tradizione e nuovi linguaggi

IL CONVEGNO

 

Intervento di Cinzia Tacconi (Assessore alla Cultura Provincia di Grosseto)

 

E’ davvero un piacere per me partecipare a questa iniziativa e alla presentazione di questo libro, anche perché un ragazzo così giovane che si appassiona alla tradizione popolare della Maremma, una tradizione storica che ci portiamo dietro da tanti anni, sicuramente non è così semplice, soprattutto davvero particolare e importante il fatto che qui ci sia un Gruppo così nutrito che segue questa tradizione e che la continua a portare avanti, che cura le nostre radici.

L’improvvisazione in versi e l’ottava rima in particolare è un segno distintivo della nostra storia e le iniziative come quella di oggi servono proprio a mantenere viva questa forma di arte importante; perché se da un lato si cerca di tenere fede alla memoria, al nostro passato, che è fatto anche di momenti di festa e penso a quando si va a cantare il “maggio”, alle feste popolari, dall’altro si cerca di veicolare questa tradizione nel mondo presente con un’opportunità di coinvolgimento verso le nuove generazioni, anche usando e utilizzando quelle nuove forme di linguaggio che la società contemporanea in qualche modo non solo ci offre, ma ci impone anche di usare.

In tante occasioni ho avuto modo di dire che non bisogna temere la contaminazione tra le diversità, fra i diversi generi e specialmente come in questo caso si è forti della propria storia e della propria tradizione culturale.

A sostenere questa tesi ho trovato, guardando in internet, una quartina di Vasco Cai di Bientina che già nel primo novecento comprendeva e giustificava questa trasformazione della cultura.  Leggo questi pochi versi e mi scuserete perché non so recitare: “Abbia pure la sua trasformazione/come la vuole la moderna usanza/ma se si definisce ottava rima/ha sempre la sua forma come prima”.

Qualche sera fa ho avuto modo al Teatro degli Industri di partecipare ed essere presente ad una iniziativa che è stata organizzata da Teletirreno, alla serata finale di una serie di trasmissioni che hanno presentato tutti gruppi amatoriali. A questa serata era presente anche un gruppo di cui fa parte Enrico Rustici; hanno fatto la loro interpretazione insieme alla sua sorella ed a un altro componente del gruppo ed è stato davvero piacevole vedere come si sono contrastati in ottava rima.

Rispetto all’inequivocabile segno dei tempi, ci conforta invece sapere che anche i più giovani non intendono rinunciare ad un passato antico e recente di conoscenza e autenticità.

Trovo positiva l’apertura al confronto, alla contaminazione con altri generi come il rap o il talkhing, considerando il fatto che anche in Italia è un fenomeno che si è imposto in maniera interessante, pur mutando modi ed espressioni estere, si è ben inserito nei modi e nelle espressioni culturali nostre, nazionali, oltre che estendersi verso altro forme di arte; pensando alla musica mi viene in mente Jovanotti, ma anche pensando ad altre forme di arte mi vengono in mente i gruppi che fanno i graffiti metropolitani. Quindi dobbiamo confidare nei giovani se vogliamo che questa forma di arte continui e venga tramandata nel tempo, per questo ritengo prezioso questo libro, il libro di Enrico Rustici “La poesia si canta, la poesia si scrive”.

Non l’ho ancora letto tutto (l’ho avuto recentemente) ma ho letto alcune poesie e devo dire quella che mi ha colpito in particolare è il contrasto tra Rustici e Ciolli tra “Scuola pubblica e la scuola privata”. E questo è un esempio di come oggi come allora l’ottava rima riesca perfettamente a calarsi nella realtà contemporanea, in quella che è la nostra vita quotidiana, in quelli che sono anche i nostri problemi. Scorrendo il testo di questo “contrasto”, io facevo tifo per Rustici, per la scuola pubblica, soprattutto perché essendo anche lui uno studente universitario, con quella riforma ci dovrà fare i conti; gli auguro che diventi presto medico, ma spero anche che continui a preservare la sua arte e a divulgarla il più possibile. Grazie.

