Gente di Montepescali

Bavona che scruta il piano

Bavona che scruta il piano

CRONACA (QUASI) FEDELE DI UNA MATTINA AI LAVATOI

di Bruno Ciarpaglini

Fra i vari compiti attinenti il suo lavoro di dipendente comunale, Ottavio, lo spazzino, annoverava anche quello, che era stato specifico di Cencio fino al momento in cui aveva lasciato il servizio per andarsene in pensione,e cioè cambiare l’acqua alle pile dei lavatoi pubblici, almeno due volte la settimana.

Ciò avveniva, se la memoria non tradisce, nei giorni di martedì e sabato.

In quel periodo noi italiani eravamo gente poverissima e la lavatrice (come pure gli altri elettrodomestici) era ancora nella mente di chi la doveva inventare alcuni decenni più tardi per cui, specialmente ad inizio settimana, con il cambio dei panni di tutta la famiglia, le donne piombavano prestissimo al lavatoio più numerose degli altri giorni. Quelle che, poveracce, avevano un carico familiare particolarmente numeroso come Zelinda, Rosina, Leonetta, Emma, Gina, arrivavano per prime ed erano le ultime a ripartire, lasciando il posto alle altre che erano arrivate dopo e stavano aspettando il loro turno.

E’ vero che per raggruppare più donne, occasioni non mancavano: la raccolta delle olive, la mietitura e spigolatura del grano, la macchia nel periodo invernale per rimediare la legna; purtuttavia i lavatoi erano il luogo più congeniale per scambiarsi opinioni, impressioni e, diciamolo pure, piccole malignità che qualche volta degeneravano anche in liti, tirate di capelli e graffi.

“Guarda queste mutande”, dicevano Rosina, Gina e altre donne i cui figli stavano passando dal periodo della fanciullezza all’adolescenza, “sembrano carte geografiche.”

C’erano anche le femmine che avevano i loro problemi: non stavano attente bene ai loro “corsi” e sembrava che fossero state alla macelleria di Elena.

Altre criticavano il comportamento di quelle ragazze che andavano troppo “scollacciate” per farsi vedere il seno, “queste civette”, con le gonne troppo corte che facevano intravedere il colore delle mutandine.

Emma ce l’aveva perennemente con gli sportivi che commentando nella piazzetta della vasca, fino alle ore piccole, gli avvenimenti ciclistici e il campionato di calcio, e con i cacciatori sempre a sbraitare di cinghiali, lepri e fagiani, non facevano dormire la “covata” dei suoi figlioli. “Se non la fanno finita, qualche volta gli tiro un secchio d’acqua addosso, o meglio ancora, un vaso da notte pieno di piscio.”

Amedea, che, come tutta la gente della sua generazione, non aveva certo studiato a Oxford e non aveva frequentato un collegio di Orsoline, si esprimeva con il linguaggio grasso e colorito delle nostre parti, chiamando il culo con il suo nome, segaioli i ragazzotti dodici-tredicenni e figli di troie quelli più piccini.

Nel periodo in cui gli zoccoli di legno avevano preso il posto delle scarpe di cuoio, facendo inciampare e provocando scivoloni e storte, Amedea imprecava esclamando: “accidenti a lui.” Lui era chiaramente Mussolini, il capo del governo. Essendosi però verificato  il precedente di Lucia che, incorsa in analogo “reato” avendo detto esplicitamente “accidenti al duce”, con l’aggiunta di un epiteto per la madre, era stata convocata alla casa del fascio ed “ammonita” a non ripetere tale invettiva, per evitare di incorrere in spiacevoli conseguenze, così Amedea aveva dovuto ripiegare nell’”accidenti” a lui.” Se qualcuno gli avesse domandato chi era “lui”, avrebbe sicuramente risposto che era quel farabutto di calzolaio che gli aveva venduto gli zoccoli.

Dal soprastante baluardo, i ragazzi che stavano giocando e che qualche volta si divertivano a tirare sassate sulle tegole del tetto, ricevendo in cambio apprezzamenti sulla dote delle rispettive mamme, ascoltavano divertiti i loro discorsi. Spesso e volentieri, il tema dominante era la sbornia che i mariti avevano rimediato il sabato o la domenica, o magari in entrambi i giorni.

E così Marina, Caterina, Vittoria, Ida, Amedea, Genoveffa, Amabile, magnificavano quelle di Socrate detto Boghe, Valente, Gigi, Savino, Nanni, del Riccio e del Meo, per concludere con quelle prese dal Gallo, da Baldino, Asintone, Schizzo, Mente e così via.

Ricordarsi di tutti gli aggettivi adoperati in tali circostanze, è impresa ardua e quasi impossibile anche per chi è dotato di una buona memoria.

C’era chi adoperava il termine “il mì marito l’ha presa a comunione,” ovviamente non intendendo nella maniera più assoluta oltraggiare il Sacramento. Probabilmente tale detto derivava dal fatto che in occasione della tavolata che seguiva la somministrazione della prima comunione, la libagione era superiore a quella del pranzo di nozze, dell’onomastico, del genetliaco e di altre festose ricorrenze.

Generalmente, le definizioni declamate per sottolineare lo stato di ebbrezza erano: la ciucca, la tropea, la scimmia, la crognola, la cutigna, la sbronza, la torpedine, la micca; oltre beninteso, a quella classica della sbornia.

Nel contesto delle discussioni, qualche accidente, sia pure in maniera bonaria, e del resto mai arrivato a destinazione, veniva indirizzato ai gestori delle botteghe “che continuavano a dare da bere anche quando, a strizzarli, il vino lo avrebbero rimesso dal naso, dagli occhi e dagli orecchi. Ed anche perché, a una cert’ora, avrebbero dovuto chiudere bottega e buttarli per strada.”

Scanferla, che non eccedeva mai nel bere e poteva quindi giudicare con una certa imparzialità, con la sua ristretta inflessione veneta rimasta tale e quale malgrado il tempo trascorso in Maremma, commentava invece: “l’ha ciapà una gaina de mati.”

Bisogna ammettere che il linguaggio colorito non difettava.

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  1. admin ha detto:

    A MILANO CON LA DINDA

    A Fiammetta, con affetto e simpatia

    Simpatica e spontanea, malgrado i modi che potevano sembrare bruschi se non addirittura sgraziati, la Dinda (mai un montepescalese che la chiamasse con il suo vero nome, Zelinda) come tutte le persone vissute nella sua epoca quando la scuola, e quindi l’istruzione era un privilegio di una piccola minoranza, vide avanzare il progresso e la civiltà di fine ottocento e dell’inizio del nuovo secolo con gli occhi sbarrati dalla meraviglia e con incredulo scetticismo.
    Non c’è da sorprendersi, quindi, se nel 1922, in occasione di un viaggio a Milano con Ezio in visita a dei parenti, e dove grazie alla scoperta di Edison c’era già l’illuminazione elettrica mentre a Montepescali si usavano ancora le candele, la lampada a petrolio e l’acetilene, vedendo sul comodino della camera allestita per loro una abat-jour a forma di candela, e credendola quindi tale, la Dinda, andando a letto, tentasse invano di spengerla soffiando a ripetizione su di essa. Non riuscendovi, ci provò Ezio, che nei polmoni aveva certamente più forza della moglie, ma anch’egli dovette arrendersi dicendo: “a me ‘sta candela sdringola, si move, tentenna, ma ‘un si spegne.”
    Ovviamente dovettero rassegnarsi a dormire con la luce accesa, fino a che, il giorno dopo, i nipoti insegnarono loro il funzionamento: “guarda ganzo!” dissero entrambi, divertendosi a premere la peretta accendendo e spengendo più volte.
    L’altra storiella famosa era quella che si riferiva alla vicenda dello specchio.
    Ezio, a Montepescali, possedeva un piccolo specchietto che adoperava per insaponarsi e radersi la barba e che poi naturalmente serviva per tutti gli altri usi. Entrando nella camera della locanda di Roccastrada dove egli e sua moglie soggiornarono durante il periodo in cui Ezio faceva le cure alle terme di Petriolo, non avevano notato che sull’armadio vi erano specchi per tutta l’altezza del mobile per cui, posandovi casualmente gli occhi mentre si svestivano, la Dinda, sorpresa, disse: “Ezio, guarda quei due, fanno tutto come noi, e ‘un se ne vanno, ‘sti curiosi.”
    Ed è piacevole, a tanti anni di distanza, ricordarla nella vita quotidiana al pozzo Cagnoni, con l’immancabile fazzoletto annodato sulla testa e il grembiule sopra la gonna, con la rocca infilata in una scrostatura del muro e con il fuso che girava su se stesso gonfiandosi di lana filata, a dare la “quadra” (così era definita a Montepescali l’abitudine di rivolgere maliziose insinuazioni sul conto degli altri) per criticare quella che aveva il vestito troppo corto “per fassi vedé le gambe, ‘sta civetta”, quell’altra “che si era data un chilo di rossetto”, la tal’altra che aveva la blusetta troppo scollata “guarda che pocce in fori, almeno l’avesse belle, l’ha tutte ciondoloni che gli arrivano ai ginocchi”, o quell’altro che aveva la camicia fuori dei pantaloni “almeno se la sporcasse quando va al cesso, si vedrebbe uno spettacolo!”
    Viene da chiedersi cosa avrebbe detto oggi, a vedere i ragazzi con gli orecchini, le campanelline alle labbra e al naso, i capelli color arcobaleno, ecc.
    Mancante di istruzione non per sua colpa, come detto all’inizio, ma non di arguzia, la Dinda si divertiva a prendere in giro perfino mentre coglieva le olive nel Querceto; ad una ragazza della sua squadra, che la sera prima era stata vista ballare con un forestiero che, a dire della gente, era leggermente strabico ed anche un po’ claudicante, cantava ironicamente:
    “lo mì amore bellino che gli è
    guercio da un occhio e zoppo da un pié.”
    Con tali precedenti, nell’aprile del 1949 (e qui diventa obbligatorio, anche se può apparire poco simpatico, parlare in prima persona), avendo saputo che sarei andato a Milano in occasione della Fiera Campionaria, approfittando dello sconto del 30% sul costo del biglietto che le Ferrovie dello Stato praticavano per invogliare la gente a visitare la grande rassegna della metropoli lombarda, si concordò di fare il viaggio insieme alla Dinda e a sua nipote Sirle, allora bambina, in quanto anche esse volevano approfittare della circostanza per tornare a visitare quei parenti del famoso viaggio del 1922, e all’andata fu con noi anche Urbano che, in servizio militare di leva, rientrava nella caserma dei Bersaglieri di Corso Italia, dopo avere passato in famiglia,a Montepescali, un breve periodo di licenza.
    Le otto ore che il treno allora impiegava per percorrere la distanza fra Grosseto e Milano con sosta a Genova, passarono in un lampo e furono un autentico spasso: la Dinda ad un certo punto tirò fuori dalla valigia il gomitolo della lana e i ferri e si mise a fare la calza, canticchiando:
    “trallerallera, trallerallera,
    chi l’ha bionda e chi l’ha nera;
    trallerallera, trallerallà,
    chi ce l’ha la deve dà”.
    ovviamente attirando la divertita attenzione degli altri viaggiatori, così come quando il treno imboccava una delle tante gallerie che si trovano sul percorso, esclamava: “risiamo nel buco nero.”
    Arrivando a Milano, il primo impatto fu la discesa con la scala mobile dall’atrio alla piazza sottostante: proprio non ne volle sapere di salire su “quell’attrezzo” dove la gente saliva e scendeva senza muovere un passo, costringendoci a discendere dalla normale scala.
    Preso posto nel tram che incominciò a sferragliare lungo la linea, il manovratore azionò il freno ad aria compressa che emetteva un suono somigliante ad un sibilo. La Dinda si alzò di scatto e disse: ‘stà a vedé che c’è un serpe nascosto.”
    Il giorno della visita ai padiglioni della Fiera è da incorniciare: quell’anno, fra le novità, nel reparto dell’agricoltura, furono mostrate le prime mungitrici elettriche e, in apposito spazio, venivano effettuate prove dimostrative della rivoluzionaria invenzione su una piccola mandria di pregiate mucche brianzole da latte alle quali venivano attaccate. La Dinda, come al solito ad alta voce, disse: “pore bestie, ma con quei cosi gli fanno male alle pocce.” “No, signora, – rispose il mungitore – non appena hanno tolto il latte alla mucca, si staccano automaticamente.” “A voi ominacci, -rispose la Dinda all’esterrefatto commesso – bisognerebbe attaccavvelo dove dico io.”
    Al ritorno a Montepescali, prima di separarci, mi disse: “ora mica andrai a raccontà ‘ste fregnacce alla gente e a modo tuo, ciabaglione come sei” Alla mia risposta che non vedevo l’ora di raccontare le avventure milanesi e che le avrei abbellite, esclamò: “accidentacchitel’ha legato”, mandando così un gentile pensiero alla sora Emma, la levatrice che prima di andarsene a Livorno a godersi la meritata pensione, l’ha legato a centinaia di montepescalesi.
    A questo punto il racconto della gita a Milano è concluso. E’ però necessaria un’appendice.
    Nel gennaio 1957, in occasione della mia partecipazione alla trasmissione televisiva “Lascia o raddoppia?”, la Dinda fu portata avanti ad uno dei tre televisori di cui allora disponeva il paese. Quando essa si rese conto che davanti a lei c’era la mia immagine, si alzò e disse: “che è lui, è lui! Ma come ha fatto, ‘sto nato male, a entrà dentro a quel coso!”
    Cara, simpatica Dinda.

