore, se mi fate raccogliere quel pò di fieno dentro l’alborellaia”.
    L’autorizzazione venne concessa, insieme al consiglio che la prossima volta la domanda venisse presentata per scritto.
    A Ostilio e Armandino, rispettivamente muratore e manovale inviati dall’amministrazione Guicciardini ad effettuare nel podere vari lavori di ripristino e manutenzione, il Baldoni domandò: “Sestriglio, che
    c’arfate anche l’impiancicheta?” Voleva cioè sapere se sarebbe stato rifatto anche il pavimento.
    E sempre il Baldoni, che si avvaleva saltuariamente dell’opera di Luisa, quando le sue donne avevano bisogno di aiuto nelle faccende domestiche di carattere straordinario come il bucato durante il periodo della trebbiatura, le pulizie pasquali etc., una sera aspettò lungo la strada delle Gerlette la squadra degli operai che rientravano a Montepescali apostrofandoli: “un de vò m’arfate il piacere di digne a la Lisa che domani l’arvegna a la terribilmente”, cioè “uno di voi mi faccia il piacere di dire alla Luisa che domani venga indispensabilmente”.
    La Giangia, in occasione di un viaggio a Grosseto, venne incaricata dalle nuore di comprare i bottoni occorrenti per completare le camicie da lavoro dei loro mariti. Da Amleto, alla casa del bottone, le fu mostrato un campionario infinito, bottoni di madreperla, dosso, imbottiti, etc., che però non comprendeva quelli desiderati. Per non far perdere altro tempo al personale, la Giangia specificò: “voglio que botton che se pipeno”, al che una commessa, senza esitare, gli incartò gli automatici in metallo, chiamati anche maschi e femmine, e l’acquisto venne perfezionato. Era una donna scherzosa e simpatica, la Giangia: con i ferri sotto braccio faceva la calza davanti al podere Tondicarlo e alle ragazze che tornavano dal lavoro dei campi, dirette in paese raccomandava di tenere la “farfallina” fresca e profumata, perchè “la mia, sfruzzica, sfruzzica, un ‘e svolazzica più”, diceva.
    Vento, che amava intrufolarsi nei discorsi di politica e di strategia militare, nel periodo della guerra fredda fra Stati Uniti e U.R.S.S. disse che gli americani “avevano invento la bomba atomotica”, ma che i russi non erano stati con le mani in mano e “avevano artrovo la bomba al gadrogeno”, cioè avevano costruito la superbomba all’idrogeno.

  2. admin ha detto:

    “Tutto sta dove la batte”

    E’ un vecchio detto che sottolinea imbarazzo e indecisione nell’accettare o respingere un’offerta, una proposta, un affare, ecc.
    Esso ha tuttavia un origine ben definita: Pasqua, la moglie del Meoni, un carbonaio che durante l’inverno lavorava alla macchia a cuocere la legna fra il Ghiaccialone e Monte Leoni, vicino alla sorgente da cui partiva il vecchio acquedotto per Montepescali, un giorno che stava preparando la polenta per il pasto del mezzogiorno davanti alla capanna, mentre girava il mestolo per far assodare la farina di granturco, ad un occasionale passante offrì generosamente di rimanere a mangiare con loro. Costui però aveva adocchiato che la Pasqua, forse a causa del freddo del clima a contrasto con il calore del fuoco, aveva la gocciola al naso, per cui rispose: “tutto sta dove la batte”.
    Siccome la goccia andò a sbattere dentro il paiolo, l’invito venne declinato.

    Vino annacquato

    Al dottor Paro Vidolin, medico condotto, che lo aveva visitato in ambulatorio diagnosticandogli una sinovite al ginocchio sinistro afflitto da gonfiore che lo faceva zoppicare vistosamente, Giuseppe Scaloncini detto Vento abitante a Montepescali, chiese che razza di malattia fosse la sinovite.
    -E’ un versamento acquoso- rispose il medico.
    Non avendo mai bevuto acqua in vita sua, lo Scaloncini si precipitò da Zita, dalla quale andava sovente a bere, accusandola di mettere in vendita vino allungato con l’acqua.

    Non sapeva l’ora

    Durante la guerra d’Abissinia del 1935-36, la recluta Argo Conti, dalla zona di Gondar, scrivendo ai genitori a Montepescali per informarli sulla sua salute personale e sulle vicende della conquista dell’impero e relative faccette nere, chiese che nella lettera di risposta gli fosse inviata l’ora esatta, perchè voleva ricaricare l’orologio che gli si era fermato!

    A proposito di favori

    Al termine di una faticosa giornata di lavoro, il sor Ilando Iacopini, titolare dell’impresa appaltatrice del trasporto degli esplosivi dalla stazione di Montepescali al deposito delle Versegge, essendo arrivato un nuovo carico, chiese a quello che era considerato il capo-scaricatore, Tommaso Rossi detto Maso, il favore di fare qualche ora di straordinario.
    Con l’arguzia aretina che lo distingueva, Maso rispose: “Il favore si può fare, a patto che lei ce ne faccia un altro, quello di mettere un puntello al sole che sta tramontando!”