In questa occasione, mi perdonerete ma vorrei salutarvi con un piccolo dono, confidando anche nella clemenza di chi non voglia considerarmi presuntuosa, perché vuol essere semplicemente un omaggio a questa iniziativa importante. Non è proprio improvvisata, è una cosa che ho scritto  al computer e naturalmente non canterò, ma mi limiterò a leggere e, come dicevo prima, probabilmente non la leggerò nemmeno bene. Provo una piccola cosa in ottava rima:

Oggi Braccagni invita l’Assessore

Su un argomento molto conosciuto

Del poeta quando è improvvisatore

Per questo volentieri c’è venuto

D’ottava rima sono estimatore

Di chi a cantare non vol nessun aiuto

Giusto un saluto a queste belle valli

E al gruppo popolare Silvestro Galli.

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL LIBRO E IL POETA ESTEMPORANEO ENRICO RUSTICI

 

Funzione e consapevolezza del proprio ruolo

 

Questo libro ci voleva.

Leggendolo penso che sia palpabile il percorso formativo del giovane Enrico Rustici, poeta di Braccagni  e che chiarisca, forse per la prima volta, ciò che fa la differenza fra chi è poeta estemporaneo e chi non lo è.

Poeta si nasce o si diventa?

Cerco di rispondere con l’affermazione di un vecchio bernescante che si trova all’inizio del libro: “Se non c’hai qualcosa di mamma non canti di poesia” così diceva Quinto Paroli[1] (1914 – 1997) uno dei poeti del maggio maremmano che con la propria voce ha saputo accompagnare la poesia tradizionale per gran parte del ‘900.

 

I poeti estemporanei della vecchia generazione affermano più o meno tutti la stessa cosa :

L’arte d’improvvisare non s’impara

studiando e meditando sulle carte

è un dono che natura lo prepara…

Anche in questi versi di Nello Landi dedicati a Vasco Cai di Bientina troviamo la stesso concetto.

Insomma i poeti affermano che nascono poeti. E che la poesia è un dono di natura.

In qualche caso c’è il rimpianto perché la poesia non è più come era una volta APPREZZATA da tutti … lo scriveva nei suoi versi  Lio Banchi:

Già sembra si disperda quei valori

e molto vada in decadenza ormai

il canto dei coloni e di pastori

vetturini ambulanti o carbonai

la musa fu il tesoro dei tesori

quando di povertà ce n’era assai

le serate più misere abbellivi

 con la beltà del canto che ci offrivi[2]

Lio Banchi di Pianizzoli ( 1929-2003) con i suoi versi ci parla della crisi dei valori del mondo contadino; quei punti di riferimento della società pastorale-agricola portati avanti anche con l’ottava rima, subiscono un crollo irreversibile  negli anni cinquanta/settanta del novecento.

Gli anni del boom economico prima, gli anni della contestazione sessantottina poi.

Entrano in crisi le aspettative, i modelli di riferimento e con loro anche l’ottava rima.

 

Questo è però un discorso che accenno appena perché ci porterebbe lontano.

Una crisi può dar luogo ad un cambiamento con infinite possibilità evolutive ma può essere  anche causa disgregante e distruttiva di un mondo di valori.

Il mondo contadino  per un lungo tempo ha cercato di esorcizzare la crisi  proteggendo in vari modi la propria presenza dal rischio di non esserci al mondo (Ernesto De Martino – Morte e pianto rituale). Ha usato l’oralità per tramandare la propria cultura acquisita, ha usato gli appuntamenti calendariali per ripetere i riti propiziatori, ha dato luogo a forme di rappresentazione di sé per raccontare e raccontarsi.

 

“Per me la musa è un organo vitale

 a crescere m’aiutò, essere vivo

quando son triste o mi sento male

se non la posso cantare me la scrivo…

Sono versi di Francesco Benelli. Sono versi che affrontano il problema della scrittura poetica e ci dicono ancora una volta che la poesia è stata per il poeta una ragione di vita.

