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	<title>Commenti a: Gente di Montepescali</title>
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		<title>Di: pierluigi carnesecchi</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/10/gente-di-montepescali/comment-page-1/#comment-5290</link>
		<dc:creator>pierluigi carnesecchi</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 12:14:44 +0000</pubDate>
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		<description>Dopo veramente molto tempo ho messo finalmente sul sito 
Ottavio Carnesecchi. 
Ho messo anche un apprezzamento.  

http://www.carnesecchi.eu/Ottavio.htm 


In questo sito c&#039;è la storia dei Carnesecchi dall&#039;anno 1297 in avanti.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo veramente molto tempo ho messo finalmente sul sito<br />
Ottavio Carnesecchi.<br />
Ho messo anche un apprezzamento.  </p>
<p><a href="http://www.carnesecchi.eu/Ottavio.htm" rel="nofollow">http://www.carnesecchi.eu/Ottavio.htm</a> </p>
<p>In questo sito c&#8217;è la storia dei Carnesecchi dall&#8217;anno 1297 in avanti.</p>
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		<title>Di: redazione</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/10/gente-di-montepescali/comment-page-1/#comment-2813</link>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2009 20:42:18 +0000</pubDate>
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		<description>Certamente!
Quando eravamo piccoli e giocavamo a biliardo, quello che raccattava i birilli sul tapperto verde diceva &quot;Ecco Ottavio lo Spazzino&quot;. Si riferiva ad Ottavio Carnesecchi, un tempo lo spazzino di Montepescali.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Certamente!<br />
Quando eravamo piccoli e giocavamo a biliardo, quello che raccattava i birilli sul tapperto verde diceva &#8220;Ecco Ottavio lo Spazzino&#8221;. Si riferiva ad Ottavio Carnesecchi, un tempo lo spazzino di Montepescali.</p>
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	<item>
		<title>Di: pierluigi carnesecchi</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/10/gente-di-montepescali/comment-page-1/#comment-2811</link>
		<dc:creator>pierluigi carnesecchi</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2009 19:58:51 +0000</pubDate>
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		<description>salve

mi chiamo pierluigi carnesecchi

ho un sito sul mio cognome

sono capitato su questo sito cercando articoli sui carnesecchi :e&#039; un sito molto bello ! complimenti una prosa molto piacevole

Vorrei ospitare sul mio sito ( citandola come autore )l&#039;articolo su Ottavio Carnesecchi 
Chiaramente oltre a lei citero&#039; il suo sito

un cordiale saluto

pierluigi</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>salve</p>
<p>mi chiamo pierluigi carnesecchi</p>
<p>ho un sito sul mio cognome</p>
<p>sono capitato su questo sito cercando articoli sui carnesecchi :e&#8217; un sito molto bello ! complimenti una prosa molto piacevole</p>
<p>Vorrei ospitare sul mio sito ( citandola come autore )l&#8217;articolo su Ottavio Carnesecchi<br />
Chiaramente oltre a lei citero&#8217; il suo sito</p>
<p>un cordiale saluto</p>
<p>pierluigi</p>
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		<title>Di: Sandra Bonaiuti</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/10/gente-di-montepescali/comment-page-1/#comment-2235</link>
		<dc:creator>Sandra Bonaiuti</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2009 06:59:20 +0000</pubDate>
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		<description>CIAO ENZO!
E&#039; triste che nessun&#039;altro, oltre ad un amico di Braccagni non abbia ricordato Enzo di Montepescali in questo Blog che ormai funge da gazzetta per noi abitanti in queste 2 frazioni. Il mio personale ricordo, oltre naturalmente ad ogni volta che andavo al Paese e mi capitava di incontrarlo nei pressi della sua bottega, retrocede a tanti anni fa, quando, ancora adolescenti, era impossibile non nominarlo insieme alla sua inseparabile Susanna. Si Enzo e Susanna, come altre coppie che sono nate, ma non si sono perpetuate a Montepescali in questi anni. Enzo e Susanna forse sono stati tra i pochi che ricordo ancora uniti. Mi piace ricordare la semplicità, la gentilezza ed un spirito un po&#039; &quot;solitario&quot;, certamente ben integrato con la vivacità, l&#039;animosità e la simpatica energia di Susanna, la quale, ad oggi va tutto il mio cordoglio.
Ciao Enzo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>CIAO ENZO!<br />
E&#8217; triste che nessun&#8217;altro, oltre ad un amico di Braccagni non abbia ricordato Enzo di Montepescali in questo Blog che ormai funge da gazzetta per noi abitanti in queste 2 frazioni. Il mio personale ricordo, oltre naturalmente ad ogni volta che andavo al Paese e mi capitava di incontrarlo nei pressi della sua bottega, retrocede a tanti anni fa, quando, ancora adolescenti, era impossibile non nominarlo insieme alla sua inseparabile Susanna. Si Enzo e Susanna, come altre coppie che sono nate, ma non si sono perpetuate a Montepescali in questi anni. Enzo e Susanna forse sono stati tra i pochi che ricordo ancora uniti. Mi piace ricordare la semplicità, la gentilezza ed un spirito un po&#8217; &#8220;solitario&#8221;, certamente ben integrato con la vivacità, l&#8217;animosità e la simpatica energia di Susanna, la quale, ad oggi va tutto il mio cordoglio.<br />
Ciao Enzo.</p>
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	<item>
		<title>Di: il vecchissimo girino</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/10/gente-di-montepescali/comment-page-1/#comment-1256</link>
		<dc:creator>il vecchissimo girino</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2008 04:06:23 +0000</pubDate>
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		<description>Mario

si chiamava Mario? mi so svegliato nella notte con questo nome in testa

è così? a sto punto cotanto figliolo almeno questo me lo deve...........</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mario</p>
<p>si chiamava Mario? mi so svegliato nella notte con questo nome in testa</p>
<p>è così? a sto punto cotanto figliolo almeno questo me lo deve&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
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	<item>
		<title>Di: il vecchissimo girino</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/10/gente-di-montepescali/comment-page-1/#comment-1248</link>
		<dc:creator>il vecchissimo girino</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 19:37:33 +0000</pubDate>
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		<description>codesto cognome..............................
che nostalgia.....................................
la mi nonna, il mi nonno, che partivano dalla più profonda campagna, al limite del padule, per venire a Grosseto, in Via Oberdan...........e prima a Montepescali

sentire la voce del tu babbo era già un conforto, così calda, suadente, dolce, dispiaciuta quando sembrava non trovare abbastanza sollievo per suoi pazienti..................................

le sue mani................io aspettavo con ansia che dicesse, tirategli su la cannottiera, in modo che mi toccasse con quelle manone calde e dolci................

tu sia benedetto per esse stato generato da cotanto uomo!

ma come si chiamava di nome?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>codesto cognome&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;<br />
che nostalgia&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.<br />
la mi nonna, il mi nonno, che partivano dalla più profonda campagna, al limite del padule, per venire a Grosseto, in Via Oberdan&#8230;&#8230;&#8230;..e prima a Montepescali</p>
<p>sentire la voce del tu babbo era già un conforto, così calda, suadente, dolce, dispiaciuta quando sembrava non trovare abbastanza sollievo per suoi pazienti&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</p>
<p>le sue mani&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.io aspettavo con ansia che dicesse, tirategli su la cannottiera, in modo che mi toccasse con quelle manone calde e dolci&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</p>
<p>tu sia benedetto per esse stato generato da cotanto uomo!</p>
<p>ma come si chiamava di nome?</p>
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	<item>
		<title>Di: FABRIZIO PARO-VIDOLIN</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/10/gente-di-montepescali/comment-page-1/#comment-1246</link>
		<dc:creator>FABRIZIO PARO-VIDOLIN</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 18:24:36 +0000</pubDate>
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		<description>Casualmente ho scoperto questa pubblicazione,ben programmata,ben curata e ben documentata .Complimenti e congratulazioni perche&#039; mantenete vive le vicende ed i personaggi di periodi di vita piu&#039; semplici ,ma piu&#039; umani . Vi sarei oltremodo grato se potessi avere la pubblicazione &quot;Gente di Montepescali&quot; 
  Grazie e a presto risentirci  Fabrizio</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Casualmente ho scoperto questa pubblicazione,ben programmata,ben curata e ben documentata .Complimenti e congratulazioni perche&#8217; mantenete vive le vicende ed i personaggi di periodi di vita piu&#8217; semplici ,ma piu&#8217; umani . Vi sarei oltremodo grato se potessi avere la pubblicazione &#8220;Gente di Montepescali&#8221;<br />
  Grazie e a presto risentirci  Fabrizio</p>
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	<item>
		<title>Di: pizzicato</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/10/gente-di-montepescali/comment-page-1/#comment-1089</link>
		<dc:creator>pizzicato</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Oct 2008 19:35:44 +0000</pubDate>
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		<description>che belli questi pezzi di memoria paesana, un piacere rileggerli, grazie a Bruno e alla redazione che li ha riproposti</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>che belli questi pezzi di memoria paesana, un piacere rileggerli, grazie a Bruno e alla redazione che li ha riproposti</p>
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	<item>
		<title>Di: admin</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/10/gente-di-montepescali/comment-page-1/#comment-283</link>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 13:54:13 +0000</pubDate>
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		<description>UN POPOLO DI NAVIGATORI