  2. admin ha detto:

    ARGENTINA, MATERASSAIA E INFERMIERA
    I mestieri delle vecchie donne di Montepescali, impeccabili ed inimitabili, saranno oggetto, di una descrizione approfondita e particolareggiata con l’avvertenza che, a causa del tempo trascorso e non essendovi nessun archivio al riguardo, ciò comporterà inevitabilmente la dimenticanza di qualcuno.
    Per introdurre l’argomento, è sufficiente e significativo ricordare come durante l’ultima guerra la scarsità di materie prime fece aguzzare l’ingegno delle donne che dovevano far fronte alle tante necessità di tutti i giorni.
    Chi aveva una famiglia numerosa da sfamare, e magari con il marito richiamato alle armi, doveva rifornirsi di legumi, di patate, di verdure, soprattutto cavolo e rape, di grano turco ecc. La polenta divenne l’alimento principale delle nostre mense, anche quella fatta con la farina di castagne, sia in inverno che in estate, e le pignatte di coccio piene di fagioli, ceci e lenticchie bollivano in continuazione nei focolari con il classico brontolio, sostituendosi alla carne, che non era alla portata delle tasche di tanta gente. Era una fortuna poter trovare il baccalà una volta la settimana, che veniva servito nei piatti in minuscoli pezzetti con grande quantità di intingolo in cui zuppare il pane ed avere così l’illusione di averne mangiato molto.
    Il sapone per lavare era divenuto introvabile perché le grandi case produttrici come la “Mira Lanza” e il “Sole” rifornivano prevalentemente, se non esclusivamente, l’esercito. Ebbene, dalle nostre donne venne brevettato un sapone autarchico che veniva realizzato facendo bollire in grossi recipienti il sego ricavato dalla pulitura delle budella delle bestie vaccine che venivano macellate il venerdì ai mattatoi del Fiorilli e dello Zanchi, mescolando e diluendolo con la soda caustica. Quando il grasso mancava, esso veniva sostituito con l’olio di scarto dei frantoi, quella poltiglia che si chiamava morca. Ovvio che in questo caso il colore del sapone era nero come la pece.
    In questo contesto di mestieri, una citazione particolare spetta di diritto a Argentina Canapini in Belardi, dipendente per quasi tutta la vita della famiglia Bavona, infermiera personale del sor Giovanni, il capostipite, originario degli Abruzzi il quale, dopo il crollo di una parte della Chiesa di San Niccolò al campanone, contribuì finanziariamente negli anni 1940-42 al restauro dell’altra chiesa, quella sita all’ingresso del paese, davanti alle scuole elementari, dedicata ai santi Stefano e Lorenzo.
    Su proposta dell’allora vescovo di Grosseto Paolo Galeazzi, riconoscente per il contributo economico elargito personalmente e per essersi anche proposto collettore presso gli altri potentati della zona, il sor Giovanni fu insignito dal pontefice Pio XII’ della dignità di commendatore dell’Ordine di san Silvestro papa, che gli fu conferito in occasione della cerimonia della consacrazione della Chiesa. Ma in questo servizio il tema da trattare è un altro. Qui si vuol ricordare Argentina, la quale dedicava parte della sua giornata alle necessità del suo datore di lavoro, e lo seguiva nella carrozza padronale quando, finito di guardare con un potente cannocchiale dal baluardo le cose che lo interessavano, andava in campagna a Casetta, alla Torraccia o al Montarone.
    Le poche ore di libertà che le rimanevano non sempre poteva dedicare alla famiglia o al riposo perché, per arrotondare il magro guadagno, esercitava un mestiere scomparso una trentina di anni orsono con l’avvento del permaflex.
    Faceva la materassaia, sprimacciando con agilità e velocità straordinarie la lana e il vegetale dopo la loro esposizione al sole; adoperava con abilità i lunghi aghi e ricuciva poi il tutto negli appositi “gusci” di stoffa, ricavandone morbidi materassi e cuscini.
    E non era ancora finita: la sera, dopo l’imbrunire, fra il compenso di pochi centesimi, ed in qualche caso gratis, in qualsiasi stagione, con il freddo, con il caldo o con la pioggia si poteva intravedere la snella figura di Argentina nelle semibuie vie del paese, da Porta Nova al campanone, da Grancia alla buca, con in mano il pentolino dell’acqua per farvi bollire la siringa, diretta a fare le iniezioni alle persone che, dietro prescrizione medica, ne avevamo bisogno.
    Argentina ha quindi visto, strofinato e bucato il culo di tutta Montepescali. Ed in questo vasto campionario sono naturalmente comprese le mele secche e tutt’ossi di Nanni, al campanone, di Gelsia, Lampidio, Beco e Leonzio, e quelle smisuratamente grasse e lardellose di Ovi, al pozzo Cagnoni, di Olga, Valterina, Selene e Mariona.
    Una vecchia compaesana, Argentina, che si ricorda volentieri per la simpatia che emanava e per l’innato altruismo.

  3. admin ha detto:

    AVVISO SACRO

    Sul retro di questo “Avviso” c’è riportato il seguente appunto:
    Ore 6,1/2 Sacri Vespri
    Credo opportuno far notare che il Parroco ha diritto di stabilire l’orario delle funzioni e le M.M.R.R. Suore hanno l’obbligo di obbedire. Fa non poca meraviglia l’ostinata insubordinazione delle Suore dell’Asilo, le quali, non solo si permettono di venire ai Vespri dopo il “Magnificat” e alla Messa dopo il Vangelo e più tardi, ma hanno anche il coraggio di dare “tali risposte” ai ragazzi che hanno la gentilezza di andare ad avvisarle; non mi sarei mai aspettato tanto. Forse è vero ancora una volta che l’ozio è padre dei vizi.

    Nel periodo in cui la parrocchia di Montepescali fu affidata al sacerdote don Giuseppe Cigna, si istaurò con le suore dell’asilo, una conflittualità quotidiana, fatta di incomprensione, reciproci dispettucci cui, diverse volte, dovette mediare il Vescovo di Grosseto, Paolo Galeazzi.
    Il rimprovero principale era quello di non pulire sufficientemente gli arredi ed i paramenti della Chiesa, accusandole, in pratica, di avere poca voglia di lavorare, e soprattutto di non giungere puntualmente alle funzioni religiose, tanto che quando esse varcavano la soglia della chiesa, a messa o a vespro già iniziati, il sacrestano di turno lo avvisava tirandogli un lembo dell’abito talare. Prima del Concilio Vaticano II’, infatti, i sacerdoti officiavano con il volto verso l’altare, e quindi il cenno convenzionale della tiratina della tonaca dava modo a don Giuseppe, senza voltarsi, di essere certo della presenza delle Suore e dire ironicamente ad alta voce: “ecco il treno di Siena” il cui ritardo, come si sa, era proverbiale.
    Siamo casualmente venuti in possesso di un documento che possiamo definire importantissimo e che riproduciamo, facendo notare che l’indicazione degli orari delle cerimonie religiose per la festa di S. Giuseppe (che era anche l’onomastico del parroco) erano di iniziativa delle suore.
    E’ l’ora indicata per i vespri solenni, predica e benedizione (4 del pomeriggio) che non andava giù a don Giuseppe che, con calligrafia decisa e nervosa, nel suo studiolo della canonica di via Corsi Salviati, scrisse la nota riprodotta conferma in pieno i motivi di cui abbiamo già fatto menzione.