Ce ne sarebbero sicuramente tanti altri di versi e di poeti da ricordare per avvalorare ulteriormente il mio ragionamento. Quello che mi sembra importante da sottolineare è che il poeta estemporaneo, nella comunità dove è vissuto ha trovato frequentemente gli stimoli per assolvere ad una precisa funzione: è stato il punto di riferimento culturale – a volte l’animatore – delle attività pubbliche e private della comunità stessa (matrimoni, battesimi, feste paesane, testi di Maggi e befanate, fino agli incontri realizzati per ascoltare i contrasti).

Riconosciuto e riconoscibile il poeta estemporaneo ha svolto un vero e proprio ruolo nella comunità. Mi vengono a mente i versi di Tribuno Tonini di Rocchette di Fazio scritti per una manifestazione paesana. Ecco il “Programma” in rima:


Alle sedici i canti popolari

Le diciassette il tiro della fune

Uomini e donne dei diritti al pari

Le belle bionde le more e le brune

Corsa delle ranocchie e giochi vari

Ed altre corse se sono opportune

Gara bevuta alle diciotto e trenta

Con la cannuccia per chi si contenta.

 

Quindi alle venti la buona bruschetta

E salsicce innaffiate dal vino

E credo questo dir mi si permetta

E tutto senza spendere un quattrino.

Per chi vuole l’aceto senza inganni

Abbiamo lo stravecchio di quattr’anni.


 

Per la 35° sagra del Tortello di quest’anno a Poggioferro mi è capitato un opuscolo fra le mani dove sono pubblicate ottave di un certo Marino Bruni (che non conosco) ma che certamente sa scrivere in ottava rima e la usa con gusto.

 

Capacità espressive e regole dell’ottava rima – gerarchie fra poeti

 

E salto ad un grande dell’estemporanea, Vasco Cai di Bientina che parla dell’ottava rima rimarcando il patrimonio genetico delle regole

Del verso fa capir l’impostazione

se scorre armonizzato, l’eleganza

della forma; se cerca creazione

o se scorretto zoppicando avanza

Abbia pure la sua trasformazione

come la vuole la moderna usanza

ma se si definisce ottava rima

ha sempre la sua forma come prima.

 

Il poeta estemporaneo deve tener sempre presenti questi riferimenti formali e l’abilità sta proprio nel riuscire a risolvere l’ottava senza ripensamenti dando luogo ad endecasillabi pressoché perfetti senza troppi zoppicamenti.

… quello che il Cai trasmetteva in rima

era pronto per essere stampato!

con lui vicino si viveva il clima

che stimolava il canto improvvisato…

Ancora qualche verso di Nello Landi che ci parla di Cai ma soprattutto con i suoi versi ci dice che l’improvvisazione poetica è stata stimolata da alcuni maestri che hanno saputo dare dignità e forza comunicativa all’ottava rima per il loro rigore metrico (era pronto per essere stampato)   e per il clima culturale alto fatto di richiami e di esempi: “dai suoi consigli e metodi imparai/ come agire in poetiche occasioni/ e se qualcosa a fare son riuscito/ perché l’insegnamento ebbi acquisito.” (Landi)

 

Cantar di poesia significa improvvisare tenendo conto del distico di  chiusura da cui deriva l’obbligo di riprendere il verso. Questo uso fa capire che chi canta improvvisa davvero.

La bravura sta nella capacità argomentativa oltre che nell’esecuzione formale dell’ottava con i suoi otto endecasillabi a rima alterna e la chiusa a rima baciata.

Misurarsi con la poesia improvvisata vuol dire andare incontro ad una selezione naturale perché l’abilità da sola non basta, ci vuole inventiva, conoscenza degli argomenti e quel “qualcosa di mamma” che fa la differenza…

C’è differenza fra la poesia in bernesco e la scrittura… Se uno non legge e non s’aggiorna non pòle argomenta’ la poesia” (Tullio Barontini)

Proprio uno come Quinto Paroli che era capace di cantare per molte ore e di legare i suoi versi sempre a quelli di chi lo precedeva, affermava con grande umiltà: “io di poesia unnò mai cantato” intendendo di non saper affrontare il contrasto poetico.