Nel bel mezzo del viale dell’Astronomia all’E.U.R., il moderno quartiere della capitale, si eleva il palazzo della Civiltà del Lavoro al cui esterno risaltano alcune roboanti frasi per sottolineare le italiche virtù che ci definiscono un popolo di santi, di eroi, di poeti, di trasmigratori, di navigatori, ecc..
Ecco, quest’ultima definizione di “popolo di navigatori” calza a pennello con l’avventura marinaresca che ci accingiamo a raccontare, collegandola al fatto che il nome Montepescali deriva dal verbo latino “piscari”, pescali, da piscam pesce che si richiama appunto all’esercizio della pesca praticato dai suoi antichi abitanti nel lago sito ai piedi del paese, lato nord-est, esistente in epoca remota nella zona  attorno a Casa Bianca e alla Francina. Le reti usate per la pesca venivano successivamente lavate e pulite nella fonte esistente a metà della salita, e che si chiama Fonte Fucina, volgarmente detta Cucina. La Fucina era una particolare rete di pescatori.
Il fatto poi che il patrono del paese sia San Nicola, protettore dei pescatori, è una ulteriore conferma di quanto la storia e le cronache ci hanno insegnato per giustificare l’attribuzione del nome Montepescali al paese dei tre campanili.
Pescatori, però, non significa affatto essere dei provetti marinai o navigatori od avere comunque esperienze natatorie, anche se sull’argomento le opinioni non sempre collimano e possono essere addirittura opposte.
Infatti, un lunedì dell’estate 1955 i giornali con cronaca locale: “Il Telegrafo”, “La Nazione”, “La Gazzetta”, “Il Giornale del Mattino” evidenziarono con grossi titoli la notizia che “quattro giovani sticcianesi hanno rischiato di annegare in mare a Follonica”.
Cosa c’entrano, si domanderà qualcuno, gli sticcianesi con i pescatori di Montepescali? C’entrano, c’entrano, eccome! Italiano, Vittorio, Marcello e Iliano, grandi amiconi, furono infatti i protagonisti dell’impresa marinaresca che ci accingiamo a ricordare.
Andati con il treno a Follonica per trascorrere un giorno festivo al mare, avevano noleggiato un pattino; però essendo completamente inesperti di canottaggio o di voga, dato che le loro nozioni natatorie erano limitate agli specchi d’acqua della Fossa, della Bandinella e delle Caldanelle, al momento in cui ad uno  di essi sfuggì di mano un remo cadendo in mare, dove l’acqua è vero che era chiara e trasparente, ma abbastanza profonda anche se ai loro occhi non appariva tale, Iliano disse con disinvoltura: “scendo a riprenderlo”.
Poggiò i piedi in acqua come se si trattasse di terraferma, e conseguentemente andò a picco sul fondo mentre gli altri tre, dopo un paio di tentativi di riagguantarlo, ed ormai in preda al panico, cominciarono a gridare per richiamare l’attenzione dei bagnini e di quanti, nella zona, potevano prestare loro soccorso.
Le operazioni di salvataggio furono immediate e perfette ed i quattro protagonisti dell’avventura, passata la fifa, pensarono agli inevitabili sfottimenti al divulgarsi della notizia, e si guardarono bene di dire che provenivano da Montepescali ed ai cronisti nel frattempo accorsi sul luogo dell’incidente (che evidentemente non erano smaliziati come quelli di oggi non accertandosi sulla vera identità dei “naufraghi”) si qualificarono come sticcianesi.
Tra gli incauti vogatori venne stipulato quindi un tacito patto per non far trapelare nulla dell’avventura follonichese, nemmeno ai familiari. Fu solo per un fortuito caso che si potè, con assoluta certezza, stabilire che quella domenica d’estate nessun giovane sticcianese era andato a Follonica.
Il diavolo, però, come si sa, insegna a fare le pentole e non i coperchi, per cui “i quattro giovani sticcianesi” furono identificati. Marino, Gigi, Nando e Nunziatina, avvicinati separatamente ed a seguito di domande a bruciapelo, non potevano avere nessun motivo per negare che i loro rampolli, quella domenica incriminata, fossero andati a Follonica e quindi il segreto divenne quello di Pulcinella.
L’episodio, come si può immaginare, fu per alcune settimane al centro dei divertiti commenti e qualche buontempone avanzò la proposta di ricordare l’avventura in modo tangibile, da tramandare ai posteri, attribuendo ai protagonisti i nomi di celebri navigatori quali Colombo, Vespucci, Magellano, Caboto; e furono scomodati perfino Morgan il pirata e l’olandese fantasma ed altri tirarono in ballo addirittura ammiragli famosi quali Nelson, Caracciolo e Yamamoto.
Fu chiesto anche a Egisto, a Florio e al Santoni, in quel periodo consiglieri comunali, di rivolgere interpellanze per attivare la procedura al fine di ottenere dal Comune di Grosseto la modifica della toponomastica paesana, chiamando via dei Lavatoi, dove abitava Iliano, via del Salvataggio o  via del Naufragio, o qualcosa comunque attinente alla vicenda marinaresca.
Fu questa, una delle rare occasioni in cui Anita, Lampidio, Dionisia, il Talluri e Valterina, sticcianesi ormai naturalizzati montepescalesi, risero sotto i baffi e poterono, anche se solo per quell’occasione, rifarsi dei continui sfottimenti relativi alla storiella del campanile di cartone di Sticciano.
Ma di questo parleremo un’altra volta.
Senza falsa modestia - non ne sarebbe il caso - ma per doveroso senso di lealtà, tengo a sottolineare che le scrupolose ricerche storiche sull’origine del nome Montepescali, e le dotte citazioni latine non sono farina del mio sacco, e quindi sarebbe ingiusto appropriarsene.
La presente circostanza è propizia per richiamare l’antico detto “date a Cesare quel che è di Cesare”, e quindi per dare a Giotto quel che è di Giotto .
Con stima ed amicizia.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>UN POPOLO DI NAVIGATORI</p>
<p>Nel bel mezzo del viale dell’Astronomia all’E.U.R., il moderno quartiere della capitale, si eleva il palazzo della Civiltà del Lavoro al cui esterno risaltano alcune roboanti frasi per sottolineare le italiche virtù che ci definiscono un popolo di santi, di eroi, di poeti, di trasmigratori, di navigatori, ecc..<br />
Ecco, quest’ultima definizione di “popolo di navigatori” calza a pennello con l’avventura marinaresca che ci accingiamo a raccontare, collegandola al fatto che il nome Montepescali deriva dal verbo latino “piscari”, pescali, da piscam pesce che si richiama appunto all’esercizio della pesca praticato dai suoi antichi abitanti nel lago sito ai piedi del paese, lato nord-est, esistente in epoca remota nella zona  attorno a Casa Bianca e alla Francina. Le reti usate per la pesca venivano successivamente lavate e pulite nella fonte esistente a metà della salita, e che si chiama Fonte Fucina, volgarmente detta Cucina. La Fucina era una particolare rete di pescatori.<br />
Il fatto poi che il patrono del paese sia San Nicola, protettore dei pescatori, è una ulteriore conferma di quanto la storia e le cronache ci hanno insegnato per giustificare l’attribuzione del nome Montepescali al paese dei tre campanili.<br />
Pescatori, però, non significa affatto essere dei provetti marinai o navigatori od avere comunque esperienze natatorie, anche se sull’argomento le opinioni non sempre collimano e possono essere addirittura opposte.<br />
Infatti, un lunedì dell’estate 1955 i giornali con cronaca locale: “Il Telegrafo”, “La Nazione”, “La Gazzetta”, “Il Giornale del Mattino” evidenziarono con grossi titoli la notizia che “quattro giovani sticcianesi hanno rischiato di annegare in mare a Follonica”.<br />
Cosa c’entrano, si domanderà qualcuno, gli sticcianesi con i pescatori di Montepescali? C’entrano, c’entrano, eccome! Italiano, Vittorio, Marcello e Iliano, grandi amiconi, furono infatti i protagonisti dell’impresa marinaresca che ci accingiamo a ricordare.<br />
Andati con il treno a Follonica per trascorrere un giorno festivo al mare, avevano noleggiato un pattino; però essendo completamente inesperti di canottaggio o di voga, dato che le loro nozioni natatorie erano limitate agli specchi d’acqua della Fossa, della Bandinella e delle Caldanelle, al momento in cui ad uno  di essi sfuggì di mano un remo cadendo in mare, dove l’acqua è vero che era chiara e trasparente, ma abbastanza profonda anche se ai loro occhi non appariva tale, Iliano disse con disinvoltura: “scendo a riprenderlo”.<br />
Poggiò i piedi in acqua come se si trattasse di terraferma, e conseguentemente andò a picco sul fondo mentre gli altri tre, dopo un paio di tentativi di riagguantarlo, ed ormai in preda al panico, cominciarono a gridare per richiamare l’attenzione dei bagnini e di quanti, nella zona, potevano prestare loro soccorso.<br />
Le operazioni di salvataggio furono immediate e perfette ed i quattro protagonisti dell’avventura, passata la fifa, pensarono agli inevitabili sfottimenti al divulgarsi della notizia, e si guardarono bene di dire che provenivano da Montepescali ed ai cronisti nel frattempo accorsi sul luogo dell’incidente (che evidentemente non erano smaliziati come quelli di oggi non accertandosi sulla vera identità dei “naufraghi”) si qualificarono come sticcianesi.<br />
Tra gli incauti vogatori venne stipulato quindi un tacito patto per non far trapelare nulla dell’avventura follonichese, nemmeno ai familiari. Fu solo per un fortuito caso che si potè, con assoluta certezza, stabilire che quella domenica d’estate nessun giovane sticcianese era andato a Follonica.<br />
Il diavolo, però, come si sa, insegna a fare le pentole e non i coperchi, per cui “i quattro giovani sticcianesi” furono identificati. Marino, Gigi, Nando e Nunziatina, avvicinati separatamente ed a seguito di domande a bruciapelo, non potevano avere nessun motivo per negare che i loro rampolli, quella domenica incriminata, fossero andati a Follonica e quindi il segreto divenne quello di Pulcinella.<br />
L’episodio, come si può immaginare, fu per alcune settimane al centro dei divertiti commenti e qualche buontempone avanzò la proposta di ricordare l’avventura in modo tangibile, da tramandare ai posteri, attribuendo ai protagonisti i nomi di celebri navigatori quali Colombo, Vespucci, Magellano, Caboto; e furono scomodati perfino Morgan il pirata e l’olandese fantasma ed altri tirarono in ballo addirittura ammiragli famosi quali Nelson, Caracciolo e Yamamoto.<br />
Fu chiesto anche a Egisto, a Florio e al Santoni, in quel periodo consiglieri comunali, di rivolgere interpellanze per attivare la procedura al fine di ottenere dal Comune di Grosseto la modifica della toponomastica paesana, chiamando via dei Lavatoi, dove abitava Iliano, via del Salvataggio o  via del Naufragio, o qualcosa comunque attinente alla vicenda marinaresca.<br />
Fu questa, una delle rare occasioni in cui Anita, Lampidio, Dionisia, il Talluri e Valterina, sticcianesi ormai naturalizzati montepescalesi, risero sotto i baffi e poterono, anche se solo per quell’occasione, rifarsi dei continui sfottimenti relativi alla storiella del campanile di cartone di Sticciano.<br />
Ma di questo parleremo un’altra volta.<br />
Senza falsa modestia &#8211; non ne sarebbe il caso &#8211; ma per doveroso senso di lealtà, tengo a sottolineare che le scrupolose ricerche storiche sull’origine del nome Montepescali, e le dotte citazioni latine non sono farina del mio sacco, e quindi sarebbe ingiusto appropriarsene.<br />
La presente circostanza è propizia per richiamare l’antico detto “date a Cesare quel che è di Cesare”, e quindi per dare a Giotto quel che è di Giotto .<br />
Con stima ed amicizia.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Di: admin</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/10/gente-di-montepescali/comment-page-1/#comment-282</link>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 13:53:44 +0000</pubDate>
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		<description>ARMANDO IL RICCIO

