la banca della memoria

Il Dr. Iacopini

Il Dr. Iacopini

LE STRADE DEL VINO

di Bruno Ciarpaglini

 

Produrre un ottimo vino con i mezzi moderni di oggi, con la tecnologia perfetta, le cantine a misura ambientale, dove troneggiano barili, contenitori e bottiglie sulle quali applicare l’etichetta, è facilissimo. Inoltre gli enologi che con il loro parere sapientemente trasformato dagli slogan pubblicitari che invogliano all’acquisto del prodotto, operano in una realtà molto diversa da quando l’uva veniva pigiata dentro i bigonci nella vigna, per essere successivamente trasferita con i carri trainati dai buoi nel locale adibito a cantina dentro i tini in cui veniva pestata con i piedi scalzi fino a quando il mosto, travasato nelle damigiane diventava limpido e trasparente.

In mancanza di enologi diplomati, provvedevano all’assaggio coloro che col vino avevano particolare dimestichezza e quindi potevano esprimere un giudizio competente sul liquido sottoposto all’esame del loro palato.

Sullo stradone delle Gerlette, il podere di Guido e Ottavio Salvadori, quello di Callisto e Alberto Petrucci alla Ciprianina, erano punti di sosta obbligati per quanti, tornando dal lavoro in bicicletta o a piedi, potevano gustarsi un bicchierotto.

Ma anche gli altri viticoltori disseminati nella pianura erano mete ambite per visite “enologiche”. Come sarebbe stato possibile passare davanti a Casalpino e non fermarsi ad assaggiare il vino del Rappoli, oppure al podere Spiga e non fare visita al Ciardi, alla Francina dal Mazzini e dal Rossi, al Pian di Maggio e a Casalpiano dal Bonelli o da Basilio, ai Poderi  Nuovi dal “Mosca” o al Rigone dal Morganti?

Si sarebbero offesi e quindi non era il caso. Sottoposto a tale “collaudo” il vino poteva essere venduto, in fiaschi o al minuto.

Ed infatti, nelle botteghe di Montepescali e Braccagni c’erano cartelli scritti a mano con l’indicazione: “vini del Petrucci, del Salvadori, del Rappoli, etc.”

I vari assaggiatori avevano la fisionomia dei dipendenti delle Amministrazioni agricole, fissi o stagionali, e cioè di Giannino, Menchino, di “Guerra”, Gigi, Nanni, Savino, “Vento”, del Belli, del Riccio, etc. ai quali, nell’immediato dopoguerra, si aggiunse un carabiniere alto e grosso, un “omone” di nome Terenzio, che prestava servizio presso la caserma di Montepescali. Egli aveva per il vino una predilezione particolare tanto che Francesca, la donna di servizio detta Checca, quando apparecchiava per il pranzo o per la cena, era imbarazzata a trovare un bicchiere adatto alle esigenze di Terenzio. La soluzione fu merito di Aldemara che regalò alla Checca un boccale da birra da tre quarti.

Terenzio ovviamente faceva il possibile per essere mandato in servizio fra la stazione e gli Acquisti e passare con una certa frequenza per lo stradone delle Gerlette.

Una sera, però, probabilmente la libagione fu più abbondante del solito e Terenzio, dopo vari tentativi, non ce la fece proprio a risalire in bicicletta per ritornare a Montepescali alla fine del turno di servizio.

Il Salvadori pensò allora di mettere il giogo ad un paio di buoi ed attaccarli ad un carro e così il militare  e la bicicletta fecero ritorno in paese con tale improvvisato mezzo di locomozione.

Il carro agricolo non era però propriamente un pullman e procedendo lentamente, col passo dei mansueti animali, di tempo per coprire la distanza ne impiegò molto.

Durante il tragitto i fumi dell’alcool si diradarono per cui,  svegliandosi ed essendo nel frattempo discese le prime ombre della sera, invece di ringraziare, Terenzio notò che il carro non era fornito, sul retro, del fanale prescritto.

“Ci sarebbero i motivi per una contravvenzione”, commentò il militare davanti allo sbalordito “autista” del carro. Ovviamente, da quel momento, Terenzio si scordò il sapore e l’aroma del vino delle Gerlette.

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  1. admin ha detto:

    LA GUERRA DELLE DUE NAPPE

    Secondo un tipo di letteratura romanzesca, il naso più celebre conosciuto e decantato è certamente quello dello spadaccino francese Cyrano di Bergerac, a causa del quale, oggetto di continui sfottimenti ed irrisioni, il legittimo possessore fu costretto ad affrontare, ovviamente vincendoli tutti, memorabili duelli.
    Ma anche dalle nostre parti, fra Montepescali e Braccagni, nel tempo, vi sono state prominenze maestose e, pur in assenza di duelli perché nessuno si offendeva a sentirsi chiamare Nappa, Naso o Nasone, la contesa era continua.
    Mentre in paese il soprannome di Nappa era notoriamente usato per indicare Gigi, purtuttavia anche Alfonso, Curzio, suo figlio Annibale, Drea, Gelasio, Pecione ed altri, potevano menare il vanto di possedere una proboscide fuori dal comune.
    A Braccagni il titolo poteva essere reclamato contemporaneamente da diverse persone, tutte meritevoli di citazioni, ma con particolare riguardo per le pretuberanze del Berretti, di Smeraldo, del Morganti del “Rigone” e del Mascherini del Consorzio agrario.
    Proprio fra questi ultimi due era in atto, abilmente alimentata dagli amici che si dilettavano nello sfottimento, una rivalità continua e conflittuale, rispetto alla quale quella esistente fra Coppi e Bartali e fra Milan e Inter diventava una barzelletta.
    Allo scopo di stabilire, una volta per tutte, chi aveva il diritto di vantare il naso più grosso, un gruppo di buontemponi propose una singolare sfida fra il Morganti e il Mascherini, che l’accettarono, e l’esito della quale sarebbe diventato una sentenza inappellabile.
    In quel periodo le macchine in circolazione erano poche e la “Balilla” della Fiat segnalava la deviazione a sinistra o a destra tramite un pulsante, collocato vicino al posto di guida, che faceva scattare all’esterno una freccia nella direzione di marcia.
    Giovanni e Pietro dovevano salire appunto su una macchina del tipo di quello descritto (che sarebbe stata messa a disposizione dal sor Jlando Iacopini) segnalando la deviazione con i rispettivi nasi collocati fuori del finestrino; il tutto con al seguito una giuria in motocicletta in cui dovevano trovare posto, tra gli altri, il Berretti e Smeraldo, delusi per essere stati eliminati dalla fase finale.
    Non è dato di sapere se la sfida fu effettivamente posta in essere (i ricordi sono alquanto confusi) e conseguentemente chi fu proclamato vincitore.
    Però i “reduci” di quell’avvenimento concordano sul risultato di più bevute da Quirino, dal Brencio, dal Pieraccini, dal Vecchiati e dal Filadelfi.

  2. admin ha detto:

    IL RITO DELLA SCAMPANATA

    La cosiddetta “scampanata” chiassosa ed alquanto discutibile, sicuramente poco civile manifestazione estemporanea che voleva essere, in qualche modo, espressione di augurio, ora fortunatamente caduta in disuso, veniva organizzata e posta in essere ogni volta che un vedovo convolava in seconde nozze con un’altra donna, in modo particolare se zitella, o viceversa se una vedova si riaccasava con un altro uomo, specie se celibe. Tuttavia, nel periodo intercorso fra le due guerre mondiali e prima della stipula dei Patti Lateranensi, i matrimoni non venivano celebrati né in Comune né in Chiesa se la vedova che si risposava percepiva la pensione dallo Stato per la morte in guerra del precedente marito, appunto per permetterle di continuare a riscuotere il vitalizio. Ciò non impediva che anche in questi casi la tradizione della scampanata, certamente di origine antichissima, forse proveniente dalla Val di Chiana, sopravvissuta fino agli anni cinquanta, venisse applicata. Essa consisteva nel darsi appuntamento in gran numero davanti all’”alcova” degli sposi, all’ora in cui si presumeva che, dopo avere cenato stessero per andare a letto, tutti armati di improvvisati “strumenti” che venivano percossi con un legno quali i barattoli di latta, stagne, padelle, catinelle