 

Ecco dunque fra i poeti una suddivisione: quelli che sanno reggere il contrasto e i tanti che sanno cantare o scrivere qualche ottava ma non vanno oltre qualche verso cerimoniale o di occasione.

È il caso dei poeti del Maggio. Enrico Rustici nella sua intervista ha chiarito una cosa importante sui poeti del maggio: le gerarchie.

Il poeta- poeta che chiede il permesso e ringrazia per l’ospitalità e questo assolve ad una funzione creativa perché deve cantare i suoi versi tenendo conto della famiglia visitata;

l’Alberaio che porta l’albero del maggio e fa la sua ottava che può essere semplicemente memorizzata e cantata (fra l’altro il poeta novello, dice Enrico, all’interno di una squadra di maggerini di solito ricopre il ruolo dell’alberaio).

C’è poi il Corbellaio che chiede doni e ringrazia dell’offerta. Questo deve essere un poeta un po’ sfacciato, uno che sa muoversi con disinvoltura nel fare la questua. Anche il Corbellaio però può avere testi preparati.  

Non tutte le squadre del maggio hanno questa impostazione (questa particolarità e propria di quelle zone dove c’è una maggior presenza di poeti – il massetano ad esempio).

 

Cantare e scrivere le ottave

 

Dove comincia e dove finisce la poesia? intitolava anni fa Morbello Vergari[3] una suo articolo: “per far poesia non basta scrivere in bella metrica con versi perfetti di sillabe, di accenti, di rime. Se la poesia significa bellezza di linguaggio, bellezza di espressione si può fare veramente poesia senza la rigidità e la costruzione degli schemi metrici e delle rime…”

E pensare che Morbello inizia proprio con l’ottava rima ma nei suoi libri di questa esperienza non abbiamo traccia se non nella sestina della prima edizione di “Versacci e discorsucci”.

I suoi versi sono versi liberi, non vincolati dalle rime, anche se spesso fa uso di endecasillabi. Morbello considerava l’ottava rima troppo vincolante, preferiva scrivere in maniera diretta (senza la rigidità e la costruzione degli schemi metrici e delle rime) appunto. 

Un altro poeta di area fiorentina – Florio Londi – che fu improvvisatore fra i più noti spesso presente nelle serate di poesia con Romanelli e Landi e lo stesso Cai. Eppure fra le sue raccolte poetiche (L’età che non ebbi l’età che non amai e Canto brado) troviamo essenzialmente liriche in versi liberi e fortemente legati alla modernità.

Dunque la poesia scritta è un’altra cosa.

 

 

Fra i poeti estemporanei ci sono quelli che mantengono un percorso parallelo di scrittura dei propri versi anche se mettono nella scrittura la loro esperienza di improvvisatori componendo ottave, sonetti in quartine e terzine. Ci sono poi  quelli che  assolutamente rifiutano la scrittura.

Uno era Eusepio Lelli che oltretutto non ammetteva che si registrassero i suoi versi improvvisati perché affermava che la poesia va ascoltata così come si crea al momento.

Un altro è Luigi Staccioli di Riparbella (PI) che già nel primo incontro di Ribolla a Paola Pannozzo che chiedeva di inviare qualche ottava di presentazione dichiarò che per  lui la poesia era solo improvvisata.

Su questo personaggio ricordo un episodio piacevole successo nel ’96 quando venni invitato in Svizzera per presentare 5 poeti toscani. Una sera a Bellinzona Staccioli e Logli Altamante avevano il tema la suora e la prostituta. Dopo 15/20 minuti mi sembrava che fosse arrivato il momento di chiudere e glielo feci intendere. Così cominciarono quei versi a righi alterni continuando però a punzecchiarsi. Ci furono diverse ottave cantate in questo modo mentre cresceva l’attenzione del pubblico sottolineata con applausi ripetuti. A un certo punto Altamante riprese con una ottava intera e naturalmente Staccioli stette al gioco continuando il contrasto. Dettero prova di grande abilità e d’ingegno. Il poeta estemporaneo è anche questo: un intrattenitore.