Su Armando Cecchini, detto il Riccio perché sua madre era soprannominata la Riccia, si potrebbe scrivere l’intero capitolo di un romanzo. Di carattere scherzoso e gioviale, affabile con tutti, lavoratore instancabile, è stato una delle figure caratteristiche del paese, oltre che una vera colonna della Cooperativa di lavoro di Montepescali.
Come a tutti quelli della sua generazione, piaceva bere qualche bicchiere più del necessario, specie la sera della “quindicina”, così come veniva definito l’acconto in denaro erogato dalla Cooperativa. Chi gli stava vicino, anche per fare contenta Genoveffa che si raccomandava di non farlo bere, talvolta si divertiva a distrarlo per riempirgli il bicchiere mezzo vuoto con l’acqua ed il Riccio, sputando, diceva che quella miscela, in Francia veniva chiamata rosè, ma agli italiani faceva impastare la lingua; era buona solo per innaffiare l’insalata, ma anche questa correva il rischio di diventare rugginosa.
Alcuni episodi di cui è stato protagonista, probabilmente conosciuti solo dagli intimi, meritano di essere ricordati. Siccome aveva avuto il “privilegio” di avere partecipato, sempre nel Corpo dei Bersaglieri, a due guerre, quella del 1915-18 poco più che ragazzo, e a quella del 1940-45 in età matura, ci teneva a dire e a dimostrare che i bersaglieri come lui avrebbero fatto tre salti anche dopo morti.
Nel periodo in cui assieme al Belli, a Gigi e a Jacomo lavoravano alla cava del “campo alla fiera”, avvenivano continue discussioni non per divergenze sul lavoro, ma perché il vino dentro la fiasca non era mai al punto in cui l’avevano lasciato e non trovando spiegazioni plausibili, si sospettavano a vicenda.
La verità venne poi scoperta: proprio per le sue doti bersaglieresche di agilità e sveltezza, il Riccio era incaricato, dopo la preparazione del buco e il riempimento con la polvere, di dare fuoco alla miccia per fare esplodere la mina, avvertendo con il grido convenzionale “brucia” i compagni di lavoro i quali correvano a mettersi in salvo a debita distanza ed anche per bloccare gli eventuali passanti nei due sensi della strada. In realtà l’accensione della miccia avveniva una ventina di secondi più tardi; il tempo cioè che il Riccio impiegava ad attaccarsi alla fiasca per un gotto straordinario.
E sempre durante il periodo del lavoro alla cava, all’autista di un camion che caricava il materiale e che aveva domandato, a puro titolo di curiosità, quanto ci volesse a tutti e quattro, per produrre venti metri cubi di pietra, fu risposto in modo concorde: “circa mezza damigiana”.
A liberazione avvenuta, l’I.N.A.M. (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro le Malattie) dette disposizioni ai medici condotti di sottoporre ad accurata visita sanitaria i reduci della seconda guerra mondiale che via via stavano rientrando alle loro case, raccomandando particolare attenzione per coloro che erano stati “ospiti” dei campi di concentramento nazisti o che avevano sopportata la prigionia nei paesi caldi e tropicali e che potevano avere contratto malattie infettive non sufficientemente curate in precedenza.
Quando fu la volta della visita al Riccio, che era stato prigioniero nelle colonie ex francesi del nord Africa, egli raccontò ai dottor Paro Vidolin di avere sofferto, un paio di anni prima in Algeria, per una forma di intossicazione di carattere alimentare, e dalla quale si era completamente ristabilito grazie alle cure ordinate dagli ufficiali medici francesi, anche se aveva dimenticato il nome dei medicinali che gli erano stati somministrati.
Il dottore constatò che le condizioni generali erano più che buone; solo per precauzione consigliò tuttavia al Riccio di bere a digiuno, per un mesetto, un bicchiere di latte in cui far diluire un pozione in polvere.
Il Riccio chiese allora al medico se per caso, durante la sua assenza, le mucche avessero cambiato il loro sistema di alimentazione o continuassero a mangiare biada, erba e fieno. Avuta la conferma che mangiavano ancora la stessa roba, disse: “dottore, mi dispiace di non poter dargli retta, ma io il latte lo bevo solo se lei mi garantisce che le mucche mangiano l’uva”.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ARMANDO IL RICCIO</p>
<p>Su Armando Cecchini, detto il Riccio perché sua madre era soprannominata la Riccia, si potrebbe scrivere l’intero capitolo di un romanzo. Di carattere scherzoso e gioviale, affabile con tutti, lavoratore instancabile, è stato una delle figure caratteristiche del paese, oltre che una vera colonna della Cooperativa di lavoro di Montepescali.<br />
Come a tutti quelli della sua generazione, piaceva bere qualche bicchiere più del necessario, specie la sera della “quindicina”, così come veniva definito l’acconto in denaro erogato dalla Cooperativa. Chi gli stava vicino, anche per fare contenta Genoveffa che si raccomandava di non farlo bere, talvolta si divertiva a distrarlo per riempirgli il bicchiere mezzo vuoto con l’acqua ed il Riccio, sputando, diceva che quella miscela, in Francia veniva chiamata rosè, ma agli italiani faceva impastare la lingua; era buona solo per innaffiare l’insalata, ma anche questa correva il rischio di diventare rugginosa.<br />
Alcuni episodi di cui è stato protagonista, probabilmente conosciuti solo dagli intimi, meritano di essere ricordati. Siccome aveva avuto il “privilegio” di avere partecipato, sempre nel Corpo dei Bersaglieri, a due guerre, quella del 1915-18 poco più che ragazzo, e a quella del 1940-45 in età matura, ci teneva a dire e a dimostrare che i bersaglieri come lui avrebbero fatto tre salti anche dopo morti.<br />
Nel periodo in cui assieme al Belli, a Gigi e a Jacomo lavoravano alla cava del “campo alla fiera”, avvenivano continue discussioni non per divergenze sul lavoro, ma perché il vino dentro la fiasca non era mai al punto in cui l’avevano lasciato e non trovando spiegazioni plausibili, si sospettavano a vicenda.<br />
La verità venne poi scoperta: proprio per le sue doti bersaglieresche di agilità e sveltezza, il Riccio era incaricato, dopo la preparazione del buco e il riempimento con la polvere, di dare fuoco alla miccia per fare esplodere la mina, avvertendo con il grido convenzionale “brucia” i compagni di lavoro i quali correvano a mettersi in salvo a debita distanza ed anche per bloccare gli eventuali passanti nei due sensi della strada. In realtà l’accensione della miccia avveniva una ventina di secondi più tardi; il tempo cioè che il Riccio impiegava ad attaccarsi alla fiasca per un gotto straordinario.<br />
E sempre durante il periodo del lavoro alla cava, all’autista di un camion che caricava il materiale e che aveva domandato, a puro titolo di curiosità, quanto ci volesse a tutti e quattro, per produrre venti metri cubi di pietra, fu risposto in modo concorde: “circa mezza damigiana”.<br />
A liberazione avvenuta, l’I.N.A.M. (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro le Malattie) dette disposizioni ai medici condotti di sottoporre ad accurata visita sanitaria i reduci della seconda guerra mondiale che via via stavano rientrando alle loro case, raccomandando particolare attenzione per coloro che erano stati “ospiti” dei campi di concentramento nazisti o che avevano sopportata la prigionia nei paesi caldi e tropicali e che potevano avere contratto malattie infettive non sufficientemente curate in precedenza.<br />
Quando fu la volta della visita al Riccio, che era stato prigioniero nelle colonie ex francesi del nord Africa, egli raccontò ai dottor Paro Vidolin di avere sofferto, un paio di anni prima in Algeria, per una forma di intossicazione di carattere alimentare, e dalla quale si era completamente ristabilito grazie alle cure ordinate dagli ufficiali medici francesi, anche se aveva dimenticato il nome dei medicinali che gli erano stati somministrati.<br />
Il dottore constatò che le condizioni generali erano più che buone; solo per precauzione consigliò tuttavia al Riccio di bere a digiuno, per un mesetto, un bicchiere di latte in cui far diluire un pozione in polvere.<br />
Il Riccio chiese allora al medico se per caso, durante la sua assenza, le mucche avessero cambiato il loro sistema di alimentazione o continuassero a mangiare biada, erba e fieno. Avuta la conferma che mangiavano ancora la stessa roba, disse: “dottore, mi dispiace di non poter dargli retta, ma io il latte lo bevo solo se lei mi garantisce che le mucche mangiano l’uva”.</p>
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		<title>Di: admin</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/10/gente-di-montepescali/comment-page-1/#comment-281</link>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 13:53:16 +0000</pubDate>
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		<description>RICORDI DI GIOVENTU’