rotte, tinozze bucate, pentole scortecciate, corni che si usavano in occasione della caccia al cinghiale, armoniche a bocca, campanacci, fischietti, nacchere, raganelle e persino vesciche di bestie vaccine le quali gonfiate e compresse sotto l’ascella di un braccio producevano rumorose pernacchie che, a mò di accompagnamento, si integravano perfettamente con il chiasso generale. Nelle ultime scampanate venne riesumata persino una sirena che avvertiva sull’arrivo degli aerei nemici durante la guerra. L’assordante concerto si prolungava fino a quando gli “sposini” non si decidevano ad aprire la porta di casa scendendo in strada con fiaschi di vino e bicchieri per offrire da bere ai “suonatori” perché era questo, in sostanza, il vero scopo della scampanata: scroccare gratuitamente da bere alla salute degli sposi.
    Le persone dotate di perspicacia e buon senso non si facevano trovare impreparate all’avvenimento, ed al primo accenno di rumore si precipitavano in strada per dare da bere ai musicanti.
    Gli ultimi “concerti” in paese, se la memoria non tradisce, furono quelli dedicati a Serafino e Valterina e al sor Brunetto Noferi, l’ufficiale di posta.
    Evina, donna intelligente e simpatica, quando si unì in matrimonio con Vasco, prevenne i suonatori autorizzando il Cipriani all’appalto, il Mirolli e Zita, divenuta sua cognata, a dare da bere a tutti e a volontà, e la scampanata venne così evitata.
    Da casa del Noferi, non appena in lontananza si sentì il primo accenno di rumore, furono tirati fuori panini, dolci e vino già preparati in precedenza, e quindi fu offerto un rinfresco in piena regola.
    In paese il capobanda era Memmo, ma anche Edoardo detto Pallino, Asintone, Stefano, il Papa erano, come sempre, fra i promotori, e in testa all’allegra brigata ritmavano in coro: “se non ci date bere, vi si fa per nove sere”, impegnandosi al massimo nel reclutamento di suonatori e di strumenti affinché la manifestazione riuscisse nel migliore dei modi e soprattutto producesse l’effetto desiderato.
    Bisogna riconoscere che a Braccagni l’organizzazione della scampanata, di cui erano registi Aldo, il popolare Sardone e Oris detto Balliccio, i quali si avvalevano della consulenza di Lauro, di Garalla ed altri, era migliore e più partecipata.
    Quando la scampanata veniva effettuata nell’aia di un podere, la bevuta era assicurata ed abbondante, perché il vino non doveva essere comperato come in paese, e il ghiotto liquido non mancava certo nelle case coloniche quasi tutte corredate di imponenti vigneti.
    Perciò il concerto si esauriva in una mezz’oretta e poi il disturbo veniva tolto e i suonatori si ritiravano dopo avere compiuta la missione.
    Dalla parte dei Poderi Nuovi, addirittura, i “concertisti” trovarono fuori della porta di casa, già predisposti su una grande tavola sotto la vicina carraia, prosciutto, formaggio, pane e damigiane di vino e, imprevisto e spiritoso, un cartello in cui era scritto: “benvenuti, mentre voi suonate fuori, noi si suona dentro.”
    In questo caso, la scampanata si ritorse, scherzosamente, verso i partecipanti i quali, per l’occasione furono i veri scorbacchiati.
    L’unica volta che la scampanata non si concluse con la tradizionale bevuta fu in occasione delle seconde nozze del Sinfanti, l’agente della società Bonaccorsi, appaltatrice dal Comune di Grosseto delle imposte di consumo, chiamato comunemente il “daziere”.
    Spilorcio e taccagno all’eccesso, una vera “calìa”, si era ripromesso di fregarsene delle tradizioni e di pagare da bere non gli passava nemmeno per la controfossa del cervello, ed alla minaccia di vedere ripetuto il concerto nelle sere successive, uscì di casa in mutande e con una pentola in mano si mise a suonare insieme agli altri i quali, capita l’antifona, dovettero abbandonare l’impresa, augurando al Sinfanti di spendere quei soldi che risparmiava nell’acquisto di un purgante alla farmacia Torelli.