 

Ribolla terza edizione dell’incontro di poesia estemporanea.

A Carlo Bechelli e Benito Mastacchini viene dato il contrasto POESIA SCRITTA e BERNESCO

Bechelli Poesia scritta

… Ma nel mondo lo sai per pote’ vive’

e ci vole una scienza preparata

io mi segno e devo dirmi “abbasso”

ma di fronte all’Ariosto e in fronte al Tasso

Mastacchini Bernesco:

Sugli storici ‘un fare troppo chiasso

ma forse in mente non ti viene Omero

 senza la penna, senza ave’ ‘l compasso

dettava tutto con il suo pensiero

queste son cose le metto all’incasso

io della storia ti dissi so’ a zero

e so adoprarla la mia mano

per fare il vino e seminare il grano.

 

Anche se sappiamo che diversi poeti mantengono un filo con la produzione scritta, l’ottava rima  pubblicata non è tantissima. Per quel che so con Vittoria Guglielmi nel 1990/91 curai per l’Arci un libretto di Tribuno ToniniPorgete orecchio egregi miei ascoltanti”. Quello è stato il mio primo lavoro su un poeta estemporaneo.

Erano ottave ritrovate dal figlio annotate su fogli e quaderni.

Sempre in quella collana dell’Arci uscì un libro di Ramiro Temperini di Monticello Amiata “Questo è ‘l paese dove nacqui io” (però questo personaggio, che conobbi in occasione della presentazione del libro, non era un poeta estemporaneo bensì uno che usava scrivere i suoi versi in rima usando soprattutto l’ottava rima)

Per dire dei poeti di Maremma e di qualche libro:

1951 – di Severino Cagneschi poeta e cantastorie esce “Raccolta di poesie di un poeta maremmano”

1956 – Ireneo Pimpinelli  “Poesie popolari”

1965 – Angelo Pii di Arcidosso “Poesie sulla vita di David Lazzaretti” pubblicate postume dai Giurisdavidici (aveva dato alle stampe nel 1885 “Poesie diverse”)

1982 – Alfredo Monari di Murci “Poesie” pubblicate postume.

1987 – Benito Mastacchini “Cantare in compagnia” – “Realtà e malinconia” (1992)

1994- Quinto Paroli poeta del Maggio

1995 “Francesco Benelli “Quando le rime nascono dal cuore”

1997 L’ARTE DEL DIRE

2004 Lio Banchi “La smania di cantare” Postumo

 

La poesia non è solo andare a capo in un altro modo, diviene l’occasione per far emergere l’intimità; è il formarsi di un’idea che si lega ai rapporti umani e ai sentimenti più profondi.

Ma cosa pensa Enrico della poesia in ottava rima?

La poesia estemporanea secondo me è una tecnica… logicamente ci vuole una certa predisposizione però più a livello mentale…”  Ecco dunque un primo distinguo di Rustici che pur essendo legato alla tradizione contadina, l’ottava rima non ce l’ha nel sangue.

Io l’ottava rima non la conoscevo nel dettaglio; anche se l’avevo sentita… non mi aveva mai attirato più di tanto. È vero che sono entrato in contatto con l’ottava rima abbastanza presto, a tredici anni con il “Maggio”, però prima, forse per l’età, nemmeno l’ascoltavo, anzi mi sembrava una cosa piuttosto noiosa.”

Questa testimonianza restituisce pienamente il percorso formativo di Enrico, la sua storia di poeta del Maggio e infine di poeta improvvisatore. 

 

Il mondo tradizionale è stato un mondo altamente selettivo.

Ha tramandato solo quelle cose funzionali alla propria cultura: i canti popolari, le novelle… e naturalmente la poesia a braccio. Ma proprio questa forma comunicativa che aveva retto per secoli ai tanti cambiamenti del mondo agricolo, con il mutare delle forme di lavoro, con la drastica riduzione dell’occupazione agricola, subisce uno smarrimento.