Una delle associazioni della quale Montepescali può menar vanto, di indirizzo ricreativo-culturale, e ricordarla con nostalgia ed affetto, è il circolo mandolinistico “G. Puccini”, la cui ricostituzione avvenne addirittura prima della fine delle ostilità in Estremo Oriente, per iniziativa di un gruppo di compaesani, in primo luogo Florio e Manlio Cipriani, Egisto Fiorilli ed altri, che dettero impulso, disponibilità organizzativa e impegno non comune, mentre Angiolo Bani, competente maestro, insegnava a ragazze e ragazzi le nozioni musicali fino all’uso degli strumenti. Tanta era la dedizione del Bani per la musica, che impartiva lezioni perfino nella sua bottega di barbiere fra un taglio di capelli e una rasatura di barba.
Il primo concerto del rinnovato circolo avvenne nell’agosto 1945 sui bastioni di Grancia, ribattezzati “Belvedere”, messi a disposizione dall’amministrazione Grottanelli.
La prima parte della serata era dedicata all’esecuzione di musica operistica e classica in cui erano impegnati una cinquantina di elementi fra vecchi musicanti e giovani esordienti, mentre la seconda parte era destinata alla musica leggera, con un’orchestrina di cui facevano parte veri virtuosi quali: Fosco Fiorilli, Arturo Vannini, Alberto Vaselli, Lorenzino Meschinelli, Velio Rossi, e Franco detto  il “Papa” alla chitarra e tanti ragazzi e ragazze che cantavano le canzoni allora in voga: Veris, Wanda, Neda, Zoe, Giuliana, Fernanda, Maddalena, Giorgio, Idro, Eliseo (se c’è qualche omissione è involontaria, per difetto di memoria ed è doveroso chiedere scusa) offrivano a tutto il paese e alla gente accorsa anche dalla campagna uno spettacolo piacevole.
La parte conclusiva era destinata alla comicità ed aveva per protagonista della risata Lauro Baroni, che si esibiva nella parodia di canzoni appena cantate, dedicandole quasi  sempre al tema della scarsità alimentare del periodo di guerra.
Infatti, le parole di un motivo assai conosciuto &quot;sotto il mandorlo fiorito&quot; erano state così modificate:
&quot;Alla fila del formaggio
o del cavolo sfiorito
te lo danno per assaggio 
perché tutto era finito&quot;
e, quelle appena cantate da Zoe sull&#039;aria di &quot;perduto amore&quot;, erano così riproposte:
&quot;Io cerco invano di dimenticar
però la fame non si può scordar
d&#039;un pollo arrosto non ricordo più il sapor
quattro patate un po&#039; di pane e un pomodor
sempre così
sempre ogni dì&quot;.
In breve tempo l’eco del successo del circolo raggiunse i centri limitrofi e vi furono esibizioni al “Pizzetti” di Grosseto, a Braccagni, Campagnatico, Giuncarico, Batignano, Orbetello ed infine al Teatro degli Industri nel capoluogo.
Al termine dello spettacolo che abbiamo ricordato, giunse la notizia che anche il Giappone aveva chiesto la resa e quindi la guerra era veramente finita.
Contemporaneamente venne riorganizzato il Corpo Musicale “G. Verdi”, cioè la vecchia, cara banda di Montepescali sempre presente ad ogni manifestazione lieta, ed anche meno lieta.
Betto Marcacci ne era il maestro: sempre elegante, impeccabilmente vestito di bianco, veniva chiamato “cavaliere”, anche se gradiva, dagli amici più intimi, il soprannome di “toro di Viareggio” per certe avventure galanti delle quali era stato protagonista nel capoluogo della Versilia.
Si rientrava, gradatamente, nella normalità: la prima, timida sensazione l’avevamo avuta circa 14 mesi prima, quando le retroguardie dell’esercito tedesco si erano ritirate verso nord e la popolazione si era riversata nelle strade per assistere all’arrivo delle truppe della Quinta Armata del generale Clark.
All’apparire dei primi soldati di colore, fra la curiosità generale di quanti non avevano mai visto gente dalla pelle nera, vi furono anziane donne che si spaventarono facendosi il segno della Croce e la Marrocchina corse a rinserrarsi in casa, quasi avesse veduto il diavolo.
Nel mese di luglio, in piena estate, fu organizzata una gita a Castiglione della Pescaia con il camion del Gamberi, e per alcuni ragazzi fu la prima occasione di vedere il mare e fare il bagno. Va da sé che al ritorno il camion, fra forature di gomme e guasti vari, si fermò due o tre volte e per coprire il percorso, fra imprecazioni e moccoli, ci vollero più di tre ore.
Negli anni di guerra il bagno si andava a fare alle “Caldanelle” o al ponte della Fossa, con preferenza per il primo sito perchè spesse volte c’era la possibilità di fregare qualche cocomero al Moretti, l’ortolano.
Intanto, don Giuseppe continuava a questionare con le suore che giungevano in ritardo alla messa, interrompendo la funzione dicendo: “Ecco il treno di Siena”, che come si sa giungeva sempre dopo l’orario stabilito.
Stavano riprendendo le varie attività produttive con protagonista la Cooperativa di Lavoro di Montepescali, di cui parleremo in uno dei prossimi capitoli.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>RICORDI DI GIOVENTU’</p>
<p>Una delle associazioni della quale Montepescali può menar vanto, di indirizzo ricreativo-culturale, e ricordarla con nostalgia ed affetto, è il circolo mandolinistico “G. Puccini”, la cui ricostituzione avvenne addirittura prima della fine delle ostilità in Estremo Oriente, per iniziativa di un gruppo di compaesani, in primo luogo Florio e Manlio Cipriani, Egisto Fiorilli ed altri, che dettero impulso, disponibilità organizzativa e impegno non comune, mentre Angiolo Bani, competente maestro, insegnava a ragazze e ragazzi le nozioni musicali fino all’uso degli strumenti. Tanta era la dedizione del Bani per la musica, che impartiva lezioni perfino nella sua bottega di barbiere fra un taglio di capelli e una rasatura di barba.<br />
Il primo concerto del rinnovato circolo avvenne nell’agosto 1945 sui bastioni di Grancia, ribattezzati “Belvedere”, messi a disposizione dall’amministrazione Grottanelli.<br />
La prima parte della serata era dedicata all’esecuzione di musica operistica e classica in cui erano impegnati una cinquantina di elementi fra vecchi musicanti e giovani esordienti, mentre la seconda parte era destinata alla musica leggera, con un’orchestrina di cui facevano parte veri virtuosi quali: Fosco Fiorilli, Arturo Vannini, Alberto Vaselli, Lorenzino Meschinelli, Velio Rossi, e Franco detto  il “Papa” alla chitarra e tanti ragazzi e ragazze che cantavano le canzoni allora in voga: Veris, Wanda, Neda, Zoe, Giuliana, Fernanda, Maddalena, Giorgio, Idro, Eliseo (se c’è qualche omissione è involontaria, per difetto di memoria ed è doveroso chiedere scusa) offrivano a tutto il paese e alla gente accorsa anche dalla campagna uno spettacolo piacevole.<br />
La parte conclusiva era destinata alla comicità ed aveva per protagonista della risata Lauro Baroni, che si esibiva nella parodia di canzoni appena cantate, dedicandole quasi  sempre al tema della scarsità alimentare del periodo di guerra.<br />
Infatti, le parole di un motivo assai conosciuto &#8220;sotto il mandorlo fiorito&#8221; erano state così modificate:<br />
&#8220;Alla fila del formaggio<br />
o del cavolo sfiorito<br />
te lo danno per assaggio<br />
perché tutto era finito&#8221;<br />
e, quelle appena cantate da Zoe sull&#8217;aria di &#8220;perduto amore&#8221;, erano così riproposte:<br />
&#8220;Io cerco invano di dimenticar<br />
però la fame non si può scordar<br />
d&#8217;un pollo arrosto non ricordo più il sapor<br />
quattro patate un po&#8217; di pane e un pomodor<br />
sempre così<br />
sempre ogni dì&#8221;.<br />
In breve tempo l’eco del successo del circolo raggiunse i centri limitrofi e vi furono esibizioni al “Pizzetti” di Grosseto, a Braccagni, Campagnatico, Giuncarico, Batignano, Orbetello ed infine al Teatro degli Industri nel capoluogo.<br />
Al termine dello spettacolo che abbiamo ricordato, giunse la notizia che anche il Giappone aveva chiesto la resa e quindi la guerra era veramente finita.<br />
Contemporaneamente venne riorganizzato il Corpo Musicale “G. Verdi”, cioè la vecchia, cara banda di Montepescali sempre presente ad ogni manifestazione lieta, ed anche meno lieta.<br />
Betto Marcacci ne era il maestro: sempre elegante, impeccabilmente vestito di bianco, veniva chiamato “cavaliere”, anche se gradiva, dagli amici più intimi, il soprannome di “toro di Viareggio” per certe avventure galanti delle quali era stato protagonista nel capoluogo della Versilia.<br />
Si rientrava, gradatamente, nella normalità: la prima, timida sensazione l’avevamo avuta circa 14 mesi prima, quando le retroguardie dell’esercito tedesco si erano ritirate verso nord e la popolazione si era riversata nelle strade per assistere all’arrivo delle truppe della Quinta Armata del generale Clark.<br />
All’apparire dei primi soldati di colore, fra la curiosità generale di quanti non avevano mai visto gente dalla pelle nera, vi furono anziane donne che si spaventarono facendosi il segno della Croce e la Marrocchina corse a rinserrarsi in casa, quasi avesse veduto il diavolo.<br />
Nel mese di luglio, in piena estate, fu organizzata una gita a Castiglione della Pescaia con il camion del Gamberi, e per alcuni ragazzi fu la prima occasione di vedere il mare e fare il bagno. Va da sé che al ritorno il camion, fra forature di gomme e guasti vari, si fermò due o tre volte e per coprire il percorso, fra imprecazioni e moccoli, ci vollero più di tre ore.<br />
Negli anni di guerra il bagno si andava a fare alle “Caldanelle” o al ponte della Fossa, con preferenza per il primo sito perchè spesse volte c’era la possibilità di fregare qualche cocomero al Moretti, l’ortolano.<br />
Intanto, don Giuseppe continuava a questionare con le suore che giungevano in ritardo alla messa, interrompendo la funzione dicendo: “Ecco il treno di Siena”, che come si sa giungeva sempre dopo l’orario stabilito.<br />
Stavano riprendendo le varie attività produttive con protagonista la Cooperativa di Lavoro di Montepescali, di cui parleremo in uno dei prossimi capitoli.</p>
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		<title>Di: admin</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/10/gente-di-montepescali/comment-page-1/#comment-280</link>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 13:52:21 +0000</pubDate>
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		<description>OTTAVIO LO SPAZZINO