  4. admin ha detto:

    BETTO, IL MAESTRO DI MUSICA

    Il periodo di maggior efficienza e splendore del Corpo Bandistico “G. Verdi” di Montepescali è stato, senza tema di smentita, quello caratterizzato dalla direzione, competente ed appassionata, di Benedetto Marcacci, il cui nome veniva da tutti indistintamente abbreviato nel più familiare “Betto.”
    Egli era non solo il maestro concertatore e direttore della banda, ma anche e soprattutto l’instancabile animatore che preparava gli allievi dall’a.b.c. della musica, cioè dal solfeggio fino al loro “debutto” nei concerti che la banda teneva periodicamente a Montepescali o nei paesi limitrofi in occasione di ricorrenze, festività, fiere, sagre, ecc. Assistere alle prove della banda era un autentico divertimento e la gente vi andava numerosa: Betto esigeva dai suoi musicanti la perfezione e una sera che Torello, forse perché stanco o distratto si produsse in una fragorosa stecca, diventò il bersaglio della bacchetta del maestro e fu nel contempo paragonato alla padrona di un bordello per il modo con cui aveva soffiato nello strumento.
    Varo, che si era appropriato dell’incarico di dare da bere ai musicanti, oltre naturalmente che a se stesso, provvedeva in questi casi a raccattare la bacchetta e a rimetterla sollecitamente nelle mani di Betto.
    A Edoardo detto Pallino, titolare del tamburello, raccomandava particolare attenzione nel battere il tempo allo scopo di riempire gli spazi vuoti che ai musicanti servivano per riprendere fiato ed egli rispondeva all’ordine del maestro con l’unica parola francese che conosceva: “oui, oui”, che aveva tanto il sapore del garibaldino “obbedisco”.
    Nella vita era dipendente del Ministero della Difesa al Deposito di Versegge, dopo essere stato applicato capostazione.
    Meticoloso e precisissimo fino allo scrupolo, con una calligrafia chiarissima, quando nell’ufficio furono introdotte le prime calcolatrici manuali e poi quelle elettriche, egli le guardò con sospetto come fossero il nemico di cui diffidare.
    Vittore ed altri colleghi lo sorpresero più di una volta a rifare a mano il conteggio perché di “quegli aggeggi” non si fidava proprio.
    Elegantissimo, quasi sempre vestito di bianco (le sorelle Valmy, Flora, Angiolina, Mary e Fanny ne avevano cura in maniera inappuntabile) Betto andava in sollucchero quando veniva apostrofato con il titolo di “cavaliere” e siccome in tali circostanze diventava generoso ed offriva da bere, l’appellativo si poteva sentir risuonare frequentemente, specialmente da giovani montepescalesi a spasso per il Corso Carducci a Grosseto, quando lo adocchiavano seduto ai tavoli del caffè Martinelli. E c’è veramente da rammaricarsi, vedendo l’autentica inflazione di onoreficenze di cui fu inondata l’Italia nel dopoguerra, che egli non abbia potuto godere di quell’attestato quando era in vita di cui sarebbe stato felicissimo.
    Dagli amici più intimi preferiva però essere indicato con il soprannome di “toro di Viareggio” perché nella città versiliana diceva di essere stato protagonista di vicende galanti che raccontava ammiccando.
    Ed un sera che al baluardo aveva messo le tende un circo equestre, il suo collega Angelo Bani lo fece chiamare con quell’aggettivo dal capocomico e l’occasione fu propizia per distribuire una generosa mancia.
    Al momento della sua prematura scomparsa, ben due bande musicali, quella di Montepescali e quella di Sticciano, composte di suonatori che avevano imparato la musica di Betto, resero al “cavaliere” un omaggio commosso cui si unì tutta la popolazione.
    Bella figura di montepescalese, quella di Betto, da ricordare con viva simpatia e rispetto.

  5. admin ha detto:

    IL TEMPO DI DON GIUSEPPE

    Sostituire nell’immagine della gente un prete affabile e alla mano quale era don Fabio, che non disdegnava fare la partita a carte o a dama, di dare due calci al pallone al “”baluardo” con i ragazzi, fare qualche merenda fra gli amici, e che aveva contribuito con ferma determinazione al restauro della Chiesa intitolata ai Santi Stefano e Lorenzo all’ingresso di Montepescali, non era certo una impresa facile per don Giuseppe, che fu titolare di quella parrocchia nel periodo che va dal 1942 alla soglia degli anni cinquanta.
    Con un carattere alquanto spigoloso, che però mostrava anche sprazzi di genuina cordialità, non seppe tuttavia mai integrarsi completamente con la comunità montepescalese.
    Aneddoti ne potremmo citare in quantità. Quasi quotidiane le sue sfuriate con le suore alle quali spettava l’onore e l’onere di tenere puliti gli arredi della Chiesa ed anche i paramenti sacerdotali; la Superiora, con la sua vocetta acuta dalla marcata inflessione piemontese lo rimproverava di non essere preciso e di sporcare troppo e don Giuseppe, per rifarsi, quando le religiose arrivavano a Messa ormai iniziata, interrompeva la funzione per dire ad alta voce, tra la sommessa ma ovvia ilarità: “…ecco il treno di Siena” che, come tutti sanno, arrivava in stazione quasi sempre con un quarto d’ora di ritardo; così come quando, constatando che la gente ad assistere alle funzioni religiose era poca, commentava a mezza voce: “anche oggi ci sono solo le solite; Eleonora, Angiolina, Flora, Rina e queste quattro sciorne di monache”.
    Oppure, prima di accorgersi che Iliano di nascosto beveva l’aleatico e poi riempiva con l’acqua le ampolle rimaste mezze vuote, esclamò: “Devi dire al Mirolli che se non vuol più dare il vino, lo dica chiaramente, ma l’acqua ce la metto da me”.
    Una volta Fortunata chiese a don Giuseppe di celebrare una Messa di suffragio per i defunti genitori indicando per la triste cerimonia il giorno della ricorrenza; in quel periodo non esistevano agende da tavolo o tascabili per annotare gli impegni, la gente si affidava alla memoria o si serviva del calendario appeso al muro, ed anche il sacerdote lo consultò constatando però che la data indicata era già stata prenotata per lo stesso scopo da altri; di conseguenza, tra varie festività infrasettimanali ed altri impedimenti canonici collegati al periodo quaresimale, la funzione richiesta era destinata a slittare molto rispetto al giorno indicato.
    Fortunata incominciò ad irritarsi e chiese: “ma insomma, quando si dice questa Messa?” Don Giuseppe ci pensò un po’ e con l’aria più ingenua di questo mondo propose: “la scorsa settimana ne ho detta una che non era richiesta da nessuno. Se proprio avete furia la pagate e facciamo conto di avergli detto quella”, scandalizzando l’interlocutrice che corse all’appalto a telefonare al vescovo per dire che “a Montepescali c’era un prete matto”.
    Per effetto di più cause concomitanti, quali l’assenza dal paese di molti uomini richiamati sotto le armi, ma soprattutto perché, diciamolo con molta franchezza, i fedeli di sesso maschile non è che abbiano mai fatto la ressa per affollare la Chiesa, don Giuseppe si trovò ad affrontare la cerimonia della lavanda dei piedi ai 12 apostoli che precede la processione del giovedì Santo del 1943 con gli uomini contati, i quali erano stati selezionati, come sempre, da Ciriaco, delegato a tale compito.
    Dalla sacrestia don Giuseppe dette una sbirciatina ai dodici uomini che erano in attesa di togliersi la scarpa e la relativa calza e chiese la immediata sostituzione di tre di essi perché, disse a giustificazione, non voleva asfissiare durante la funzione. I tre da sostituire erano Lino, Varo e Socrate dai piedi dei quali non proveniva odore di colonia ma anzi, per chiamare le cose con il loro nome, emanava un puzzo sodo che l’aria attorno si poteva tagliare a fette con un coltello.
    Socrate fu dirottato a portare la pesantissima croce di Simone da Cirene, a fare cioè il Cireneo, mentre per Lino e Varo furono recuperate due lanterne. Ciriaco, indispettito, continuava a ripetere che non c’era altra gente da reperire per fare i discepoli e don Giuseppe, senza scomporsi, concluse: “vuol dire che quest’anno gli apostoli saranno 9 invece di 12″.
    Con tale minaccia Ciriaco si arrotolò la mantellina sulle spalle e si precipitò fuori dalla chiesa ingaggiando tre ragazzi giovani che pur essendo alla prima esperienza, accettarono, allettati anche dalla pagnotta che in tali circostanze la famiglia Bavona offriva.
    In occasione di una cacciata al cinghiale (che i montepescalesi chiamavano cignale) nella riserva di Santa Maria con rialto a Poggio Pelato, ove veniva offerto anche il pranzo ai partecipanti, mentre i cacciatori erano impegnati nella battuta, si ritrovarono sugli scalini della Chiesa, che andavano a visitare come da programma prestabilito, vari personaggi “altolocati” tra i quali la contessa Grottanelli madre, la figlia sposata al conte Venier, il conte Guicciardini, l’ospite d’onore che quell’anno era la famosa attrice Clara Calamai (molta curiosità specie fra i giovani per vedere la protagonista de “La cena delle Beffe”), la contessa Tolomei, Lida e Dino Bavona, l’avvocato Amilcare Concialini. Don Giuseppe approfittò della presenza simultanea dei personaggi citati per stimolare la loro generosità di assumersi collettivamente le spese per il restauro di quel bel dipinto di scuola senese del XV’ secolo, vale a dire la Pala di Matteo di Giovanni, raffigurante la Madonna Assunta con Angeli e Santi.
    La contessa Grottanelli madre suggerì che dopo il restauro il dipinto venisse collocato nel coro, mentre alla signorina Bavona sarebbe piaciuto vederlo sistemato davanti all’altare che ricorda il babbo, il commendator Giovanni; il conte Guicciardini preferiva invece la parete davanti al fonte battesimale.
    A pochi passi di distanza dal gruppo c’era Marino che, aiutato da suo fratello Edoardo detto Pallino stava mettendo il basto al ciuco per andare a caricare la legna alla macchia, e sentì chiaramente don Giuseppe che, spazientito per tanti suggerimenti e consigli non richiesti, sbottò dicendo che egli “non si era mai permesso di andare in casa di lor signori a dire dove stava bene un divano o dove una poltrona”.
    Fu come se improvvisamente fosse venuta un’ondata di gelo. L’imbarazzo fu superato grazie alla brillante arguzia forense dell’avvocato Concialini che esclamò: “ha ragione don Giuseppe, lui il quadro lo restaura con i suoi soldi, poi lo mette dove gli pare”.
    Ed infatti il dipinto rimase come era e solo nel 1957, cioè diversi anni dopo ad opera della Sovrintendenza, fu riportato all’originario splendore.