  3. admin ha detto:

    LAURO PROTAGONISTA DELLA RISATA

    Uno dei personaggi più caratteristici e simpatici che ha impresso la sua personalità negli ultimi anni quaranta e nei primi anni cinquanta è stato certamente Lauro Baroni. Metà montepescalese perché vi era nato, e metà braccagnino perché era andato ad abitarvi fin dal suo matrimonio costruendovi la casa per la famiglia, prima che quell’allora piccola borgata assumesse l’attuale consistenza.
    Nell’annessa bottega esercitava il mestiere di calzolaio (a qualificarlo ciabattino si adombrava), fra le piante della via Aurelia, in quel periodo transitata in prevalenza da carri agricoli, barrocci e calessi.
    La definizione “protagonista della risata” attribuitogli non si riferisce solo alle scoppiettanti risate con la prolunga che contagiavano quanti gli stavano vicini, abbinata alla risata, altrettanto fragorosa, proveniente dal proprietario della casa accanto, cioè da Garalla, ma perché aveva l’estro e la predisposizione a saper raccontare fatti e storielle e anche di sfottere in modo brillante. Inoltre sapeva trasformare con facilità motivi allora in voga in simpatiche parodie nello spazio finale a lui riservato al termine di ogni spettacolo di varietà del circolo mandolinistico “G. Puccini”, buttando in comicità situazioni e fatti diversi.
    Dopo che gli americani ebbero sganciate le prime due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, Lauro dedicò a Oliva, sua suocera, una pasta di donna impagabile, che egli accusava in modo ovviamente scherzoso di essere “manesca”, i seguenti versi sul motivo di “stornellate fiorentine”
    “La terza bomba atomica mondiale,
    mia suocera, che mi tratta male.
    Per aver detto ch’era la mia festa
    m’ha rotto la zuppiera sulla testa.”
    A questo punto si levava il cappello a tuba con il quale era comparso in palcoscenico, e sulla lucida pelata faceva bella mostra di sé un vistoso cerotto, applicato precedentemente (il tutto sotto la regìa di Florio), provocando l’ilarità generale che, partendo proprio da Oliva e Delia contagiava tutto il pubblico.
    E proseguiva, sempre parlando della suocera:
    “e se a casa non può star tranquilla,
    tu la devi sentire quando strilla!
    Fior d’ogni fiore,
    la luna è bella quando gli è di miele,
    io l’ho finita e c’è
    rimasto il fiele!!!”
    Quando Calisseno alzava il gomito, e succedeva abbastanza frequentemente, Lauro aveva coniato, sulle note del gaio motivo del “tram di Monza” una canzoncina che i ragazzi cantavano in coro:
    “viva viva Calisseno,
    che ne bevve un fiasco pieno,
    e ha la testa che gli ronza
    perché prese una sbronza,
    onza onza onza za.”
    La canzoni che si prestavano ad essere trasformate in parodia, erano quelle brillanti del tipo “i pompieri di Viggiù”, “dove sta Zazà” e simili, e pertanto, quando una sera alle prove del circolo “Puccini” precedente l’imminente concerto-spettacolo, sentendolo chiedere all’orchestra di attaccare le note dolcissime di Amapola, una canzone venuta d’oltre Oceano con le truppe di liberazione americane qualche anno prima, ci furono sguardi interrogativi di meraviglia su dove Lauro volesse parare.
    Era accaduto che il giornale radio delle 20,30 ascoltato nei pubblici esercizi (il 90% delle famiglie non possedeva ancora l’apparecchio radio), aveva dato notizia delle disavventure coniugali del campione di calcio del “Torino” e capitano della “Nazionale” Valentino Mazzola che si era separato dalla moglie e Lauro, sui due piedi, aveva modificato le parole originali di Amapola con le seguenti:
    “A Mazzola
    la grandissima mezz’ala
    non bastò una moglie sola”.
    Va sottolineato, sempre in tema di parodie, che egli aveva una spiccata predilezione per quelle che ricordavano il periodo della scarsità alimentare durante la guerra e, sulle note di un’altra canzone che era il cavallo di battaglia di Vanda, “Verdi Pascoli”, cantava:
    “verdi tasche
    perché siete sfondate
    mangio sempre patate
    perché altro non c’è.
    O soavi pranzi
    che un giorno abbandonai
    io non vi potrò
    scordare mai.”
    Quando alla sede dell’ambasciata degli U.S.A. di Villa Taverna, a Roma, divenne titolare per la prima volta nella storia della diplomazia una donna, la signora Clara Booth Luce, Lauro rielaborò sui due piedi, dal motivo “è arrivato l’ambasciatore” reso popolare dal trio Lescano, le parole che divennero:
    “E’ arrivata l’ambasciatrice
    a cavallo di un cammello,
    suo marito giura e dice
    che è una donna di cervello.”
    Come non ricordare, inoltre, le tradizionali partite a carte, con obbligo di sfottimento, con Garalla, Brencio, Sardone, ed altri amici al bar, dopopranzo. Se vinceva, le risate si potevano udire in un largo raggio e il perdente si ritrovava con il mazzo delle carte sottobraccio come per dirgli di andare a scuola a imparare. Se invece perdeva lui, erano naturalmente gli altri a sfottere. In questo caso Lauro si divertiva meno.
    Per terminare, vale la pena di ricordare l’ultimo giorno di Carnevale del 1947; l’incontro davanti alla cannella del Marcacci con Memmo che aveva indosso la camicia da notte di Igiene per fare il gioco del fico con un codazzo di ragazzi dietro e Lauro che aveva indossata (chissà dove se l’era procurata) una veste talare da vescovo con tanto di croce sul petto e il pastorale nella mano sinistra, mentre nella destra aveva, al posto dell’aspersorio, una paiolina e un pennello da muratore, e stava dirigendosi verso l’abitazione delle suore per impartire loro una benedizione particolare, suscitando le risate dell’austera Superiora e delle altre consorelle mentre sua zia Graziosa, che passava da quelle parti, lo investì con l’epiteto di “mostro che non sei altro”, che era l’invettiva che preferiva.