Tu tu… tu… tu… Con la trombetta legata al collo, a cui dava fiato suonandola per richiamare l’attenzione delle donne affinchè andassero a vuotare la cassetta della spazzatura dentro il carretto, e tenendo il somaro per la cavezza perché stesse fermo, Ottavio spazzava le strade di Montepescali mattino e pomeriggio, tenendole pulite in maniera encomiabile, così come era impeccabile l’ordine nel cimitero, nei lavatoi, etc..
Allora lo spazzino non veniva ancora chiamato con i termini moderni e sofisticati quali netturbino, operatore ecologico, operatore generico e chi più ne ha più ne metta.
Lo spazzino era lo spazzino e Ottavio era appunto lo spazzino, una istituzione che si è estinta con lui. Durante il percorso per le vie del paese c’erano le soste obbligatorie dal Mirolli, da Zita, dal Marcacci, all’appalto ed infine al dopolavoro a vuotare un bicchierotto per togliersi, diceva, la polvere dalla gola e risciacquarsi la bocca, ed anche qualche fermata sussidiaria davanti a casa di amici (e Ottavio di amici ne aveva tanti) che lo aspettavano con il fiasco in una mano e un bicchiere nell’altra.
Il giro del pomeriggio (una ripassata) era più corto e veloce di quello del mattino; qualche volta ad Ottavio capitava di alzare un po’ il gomito ed allora si dilettava a cantare un motivetto che i ragazzi ripetevano in coro al seguito del carretto:
“e con un barattatì
e con un barattatà
e con un pi con un ci con un a
più la gnacchera non toccà”
che non si è mai capito bene cosa volesse dire di preciso, ma qualcosa doveva pur dire, dal momento che la  diceva; oppure leggeva la mano, pronosticando invariabilmente, a chi se la faceva leggere: “te vincerai tanti soldi e diventerai ricco, e camperai centocinquant’anni e poi morirai se ti pare”.
Il sabato e la domenica pomeriggio erano dedicati alla ricreazione, cioè alla irrinunciabile partita a carte con gli amici.
E per amici si deve intendere quelli che giocavano e quelli che facevano corona intorno, partecipando però tutti alle bevute.
Tra questi, non certo catalogabili nella categoria degli estimatori di acqua, c’erano Mente, Drea, il Meo, Ostilio, Schizzo, Torello, il Nappa, Venturino, il Belli, il Papa, Savino, il Riccio, il Gallo, Titteri, Boghe, Memmo, Calisseno, che producevano un’ammucchiata di “scheletri” di fiaschi portati a più riprese da Amalia o da Fulvia.
Verso l’ora di cena, con l’aria di essere capitata lì per caso, arrivava Tilde con i ferri della calza sottobraccio e il gomitolo della lana in tasca; Ottavio, prima di farsi trascinare verso casa, gli cantava:
“bella m’innamorai del tuo giardino dentro c’era una bella peschiera
pescai tanto di quel pesce sopraffino
presi una triglia mi fa male ancora”.
Infine, Ottavio, sempre quando era sotto pressione, aveva espresso più di una volta,  un desiderio che però è rimasto insoddisfatto: voleva che sulla lapide della sua tomba, al cimitero, vi fosse la scritta:
qui giacciono le ossa
di Carnesecchi Ottavio
che non ebbero né fine né principio
perché non fece mai la spia al Municipio”.
Gran bella figura di montepescalese autentico, quella di Ottavio, che si ricorda con profonda nostalgia e simpatia.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>OTTAVIO LO SPAZZINO</p>
<p>Tu tu… tu… tu… Con la trombetta legata al collo, a cui dava fiato suonandola per richiamare l’attenzione delle donne affinchè andassero a vuotare la cassetta della spazzatura dentro il carretto, e tenendo il somaro per la cavezza perché stesse fermo, Ottavio spazzava le strade di Montepescali mattino e pomeriggio, tenendole pulite in maniera encomiabile, così come era impeccabile l’ordine nel cimitero, nei lavatoi, etc..<br />
Allora lo spazzino non veniva ancora chiamato con i termini moderni e sofisticati quali netturbino, operatore ecologico, operatore generico e chi più ne ha più ne metta.<br />
Lo spazzino era lo spazzino e Ottavio era appunto lo spazzino, una istituzione che si è estinta con lui. Durante il percorso per le vie del paese c’erano le soste obbligatorie dal Mirolli, da Zita, dal Marcacci, all’appalto ed infine al dopolavoro a vuotare un bicchierotto per togliersi, diceva, la polvere dalla gola e risciacquarsi la bocca, ed anche qualche fermata sussidiaria davanti a casa di amici (e Ottavio di amici ne aveva tanti) che lo aspettavano con il fiasco in una mano e un bicchiere nell’altra.<br />
Il giro del pomeriggio (una ripassata) era più corto e veloce di quello del mattino; qualche volta ad Ottavio capitava di alzare un po’ il gomito ed allora si dilettava a cantare un motivetto che i ragazzi ripetevano in coro al seguito del carretto:<br />
“e con un barattatì<br />
e con un barattatà<br />
e con un pi con un ci con un a<br />
più la gnacchera non toccà”<br />
che non si è mai capito bene cosa volesse dire di preciso, ma qualcosa doveva pur dire, dal momento che la  diceva; oppure leggeva la mano, pronosticando invariabilmente, a chi se la faceva leggere: “te vincerai tanti soldi e diventerai ricco, e camperai centocinquant’anni e poi morirai se ti pare”.<br />
Il sabato e la domenica pomeriggio erano dedicati alla ricreazione, cioè alla irrinunciabile partita a carte con gli amici.<br />
E per amici si deve intendere quelli che giocavano e quelli che facevano corona intorno, partecipando però tutti alle bevute.<br />
Tra questi, non certo catalogabili nella categoria degli estimatori di acqua, c’erano Mente, Drea, il Meo, Ostilio, Schizzo, Torello, il Nappa, Venturino, il Belli, il Papa, Savino, il Riccio, il Gallo, Titteri, Boghe, Memmo, Calisseno, che producevano un’ammucchiata di “scheletri” di fiaschi portati a più riprese da Amalia o da Fulvia.<br />
Verso l’ora di cena, con l’aria di essere capitata lì per caso, arrivava Tilde con i ferri della calza sottobraccio e il gomitolo della lana in tasca; Ottavio, prima di farsi trascinare verso casa, gli cantava:<br />
“bella m’innamorai del tuo giardino dentro c’era una bella peschiera<br />
pescai tanto di quel pesce sopraffino<br />
presi una triglia mi fa male ancora”.<br />
Infine, Ottavio, sempre quando era sotto pressione, aveva espresso più di una volta,  un desiderio che però è rimasto insoddisfatto: voleva che sulla lapide della sua tomba, al cimitero, vi fosse la scritta:<br />
qui giacciono le ossa<br />
di Carnesecchi Ottavio<br />
che non ebbero né fine né principio<br />
perché non fece mai la spia al Municipio”.<br />
Gran bella figura di montepescalese autentico, quella di Ottavio, che si ricorda con profonda nostalgia e simpatia.</p>
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		<title>Di: admin</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/10/gente-di-montepescali/comment-page-1/#comment-279</link>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 13:51:52 +0000</pubDate>
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		<description>OSPITI FORESTIERI IN MONTEPESCALI