  6. admin ha detto:

    IL DERBY INFINITO MONTEPESCALI – STICCIANO

    Da qualsiasi angolatura si guardi Montepescali, si potranno sempre ammirare i tre campanili che si stagliano imponenti e maestosi: quelli delle due chiese di S. Niccolò e di S. Lorenzo e l’altro della torre del cassero, comunemente detto il Campanone. Invece il panorama di Sticciano non consente la visione del campanile, essendo la chiesa situata nel punto più basso del paese, a ridosso del grosso muraglione che quasi la soffoca, occultandola alla vista.
    Mancando tale visibilità, è nata e nel tempo si è consolidata la storiella del “campanile di cartone” che addirittura si poteva smontare in caso di pioggia e di maltempo per metterlo al riparo. Ovviamente gli sticcianesi venuti ad abitare a Montepescali, Anita in testa, ma anche il Talluri, Valterina, Dionisia e Lampidio si risentivano ogni volta che lo sfottimento veniva riproposto, e cioè quasi quotidianamente.
    Tale introduzione per sottolineare che i rapporti fra montepescalesi e sticcianesi sono stati, nel tempo, di tipo particolare e molto diversi da quelli instaurati con gli abitanti degli altri paesi limitrofi.
    Con i giuncarichesi ed i burianesi le conoscenze e le amicizie erano soprattutto di lavoro, essendo quasi tutti operai badilanti delle cooperative di lavoro esistenti nei rispettivi paesi e aderenti al Consorzio provinciale che provvedeva ad assegnare loro le opere di bonifica, delle nette e di regimazione dei fiumi e torrentelli della campagna maremmana, dal Bruna al Sovata, dalla Fossa al Pesciatino, dalla Bandinella al Diversivo d’Ombrone. E di tutti si conoscevano pregi e difetti. I burianesi si impermalivano quando veniva fatto notare che essi non pronunciavano la erre doppia nelle parole che la contenevano, e così dicevano tera per terra, buro per burro e caretta per carretta. Ma avevano voglia a risentirsi. La presa in giro veniva spontanea.
    Con i batignanesi c’è scappata anche, più di una volta, qualche scazzottatura magari per una parola di apprezzamento di troppo e per qualche mano morta con le ragazze durante una festa da ballo sia a Montepescali che a Batignano, ma niente che abbia dato luogo a risentimenti postumi o “riavute”. Gli eventuali lividi sparivano velocemente senza lasciare traccia.
    Fra Montepescali e Sticciano, se è consentito appropriarsi di un termine calcistico, si può affermare che c’è stato invece negli anni un derby continuo, amichevole e simpatico.
    Fin dall’adolescenza, i ragazzotti di Sticciano, giocando e campana, canticchiavano:
    “Montepescali dalle belle mura
    di fuori è brutto e dentro fa paura.”
    Mentre quelli di Montepescali contraccambiavano con:
    “la banda di Sticciano
    ha rotto tutti i piatti,
    ha rotto anche il tamburo
    perché hanno il capo duro.”
    Parlando dei montepescalesi, gli sticcianesi li definivano quei “granocchiai” per via dell’antico padule che circondava il paese, mentre i montepescalesi li apostrofavano come “bufalai” per sottolineare la collocazione del loro paese in mezzo alla macchia ed in debito quindi con la civiltà.
    I motivi di affinità, però, sono stati sempre preminenti e il lavoro della sbuccionatura delle sughere, il taglio della legna e la successiva cottura per produrre carbone nei boschi di proprietà Armenti, Tolomei e Grottanelli accomunava nello stesso modo e con identica fatica le squadre di tagliatori dei due paesi, sporta della colazione in spalla, accetta in mano e pennato al culo.
    Dei tagliatori sticcianesi si possono ricordare Rinaldo (che poi sposò a Montepescali), Riccardo, il Visani, Fermo, Girolamo, il Gonnelli e il Montomoli detto Sbrana con la sua muta di muli e somari per il trasporto del carbone dalla macchia alla stazione.
    Fra i montepescalesi particolarmente abili c’erano Giovannino, suo figlio Corrado detto il Gallo, Maso soprannominato il Marrano, Memmo, il Gamberi, Boghe, Giulio.
    Ciò non impediva che perdurasse un certo clima di conflittualità, anche se più di facciata che reale, emergente in modo particolare quando gruppi di sticcianesi venivano a visitare Montepescali, magari in occasione della festa del patrono San Niccolò, o quando i montepescalesi, per ricambiare, andavano a Sticciano per la ricorrenza di San Bartolomeo.
    E fu proprio in tale circostanze che nel 1949, Anita, allo scopo di non offrire il pretesto per nuovi sfottimenti, si recò qualche giorno prima della festa al suo paese natale per assicurarsi che le cose fossero predisposte per il verso giusto. E invece si arrabbiò di brutto con Valmiro, il gestore del piccolo spaccio, quando alla richiesta di 14 caffè fatta da altrettanti montepescalesi, si trovò imbarazzato e sbottò: “accidenti a voi e a chi vi ci ha portato; a servirvi 14 caffè mi ci vuole un’ora.” Va sottolineato, quale scusante, che a Sticciano l’esodo degli abitanti era già iniziato da tempo e quindi il ridotto numero dei potenziali avventori al bar aveva consigliato di non acquistare la macchina espresso e di servirsi ancora della vecchia napoletana che sfornava 4 tazze di caffè alla volta.
    Valmiro si raccomandò di bere qualche altra cosa. Si procedette allora ad una diversa ordinazione: aranciate, chinotti, gassose, birre. Il gestore portò a compimento l’opera iniziata precedentemente dicendo: “i bicchieri per tutti non ci sono. Chi è fra voi che beve a tonfo?” intendendo con ciò di attaccarsi alla bottiglietta.
    Inevitabili gli ammiccamenti ironici e Anita che esplose apostrofando il gestore: “io non ce l’ho con te; ce l’ho con chi ti ci ha messo.”
    Va da se che alla partenza da Sticciano per fare ritorno a Montepescali, la macchina di Inigo e le lambrette si trovarono appesantite da stagne di latta che facevano un chiasso d’inferno e che non poterono essere tolte fino alla stazione.
    Simpatiche vicende che hanno caratterizzato una vicinanza competitiva.

  7. admin ha detto:

    LA DISTANZA TRA BRACCAGNI E MONTEPESCALI

    Nella seconda metà degli anni quaranta, dopo la fine della guerra ed in pieno periodo di ricostruzione, l’improvvisa esplosione del progresso iniziata con l’arrivo delle jeeps della V’ armata americana e della sua continua evoluzione in tutti i settori, da quello alimentare all’abbigliamento, alla tecnologia, causò imbarazzo e perplessità soprattutto nelle persone anziane, tradizionaliste, conservatrici e quindi diffidenti e sospettose per tutte le novità che venivano ad accavallarsi l’una dietro l’altra.
    “Ai mì tempi si faceva così, ora è cambiato tutto; ‘un ci si capisce più niente,” dicevano incontrandosi per strada, a fare la spesa o a rifornirsi di acqua alle pubbliche cannelle la Zerbina, la Cira, la Dinda, Calliope, la Mazzesca, Benegilde, Cariglia, Viola, l’Alcea, la Marrocchina ed altre vegliarde del paese.
    Ecco, la Marrocchina in modo particolare, quando le ragazze presero l’abitudine di uscire di casa dopo cena in compagnia dei giovanotti, al riparo degli occhi dei genitori, con l’illuminazione pubblica insufficiente, con dilungamenti oltre la caserma dei carabinieri e quindi vicino al torrione, che era la sua abitazione, non si rassegnava e ripeteva: “una volta, ai mì tempi, ‘un ci si sarebbero nemmeno provate. Ora è cambiato tutto.”
    Così, quando si videro alcune donne per la prima volta indossare i pantaloni, non tanto per seguire la moda, ma per necessità, cioè per ripararsi dal freddo se andavano a raccogliere le olive o alla macchia per rimediare la legna per il focolare o la stufa, o per non scorticarsi le gambe con la steccia se andavano per i campi a spigolare il grano, risuonava la frase famosa: “ai mì tempi le donne portavano le sottane, ora è cambiato tutto; ‘’un ci si capisce più niente.”
    Tali parole, con qualche leggera variante, venivano riproposte ogni volta che ci si trovava in presenza di un fatto nuovo.
    Un giorno che la Marrocchina tornava da Braccagni dove era stata al molino di Alimeno a macinare il grano (spigolato con tanta fatica sotto il sole di luglio), riportando a casa la farina dentro un sacco di tela, appena sorpassata la cappellina dismessa di San Rocchino, fu raggiunta da un signore che, disceso dal treno alla stazione, era diretto a Montepescali.
    Si trattava del “sciur” Ernesto Ferrari, un venditore ambulante originario di Milano, il quale anticipando di una trentina d’anni senegalesi, nord-africani, cinesi ed extracomunitari in genere, girava per le fiere, i mercati e le sagre paesane, vendendo cianfrusaglie di ogni genere, fischietti, giocattoli etc..
    Tali venditori, non si è mai saputo perché, venivano allora chiamati troccoloni.
    Il sor Ernesto a seguito di questa gita, si sarebbe stabilito a Montepescali, pensionante in casa di Tersiglia Santoni.
    E a proposito di Tersiglia, altro personaggio caratteristico del paese, ricordiamo una specie di poesiola, o meglio, uno scioglilingua, coniata da Lino che, quando era in forma, aveva l’estro dell’ispirazione poetica:
    “Viva Tersiglia
    con un soldo si piglia,
    balla la quadriglia
    ch’è una meraviglia,
    gira la maniglia,
    mangia la scottiglia,
    ripulisce la stoviglia,
    monta nella pariglia,
    con Santi s’accatriglia
    e fanno un parapiglia.
    Viva Tersiglia.”
    Quel giorno il sor Ernesto si recava in paese a perfezionare le modalità del trattamento pensionistico, e raggiunta, come più su accennato, la Marrocchina sulla strada delle fonti vecchie, (Smeraldo e il Biri non avevano ancora iniziato il servizio di Pulman da e per la stazione) con sulle spalle il pesante bagaglio contenente la mercanzia da vendere, domandò all’anziana donna quanta era la distanza da Braccagni a Montepescali.
    La Marrocchina rispose: “ai mì tempi c’erano tre chilometri. Ora è cambiato tutto.”