    Fare il maiale a mezzo

    Fare il maiale a mezzo significava ( e in certe zone della nostra provincia avviene tuttora) acquistare un porcellino di latte, affidarlo ad una persona che si incaricava di accudirlo fino all’uccisione, e fornirgli al periodo dell’ingrasso due quintali di frumento. A Don Pietro Rigon, parroco di Braccagni, che gli proponeva l’operazione sopradescritta, “Maso” Rossi, il mitico “Maso”, rispose: “Il maiale a mezzo si può fare, a condizione che lei si ricordi di comprare il mangime al momento dell’ingrasso, perché il maiale non diventa grasso con i pater noster!”

    Acidità di stomaco

    Soffrendo da qualche tempo di acidità di stomaco, e non producendo l’ingestione di bicarbonato gli effetti desiderati per guarirlo dall’inconveniente, un bel giorno Socrate Bindi detto “Boghe” decise di sottoporsi a visita medica.
    Il Dr. Giambastiani, un medico fresco fresco di laurea, destinato alla condotta Montepescali – Braccagni in sostituzione del dottor Paro Vidolin, promosso alla sede provinciale dell’INAM, ascoltò attentamente la minuziosa descrizione dei sintomi della malattia e, facendosi una precisa convinzione della causa, disse al paziente: “Ma lei, beve?” “Sì grazie, accetto volentieri”, rispose Socrate.

  3. admin ha detto:

    PAROLE STRANIERE VIETATE

    Alcune parole straniere sono oggi entrate nell’uso quotidiano e vengono pronunciate con naturalezza, in modo particolare dal mondo giovanile, il cui livello culturale non è certo paragonabile a quello della generazione alla quale apparteniamo, cioè di coloro che veleggiano verso la settantina. Tali definizioni, grazie ai mass-media e alla televisione in particolare, sono diventate comprensibili anche a chi è meno giovane e non ha soprattutto dimestichezza con le lingue straniere.
    Nei suoi ultimi sprazzi prima della disfatta, il regime aveva rigorosamente vietato l’uso di parole straniere.
    La parola week-end non era conosciuta. Solo alcuni che ascoltavano, ovviamente clandestinamente, ma con continuità radio Londra avevano afferrato che con tale termine si indicava il fine settimana.
    A pronunciare la parola, pure essa inglese, water-closet c’era il rischio di essere accusati di connivenza col nemico. Quella parola, sul cui uso siamo tutti d’accordo – e non potrebbe essere diversamente – era definita con altri termini coloriti: licite, ritirata, cesso, gabinetto, latrina.
    Il classico liquore originario della Francia, il cognac, era stato ribattezzato brandy o arzente (c’era chi, non ricordandoselo, lo chiamava zeppone) cosicché la mattina, coloro che erano abituati ad andare dal sor Arturo o da Zita a berne un bicchierino, non potendo più chiedere il “cognacchino” indicavano con il dito indice di una mano la fatidica bottiglia, facendo con l’altra il gesto di riempirlo.
    Anche lo “champagne” venne italianizzato con il nome di spumante.
    E c’è da dire che quello prodotto nelle colline dell’astigiano non ha nulla da invidiare a quello d’oltralpe. Anzi, con il passar del tempo, gli italiani, che erano degli scolari, sono diventati maestri. Il bidet era pressoché un oggetto misterioso, e chi lo aveva appena intravisto in qualche casa signorile, lo chiamava sciacquapassere.
    Se dunque le parole di origine inglese e francese erano rigorosamente vietate, figuriamoci quelle russe.
    Il morbido e peloso copricapo chiamato colbak, era definito con un altro termine, più popolare e ridanciano.
    Così la mattina di un rigido giorno invernale Silvano, il figlio mezzano di Emidio Larini detto Padella, su incarico del padre, si recò alla bottega del Marcacci, che oltre ai generi alimentari ed alla mescita del vino ed al materiale scolastico (libri, quaderni, inchiostro, penne etc.) vantava un attrezzato reparto merceologico curato da Walmy, e disse rivolgendosi a Flora, di turno dietro al bancone della vendita: “ha detto il mì babbo se mi date la topa: poi sabato prossimo, quando riscuote dalla cooperativa, passa lui a pagarvela.” La risata di Flora, irrefrenabile e fragorosa, si accompagnò alla risposta: “ignorante te e il tu’ babbo; ma proprio a Montepescali dovevi capitare?”

  4. patrizio ha detto:

    volete vedere un centinaio di vecchie foto della Maremma?
    Guardate questo archivio
    http://www.provincia.grosseto.it/cultura/bonifica/foto/index_4.html#67.html

  5. roberto ha detto:

    In questi giorni La Nazione sta raccogliendo testimonianze inerenti l’idioma maremmano in una rubrica intitolata “Il dialetto da salvare”. Sono state pubblicate le opinioni di esponenti delle nostre tradizioni popolari come Corrado Barontini, Edo Galli, Piergiorgio Zotti. Oggi è il turno del nostro blog.
    Titolo: “Quando il vernacolo incontrò la “chianina”.
    “Una strenua difesa del vernacolo maremmano è presente anche sul blog http://www.braccagni.info che propone la rubrica “Maremma intremotita”. E’ da lì che abbiamo ripreso il brano “La parlata chianina in Maremma” trata dal libro “Gente di Montepescali” di Bruno Ciarpaglini che, in parte riportiamo qui sotto.”
    Grande Bruno, scomparso proprio nel mese di settembre, quasi 10 anni fa (nel 2002) e che ricordiamo con immenso affetto.

Lascia una risposta

Devi essere iscritto per scrivere un commento.