Nel corso degli anni Montepescali ha ospitato, per vari motivi, soprattutto di lavoro, famiglie e singoli individui la cui presenza è legata ad episodi e fatti, alcuni simpatici, altri meno.
Si può ricordare con piacere una anziana coppia di coniugi orbetellani senza figli, gentili, altruisti e disponibili: Serafino Buratti – artificiere presso il deposito di Versegge – con un cappellone da cow-boy sempre infilato in testa anche quando andava a giocare a carte, e sua moglie Sandrina.
I Soro, una famiglia sarda di sei persone che si integrò perfettamente con le usanze paesane, e che parlavano di Montepescali come del “continente” rispetto ai loro luoghi natali, sognando di potervi ritornare un giorno. Il che avvenne al termine della guerra.
I Giuntini, invece, provenienti dalla Romagna ed esattamente dalle parti di Forlimpopoli, terra del leggendario bandito Stefano Pelloni detto il Passatore, non possono essere annoverati fra gli “ospiti” positivi.
L’uomo, che non aveva un lavoro fisso, soprattutto perché non aveva voglia di lavorare, viveva di piccoli espedienti, esercitando in modo continuativo il bracconaggio. Per ingannare le guardie che si scervellavano dietro le sue orme senza identificarlo, giunse ad incollare nelle scarpe suole messe al rovescio, in modo che sembrava uscire da una riserva mentre invece vi stava entrando, e viceversa. Non c’era una tana di istrice, di tassi ed altri animali che non avesse avuta la sua visita.
La moglie era sarta, ma più in apparenza che per effettivo lavoro. In tal modo cercava di giustificare le spese economiche della famiglia. Era come la barzelletta che raccontava Memmo quando era in buona. Diceva di raccomandare ai suoi ulivi di fare le foglie, che alla produzione di ulive avrebbe pensato lui.
La loro “residenza” montepescalese ebbe termine nottetempo, con una fuga ben studiata per sottrarsi al dovere di pagare qualche debituccio accumulato presso i commercianti che gli avevano fatto credito.
Una mattina la porta di casa spalancata palesò che i mobili e le altre masserizie erano spariti (qualcuno ricordò che durante la notte aveva sentito il rumore di un camion, ma non vi aveva prestato attenzione, credendo che fosse quello di Talete che qualche volta rientrava in ritardo), assieme ai proprietari, e quindi abbandonarono il paese insalutati ospiti.
Ovviamente rimase “vittima” del fuggitivo anche Tarquinio, il proprietario della casa abitata dal Giuntini, che doveva riscuotere alcuni mesi di locazione arretrata. E’ probabile che qualche parolina non propriamente gentile gli sia stata inviata al nuovo domicilio. Giustificata.
Come non ricordare la simpatica pronuncia trasversale calabro-lucana dell’appuntato Annibale Lombardi. Quando la caserma dei carabinieri non era ancora dotata di telefono, veniva usato quello del posto pubblico all’appalto dove, ad un’ora stabilita, il graduato trasmetteva al comando provinciale i rapporti più urgenti.
Iniziava la conversazione sempre allo stesso modo, qualificandosi: “appundade carabiniera Muntepescala.” Ed una volta che si verificò un furto ai danni di un pastore che abitava dalle parti del Fontin del Topo, dettò: “in località Vallerutana hanno rubato cacio formaggio. Ignode i ladre rimasti sconosciuti. Sembra che si siano dirigiuti verso Bagno Rusella.”
Anche un tale affetto da nanismo, di nome Corrado e che appunto a causa della sua statura era chiamato Corradino, venne per un certo tempo ad abitare a Montepescali.
Si arrabbiava di brutto quando si sentiva apostrofare come Corradino e rispondeva risentito: “e se io chiamassi i vostri babbi Stefanino, Gigino, Nellino ecc. cosa diresti?”  C’era poco da dire: a chiamare con il diminutivo marcantoni come Divo, Antenore, Rolando, Annibale, Osvaldo, Torquato, ecc. ci sarebbe stato veramente da ridere.
Da una estremità all’altra. Di Natale, detto Natalone perché era un omone alto e soprattutto grosso, sottofattore presso l’Amministrazione Grottanelli, i ragazzi di allora ne conservano un piacevole ricordo perché, nel periodo che precede la vendemmia, quando cioè l’uva aveva preso colore ed incominciava ad essere matura, per impedire loro di andare a “fregarne” qualche grappolo, Natalone si piazzava seduto davanti a Tondicarlo a fare la guardia.
Però aveva l’abitudine di addormentarsi saporitamente non appena si metteva seduto e russava fragorosamente, per cui l’accesso alla vigna e l’assaggio dell’uva avveniva senza pericolo alcuno.
La cosa si ripeteva, con lo stesso copione, al tempo della raccolta delle ulive e della ghianda.
E, sempre a proposito di personale dipendente dei conti Grottanelli, verso la fine degli anni quaranta, al palazzo di rappresentanza di Grancia, che di solito si animava solo quando i proprietari venivano in paese per organizzare la cacciata al cinghiale nelle riserve di proprietà o per curare i loro interessi, venne assegnata una coppia di coniugi con l’incarico della custodia: il sor Arnaldo e la moglie, la sora Gina.
Lui era un tipo azzimato, precisino, impomatato e sempre pettinato che non gli pendeva un capello, profumato, vestito elegantemente, scarpe color crema con la punta marrone, e ad alcuni pare di ricordare che il cognome fosse Medici, ovviamente niente a che vedere con la discendenza della storica casata mugellese.
Altri, invece, pur non ricordandosi il cognome, asseriscono che non si chiamassero Medici. Ci dobbiamo limitare, pertanto, ad indicarlo come il sor Arnaldo.
Dopo l’indispensabile periodo di ambientamento e di studio del luogo e delle persone, il sor Arnaldo incominciò a familiarizzare con il paese ed i suoi abitanti, frequentando in modo particolare la canonica di don Giuseppe e la bottega da barbiere di Loris che, in mancanza della classica farmacia, era il luogo congeniale per parlare di politica, di sport, di caccia ecc..
Una sera, rientrando dalla passeggiata che era solito fare  attorno al paese prima del tramonto, incrociò un gruppo di operai della cooperativa che, dopo la dura giornata di lavoro, rientravano a casa, spingendo a mano la bicicletta. Fra di essi Beppe, Omero, Gigi, Socrate e Stefano che erano rimasti qualche passo indietro, quasi a formare una specie di retroguardia.
Improvvisamente si udì un grosso rumore,  una  pernacchia, non proveniente però dalla bocca, rumore che non fu immediatamente classificabile del quale però, si stabilì all’istante che non era debole, tremolante, furtivo, stento. Era, invece, possente, fragoroso, quasi maestoso, a strappaghinea e ne poteva essere autore, per provata capacità e maestria, uno qualsiasi dei componenti il gruppo sopraddetto.
Il sor Arnaldo, Medici o non Medici che fosse o come diavolo si chiamasse, fiorentino lo era però davvero e, dopo il sobbalzo conseguente al frastuono di cui si è detto, domandò con il tipico accento di san Frediano: “o icché gli è stato?”
All’attimo di perplessità seguito all’esclamazione, e dopo aver lanciato uno sguardo al gruppo, forse si ricordò che da qualche parte aveva sentita la frase:
“o porci o maiali
o cooperativa di Montepescali”
o, molto probabilmente, pensò al suo grande conterraneo, il sommo poeta Dante Alighieri che, nella Commedia, evoca il suono di una “trombetta”. E’ doveroso però aggiungere che la trombetta Dantesca, paragonata all’autentica deflagrazione appena ascoltata, poteva essere definita musica per flauto.
Il sor Arnaldo trasse perciò le sue conclusioni esclamando: “se l’era una curreggia, gli aveva la C maiuscola.”</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>OSPITI FORESTIERI IN MONTEPESCALI</p>
<p>Nel corso degli anni Montepescali ha ospitato, per vari motivi, soprattutto di lavoro, famiglie e singoli individui la cui presenza è legata ad episodi e fatti, alcuni simpatici, altri meno.<br />
Si può ricordare con piacere una anziana coppia di coniugi orbetellani senza figli, gentili, altruisti e disponibili: Serafino Buratti – artificiere presso il deposito di Versegge – con un cappellone da cow-boy sempre infilato in testa anche quando andava a giocare a carte, e sua moglie Sandrina.<br />
I Soro, una famiglia sarda di sei persone che si integrò perfettamente con le usanze paesane, e che parlavano di Montepescali come del “continente” rispetto ai loro luoghi natali, sognando di potervi ritornare un giorno. Il che avvenne al termine della guerra.<br />
I Giuntini, invece, provenienti dalla Romagna ed esattamente dalle parti di Forlimpopoli, terra del leggendario bandito Stefano Pelloni detto il Passatore, non possono essere annoverati fra gli “ospiti” positivi.<br />
L’uomo, che non aveva un lavoro fisso, soprattutto perché non aveva voglia di lavorare, viveva di piccoli espedienti, esercitando in modo continuativo il bracconaggio. Per ingannare le guardie che si scervellavano dietro le sue orme senza identificarlo, giunse ad incollare nelle scarpe suole messe al rovescio, in modo che sembrava uscire da una riserva mentre invece vi stava entrando, e viceversa. Non c’era una tana di istrice, di tassi ed altri animali che non avesse avuta la sua visita.<br />
La moglie era sarta, ma più in apparenza che per effettivo lavoro. In tal modo cercava di giustificare le spese economiche della famiglia. Era come la barzelletta che raccontava Memmo quando era in buona. Diceva di raccomandare ai suoi ulivi di fare le foglie, che alla produzione di ulive avrebbe pensato lui.<br />
La loro “residenza” montepescalese ebbe termine nottetempo, con una fuga ben studiata per sottrarsi al dovere di pagare qualche debituccio accumulato presso i commercianti che gli avevano fatto credito.<br />
Una mattina la porta di casa spalancata palesò che i mobili e le altre masserizie erano spariti (qualcuno ricordò che durante la notte aveva sentito il rumore di un camion, ma non vi aveva prestato attenzione, credendo che fosse quello di Talete che qualche volta rientrava in ritardo), assieme ai proprietari, e quindi abbandonarono il paese insalutati ospiti.<br />
Ovviamente rimase “vittima” del fuggitivo anche Tarquinio, il proprietario della casa abitata dal Giuntini, che doveva riscuotere alcuni mesi di locazione arretrata. E’ probabile che qualche parolina non propriamente gentile gli sia stata inviata al nuovo domicilio. Giustificata.<br />
Come non ricordare la simpatica pronuncia trasversale calabro-lucana dell’appuntato Annibale Lombardi. Quando la caserma dei carabinieri non era ancora dotata di telefono, veniva usato quello del posto pubblico all’appalto dove, ad un’ora stabilita, il graduato trasmetteva al comando provinciale i rapporti più urgenti.<br />
Iniziava la conversazione sempre allo stesso modo, qualificandosi: “appundade carabiniera Muntepescala.” Ed una volta che si verificò un furto ai danni di un pastore che abitava dalle parti del Fontin del Topo, dettò: “in località Vallerutana hanno rubato cacio formaggio. Ignode i ladre rimasti sconosciuti. Sembra che si siano dirigiuti verso Bagno Rusella.”<br />
Anche un tale affetto da nanismo, di nome Corrado e che appunto a causa della sua statura era chiamato Corradino, venne per un certo tempo ad abitare a Montepescali.<br />
Si arrabbiava di brutto quando si sentiva apostrofare come Corradino e rispondeva risentito: “e se io chiamassi i vostri babbi Stefanino, Gigino, Nellino ecc. cosa diresti?”  C’era poco da dire: a chiamare con il diminutivo marcantoni come Divo, Antenore, Rolando, Annibale, Osvaldo, Torquato, ecc. ci sarebbe stato veramente da ridere.<br />
Da una estremità all’altra. Di Natale, detto Natalone perché era un omone alto e soprattutto grosso, sottofattore presso l’Amministrazione Grottanelli, i ragazzi di allora ne conservano un piacevole ricordo perché, nel periodo che precede la vendemmia, quando cioè l’uva aveva preso colore ed incominciava ad essere matura, per impedire loro di andare a “fregarne” qualche grappolo, Natalone si piazzava seduto davanti a Tondicarlo a fare la guardia.<br />
Però aveva l’abitudine di addormentarsi saporitamente non appena si metteva seduto e russava fragorosamente, per cui l’accesso alla vigna e l’assaggio dell’uva avveniva senza pericolo alcuno.<br />
La cosa si ripeteva, con lo stesso copione, al tempo della raccolta delle ulive e della ghianda.<br />
E, sempre a proposito di personale dipendente dei conti Grottanelli, verso la fine degli anni quaranta, al palazzo di rappresentanza di Grancia, che di solito si animava solo quando i proprietari venivano in paese per organizzare la cacciata al cinghiale nelle riserve di proprietà o per curare i loro interessi, venne assegnata una coppia di coniugi con l’incarico della custodia: il sor Arnaldo e la moglie, la sora Gina.<br />
Lui era un tipo azzimato, precisino, impomatato e sempre pettinato che non gli pendeva un capello, profumato, vestito elegantemente, scarpe color crema con la punta marrone, e ad alcuni pare di ricordare che il cognome fosse Medici, ovviamente niente a che vedere con la discendenza della storica casata mugellese.<br />
Altri, invece, pur non ricordandosi il cognome, asseriscono che non si chiamassero Medici. Ci dobbiamo limitare, pertanto, ad indicarlo come il sor Arnaldo.<br />
Dopo l’indispensabile periodo di ambientamento e di studio del luogo e delle persone, il sor Arnaldo incominciò a familiarizzare con il paese ed i suoi abitanti, frequentando in modo particolare la canonica di don Giuseppe e la bottega da barbiere di Loris che, in mancanza della classica farmacia, era il luogo congeniale per parlare di politica, di sport, di caccia ecc..<br />
Una sera, rientrando dalla passeggiata che era solito fare  attorno al paese prima del tramonto, incrociò un gruppo di operai della cooperativa che, dopo la dura giornata di lavoro, rientravano a casa, spingendo a mano la bicicletta. Fra di essi Beppe, Omero, Gigi, Socrate e Stefano che erano rimasti qualche passo indietro, quasi a formare una specie di retroguardia.<br />
Improvvisamente si udì un grosso rumore,  una  pernacchia, non proveniente però dalla bocca, rumore che non fu immediatamente classificabile del quale però, si stabilì all’istante che non era debole, tremolante, furtivo, stento. Era, invece, possente, fragoroso, quasi maestoso, a strappaghinea e ne poteva essere autore, per provata capacità e maestria, uno qualsiasi dei componenti il gruppo sopraddetto.<br />
Il sor Arnaldo, Medici o non Medici che fosse o come diavolo si chiamasse, fiorentino lo era però davvero e, dopo il sobbalzo conseguente al frastuono di cui si è detto, domandò con il tipico accento di san Frediano: “o icché gli è stato?”<br />
All’attimo di perplessità seguito all’esclamazione, e dopo aver lanciato uno sguardo al gruppo, forse si ricordò che da qualche parte aveva sentita la frase:<br />
“o porci o maiali<br />
o cooperativa di Montepescali”<br />
o, molto probabilmente, pensò al suo grande conterraneo, il sommo poeta Dante Alighieri che, nella Commedia, evoca il suono di una “trombetta”. E’ doveroso però aggiungere che la trombetta Dantesca, paragonata all’autentica deflagrazione appena ascoltata, poteva essere definita musica per flauto.<br />
Il sor Arnaldo trasse perciò le sue conclusioni esclamando: “se l’era una curreggia, gli aveva la C maiuscola.”</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: admin</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/10/gente-di-montepescali/comment-page-1/#comment-278</link>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 13:51:20 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.braccagni.info/?p=167#comment-278</guid>
		<description>DALL’ASILO ALLE ELEMENTARI