  8. admin ha detto:

    LE “BOMBE” DEL BELLI

    Alcuni decenni orsono vi era radicata l’abitudine di indicare alcune persone solo per nome e se ne trascurava completamente il cognome; viceversa altre erano conosciute solo per cognome ed in questo caso era il nome di battesimo ad essere sconosciuto od ignorato. A qualche donna veniva appioppato il cognome del marito pronunciato al femminile. Ed anche a Montepescali vigeva tale regola, e così Anna era indicata da tutti come “la Marrochina”, Francesca era “la Zerbina”, Armida “la Mazzesca”, Angiolina “la Baffona”, Luisa “la Calona”, Giselda “la Ferranda”, Annunziata “la Vasella”, e ad altre veniva dato perfino il nome di battesimo del marito, cosicché la moglie di Alceo era l’Alcea, e solo i parenti, e probabilmente nemmeno tutti, sapevano che il suo nome era Ermenegilda.
    Ad altre veniva dato il soprannome o la qualifica professionale del marito. In tal modo Gina veniva chiamata “la gallina” per il semplice motivo che era la moglie del “gallo”, e la signora Tegardi era “la colonnella”.
    Questa lunga introduzione, che può sembrare eccessiva, si è resa necessaria per inquadrare il personaggio del Belli, del quale ci occupiamo in questo servizio, che veniva chiamato solo per cognome, e non tutti erano a conoscenza che il suo nome di battesimo era Narciso.
    Il Belli, con la giacca, o meglio, con la giubba non infilata, ma semplicemente appoggiata sopra una spalla, pipa in bocca anche quando il fornello era spento, era solo il Belli e per i montepescalesi era diventata una consuetudine e uno spasso ascoltarlo, divertendosi con gli sfondoni che raccontava, rimanendone coinvolti ed entusiasti.
    Intendiamoci, il Belli non era un bugiardo, tutt’altro; solo gli piaceva dare ad intendere di essere stato protagonista di fatti e misfatti che avevano dell’incredibile provocando clamorose risate tanto che per molti anni, di fronte a qualche troppo evidente esagerazione, il commento ricorrente e spontaneo era sempre lo stesso: “è una bomba del Belli!”.
    Un inverno di particolare rigidità che provocò lamentele e mugugni oltre ai disagi per il prolungarsi dell’ondata di freddo, venne definito dal Belli addirittura come un anticipo dell’estate. “Voi non l’avete sentito il freddo vero”, diceva raccontando “che quell’anno in cui era andato a lavorare in Svizzera per la realizzazione della galleria del Sempione, la gente parlava e la voce non si udiva perché il freddo congelava le parole via via che venivano pronunciate. Le parole, che quindi erano rimaste nell’aria, si scongelarono solo qualche mese dopo, quando il sole di maggio riscaldò l’atmosfera e dalla vallata, malgrado non vi fosse più anima viva, risalivano verso l’alto voci e suoni che si sentirono per tutta l’estate.”
    Sempre a proposito di freddo, il Belli raccontò che una volta in Germania, dove aveva lavorato in gioventù, non si poteva spegnere la fiammella della candela perché era rimasta ghiacciata, e un operaio dovette essere messo a fare la guardia per scongiurare il pericolo di un incendio nel caso di una improvvisa ondata di caldo che avrebbe potuto scongelarla.
    Ma la “bomba” più bella è certamente quella relativa ai prodotti del suo orto, dovuti alla bontà dell’acqua del pozzo, e soprattutto alla scelta dei semi usati.
    Cavolfiori di venticinque chili l’uno, sedani alti un metro e mezzo, carciofi talmente grossi che potevano essere scambiati per pine, pomodori della dimensione di un cocomero, cetrioli lunghi più di mezzo metro ed altre meraviglie.
    Il fatto più eccezionale fu però la semina dei piselli; una mattina il Belli raggiunse l’orto in bicicletta, che provvide ad appoggiare vicino ai solchi e procedette alla semina, annaffiandoli e spargendo concime. Poi passò ad altri lavori e quando giunse l’ora di ripartire per casa, guardandosi attorno, non vedendo più la bicicletta, pensò che gli fosse stata rubata mentre aveva schiacciato il pisolino pomeridiano. Macché, era successo che il seme dei piselli messo al mattino era nato e cresciuto così in fretta che lo strame aveva ricoperto la bicicletta. Quello, sì, che era un ottimo seme. Molto meglio di quello di Sgaravatti che veniva venduto alla fiera di settembre a Braccagni!
    E’ sempre quella bicicletta, spinta a mano quando la sera rientrava a casa a Montepescali, aveva preso un brutto vizio che al Belli non riuscì mai di correggere. Essa si fermava da sola davanti alla bottega del Mirolli per costringerlo ad andare a bere un bicchiere di vino. E non c’era verso di farla ripartire se non dopo la bevuta. “Provate voi”, diceva il Belli alla gente che frescheggiava nelle panchine di pietra sotto le logge al lato della bottega e che ammiccava scherzosamente; “lo vedete che frena da se e non ne vuol sapere di andare avanti!”
    Maledetta bicicletta! Il Belli avrebbe voluto venderla per disfarsene, ma siccome si era sparsa la voce
    che era viziata, non trovò acquirenti e quindi dovette tenerla com’era.

  9. admin ha detto:

    LE BURLE DI VITALIANO

    L’antico detto “è tutto grasso che cola” veniva usato in passato in circostanze diverse e stava a significare in modo particolare periodi di ristrettezza, scarsità, indisponibilità soprattutto dal punto di vista economico. Vitaliano, invece, da quel buontempone che era, lo fece suo in maniera imprevedibile quando Reno, dopo che ebbero finito di ammazzare, spezzare e sistemare il maiale, ricordò al padre che, per non contravvenire alle rigide disposizioni alimentari vigenti nel periodo di guerra, bisognava conferire all’ammasso, presso i magazzini del Consorzio Agrario gestito dal Mascherini alla stazione di Montepescali una parte del grasso dell’animale, altrimenti sarebbero incorsi nelle severissime sanzioni previste per i trasgressori delle norme.
    Solo allora Vitaliano, anche se tardivamente, si rese conto della gravità del reato commesso; però ormai il grasso del maiale non c’era più perché era stato adoperato per confezionare soppressate, buristi e salsiccia e per sistemare i fegatelli negli appositi panciuti vasi di vetro, per cui, alle insistenze di Reno rispose con il suo modo scanzonato: “vuol dire che per non prendere la denuncia, si mette mamma in forno dentro un teglione e tutto il grasso che cola si dà all’ammasso.”
    Ovviamente scherzando, ve la immaginate Argia, con il suo aspetto di un’acciuga senza sale e che pesava trenta chili con tutti i vestiti addosso, quanto grasso avrebbe prodotto. Ma tant’è! Vitaliano era uno dei personaggi montepescalesi particolarmente simpatici che, comandando ad un ragazzotto di andare all’appalto da Tonina a comprargli le buette, cioè le spuntature dei sigari, lo circuiva promettendo un regalino al suo ritorno dalla commissione. Se eravamo in periodo estivo gli offriva un cartoccio di semi di zucca arrostiti belli caldi, ammesso ovviamente che si trovassero da comprare. Se si era in inverno, gli offriva invece un gelato non appena Quirino fosse arrivato da Braccagni in sella al suo trespolo con il quale in estate, oltre che a Montepescali, girava per le aie in occasione della trebbiatura per vendere il ghiotto alimento.
    Tutto ciò era un valido motivo affinchè i ragazzi, giocando tra loro, si dilettassero a cantare la strofetta:
    “un rombo a mezzanotte
    È passato un aeroplano,
    e sotto c’era scritto
    Argia e Vitaliano!”
    Anche la polizia stradale, che in quel periodo era una sezione distaccata della milizia per la sicurezza nazionale, fu oggetto di un scherzo studiato da Vitaliano.
    Una sera, tornando con gli altri operai in bicicletta dagli Acquisti diretto a Montepescali, incappò in un controllo sull’Aurelia, dalle parti della cantoniera del Peruzzi, e dal quale risultò che alcuni di essi non avevano perfettamente funzionante il catarifrangente sul parafango posteriore della bicicletta che, forse a causa del colore rosso acceso, veniva chiamato comunemente il pomodoro.
    A Vitaliano fu contestato inoltre il difettoso suono del campanello che gracidava come una ranocchia.
    L’occasione fu ritenuta propizia per attuare una delle burle che lo avevano reso famoso e, arrivato a Montepescali provvide ad appiccicare al vetro rotto del catarifrangente un pomodoro autentico, grosso e polposo e ad applicare nel manubrio, al posto del campanello, un campanaccio del suo ciuco, di quelli che si sentivano ad un chilometro di distanza.
    L’indomani, quando i due agenti della stradale, nel solito posto e alla stessa ora della sera precedente, videro passare Vitaliano con quell’armamentario, pur sentendosi presi in giro, non poterono trattenersi dal ridere e, consultandosi tra loro, dissero: “o si eleva una multa colossale, con l’aggravante di offesa a pubblico ufficiale, o si racconta come barzelletta.”
    Evidentemente fu quest’ultima ipotesi a prevalere, perché Vitaliano non ricevette mai avvisi di pagamento di multe.
    Infine non si può tacere dello scherzo al suo ciuco che voleva mangiare erba fresca e lui gli dava invece solo fieno stagionato avendone da smaltire una grossa scorta.
    Il ciuco si rifiutava di obbedire, si impuntava, ragliava, scalciava, ma del fieno proprio non voleva saperne.
    Vitaliano ebbe allora una idea geniale: fabbricò con il filo di ferro e con il vetro di color verde un paio di enormi occhiali che infilò nel muso dell’animale per illuderlo che si trattava di erba. Ed infatti il ciuco, con la fame arretrata che aveva, si avventò sulla razione, ma se il padrone non fosse stato lesto a scansarsi, sarebbe stato destinatario di una coppiola di arrabbiatissimi calci.

  10. admin ha detto:

    DALL’ASILO ALLE ELEMENTARI

    I ricordi del periodo dei bui anni della guerra e di come trascorreva la vita quotidiana dei ragazzi di 10 – 13 anni a Montepescali, non possono che partire dall’asilo e quindi dalle benemerite suore che accudivano piccoli e piccolissimi, anche quelli che non avevano ancora tre anni le cui mamme, per integrare i magri bilanci familiari, andavano nei mesi invernali a cogliere e a spigolare ulive e alla macchia a procurarsi la legna per il riscaldamento domestico, o a fare i lavori stagionali in estate presso le due grandi aziende agricole della zona, Grottanelli e Guicciardini, iniziando dalla raccolta del fieno fino alla mietitura e trebbiatura del grano e degli altri cereali.
    Sotto la sorveglianza dell’austera madre Superiora, ai più piccini pensavano suor Eufemia prima e suor Modesta poi; quando i ragazzi raggiungevano l’età per le elementari, toccava a suor Tommasina, insegnante di buona cultura (peccato che avesse l’abitudine di rifilare, ed abbastanza frequentemente, tremende bacchettate nelle mani che facevano rialzare la pelle) ad organizzare il doposcuola in sintonia con i programmi degli insegnanti elementari; suor Gioconda impartiva alle ragazze lezioni di cucito e ricamo ed infine suor Maria, la brava cuoca, affaccendata attorno alle pentole dalle quali emanava un odorino invitante che, non appena si diffondeva nell’aria, faceva cantare in coro ai bimbi:
    “com’è buona la minestra
    che si mangia all’asil
    se è contenta Superiora
    si comincia a mangiar”
    e la Superiora, dopo aver con gesto maestoso, assaggiata la minestra, esprimeva il suo gradimento annuendo con un cenno della testa, iniziava la recita delle preghiere e dava l’autorizzazione a riempire le scodelle.
    Fu una vera fortuna avere avuto, negli anni che vanno dal 1938 al 1943 tra gli insegnanti elementari, validi compaesani quali Maria Grazia Marchetti, Gestina Cipriani e Renato Pasquini, la cui dimestichezza con le famiglie degli alunni non impediva loro di esercitare la dovuta severità prima, durante e dopo le lezioni.
    E non era certo colpa delle suore o dei maestri se, fra una lezione e l’altra, veniva posta in essere qualche marachella: dopo essersi accertati che Drea, la guardia, era a fare la partita a carte da Zita o dal Mirolli, si formavano bande schiamazzanti e, siccome gli zoccoli di legno avevano ormai preso il posto delle scarpe di cuoio, il chiasso era addirittura infernale tanto che veniva recepito perfino da Cariglia, con sosta finale al baluardo a tirare ghiaiottoli sul tetto dei sottostanti lavatoi mentre le donne stavano sciacquando i panni e sentendosi investite da quella gragnuola inveivano: “le mani dietro”, “vi venisse un accidente”, e la frase più classica “figli di p…”.
    Le suore insegnavano anche a servire la messa in latino, come usava allora; a bere di nascosto nelle ampolle l’aleatico occorrente per l’Elevazione ci pensavamo noi, e se ai tempi di don Fabio il tutto si risolveva con la minaccia “ora lo dico ai vostri babbi”, con don Giuseppe incominciò a volare qualche pedata nel sedere, e Iliano potrebbe essere più preciso sull’argomento.
    Un appuntamento atteso con ansia era l’ultimo giorno di carnevale: Ostilio indossava la camicia da notte di Angiolina, imbrattata davanti con salsa di pomodoro e sul retro con marmellata di more, e iniziava il gioco del “fico” consistente nel salire su una sedia, legare un fico secco ad una cordicella appesa ad una canna di bambù (come quelle usate per la pesca) e facendola roteare sul naso quasi sempre sporco della masnada chiassosa dei ragazzi che lo dovevano catturare con la bocca, tenendo rigorosamente le mani dietro la schiena, fino alla sua sparizione dentro una bocca. Era consuetudine che lungo il giro per le vie del paese, vi fossero soste per un bicchierotto offerto gratis dal Mirolli, da Zita, dal Marcacci, all’appalto e al dopolavoro. Negli ultimi tempi il gioco passò a Memmo che ovviamente, la camicia da notte se la fece dare da Igiene.
    Le belle passeggiate delle scolaresche con meta il Pianalino o la zona del cancello del Cinti avvenivano sempre più raramente per il timore dei bombardamenti e a scuola si cantavano canzoni e inni ormai fuori moda; il repertorio canoro era rimasto fermo al 1936 e faceva un certo effetto nel 1942-43 continuare a cantare:
    “Osteria dei tre moschetti
    pa-ra-pon-zi-pon-zi-pon
    in Italia siamo stretti
    pa-ra-pon-zi-pon-zi-pon
    allungheremo lo Stivale
    fino all’Africa orientale”
    quando ormai l’impero e le colonie del Nord Africa erano solo un ricordo e si stava profilando lo sbarco degli Alleati in Sicilia.
    Le file nei vari negozi (il posto andavamo noi ragazzi a prenderlo per conto delle mamme), la macina notturna del grano nei macinini del caffè (o meglio dell’orzo) ci fecero precipitare in breve tempo dallo spensierato periodo della fanciullezza a quello dell’adolescenza. Acquisimmo in pieno il significato della parola guerra.

  11. admin ha detto:

    OSPITI FORESTIERI IN MONTEPESCALI

    Nel corso degli anni Montepescali ha ospitato, per vari motivi, soprattutto di lavoro, famiglie e singoli individui la cui presenza è legata ad episodi e fatti, alcuni simpatici, altri meno.
    Si può ricordare con piacere una anziana coppia di coniugi orbetellani senza figli, gentili, altruisti e disponibili: Serafino Buratti – artificiere presso il deposito di Versegge – con un cappellone da cow-boy sempre infilato in testa anche quando andava a giocare a carte, e sua moglie Sandrina.
    I Soro, una famiglia sarda di sei persone che si integrò perfettamente con le usanze paesane, e che parlavano di Montepescali come del “continente” rispetto ai loro luoghi natali, sognando di potervi ritornare un giorno. Il che avvenne al termine della guerra.
    I Giuntini, invece, provenienti dalla Romagna ed esattamente dalle parti di Forlimpopoli, terra del leggendario bandito Stefano Pelloni detto il Passatore, non possono essere annoverati fra gli “ospiti” positivi.
    L’uomo, che non aveva un lavoro fisso, soprattutto perché non aveva voglia di lavorare, viveva di piccoli espedienti, esercitando in modo continuativo il bracconaggio. Per ingannare le guardie che si scervellavano dietro le sue orme senza identificarlo, giunse ad incollare nelle scarpe suole messe al rovescio, in modo che sembrava uscire da una riserva mentre invece vi stava entrando, e viceversa. Non c’era una tana di istrice, di tassi ed altri animali che non avesse avuta la sua visita.
    La moglie era sarta, ma più in apparenza che per effettivo lavoro. In tal modo cercava di giustificare le spese economiche della famiglia. Era come la barzelletta che raccontava Memmo quando era in buona. Diceva di raccomandare ai suoi ulivi di fare le foglie, che alla produzione di ulive avrebbe pensato lui.
    La loro “residenza” montepescalese ebbe termine nottetempo, con una fuga ben studiata per sottrarsi al dovere di pagare qualche debituccio accumulato presso i commercianti che gli avevano fatto credito.
    Una mattina la porta di casa spalancata palesò che i mobili e le altre masserizie erano spariti (qualcuno ricordò che durante la notte aveva sentito il rumore di un camion, ma non vi aveva prestato attenzione, credendo che fosse quello di Talete che qualche volta rientrava in ritardo), assieme ai proprietari, e quindi abbandonarono il paese insalutati ospiti.
    Ovviamente rimase “vittima” del fuggitivo anche Tarquinio, il proprietario della casa abitata dal Giuntini, che doveva riscuotere alcuni mesi di locazione arretrata. E’ probabile che qualche parolina non propriamente gentile gli sia stata inviata al nuovo domicilio. Giustificata.
    Come non ricordare la simpatica pronuncia trasversale calabro-lucana dell’appuntato Annibale Lombardi. Quando la caserma dei carabinieri non era ancora dotata di telefono, veniva usato quello del posto pubblico all’appalto dove, ad un’ora stabilita, il graduato trasmetteva al comando provinciale i rapporti più urgenti.
    Iniziava la conversazione sempre allo stesso modo, qualificandosi: “appundade carabiniera Muntepescala.” Ed una volta che si verificò un furto ai danni di un pastore che abitava dalle parti del Fontin del Topo, dettò: “in località Vallerutana hanno rubato cacio formaggio. Ignode i ladre rimasti sconosciuti. Sembra che si siano dirigiuti verso Bagno Rusella.”
    Anche un tale affetto da nanismo, di nome Corrado e che appunto a causa della sua statura era chiamato Corradino, venne per un certo tempo ad abitare a Montepescali.
    Si arrabbiava di brutto quando si sentiva apostrofare come Corradino e rispondeva risentito: “e se io chiamassi i vostri babbi Stefanino, Gigino, Nellino ecc. cosa diresti?” C’era poco da dire: a chiamare con il diminutivo marcantoni come Divo, Antenore, Rolando, Annibale, Osvaldo, Torquato, ecc. ci sarebbe stato veramente da ridere.
    Da una estremità all’altra. Di Natale, detto Natalone perché era un omone alto e soprattutto grosso, sottofattore presso l’Amministrazione Grottanelli, i ragazzi di allora ne conservano un piacevole ricordo perché, nel periodo che precede la vendemmia, quando cioè l’uva aveva preso colore ed incominciava ad essere matura, per impedire loro di andare a “fregarne” qualche grappolo, Natalone si piazzava seduto davanti a Tondicarlo a fare la guardia.
    Però aveva l’abitudine di addormentarsi saporitamente non appena si metteva seduto e russava fragorosamente, per cui l’accesso alla vigna e l’assaggio dell’uva avveniva senza pericolo alcuno.
    La cosa si ripeteva, con lo stesso copione, al tempo della raccolta delle ulive e della ghianda.
    E, sempre a proposito di personale dipendente dei conti Grottanelli, verso la fine degli anni quaranta, al palazzo di rappresentanza di Grancia, che di solito si animava solo quando i proprietari venivano in paese per organizzare la cacciata al cinghiale nelle riserve di proprietà o per curare i loro interessi, venne assegnata una coppia di coniugi con l’incarico della custodia: il sor Arnaldo e la moglie, la sora Gina.
    Lui era un tipo azzimato, precisino, impomatato e sempre pettinato che non gli pendeva un capello, profumato, vestito elegantemente, scarpe color crema con la punta marrone, e ad alcuni pare di ricordare che il cognome fosse Medici, ovviamente niente a che vedere con la discendenza della storica casata mugellese.
    Altri, invece, pur non ricordandosi il cognome, asseriscono che non si chiamassero Medici. Ci dobbiamo limitare, pertanto, ad indicarlo come il sor Arnaldo.
    Dopo l’indispensabile periodo di ambientamento e di studio del luogo e delle persone, il sor Arnaldo incominciò a familiarizzare con il paese ed i suoi abitanti, frequentando in modo particolare la canonica di don Giuseppe e la bottega da barbiere di Loris che, in mancanza della classica farmacia, era il luogo congeniale per parlare di politica, di sport, di caccia ecc..
    Una sera, rientrando dalla passeggiata che era solito fare attorno al paese prima del tramonto, incrociò un gruppo di operai della cooperativa che, dopo la dura giornata di lavoro, rientravano a casa, spingendo a mano la bicicletta. Fra di essi Beppe, Omero, Gigi, Socrate e Stefano che erano rimasti qualche passo indietro, quasi a formare una specie di retroguardia.
    Improvvisamente si udì un grosso rumore, una pernacchia, non proveniente però dalla bocca, rumore che non fu immediatamente classificabile del quale però, si stabilì all’istante che non era debole, tremolante, furtivo, stento. Era, invece, possente, fragoroso, quasi maestoso, a strappaghinea e ne poteva essere autore, per provata capacità e maestria, uno qualsiasi dei componenti il gruppo sopraddetto.
    Il sor Arnaldo, Medici o non Medici che fosse o come diavolo si chiamasse, fiorentino lo era però davvero e, dopo il sobbalzo conseguente al frastuono di cui si è detto, domandò con il tipico accento di san Frediano: “o icché gli è stato?”
    All’attimo di perplessità seguito all’esclamazione, e dopo aver lanciato uno sguardo al gruppo, forse si ricordò che da qualche parte aveva sentita la frase:
    “o porci o maiali
    o cooperativa di Montepescali”
    o, molto probabilmente, pensò al suo grande conterraneo, il sommo poeta Dante Alighieri che, nella Commedia, evoca il suono di una “trombetta”. E’ doveroso però aggiungere che la trombetta Dantesca, paragonata all’autentica deflagrazione appena ascoltata, poteva essere definita musica per flauto.
    Il sor Arnaldo trasse perciò le sue conclusioni esclamando: “se l’era una curreggia, gli aveva la C maiuscola.”