  4. admin ha detto:

    LE “GUMEE” DEL MONNI

    Riprendiamo la narrazione delle frasi celebri già iniziate a descrivere precedentemente.
    Il Monni, recandosi in fattoria per proporre l’acquisto delle “gumee” per lavorare i campi, si sentì rispondere dal fattore che le scarpe e gli stivali di gomma non rientravano fra gli oggetti il cui costo era anticipato dall’amministrazione, ma che dovevano essere acquistati direttamente dal contadino. Il fattore aveva capito che le “gumee” fossero scarpe di gomma o stivali, mentre invece erano vomere per l’aratro.
    Nel periodo immediatamente susseguente alla liberazione, si presentarono un giorno nell’aia a sua moglie Regina, due soldati americani che avevano voglia di mangiare un bel galletto appena ammazzato alla scottiglia, ed in cambio offrirono scatole di biscotti, cioccolate, sigarette, ecc. Al termine del pasto uno dei due militari volle sincerarsi che la roba offerta in cambio del pollo andasse bene e lo disse con la parola inglese Okay, allora sconosciuta. La Regina capì oche e cioè che volessero mangiare anche un papero e rispose imbarazzata: “i mi’ cittini, quelle un ve le posso dà, mi c’è rimasto le razze sole”.
    Maso Mearini detto il marrano, che ha trascorso più di metà della sua vita alla macchia lavorando da mattina a sera per sbucciare piante di sughero, tagliare la legna e poi cuocerla per farne carbone, una volta con una frasca si produsse una vistosa tumefazione all’occhio sinistro.
    Recatosi a farsi visitare dal dottor Nisi, fu tranquillizzato sulla superficialità dell’abrasione ed ebbe l’assicurazione che sarebbe guarito in pochi giorni. Doveva però farsi degli impacchi adoperando l’acqua solforica delle Caldanelle. “M’ha ditto di fammi un du bagnoli n’tur u l’occhio con pò d’acqua silinfonica”, raccontò a commento della visita.
    E sempre Maso, durante il frugale pasto che gli operai consumavano fra le dodici e l’una nell’intervallo della dura giornata di lavoro, ai ragazzi più giovani che mangiavano con l’avidità propria dell’età, disse: “Me pare che avete il buchelin de la teneca”. Voleva dire che avevano il baco della tenia.
    Torindo Baffoni, che con gli altri operai si recava la mattina presto alla stazione di Montepescali a prendere il treno per andare a lavorare al polverificio di Orbetello, scivolò sulla strada ghiacciata delle fonti vecchie. “Ho fatto uno sgniagolone”, si giustificò per la caduta.
    Angiolo Cittadini detto il Mosca, che soffriva di emorroidi, si recò una mattina dal dottor Paro Vidolin il quale, per visitare quella parte del corpo dove non batte il sole e rendersi conto di cosa si trattava, lo fece distendere sul lettino dell’ambulatorio dopo avergli fatto togliere pantaloni e mutande. “M’ha messo a buco pillonzi e co’n dito s’è messo a nafantare drento”, commentò: “se non era per l’istruzione gn’avrei rifilo un par di manate”
    Ed ancora il Mosca, intervenendo in una discussione fra sportivi durante il giro ciclistico d’Italia, sentenziò: “‘l Bartoli e ‘l Coppi van togo, ma que du sguizzeri gne ne fan vedere nere“. Si riferiva alle imprese sportive dei campioni svizzeri Koblet e Kubler antagonisti, negli anni cinquanta, di Coppi e Bartali dei quali furono validi avversari sportivi.
    Il Calussi delle Versegge, quando per ammazzare e spezzare il suino occorreva semplicemente recarsi in Comune per chiedere la visita veterinaria dopo aver pagato la relativa imposta, entrò nell’ufficio chiedendo all’impiegato addetto: “E’ questo l’ufficio dei maiali?” La risposta del dipendente comunale, quasi scontata, chiamò in causa ascendenti, collaterali e discendenti del Calussi, ovviamente quelli di sesso femminile.
    Poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, i commenti sulla presunta debolezza militare della Francia, su cui insisteva la propaganda del regime, mentre nessuno metteva in dubbio l’efficienza degli inglesi, possono essere riassunti in questa frase di Serafino: “La Francia n’ce fa paura; è l’Inghilterra che ce guarda ‘n belice”. Intendeva dire che l’Inghilterra ci guardava storto.
    Il Beligni, al quale un amico di famiglia che incontrava dopo tanto tempo e che premurosamente domandava notizie di ciascuno di loro, per informarlo che la figlia più piccola aveva sposato, disse: “ è vita a l’omo”.
    Il Bennati, recandosi a Grosseto per il consueto mercato settimanale del giovedì, con sosta obbligata a metà Corso davanti al caffè Martinelli, non rendendosi conto che gli esercizi commerciali erano ancora chiusi perchè era presto, ed avendo voglia di mettere qualcosa nello stomaco, domandò ad uno dei rari passanti mattutini: “me sapreste ardire quand’ aprono ‘ sti caffettarei?” La risposta fu: “ma chi volete affettare?”
    Domenico Nocciolini detto Menco, venne rimproverato, ma a torto, di una sua presunta assenza da una importante assemblea della Cooperativa di consumo. Siccome alla suddetta riunione aveva partecipato davvero, rispose risentito: “Quant’è vero che me chiamo Menco, un sò mai manco e manco manco mai”.Di Menco si diceva che quando si recò a casa dalla fidanzata (che poi divenne sua moglie) per la fatidica dichiarazione, per l’emozione rimase silenzioso.
    Maso Rossi, le cui battute potrebbero riempire un romanzo, facendo forse un pensierino anche a sua nuora, che era una bravissima sarta, e quindi lavorava fra le mura domestiche, diceva che le donne andavano divise in due categorie: quelle di campagna, adatte ai lavori pesanti e faticosi, che lui preferiva, e quelle che accudivano la casa, più delicate e che aveva ribattezzato “ pupattole da salotto “.
    Infine la suor Angela, una monaca tosta che insieme ad una sua consorella, suor Candida, ha scorrazzato per diversi lustri tutte le strade della Maremma con un cavallo ed un barroccio, questuando per conto di un istituto religioso pisano a favore dell’infanzia abbandonata, e che fiutando le simpatie politiche dei contadini, pur di raccogliere le offerte, aveva imparato a cantare l’Internazionale e Bandiera rossa, un giorno a Montepescali stava caricando nel barroccio le ulive raccolte mentre il cavallo era stato legato ad una campanella infissa nel muro, un branco di ragazzacci, fra i quali chi scrive, si divertiva a ritmare in coro “Che cavallo secco, che cavallo secco “, con una insistenza ed una continuità che avrebbe fatto perdere la pazienza a un Santo. Ed infatti la perse anche suor Angela che dopo aver tentato di disperderci, senza successo, disse “è meglio avè ‘i cavallo secco che la mamma troia e ‘l babbo becco”.

  5. admin ha detto:

    L’INQUILINO DEL PODERE SANTA LUCIA

    In alcuni precedenti interventi, parlando delle vecchie famiglie dei contadini della pianura, quasi sempre originarie della val di Chiana, sono stati ricordati episodi e frasi celebri i cui protagonisti rispondevano ai nomi e soprannomi di Vento, il Baldoni, la Giangia, il Mosca, Maso, Menco, Serafino, il Calussi, ecc., per sottolineare il linguaggio colorito imperniato su sfondoni che provocavano ilarità, mai però dimenticando il fatto umano e sociale, e cioè il loro fondamentale apporto nella realizzazione delle opere di bonifica.
    Ciò giustificava in pieno l’affermazione del Moretti: “siamo stati noi chianini che s’è prosciutto la Maremma,” intendendo appunto dire il prosciugamento delle zone paludose e malariche, e non come si potrebbe credere a prima vista il coscio del maiale dopo la stagionatura.
    Tra il Croci ed il Mencagli, entrambi provenienti dalle parti delle Chianacce, in quel di Cortona, non correva buon sangue e qualche dispettuccio se lo tiravano a vicenda, proseguendo in Vallerotana quelli iniziati qualche decennio prima in val di Chiana. Così una mattina il Mencagli non trovò più il vomere (chiamato dai chianini le gumee) e lamentando il furto subìto, perché in sostanza di questo si trattava, si sentì rispondere dal Croci: “l’avrà mange le zuccarole,” che sono quei bruchi pelosi e ruvidi di colore verde.
    Il Mencagli fece finta di incassare: però meditava di vendicarsi e qualche giorno dopo dal pollaio del Croci sparirono diverse galline. Questi, vedendo dopo pranzo il suo interlocutore con la bazza unta, gli domandò cosa avesse mangiato a mezzogiorno, ricevendo la risposta: “ho mangio un torzolin di cavolo.” Il Croci, controreplicò: “ma il cavolo un unta mica i baffi.” Risposta finale: “ma manco le gumee le mangia le zuccarole.”
    Le donne non erano da meno e Caterina, la moglie di Adolfo, detto Parrino, raccontò che una notte, mentre dormiva saporitamente girata su un fianco, fu svegliata dal marito, cui erano venute le “fregole”, che gli ordinò: “argirati, Catera, che te voglio artrapanere.” Ovviamente, in questo caso, la traduzione è discrezionale.
    Parrino era il conduttore del podere Santa Lucia, sito nel bel mezzo dell’oliveto allora di proprietà dell’Amministrazione Guicciardini, che inizia sulla sinistra del podere san Rocchino ed arriva nei pressi dell’abbeveratoio, quasi a metà salita fra Braccagni e Montepescali.
    Generalmente, le case coloniche erano costruite nel centro dell’appezzamento di terreno cui si accedeva da stradoni secondari, a sterro, nei quali transitavano solo i carri agricoli, che al momento delle piogge si trasformavano in fanghiglia che si appiccicava alle scarpe e agli stivali.
    Santa Lucia era un caso anomalo, in quanto i campi a corredo di questo podere erano dislocati in vari punti della pianura, dal vignone alle piantate, e perfino dalle parti del Fontin del topo, oltrepassato il Bottegone.
    Avendo un giorno la necessità di mandare una delle figlie a Grosseto al Consorzio Agrario (che per i chianini autentici era il Concorzio) a ritirare un documento (attenta, prima di prenderlo fattici mettere il timbolino), l’accompagnò alla fermata della R.A.M.A. alla moraina, e mentre pagava il biglietto, raccomandò all’autista: “la mì figliola ‘un la montà di dietro che gli fa male; montala davanti. Se invece qualche volta ti capita di caricà la mì moglie, lei la poi montà dove ti pare.” Ovviamente Parrino intendeva dire che la figlia venisse fatta sedere nei posti di prima fila, in quanto soffriva di mal d’auto e poteva vomitare, mentre la moglie era indenne da tale disturbo e poteva accomodarsi anche di dietro.
    Una volta il vecchio Pietro Zanchi, benemerito nella lunga battaglia per ridare agli abitanti di Montepescali il possesso degli Usi Civici, iniziò la raccolta delle firme da apporre in calce ad una petizione fra tutti coloro che avevano partecipato ad una assemblea popolare per inoltrarla alle autorità competenti. Passò anche da Parrino chiedendo: “c’eravate anche voi, vero?” Parrino, che non aveva mai sentito pronunciare la parola c’eravate, la prese per un’offesa e rimase risentito: “c’eravate voi, la vostra moglie e tutti i vostri ceravatini.”
    Recandosi una mattina a Montepescali a fare delle spese, passando davanti alla bottega del Mirolli, si fermò a scambiare due parole con alcuni anziani seduti al fresco nelle panche di pietra sotto l’arco, e dai discorsi di costoro apprese che il Comune di Grosseto si apprestava a spendere la somma di due milioni di lire per la costruzione di un vespasiano davanti al macello di Elena, al termine della discesa del pozzo Cagnoni.
    Appena ebbe un po’ di tempo libero, Parrino si precipitò a Braccagni e domandò a Aldo Tavarnesi, allora assessore comunale, cosa fosse questo vespasiano. Così sui due piedi, preso alla sprovvista, Aldo rispose che quando andava a a scuola aveva imparato durante le lezioni di storia, che Vespasiano era stato un imperatore romano. Poi però capì a cosa alludesse il suo interlocutore e gli spiegò che il Comune aveva deciso di costruire un gabinetto pubblico in paese, che in italiano si poteva chiamare vespasiano, per l’importo appunto di due milioni, somma notevole nei primi anni cinquanta, quando gli stipendi e i salari non raggiungevano le ventimila lire mensili.
    Apriti cielo! Due milioni per un gabinetto a Montepescali proprio non gli andavano giù e quindi Parrino concluse rivolto a Aldo: “ci vò io a cacà dietro al pagliaio; ci vadano anche a Montepescali così si risparmia i soldi.”

  6. moderator ha detto:

    Tratto da “Pane di Ferro” di MENOTTI BENNATI
    Verso la Maremma

    Nell’autunno del ’67, Ubaldo partì e un po’ in barroccio e molta strada a piedi, iniziò il viaggio di trasferimento seguen¬do lo stesso percorso del suocero, il suocero sarebbe partito più tardi per la stagione del taglio dei boschi che durava fino a marzo. Il percorso dei due era, nel primo tratto, attraverso il padule del Bientina e fu così che, camminando sugli argini dei fossi di bonifica, si trovò ben presto a Pontedera da dove proseguì in direzione di Cecina prendendo la Via Emilia all’Ar
    naccio. Faceva una media di trenta chilometri al giorno ferman¬dosi a mangiare in prossimità di sorgenti. Nel suo sacco aveva riposto i vestiti e gli altri indumenti personali, nella sporta
    i viveri che gli dovevano bastare fino all’arrivo a destinazione. La notte la passava presso famiglie contadine che erano sempre ospitali verso questo giovanotto che andava in cerca di lavoro e, oltre l’alloggio nella stalla su un letto di paglia fresca, gli offrivano, se c’era, un piatto di minestra anche un bicchiere di vino. Più volte aveva udito dire dal capoccia o altri di casa:
    – A gente così l’alloggio e un piatto di minestra si dà volentieri, i vagabondi si mandano al pagliaio -.
    I contadini erano fatti così davano sempre ospitalità ai lavoranti che si trasferivano in Maremma per lavoro dai quali, al ritorno, venivano, in qualche modo, ricompensati. E non era raro il caso che davanti a lavori stagionali come la vendemmia o la raccolta delle ulive, i lavoranti si fermavano un giorno ad aiutare le famiglie ospiti che, alla loro partenza, davano loro roba da mangiare: pane, formaggio e anche vino. Ubaldo si presentava bene ed ispirava subito simpatia nei suoi ospiti e, se li trovava a lavorare, si metteva al lavoro anche lui perché voleva, in qualche modo, ricambiare l’ospitalità. A Cecina trovò un barrocciaio di quelli che facevano il servizio di recapito delle merci che lo portò fino al bivio di Piombino. Alle varie fermate Ubaldo lo aiutava nella consegna tanto che qualcuno domandò al barrocciaio se aveva messo su il garzone.
    – Certo un garzone mi farebbe comodo perché comincio ad invecchiare, ma come farei a mantenerlo, guadagno appena per me e il cavallo -. Lasciato il barrocciaio di Cecina, salvo qualche piccolo tratto, se la fece tutta a piedi e, abbastanza stanco, arrivò nel pomeriggio di una di quelle giornate del mese di no¬vembre del ’67 al Braccagni. Quella sera volle fermarsi a quel¬
    l’osteria~ senza andare alla ricerca di alloggio da un contadi¬no, qualche soldo in tasca ce l’aveva e allora decise di mangia¬re mettendo i piedi sotto il tavolino e dormire in un letto con le lenzuola, così da buon cristiano come era abituato.
    Aveva certamente fatto più dei due terzi della strada e sarebbe arrivato fino a Grosseto nel pomeriggio del giorno dopo, dove aveva intenzione di riposarsi ancora, mettersi un po’ a posto nel vestiario per non arrivare “a destinazione malmesso e più somigliante ad una leggera che ad un lavoratore.
    Il viaggio fino ad allora era andato bene, il tempo era stato clemente, an¬che se sempre nuvoloso, non gli aveva riservato sorprese con rovesci difficili li a ripararsi, solo qualche pioggerella autunnale dalla quale, facilmente, si difendeva sotto il suo grande ombrello di incerato verde. In Maremma, come panorama, non c’era molto da vedere se non grandi campi dove era in corso la sementa del grano e boschi di sughere e uliveti, qualche vigneto e pinete verso il mare dal quale l’Aurelia si teneva abbastanza lontana eccetto a Follonica. Paesi non ne incontrava e li vedeva tutti arrampicati sulle colline, questa differenza tra i suoi posti e la Maremma lo invitava a fare qualche riflessione:
    – O come mai l’hanno fatti tutti in cima ai monti? ¬