I ricordi del periodo dei bui anni della guerra e di come trascorreva la vita quotidiana dei ragazzi di 10 - 13 anni a Montepescali, non possono che partire dall’asilo e quindi dalle benemerite suore che accudivano piccoli e piccolissimi, anche quelli che non avevano ancora tre anni le cui mamme, per integrare i magri bilanci familiari, andavano nei mesi invernali a cogliere e a spigolare ulive e alla macchia a procurarsi la legna per il riscaldamento domestico, o a fare i lavori stagionali in estate presso le due grandi aziende agricole della zona, Grottanelli e Guicciardini, iniziando dalla raccolta del fieno fino alla mietitura e trebbiatura del grano e degli altri cereali.
Sotto la sorveglianza dell’austera madre Superiora, ai più piccini pensavano suor Eufemia prima e suor Modesta poi; quando i ragazzi raggiungevano l’età per le elementari, toccava a suor Tommasina, insegnante di buona cultura (peccato che avesse l’abitudine di rifilare, ed abbastanza frequentemente, tremende bacchettate nelle mani che facevano rialzare la pelle) ad organizzare il doposcuola in sintonia con i programmi degli insegnanti elementari; suor Gioconda impartiva alle ragazze lezioni di cucito e ricamo ed infine suor Maria, la brava cuoca, affaccendata attorno alle pentole dalle quali emanava un odorino invitante che, non appena si diffondeva nell’aria, faceva cantare in coro ai bimbi:
“com’è buona la minestra
che si mangia all’asil
se è contenta Superiora
si comincia a mangiar”
e la Superiora, dopo aver con gesto maestoso, assaggiata la minestra, esprimeva il suo gradimento annuendo con un cenno della testa, iniziava la recita delle preghiere e dava l’autorizzazione a riempire le scodelle.
Fu una vera fortuna avere avuto, negli anni che vanno dal 1938 al 1943 tra gli insegnanti elementari, validi compaesani quali Maria Grazia Marchetti, Gestina Cipriani e Renato Pasquini, la cui dimestichezza con le famiglie degli alunni non impediva loro di esercitare la dovuta severità prima, durante e dopo le lezioni.
E non era certo colpa delle suore o dei maestri se, fra una lezione e l’altra, veniva posta in essere qualche marachella: dopo essersi accertati che Drea, la guardia, era a fare la partita a carte da Zita o dal Mirolli, si formavano bande schiamazzanti e, siccome gli zoccoli di legno avevano ormai preso il posto delle scarpe di cuoio, il chiasso era addirittura infernale tanto che veniva recepito perfino da Cariglia, con sosta finale al baluardo a tirare ghiaiottoli sul tetto dei sottostanti lavatoi mentre le donne stavano sciacquando i panni e sentendosi investite da quella gragnuola inveivano: “le mani dietro”, “vi venisse un accidente”, e la frase più classica “figli di p...”.
Le suore insegnavano anche a servire la messa in latino, come usava allora; a bere di nascosto nelle ampolle l’aleatico occorrente per l’Elevazione ci pensavamo noi, e se ai tempi di don Fabio il tutto si risolveva con la minaccia “ora lo dico ai vostri babbi”, con don Giuseppe incominciò a volare qualche pedata nel sedere, e Iliano potrebbe essere più preciso sull’argomento.
Un appuntamento atteso con ansia era l’ultimo giorno di carnevale: Ostilio indossava la camicia da notte di Angiolina, imbrattata davanti con salsa di pomodoro e sul retro con marmellata di more, e iniziava il gioco del “fico” consistente nel salire su  una sedia, legare un fico secco ad una cordicella appesa ad una canna di bambù (come quelle usate per  la pesca) e facendola roteare sul naso quasi sempre sporco della masnada chiassosa dei ragazzi che lo dovevano catturare con la bocca, tenendo rigorosamente le mani dietro la schiena, fino alla sua sparizione dentro una bocca. Era consuetudine che lungo il giro  per le vie del paese, vi fossero soste per un bicchierotto offerto gratis dal Mirolli, da Zita, dal Marcacci, all’appalto e al dopolavoro. Negli ultimi tempi il gioco passò a Memmo che ovviamente, la camicia da notte se la fece dare da Igiene.
Le belle passeggiate delle scolaresche con meta il Pianalino o la zona del cancello del Cinti avvenivano sempre più raramente per il timore dei bombardamenti e a scuola si cantavano canzoni e inni ormai fuori moda; il repertorio canoro era rimasto fermo al 1936 e faceva un certo effetto nel 1942-43 continuare a cantare:
“Osteria dei tre moschetti
pa-ra-pon-zi-pon-zi-pon
in Italia siamo stretti
pa-ra-pon-zi-pon-zi-pon
allungheremo lo Stivale
fino all’Africa orientale”
quando ormai l’impero e le colonie del Nord Africa erano solo un ricordo e si stava profilando lo sbarco degli Alleati in Sicilia. 
Le file nei vari negozi (il posto andavamo noi ragazzi a prenderlo per conto delle mamme), la macina notturna del grano nei macinini del caffè (o meglio dell’orzo) ci fecero precipitare in breve tempo dallo spensierato periodo della fanciullezza a quello dell’adolescenza.  Acquisimmo in pieno il significato della parola guerra.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>DALL’ASILO ALLE ELEMENTARI</p>
<p>I ricordi del periodo dei bui anni della guerra e di come trascorreva la vita quotidiana dei ragazzi di 10 &#8211; 13 anni a Montepescali, non possono che partire dall’asilo e quindi dalle benemerite suore che accudivano piccoli e piccolissimi, anche quelli che non avevano ancora tre anni le cui mamme, per integrare i magri bilanci familiari, andavano nei mesi invernali a cogliere e a spigolare ulive e alla macchia a procurarsi la legna per il riscaldamento domestico, o a fare i lavori stagionali in estate presso le due grandi aziende agricole della zona, Grottanelli e Guicciardini, iniziando dalla raccolta del fieno fino alla mietitura e trebbiatura del grano e degli altri cereali.<br />
Sotto la sorveglianza dell’austera madre Superiora, ai più piccini pensavano suor Eufemia prima e suor Modesta poi; quando i ragazzi raggiungevano l’età per le elementari, toccava a suor Tommasina, insegnante di buona cultura (peccato che avesse l’abitudine di rifilare, ed abbastanza frequentemente, tremende bacchettate nelle mani che facevano rialzare la pelle) ad organizzare il doposcuola in sintonia con i programmi degli insegnanti elementari; suor Gioconda impartiva alle ragazze lezioni di cucito e ricamo ed infine suor Maria, la brava cuoca, affaccendata attorno alle pentole dalle quali emanava un odorino invitante che, non appena si diffondeva nell’aria, faceva cantare in coro ai bimbi:<br />
“com’è buona la minestra<br />
che si mangia all’asil<br />
se è contenta Superiora<br />
si comincia a mangiar”<br />
e la Superiora, dopo aver con gesto maestoso, assaggiata la minestra, esprimeva il suo gradimento annuendo con un cenno della testa, iniziava la recita delle preghiere e dava l’autorizzazione a riempire le scodelle.<br />
Fu una vera fortuna avere avuto, negli anni che vanno dal 1938 al 1943 tra gli insegnanti elementari, validi compaesani quali Maria Grazia Marchetti, Gestina Cipriani e Renato Pasquini, la cui dimestichezza con le famiglie degli alunni non impediva loro di esercitare la dovuta severità prima, durante e dopo le lezioni.<br />
E non era certo colpa delle suore o dei maestri se, fra una lezione e l’altra, veniva posta in essere qualche marachella: dopo essersi accertati che Drea, la guardia, era a fare la partita a carte da Zita o dal Mirolli, si formavano bande schiamazzanti e, siccome gli zoccoli di legno avevano ormai preso il posto delle scarpe di cuoio, il chiasso era addirittura infernale tanto che veniva recepito perfino da Cariglia, con sosta finale al baluardo a tirare ghiaiottoli sul tetto dei sottostanti lavatoi mentre le donne stavano sciacquando i panni e sentendosi investite da quella gragnuola inveivano: “le mani dietro”, “vi venisse un accidente”, e la frase più classica “figli di p&#8230;”.<br />
Le suore insegnavano anche a servire la messa in latino, come usava allora; a bere di nascosto nelle ampolle l’aleatico occorrente per l’Elevazione ci pensavamo noi, e se ai tempi di don Fabio il tutto si risolveva con la minaccia “ora lo dico ai vostri babbi”, con don Giuseppe incominciò a volare qualche pedata nel sedere, e Iliano potrebbe essere più preciso sull’argomento.<br />
Un appuntamento atteso con ansia era l’ultimo giorno di carnevale: Ostilio indossava la camicia da notte di Angiolina, imbrattata davanti con salsa di pomodoro e sul retro con marmellata di more, e iniziava il gioco del “fico” consistente nel salire su  una sedia, legare un fico secco ad una cordicella appesa ad una canna di bambù (come quelle usate per  la pesca) e facendola roteare sul naso quasi sempre sporco della masnada chiassosa dei ragazzi che lo dovevano catturare con la bocca, tenendo rigorosamente le mani dietro la schiena, fino alla sua sparizione dentro una bocca. Era consuetudine che lungo il giro  per le vie del paese, vi fossero soste per un bicchierotto offerto gratis dal Mirolli, da Zita, dal Marcacci, all’appalto e al dopolavoro. Negli ultimi tempi il gioco passò a Memmo che ovviamente, la camicia da notte se la fece dare da Igiene.<br />
Le belle passeggiate delle scolaresche con meta il Pianalino o la zona del cancello del Cinti avvenivano sempre più raramente per il timore dei bombardamenti e a scuola si cantavano canzoni e inni ormai fuori moda; il repertorio canoro era rimasto fermo al 1936 e faceva un certo effetto nel 1942-43 continuare a cantare:<br />
“Osteria dei tre moschetti<br />
pa-ra-pon-zi-pon-zi-pon<br />
in Italia siamo stretti<br />
pa-ra-pon-zi-pon-zi-pon<br />
allungheremo lo Stivale<br />
fino all’Africa orientale”<br />
quando ormai l’impero e le colonie del Nord Africa erano solo un ricordo e si stava profilando lo sbarco degli Alleati in Sicilia.<br />
Le file nei vari negozi (il posto andavamo noi ragazzi a prenderlo per conto delle mamme), la macina notturna del grano nei macinini del caffè (o meglio dell’orzo) ci fecero precipitare in breve tempo dallo spensierato periodo della fanciullezza a quello dell’adolescenza.  Acquisimmo in pieno il significato della parola guerra.</p>
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		<title>Di: admin</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/10/gente-di-montepescali/comment-page-1/#comment-277</link>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 13:50:20 +0000</pubDate>
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		<description>LE BURLE DI VITALIANO