  12. admin ha detto:

    OTTAVIO LO SPAZZINO

    Tu tu… tu… tu… Con la trombetta legata al collo, a cui dava fiato suonandola per richiamare l’attenzione delle donne affinchè andassero a vuotare la cassetta della spazzatura dentro il carretto, e tenendo il somaro per la cavezza perché stesse fermo, Ottavio spazzava le strade di Montepescali mattino e pomeriggio, tenendole pulite in maniera encomiabile, così come era impeccabile l’ordine nel cimitero, nei lavatoi, etc..
    Allora lo spazzino non veniva ancora chiamato con i termini moderni e sofisticati quali netturbino, operatore ecologico, operatore generico e chi più ne ha più ne metta.
    Lo spazzino era lo spazzino e Ottavio era appunto lo spazzino, una istituzione che si è estinta con lui. Durante il percorso per le vie del paese c’erano le soste obbligatorie dal Mirolli, da Zita, dal Marcacci, all’appalto ed infine al dopolavoro a vuotare un bicchierotto per togliersi, diceva, la polvere dalla gola e risciacquarsi la bocca, ed anche qualche fermata sussidiaria davanti a casa di amici (e Ottavio di amici ne aveva tanti) che lo aspettavano con il fiasco in una mano e un bicchiere nell’altra.
    Il giro del pomeriggio (una ripassata) era più corto e veloce di quello del mattino; qualche volta ad Ottavio capitava di alzare un po’ il gomito ed allora si dilettava a cantare un motivetto che i ragazzi ripetevano in coro al seguito del carretto:
    “e con un barattatì
    e con un barattatà
    e con un pi con un ci con un a
    più la gnacchera non toccà”
    che non si è mai capito bene cosa volesse dire di preciso, ma qualcosa doveva pur dire, dal momento che la diceva; oppure leggeva la mano, pronosticando invariabilmente, a chi se la faceva leggere: “te vincerai tanti soldi e diventerai ricco, e camperai centocinquant’anni e poi morirai se ti pare”.
    Il sabato e la domenica pomeriggio erano dedicati alla ricreazione, cioè alla irrinunciabile partita a carte con gli amici.
    E per amici si deve intendere quelli che giocavano e quelli che facevano corona intorno, partecipando però tutti alle bevute.
    Tra questi, non certo catalogabili nella categoria degli estimatori di acqua, c’erano Mente, Drea, il Meo, Ostilio, Schizzo, Torello, il Nappa, Venturino, il Belli, il Papa, Savino, il Riccio, il Gallo, Titteri, Boghe, Memmo, Calisseno, che producevano un’ammucchiata di “scheletri” di fiaschi portati a più riprese da Amalia o da Fulvia.
    Verso l’ora di cena, con l’aria di essere capitata lì per caso, arrivava Tilde con i ferri della calza sottobraccio e il gomitolo della lana in tasca; Ottavio, prima di farsi trascinare verso casa, gli cantava:
    “bella m’innamorai del tuo giardino dentro c’era una bella peschiera
    pescai tanto di quel pesce sopraffino
    presi una triglia mi fa male ancora”.
    Infine, Ottavio, sempre quando era sotto pressione, aveva espresso più di una volta, un desiderio che però è rimasto insoddisfatto: voleva che sulla lapide della sua tomba, al cimitero, vi fosse la scritta:
    qui giacciono le ossa
    di Carnesecchi Ottavio
    che non ebbero né fine né principio
    perché non fece mai la spia al Municipio”.
    Gran bella figura di montepescalese autentico, quella di Ottavio, che si ricorda con profonda nostalgia e simpatia.

  13. admin ha detto:

    RICORDI DI GIOVENTU’

    Una delle associazioni della quale Montepescali può menar vanto, di indirizzo ricreativo-culturale, e ricordarla con nostalgia ed affetto, è il circolo mandolinistico “G. Puccini”, la cui ricostituzione avvenne addirittura prima della fine delle ostilità in Estremo Oriente, per iniziativa di un gruppo di compaesani, in primo luogo Florio e Manlio Cipriani, Egisto Fiorilli ed altri, che dettero impulso, disponibilità organizzativa e impegno non comune, mentre Angiolo Bani, competente maestro, insegnava a ragazze e ragazzi le nozioni musicali fino all’uso degli strumenti. Tanta era la dedizione del Bani per la musica, che impartiva lezioni perfino nella sua bottega di barbiere fra un taglio di capelli e una rasatura di barba.
    Il primo concerto del rinnovato circolo avvenne nell’agosto 1945 sui bastioni di Grancia, ribattezzati “Belvedere”, messi a disposizione dall’amministrazione Grottanelli.
    La prima parte della serata era dedicata all’esecuzione di musica operistica e classica in cui erano impegnati una cinquantina di elementi fra vecchi musicanti e giovani esordienti, mentre la seconda parte era destinata alla musica leggera, con un’orchestrina di cui facevano parte veri virtuosi quali: Fosco Fiorilli, Arturo Vannini, Alberto Vaselli, Lorenzino Meschinelli, Velio Rossi, e Franco detto il “Papa” alla chitarra e tanti ragazzi e ragazze che cantavano le canzoni allora in voga: Veris, Wanda, Neda, Zoe, Giuliana, Fernanda, Maddalena, Giorgio, Idro, Eliseo (se c’è qualche omissione è involontaria, per difetto di memoria ed è doveroso chiedere scusa) offrivano a tutto il paese e alla gente accorsa anche dalla campagna uno spettacolo piacevole.
    La parte conclusiva era destinata alla comicità ed aveva per protagonista della risata Lauro Baroni, che si esibiva nella parodia di canzoni appena cantate, dedicandole quasi sempre al tema della scarsità alimentare del periodo di guerra.
    Infatti, le parole di un motivo assai conosciuto “sotto il mandorlo fiorito” erano state così modificate:
    “Alla fila del formaggio
    o del cavolo sfiorito
    te lo danno per assaggio
    perché tutto era finito”
    e, quelle appena cantate da Zoe sull’aria di “perduto amore”, erano così riproposte:
    “Io cerco invano di dimenticar
    però la fame non si può scordar
    d’un pollo arrosto non ricordo più il sapor
    quattro patate un po’ di pane e un pomodor
    sempre così
    sempre ogni dì”.
    In breve tempo l’eco del successo del circolo raggiunse i centri limitrofi e vi furono esibizioni al “Pizzetti” di Grosseto, a Braccagni, Campagnatico, Giuncarico, Batignano, Orbetello ed infine al Teatro degli Industri nel capoluogo.
    Al termine dello spettacolo che abbiamo ricordato, giunse la notizia che anche il Giappone aveva chiesto la resa e quindi la guerra era veramente finita.
    Contemporaneamente venne riorganizzato il Corpo Musicale “G. Verdi”, cioè la vecchia, cara banda di Montepescali sempre presente ad ogni manifestazione lieta, ed anche meno lieta.
    Betto Marcacci ne era il maestro: sempre elegante, impeccabilmente vestito di bianco, veniva chiamato “cavaliere”, anche se gradiva, dagli amici più intimi, il soprannome di “toro di Viareggio” per certe avventure galanti delle quali era stato protagonista nel capoluogo della Versilia.
    Si rientrava, gradatamente, nella normalità: la prima, timida sensazione l’avevamo avuta circa 14 mesi prima, quando le retroguardie dell’esercito tedesco si erano ritirate verso nord e la popolazione si era riversata nelle strade per assistere all’arrivo delle truppe della Quinta Armata del generale Clark.
    All’apparire dei primi soldati di colore, fra la curiosità generale di quanti non avevano mai visto gente dalla pelle nera, vi furono anziane donne che si spaventarono facendosi il segno della Croce e la Marrocchina corse a rinserrarsi in casa, quasi avesse veduto il diavolo.
    Nel mese di luglio, in piena estate, fu organizzata una gita a Castiglione della Pescaia con il camion del Gamberi, e per alcuni ragazzi fu la prima occasione di vedere il mare e fare il bagno. Va da sé che al ritorno il camion, fra forature di gomme e guasti vari, si fermò due o tre volte e per coprire il percorso, fra imprecazioni e moccoli, ci vollero più di tre ore.
    Negli anni di guerra il bagno si andava a fare alle “Caldanelle” o al ponte della Fossa, con preferenza per il primo sito perchè spesse volte c’era la possibilità di fregare qualche cocomero al Moretti, l’ortolano.
    Intanto, don Giuseppe continuava a questionare con le suore che giungevano in ritardo alla messa, interrompendo la funzione dicendo: “Ecco il treno di Siena”, che come si sa giungeva sempre dopo l’orario stabilito.
    Stavano riprendendo le varie attività produttive con protagonista la Cooperativa di Lavoro di Montepescali, di cui parleremo in uno dei prossimi capitoli.

  14. admin ha detto:

    ARMANDO IL RICCIO

    Su Armando Cecchini, detto il Riccio perché sua madre era soprannominata la Riccia, si potrebbe scrivere l’intero capitolo di un romanzo. Di carattere scherzoso e gioviale, affabile con tutti, lavoratore instancabile, è stato una delle figure caratteristiche del paese, oltre che una vera colonna della Cooperativa di lavoro di Montepescali.
    Come a tutti quelli della sua generazione, piaceva bere qualche bicchiere più del necessario, specie la sera della “quindicina”, così come veniva definito l’acconto in denaro erogato dalla Cooperativa. Chi gli stava vicino, anche per fare contenta Genoveffa che si raccomandava di non farlo bere, talvolta si divertiva a distrarlo per riempirgli il bicchiere mezzo vuoto con l’acqua ed il Riccio, sputando, diceva che quella miscela, in Francia veniva chiamata rosè, ma agli italiani faceva impastare la lingua; era buona solo per innaffiare l’insalata, ma anche questa correva il rischio di diventare rugginosa.
    Alcuni episodi di cui è stato protagonista, probabilmente conosciuti solo dagli intimi, meritano di essere ricordati. Siccome aveva avuto il “privilegio” di avere partecipato, sempre nel Corpo dei Bersaglieri, a due guerre, quella del 1915-18 poco più che ragazzo, e a quella del 1940-45 in età matura, ci teneva a dire e a dimostrare che i bersaglieri come lui avrebbero fatto tre salti anche dopo morti.
    Nel periodo in cui assieme al Belli, a Gigi e a Jacomo lavoravano alla cava del “campo alla fiera”, avvenivano continue discussioni non per divergenze sul lavoro, ma perché il vino dentro la fiasca non era mai al punto in cui l’avevano lasciato e non trovando spiegazioni plausibili, si sospettavano a vicenda.
    La verità venne poi scoperta: proprio per le sue doti bersaglieresche di agilità e sveltezza, il Riccio era incaricato, dopo la preparazione del buco e il riempimento con la polvere, di dare fuoco alla miccia per fare esplodere la mina, avvertendo con il grido convenzionale “brucia” i compagni di lavoro i quali correvano a mettersi in salvo a debita distanza ed anche per bloccare gli eventuali passanti nei due sensi della strada. In realtà l’accensione della miccia avveniva una ventina di secondi più tardi; il tempo cioè che il Riccio impiegava ad attaccarsi alla fiasca per un gotto straordinario.
    E sempre durante il periodo del lavoro alla cava, all’autista di un camion che caricava il materiale e che aveva domandato, a puro titolo di curiosità, quanto ci volesse a tutti e quattro, per produrre venti metri cubi di pietra, fu risposto in modo concorde: “circa mezza damigiana”.
    A liberazione avvenuta, l’I.N.A.M. (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro le Malattie) dette disposizioni ai medici condotti di sottoporre ad accurata visita sanitaria i reduci della seconda guerra mondiale che via via stavano rientrando alle loro case, raccomandando particolare attenzione per coloro che erano stati “ospiti” dei campi di concentramento nazisti o che avevano sopportata la prigionia nei paesi caldi e tropicali e che potevano avere contratto malattie infettive non sufficientemente curate in precedenza.
    Quando fu la volta della visita al Riccio, che era stato prigioniero nelle colonie ex francesi del nord Africa, egli raccontò ai dottor Paro Vidolin di avere sofferto, un paio di anni prima in Algeria, per una forma di intossicazione di carattere alimentare, e dalla quale si era completamente ristabilito grazie alle cure ordinate dagli ufficiali medici francesi, anche se aveva dimenticato il nome dei medicinali che gli erano stati somministrati.
    Il dottore constatò che le condizioni generali erano più che buone; solo per precauzione consigliò tuttavia al Riccio di bere a digiuno, per un mesetto, un bicchiere di latte in cui far diluire un pozione in polvere.
    Il Riccio chiese allora al medico se per caso, durante la sua assenza, le mucche avessero cambiato il loro sistema di alimentazione o continuassero a mangiare biada, erba e fieno. Avuta la conferma che mangiavano ancora la stessa roba, disse: “dottore, mi dispiace di non poter dargli retta, ma io il latte lo bevo solo se lei mi garantisce che le mucche mangiano l’uva”.