Ci sarà futuro per l’ottava rima? Enrico risponde di sì pero aggiunge:

è difficile mantenere l’ottava rima legata al contesto particolare del mondo contadino… anche se in Maremma è un fenomeno a parte. Perché si associa ancora molto ai cicli dell’anno… ci sono legami con i temi della campagna che per me, giovane d’oggi, perdono di contenuto. Io non guardo la terra che mi dà il pane… è sì qualcosa di bello, ci sono cresciuto e ci sono attaccato, però non c’è l’elemento della vita che mi unisce. Questo penso sia il segno dei tempi che cambiano. L’importante è che si mantenga la forma dell’ottava che è uno strumento che si inserisce nel contesto dell’improvvisazione…”

In questa pubblicazione troviamo testi poetici, con registri diversi di scrittura. Ma il racconto di Enrico ci fa entrare nel suo mondo consegnandoci qualche chiave di lettura.

Oggi anche grazie al suo contributo si comincia a riparlare di contaminazione e di purezza.

Di poesia estemporanea e di altre forme comunicative.

Insisto su un’idea: la poesia estemporanea è ancora debole però si è dimostrato che mantiene grandi potenzialità una particolare attrattiva anche nei confronti di qualche giovane.

Si tratta di alimentare qualche aspettativa e le occasioni di attrazione creando un circuito regionale che come nel caso di questa iniziativa abbia una qualche risorsa finanziaria.

Ribolla va avanti per l’impegno personale di Domenico, qui a Braccagni  per l’attività e l’interesse del Gruppo Galli Silvestro. A Suvereto c’è una mezza parola del Sindaco così come a Gavorrano… A Pomonte si realizza da qualche anno un incontro di improvvisatori di varie provenienze

A  Cetica si è messo in piedi un incontro estivo…

La Regione Toscana aveva promesso qualche anno fa finanziamenti ad personam per giovani poeti… Non mi era sembrata la proposta migliore… c’è da rimarcare però con amarezza  che non ha avuto un seguito

È il caso di vedere dove ci porta il futuro.

 

Corrado Barontini

 

 

  

 

 

 

 

Forme tradizionali e nuovi linguaggi dell’improvvisazione in versi

Una scaletta ragionata

di Antonello Ricci

 

Si rivela, questo di oggi, un piccolo-ambizioso convegno

 

Pensavo di dedicare il mio intervento al solo (denso, stimolante) libro di Enrico; ma vale la pena alzare il tiro e ricomprenderlo, il libro, in una più ampia riflessione sui concetti di poesia (ma preferirei: forme della creatività), improvvisazione e comunità

 

Quest’intervento si dividerà quindi in due parti (certo fortemente interconnesse): (I) riflessioni storiche e teoriche sul concetto di improvvisazione; (II) riflessioni sulle forme creative (improvvisazione compresa) della tribù generazionale

 

Premessa: parto da una lunga esperienza personale, di rispetto e condivisione, sia coi poeti a braccio (di ascolto attento e partecipe dei loro racconti di vita, delle loro ‘teorie’ estetiche e, ovviamente, delle loro performance) sia coi poeti ‘giovani’ – trovo i loro autoritratti estremamente ricchi di intelligenza e suggestioni ma non intendo accontentarmene, nella convinzione che le esperienze di ricerca e approfondimento possano giovare alla crescita di noi tutti, poeti compresi

 

 

I

 

Partiamo da una prospettiva storica: per lungo tempo l’improvvisazione – nel suo stretto legame con la particolarissima storia della nostra lingua nazionale (lingua letteraria e, in quanto tale, ‘morta’, sarà bene ricordarlo) – Dionisotti a proposito della voga estemporanea settecentesca:

 

Il fenomeno fu reso possibile da una lingua, com’era la lingua poetica italiana, che per la sua astrattezza e fissità facilmente si prestava a un impiego meccanico e insieme sorprendente…