    Questa era la domanda che si faceva. – Ci deve essere pure una ragione -. Poi gli venne in mente che la Maremma era terra di padule e che la malaria imperversava ancora, la sua mamma gli aveva raccomandato di stare attento perché, se la malaria gli saltava addosso, addio lavoro e speranze, bisognava ritornare a Borghetto perché, allora, l’unica cura era quella di cambiare aria. E’ vero, c’era il chinino, ma serviva a poco. Capì allora che la ragione dei paesi costruiti sulle colline e non in pianu¬ra era quella di stare lontani dalla malaria di dormire almeno in luogo con aria pulita e senza zanzare.
    Al Braccagni fece una buona cena, mangiò i maccheroni e una carne molto saporita che non aveva mai mangiato che gli dissero essere di cinghiale. Allora al Braccagni i cinghiali dovevano essere fuori dell’uscio, la macchia era ai bordi della strada e, di notte, i cinghiali la attraversavano per andare nei campi specialmente quando c’erano le pannocchie di granturco mature. Al Braccagni era arrivato quando ancora era giorno e, come prima cosa, aveva posato gli occhi sul paese, lassù in cima alla col¬lina, aveva a lungo ammirato quei tre campanili e quelle mura turrite, dopo, la sua osservazione, era scesa dall’alto in basso, tutta presa da quella collina, per intiero, coperta di ulivi. Gli ulivi sono piante che ispirano rispetto, forse per la loro longevità, certamente per l’olio, alimento fondamentale, e che allora, era l’unica materia che faceva luce, che alimentava le lucerne di ottone lucido che illuminavano le case.
    – Mi piace quel paese, aveva detto ad uno del posto e aveva domandato come si chiamava -.
    La persona a cui aveva rivolto la domanda, in verità, non era del luogo e dal modo come gli rispose si capì che non aveva simpatia per quel paese perché al nome di Montepescali aveva aggiunto aggettivi non punto belli per i suoi abitanti.
    – E’ il paese dei granocchiai ed anche degli ubriaconi -. Granocchiai era il nome che da quelle parti si dava ai montepe¬scalini in quanto poi ad essere degli ubriaconi, il brutto vizio di qualcuno, lo aveva esteso a tutti. Ma a correggere le espres¬sioni del primo era intervenuto un altro che aveva detto:
    Non dia retta a quel maldicente di roccastradino, si tratta di povera gente ma di lavoratori e di galantuomini che tirano avanti facendo i braccianti nelle fattorie del piano. Tutti i giorni devono fare a piedi molti chilometri, tra andata e ritorno, per andare al lavoro e lavorare sodo, dalla levata al tramonto -. – Nessuno meglio di me capisce queste cose, io ho lasciato il mio paese e la mia famiglia per trovare un pezzo di pane da queste parti e vado a lavorare in una ditta accollataria di lavori nella ferrovia all’Alberese -.
    – Ne avete fatta di strada se venite dal pistoiese, ma ora ne avete solo venti o venticinque chilometri
    – Stasera infatti voglio riposarmi bene e dormire in un letto e domattina presto mi rimetto in cammino perché mi preme cominciare a lavorare e guadagnare per non stare sulle spese dei genitori -. Poi si era messo a guardare dei giocatori di carte che facevano un gioco che egli non conosceva affatto; gli dis¬sero che era i l gioco dei quadrigl iati ma lui sapeva giocare soltanto a briscola e scopa e, a casa sua, durante le veglie, giocava a tombola o al gioco dell’oca. Si trattenne poco e, dopo aver data la buona notte, così come era abituato, salì al primo piano nella cameretta che gli avevano assegnato. Nella camera c’erano tre lettini ma quella sera, meno male, gli altri due erano vuoti. In quei modestissimi alberghi non venivano affitta¬te camere ma posti letto per cui si era, di regola, costretti a passare la notte anche con gente mai vista e conosciuta.
    Dette una guardata alle lenzuola che gli parvero abbastanza pulite ma quello che temeva e che, in effetti, poi si verificò, fu la presenza delle cimici. Per precauzione dormì con le mutande e la camicia e, sul guanciale stese un fazzoletto. Non c’è spazio migliore di tempo, quando si è soli, di quello prima di addor¬mentarsi, per pensare alle persone e alle cose che ci sono care e Ubaldo pensò ai suoi tutti, al nonno che si chiamava come lui, ai genitori e ai fratelli e sorelle, ma più che a loro la sua mente fu occupata dalla sua ragazzina quattordicenne, in essa vedeva già la compagna della sua vita non appena avesse potuto assicurarsi un lavoro stabile. Nella sua mente apparve anche il paese visto, per la prima volta, quel giorno, quei suoi tre campanili, quegli ulivi che, per intiero, coprivano la collina e le altre vicine e, fino da allora, gli apparve nella mente un disegno che, forse, poteva essere solo un sogno di un giovane che interroga se stesso ed esplora l’avvenire davanti che non dipenderà soltanto da lui.
    – Se faccio fortuna, in quel paese, voglio comprarci una casetta che andrò ad abitare da vecchio, sento che diventerò un maremmano, che trascorrerò la mia vita in Maremma insieme alla mia ragazzina che diventerà certamente una buona madre dei no¬stri figlioli -. Ed in questo tessere di propositi, si addormen¬tò profondamente e dormì fino a quando il levante si colorò di rosa.

    Si alzò, si vestì e, siccome il conto l’aveva già pagato la sera, si mise subito in cammino verso Grosseto. Proprio allora stava passando nella strada un gruppo di persone: uomini, donne e ragazzi, dette loro i l buon giorno e cominciò a parlare con uno di essi. Erano braccianti che andavano a lavorare alla fat¬toria degli Acquisti, erano scesi dal paese per l’unica strada di allora, per intendersi, quella di San Rocchino, come tutti i giorni, percorrevano l’Aurelia fino allo stradone del Cafaggio e, per questo, arrivavano alla fattoria. In quei pochi minuti seppe molte cose che gl’interessavano. Seppe che la fattoria era la più grande della zona, di proprietà di un nobile di Firenze, il marchese Corsi un cui discendente sposerà la contessa Pia de Tolomei, lontana erede della famosa Pia celebrata da Dante, proprietaria della fattoria La Pescaia.

    In quel tempo i braccianti erano addetti alla ribattitura della sementa, vaste estensioni coltivate a grano intorno alla fattoria ma anche distanti alcuni chilometri, quel giorno erano diretti alle Terzerie abbastanza vicine alla fattoria ma dovevano camminare per non fare tardi. Il sole stava per levarsi e, davanti a loro, c’era una lunga giornata, fino al tramonto. Il lavoro cessava allora.

    Questo incontro fece capire ad Ubaldo che la realtà marem¬mana era certamente dura e, senza dubbio, egli aveva incontrato una categoria di lavoratori maltrattati dai padroni e dalla ge¬rarchia fattoriale, i braccianti agricoli, in effetti, erano i veri eredi dei servi della gleba, nessun paragone era possibile con la Val di Nievole. Così meditando su quell’incontro di prima mattina, continuava la sua strada verso Grosseto. Il panorama ai lati della strada era, in prevalenza, di macchia di sughere, interrotto, di tanto in tanto, da campi seminati e, si capi va bene, che quegli spazi coltivati erano terre strappate al bosco, sulle ceppe delle sughere rimaste ai lati erano nati picce di funghi che nessuno toccava, forse non sapevano se fossero o no mangerecci e, nel dubbio, marcivano lì dove erano nati.

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