L’antico detto “è tutto grasso che cola” veniva usato in passato in circostanze diverse e stava a significare in modo particolare periodi di ristrettezza, scarsità, indisponibilità soprattutto dal punto di vista economico. Vitaliano, invece, da quel buontempone che era, lo fece suo in maniera imprevedibile quando Reno, dopo che ebbero finito di ammazzare, spezzare e sistemare il maiale, ricordò al padre che, per non contravvenire alle rigide disposizioni alimentari vigenti nel periodo di guerra, bisognava conferire all’ammasso, presso i magazzini del Consorzio Agrario gestito dal Mascherini alla stazione di Montepescali una parte del grasso dell’animale, altrimenti sarebbero incorsi nelle severissime sanzioni previste per i trasgressori delle norme.
Solo allora Vitaliano, anche se tardivamente, si rese conto della gravità del reato commesso; però ormai il grasso del maiale non c’era più perché era stato adoperato per confezionare soppressate, buristi e salsiccia e per sistemare i fegatelli negli appositi panciuti vasi di vetro, per cui, alle insistenze di Reno rispose con il suo modo scanzonato: “vuol dire che per non prendere la denuncia, si mette mamma in forno dentro un teglione e tutto il grasso che cola si dà all’ammasso.”
Ovviamente scherzando, ve la immaginate Argia, con il suo aspetto di un’acciuga senza sale e che pesava trenta chili con tutti i vestiti addosso, quanto grasso avrebbe prodotto. Ma tant’è! Vitaliano era uno dei personaggi montepescalesi particolarmente simpatici che, comandando ad un ragazzotto di andare all’appalto da Tonina a comprargli le buette, cioè le spuntature dei sigari, lo circuiva promettendo un regalino al suo ritorno dalla commissione. Se eravamo in periodo estivo gli offriva un cartoccio di semi di zucca arrostiti belli caldi, ammesso ovviamente che si trovassero da comprare. Se si era in inverno, gli offriva invece un gelato non appena Quirino fosse arrivato da Braccagni in sella al suo trespolo con il quale in estate, oltre che a Montepescali, girava per le aie in occasione della trebbiatura per vendere il ghiotto alimento.
Tutto ciò era un valido motivo affinchè i ragazzi, giocando tra loro, si dilettassero a cantare la strofetta:
“un rombo a mezzanotte
È passato un aeroplano,
e sotto c’era scritto
Argia e Vitaliano!”
Anche la polizia stradale, che in quel periodo era una sezione distaccata della milizia per la sicurezza nazionale, fu oggetto di un scherzo studiato da Vitaliano.
Una sera, tornando con gli altri operai in bicicletta dagli Acquisti diretto a Montepescali, incappò in un controllo sull’Aurelia, dalle parti della cantoniera del Peruzzi, e dal quale risultò che alcuni di essi non avevano perfettamente funzionante il catarifrangente sul parafango posteriore della bicicletta che, forse a causa del colore rosso acceso, veniva chiamato comunemente il pomodoro.
A Vitaliano fu contestato inoltre il difettoso suono del campanello che gracidava come una ranocchia.
L’occasione fu ritenuta propizia per attuare una delle burle che lo avevano reso famoso e, arrivato a Montepescali provvide ad appiccicare al vetro rotto del catarifrangente un pomodoro autentico, grosso e polposo e ad applicare nel manubrio, al posto del campanello, un campanaccio del suo ciuco, di quelli che si sentivano ad un chilometro di distanza.
L’indomani, quando i due agenti della stradale, nel solito posto e alla stessa ora della sera precedente, videro passare Vitaliano con quell’armamentario, pur sentendosi presi in giro, non poterono trattenersi dal ridere e, consultandosi tra loro, dissero: “o si eleva una multa colossale, con l’aggravante di offesa a pubblico ufficiale, o si racconta come barzelletta.”
Evidentemente fu quest’ultima ipotesi a prevalere, perché Vitaliano non ricevette mai avvisi di pagamento di multe.
Infine non si può tacere dello scherzo al suo ciuco che voleva mangiare erba fresca e lui gli dava invece solo fieno stagionato avendone da smaltire una grossa scorta.
Il ciuco si rifiutava di obbedire, si impuntava, ragliava, scalciava, ma del fieno proprio non voleva saperne.
Vitaliano ebbe allora una idea geniale: fabbricò con il filo di ferro e con il vetro di color verde un paio di enormi occhiali che infilò nel muso dell’animale per illuderlo che si trattava di erba. Ed infatti il ciuco, con la fame arretrata che aveva, si avventò sulla razione, ma se il padrone  non fosse stato lesto a scansarsi, sarebbe stato destinatario di una coppiola di arrabbiatissimi calci.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>LE BURLE DI VITALIANO</p>
<p>L’antico detto “è tutto grasso che cola” veniva usato in passato in circostanze diverse e stava a significare in modo particolare periodi di ristrettezza, scarsità, indisponibilità soprattutto dal punto di vista economico. Vitaliano, invece, da quel buontempone che era, lo fece suo in maniera imprevedibile quando Reno, dopo che ebbero finito di ammazzare, spezzare e sistemare il maiale, ricordò al padre che, per non contravvenire alle rigide disposizioni alimentari vigenti nel periodo di guerra, bisognava conferire all’ammasso, presso i magazzini del Consorzio Agrario gestito dal Mascherini alla stazione di Montepescali una parte del grasso dell’animale, altrimenti sarebbero incorsi nelle severissime sanzioni previste per i trasgressori delle norme.<br />
Solo allora Vitaliano, anche se tardivamente, si rese conto della gravità del reato commesso; però ormai il grasso del maiale non c’era più perché era stato adoperato per confezionare soppressate, buristi e salsiccia e per sistemare i fegatelli negli appositi panciuti vasi di vetro, per cui, alle insistenze di Reno rispose con il suo modo scanzonato: “vuol dire che per non prendere la denuncia, si mette mamma in forno dentro un teglione e tutto il grasso che cola si dà all’ammasso.”<br />
Ovviamente scherzando, ve la immaginate Argia, con il suo aspetto di un’acciuga senza sale e che pesava trenta chili con tutti i vestiti addosso, quanto grasso avrebbe prodotto. Ma tant’è! Vitaliano era uno dei personaggi montepescalesi particolarmente simpatici che, comandando ad un ragazzotto di andare all’appalto da Tonina a comprargli le buette, cioè le spuntature dei sigari, lo circuiva promettendo un regalino al suo ritorno dalla commissione. Se eravamo in periodo estivo gli offriva un cartoccio di semi di zucca arrostiti belli caldi, ammesso ovviamente che si trovassero da comprare. Se si era in inverno, gli offriva invece un gelato non appena Quirino fosse arrivato da Braccagni in sella al suo trespolo con il quale in estate, oltre che a Montepescali, girava per le aie in occasione della trebbiatura per vendere il ghiotto alimento.<br />
Tutto ciò era un valido motivo affinchè i ragazzi, giocando tra loro, si dilettassero a cantare la strofetta:<br />
“un rombo a mezzanotte<br />
È passato un aeroplano,<br />
e sotto c’era scritto<br />
Argia e Vitaliano!”<br />
Anche la polizia stradale, che in quel periodo era una sezione distaccata della milizia per la sicurezza nazionale, fu oggetto di un scherzo studiato da Vitaliano.<br />
Una sera, tornando con gli altri operai in bicicletta dagli Acquisti diretto a Montepescali, incappò in un controllo sull’Aurelia, dalle parti della cantoniera del Peruzzi, e dal quale risultò che alcuni di essi non avevano perfettamente funzionante il catarifrangente sul parafango posteriore della bicicletta che, forse a causa del colore rosso acceso, veniva chiamato comunemente il pomodoro.<br />
A Vitaliano fu contestato inoltre il difettoso suono del campanello che gracidava come una ranocchia.<br />
L’occasione fu ritenuta propizia per attuare una delle burle che lo avevano reso famoso e, arrivato a Montepescali provvide ad appiccicare al vetro rotto del catarifrangente un pomodoro autentico, grosso e polposo e ad applicare nel manubrio, al posto del campanello, un campanaccio del suo ciuco, di quelli che si sentivano ad un chilometro di distanza.<br />
L’indomani, quando i due agenti della stradale, nel solito posto e alla stessa ora della sera precedente, videro passare Vitaliano con quell’armamentario, pur sentendosi presi in giro, non poterono trattenersi dal ridere e, consultandosi tra loro, dissero: “o si eleva una multa colossale, con l’aggravante di offesa a pubblico ufficiale, o si racconta come barzelletta.”<br />
Evidentemente fu quest’ultima ipotesi a prevalere, perché Vitaliano non ricevette mai avvisi di pagamento di multe.<br />
Infine non si può tacere dello scherzo al suo ciuco che voleva mangiare erba fresca e lui gli dava invece solo fieno stagionato avendone da smaltire una grossa scorta.<br />
Il ciuco si rifiutava di obbedire, si impuntava, ragliava, scalciava, ma del fieno proprio non voleva saperne.<br />
Vitaliano ebbe allora una idea geniale: fabbricò con il filo di ferro e con il vetro di color verde un paio di enormi occhiali che infilò nel muso dell’animale per illuderlo che si trattava di erba. Ed infatti il ciuco, con la fame arretrata che aveva, si avventò sulla razione, ma se il padrone  non fosse stato lesto a scansarsi, sarebbe stato destinatario di una coppiola di arrabbiatissimi calci.</p>
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