  15. admin ha detto:

    UN POPOLO DI NAVIGATORI

    Nel bel mezzo del viale dell’Astronomia all’E.U.R., il moderno quartiere della capitale, si eleva il palazzo della Civiltà del Lavoro al cui esterno risaltano alcune roboanti frasi per sottolineare le italiche virtù che ci definiscono un popolo di santi, di eroi, di poeti, di trasmigratori, di navigatori, ecc..
    Ecco, quest’ultima definizione di “popolo di navigatori” calza a pennello con l’avventura marinaresca che ci accingiamo a raccontare, collegandola al fatto che il nome Montepescali deriva dal verbo latino “piscari”, pescali, da piscam pesce che si richiama appunto all’esercizio della pesca praticato dai suoi antichi abitanti nel lago sito ai piedi del paese, lato nord-est, esistente in epoca remota nella zona attorno a Casa Bianca e alla Francina. Le reti usate per la pesca venivano successivamente lavate e pulite nella fonte esistente a metà della salita, e che si chiama Fonte Fucina, volgarmente detta Cucina. La Fucina era una particolare rete di pescatori.
    Il fatto poi che il patrono del paese sia San Nicola, protettore dei pescatori, è una ulteriore conferma di quanto la storia e le cronache ci hanno insegnato per giustificare l’attribuzione del nome Montepescali al paese dei tre campanili.
    Pescatori, però, non significa affatto essere dei provetti marinai o navigatori od avere comunque esperienze natatorie, anche se sull’argomento le opinioni non sempre collimano e possono essere addirittura opposte.
    Infatti, un lunedì dell’estate 1955 i giornali con cronaca locale: “Il Telegrafo”, “La Nazione”, “La Gazzetta”, “Il Giornale del Mattino” evidenziarono con grossi titoli la notizia che “quattro giovani sticcianesi hanno rischiato di annegare in mare a Follonica”.
    Cosa c’entrano, si domanderà qualcuno, gli sticcianesi con i pescatori di Montepescali? C’entrano, c’entrano, eccome! Italiano, Vittorio, Marcello e Iliano, grandi amiconi, furono infatti i protagonisti dell’impresa marinaresca che ci accingiamo a ricordare.
    Andati con il treno a Follonica per trascorrere un giorno festivo al mare, avevano noleggiato un pattino; però essendo completamente inesperti di canottaggio o di voga, dato che le loro nozioni natatorie erano limitate agli specchi d’acqua della Fossa, della Bandinella e delle Caldanelle, al momento in cui ad uno di essi sfuggì di mano un remo cadendo in mare, dove l’acqua è vero che era chiara e trasparente, ma abbastanza profonda anche se ai loro occhi non appariva tale, Iliano disse con disinvoltura: “scendo a riprenderlo”.
    Poggiò i piedi in acqua come se si trattasse di terraferma, e conseguentemente andò a picco sul fondo mentre gli altri tre, dopo un paio di tentativi di riagguantarlo, ed ormai in preda al panico, cominciarono a gridare per richiamare l’attenzione dei bagnini e di quanti, nella zona, potevano prestare loro soccorso.
    Le operazioni di salvataggio furono immediate e perfette ed i quattro protagonisti dell’avventura, passata la fifa, pensarono agli inevitabili sfottimenti al divulgarsi della notizia, e si guardarono bene di dire che provenivano da Montepescali ed ai cronisti nel frattempo accorsi sul luogo dell’incidente (che evidentemente non erano smaliziati come quelli di oggi non accertandosi sulla vera identità dei “naufraghi”) si qualificarono come sticcianesi.
    Tra gli incauti vogatori venne stipulato quindi un tacito patto per non far trapelare nulla dell’avventura follonichese, nemmeno ai familiari. Fu solo per un fortuito caso che si potè, con assoluta certezza, stabilire che quella domenica d’estate nessun giovane sticcianese era andato a Follonica.
    Il diavolo, però, come si sa, insegna a fare le pentole e non i coperchi, per cui “i quattro giovani sticcianesi” furono identificati. Marino, Gigi, Nando e Nunziatina, avvicinati separatamente ed a seguito di domande a bruciapelo, non potevano avere nessun motivo per negare che i loro rampolli, quella domenica incriminata, fossero andati a Follonica e quindi il segreto divenne quello di Pulcinella.
    L’episodio, come si può immaginare, fu per alcune settimane al centro dei divertiti commenti e qualche buontempone avanzò la proposta di ricordare l’avventura in modo tangibile, da tramandare ai posteri, attribuendo ai protagonisti i nomi di celebri navigatori quali Colombo, Vespucci, Magellano, Caboto; e furono scomodati perfino Morgan il pirata e l’olandese fantasma ed altri tirarono in ballo addirittura ammiragli famosi quali Nelson, Caracciolo e Yamamoto.
    Fu chiesto anche a Egisto, a Florio e al Santoni, in quel periodo consiglieri comunali, di rivolgere interpellanze per attivare la procedura al fine di ottenere dal Comune di Grosseto la modifica della toponomastica paesana, chiamando via dei Lavatoi, dove abitava Iliano, via del Salvataggio o via del Naufragio, o qualcosa comunque attinente alla vicenda marinaresca.
    Fu questa, una delle rare occasioni in cui Anita, Lampidio, Dionisia, il Talluri e Valterina, sticcianesi ormai naturalizzati montepescalesi, risero sotto i baffi e poterono, anche se solo per quell’occasione, rifarsi dei continui sfottimenti relativi alla storiella del campanile di cartone di Sticciano.
    Ma di questo parleremo un’altra volta.
    Senza falsa modestia – non ne sarebbe il caso – ma per doveroso senso di lealtà, tengo a sottolineare che le scrupolose ricerche storiche sull’origine del nome Montepescali, e le dotte citazioni latine non sono farina del mio sacco, e quindi sarebbe ingiusto appropriarsene.
    La presente circostanza è propizia per richiamare l’antico detto “date a Cesare quel che è di Cesare”, e quindi per dare a Giotto quel che è di Giotto .
    Con stima ed amicizia.

  16. pizzicato ha detto:

    che belli questi pezzi di memoria paesana, un piacere rileggerli, grazie a Bruno e alla redazione che li ha riproposti

  17. FABRIZIO PARO-VIDOLIN ha detto:

    Casualmente ho scoperto questa pubblicazione,ben programmata,ben curata e ben documentata .Complimenti e congratulazioni perche’ mantenete vive le vicende ed i personaggi di periodi di vita piu’ semplici ,ma piu’ umani . Vi sarei oltremodo grato se potessi avere la pubblicazione “Gente di Montepescali”
    Grazie e a presto risentirci Fabrizio

  18. il vecchissimo girino ha detto:

    codesto cognome…………………………
    che nostalgia……………………………….
    la mi nonna, il mi nonno, che partivano dalla più profonda campagna, al limite del padule, per venire a Grosseto, in Via Oberdan………..e prima a Montepescali

    sentire la voce del tu babbo era già un conforto, così calda, suadente, dolce, dispiaciuta quando sembrava non trovare abbastanza sollievo per suoi pazienti…………………………….

    le sue mani…………….io aspettavo con ansia che dicesse, tirategli su la cannottiera, in modo che mi toccasse con quelle manone calde e dolci…………….

    tu sia benedetto per esse stato generato da cotanto uomo!

    ma come si chiamava di nome?

  19. il vecchissimo girino ha detto:

    Mario

    si chiamava Mario? mi so svegliato nella notte con questo nome in testa

    è così? a sto punto cotanto figliolo almeno questo me lo deve………..

  20. Sandra Bonaiuti ha detto:

    CIAO ENZO!
    E’ triste che nessun’altro, oltre ad un amico di Braccagni non abbia ricordato Enzo di Montepescali in questo Blog che ormai funge da gazzetta per noi abitanti in queste 2 frazioni. Il mio personale ricordo, oltre naturalmente ad ogni volta che andavo al Paese e mi capitava di incontrarlo nei pressi della sua bottega, retrocede a tanti anni fa, quando, ancora adolescenti, era impossibile non nominarlo insieme alla sua inseparabile Susanna. Si Enzo e Susanna, come altre coppie che sono nate, ma non si sono perpetuate a Montepescali in questi anni. Enzo e Susanna forse sono stati tra i pochi che ricordo ancora uniti. Mi piace ricordare la semplicità, la gentilezza ed un spirito un po’ “solitario”, certamente ben integrato con la vivacità, l’animosità e la simpatica energia di Susanna, la quale, ad oggi va tutto il mio cordoglio.
    Ciao Enzo.

  21. salve

    mi chiamo pierluigi carnesecchi

    ho un sito sul mio cognome

    sono capitato su questo sito cercando articoli sui carnesecchi :e’ un sito molto bello ! complimenti una prosa molto piacevole

    Vorrei ospitare sul mio sito ( citandola come autore )l’articolo su Ottavio Carnesecchi
    Chiaramente oltre a lei citero’ il suo sito

    un cordiale saluto

    pierluigi

  22. redazione ha detto:

    Certamente!
    Quando eravamo piccoli e giocavamo a biliardo, quello che raccattava i birilli sul tapperto verde diceva “Ecco Ottavio lo Spazzino”. Si riferiva ad Ottavio Carnesecchi, un tempo lo spazzino di Montepescali.

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