 

L’improvvisazione, dicevo, è stata a lungo considerata addirittura come stigma d’Italianità (stereotipo europeo)

 

Se pensiamo al ’700 (barocco e arcadico poi neoclassicista, ma tenendo d’occhio i successivi innesti di estetica romantica), vediamo che il concetto di improvvisazione si richiama agli stereotipi di ispirazione/entusiasmo/possessione

 

E si veda lo stress da performance cui molti improvvisatori colti fanno riferimento nei loro versi e testimonianze autobiografiche: si tratta d’una vera e propria sintomatologia patologica – penso a Luigi Cicconi, erede dell’aretino Sgricci (che fa anamnesi d’un certo saturnismo connotativo della psicologia dell’improvvisatore):

 

Una smania interna ch’io non spiegava, una tormentosa impazienza di cangiar soggiorno, un desiderio acuto di far tregua ai miei improvvisi che da qualche tempo mi turbavan la salute agitandomi i nervi, e rendendomi stizzoso e biliare…

 

Ma anche al Metastasio:

 

Dannoso, perché la mia debole fin d’allora e incerta salute se ne risentiva visibilmente. Era osservazione costante, che, agitato in quella operazione dal violento concorso degli spiriti, mi si riscaldava il capo, e mi s’infiammava il volto a segno maraviglioso, e che nel tempo medesimo e le mani e le altre estremità del corpo rimanevan di ghiaccio…

 

A segno maraviglioso… Qui in particolare interessa il sentimento fortemente ambivalente (vogliamo spingerci fino ad ambiguo?) testimoniato dai giudizi degli intellettuali italiani (e non) sul fenomeno dell’improvvisazione: fascino vs diffidenza (fino alla repulsione e alla condanna vere e proprie) – Si pensi al celebre sonetto dedicato da Alfieri ad Amarilli Etrusca. Poi

 

Metastasio: quell’inutile e maraviglioso mestiere

 

Giordani: ludus impudentiae – un romor vano di chi nulla dice

 

Carducci: dio scampi chiunque abbia buono stomaco (anche se in questo caso pare proprio che Carducci ce l’abbia, più che altro, col Tommaseo – ma questo sarebbe tutt’altro discorso)

 

Ancora Carducci, sul Gianni:

 

Specie di mulo nato dall’incrociamento della giumenta Arcadia con l’onagro Ossianismo nella frega dell’enfasi rivoluzionaria…

 

Qualche elemento di riflessione e approfondimento in questa direzione:

 

* la ricorrente messa in dubbio della genuinità del comporre ex abrupto (vero e proprio topos: Si pensi agli alibi di Giuseppe Rosi da Visso e ai pugni di Giandomenico Pèri da Arcidosso)

 

Quando questa domanda la fanno a me (‘ma improvvisano veramente… oppure…’) sorrido, ma non è così facile rispondere/convincere

 

Mi piace a questo proposito sottoporre alla vostra attenzione una definizione di improvvisazione ripresa da Il libro del jazz di Joachim Berendt (altro ambito, certo, altre questioni). Al primo punto della sua definizione il critico tedesco annota:

 

L’improvvisazione equivale a ciò che è stato elaborato attraverso l’improvvisazione…

 

Non sembri un bisticcio di parole. Poco sopra Berendt aveva scritto:

 

Evidentemente fa parte dell’improvvisazione ciò che è stato ‘elaborato in più improvvisazioni’ e che poi, dopo essere stato elaborato in una forma che si è rivelata buona, viene ripetuto…

 

Non un’opera finita, portata a compimento/perfezione, insomma, ma una sorta di laboratorio artigiano permanente

 

Poi

 

* la diffidenza degli improvvisatori a lasciarsi trascrivere-stenografare in ‘presa diretta’ (si pensi al Perfetti ma anche all’ironia deittica della Bugelli nei confronti del Tigri: si veda più sotto il ‘blasone’ della Velocità)

 

* d’altro canto, anche negli estemporanei più legati

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