scene di caccia

 

 

Cacciatori di Montepescali

Cacciatori di Montepescali

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

Da una pubblicazione del conte Giulio Guicciardini

 

 

 

 

 

 

 

si scioglie i cani

si scioglie i cani

 
 

 

CAPRICCI MAREMMANI

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

Siamo entrati in possesso di una rara pubblicazione inerente la nostra zona “Capricci Maremmani” di Giulio Guicciardini (Ed. Bemporad anno 1908).

Prefazione

Messi insieme i sei “Capricci” chè Novelle non si possono dire, o meglio, buttati giù uno dopo l’altro come i disegni per un bisogno prepotente che provavo di acciuffare e fermare alcune tra le tante impressioni riportate nei vari anni di caccia maremmana, prima di affidarli alle cure dei Signori Alfani e Venturi, ho pensato che, siccome ogni libro, per fatale necessità, deve esser preceduto da almeno qualche pagina d’introduzione, valeva meglio servirsene per spiegare utilmente alcuni termini che nel libretto ricorrono.

Infatti un certo numero di parole e modi di dire propri della Maremma e delle sue cacce, e incomprensibili forse a molti, mi avrebbero in ogni caso messo nella necessità di darne al benevolo lettore, per usare una frasettina  nuova di zecca, l’indispensabile spiegazione.

 

 

 

E perché mi ripugnava l’idea di porre questa a piè della pagina coll’opportuno bel numerino, in nota, così da farle prendere tutta l’aria scientifica e polverosa di occhialuto e pesante commento, più adatto ad una pomposa disquisizione critica, o ad una erudita discussione storica, che a modestissimi “Capricci Maremmani”, ho deciso di spiegar qui che cosa significhino quei termini e quei modi di dire, e di pigliar da essi pretesto per infilzar quattro parole che potessero esser precedute dall’immancabile titolo di “Prefazione”.

Cominciando dalla caccia grossa, sappia dunque il lettore che i cani sono sul traccio, quando seguono per l’odorato la via seguita dal cignale; il quale fuggendo fa udire la rotta, cioè il rumore che fa rompendo, nella corsa impetuosa, la macchia; che il posto per quale più abitualmente attraversa una siepe o un forteto, una macchia folta, è detto vado; che soglio è una pozzanghera motosa, spesso alimentata da una piccola sorgente; nella quale la bestia va abitualmente a svoltolarsi, o ad invogliarsi, quando esce dalla lestra, il suo covo, e spesso anche, per rinfrescarsi, quando ha fatto un lungo tragitto; che salitoio o scenditoio è il sentiero scosceso, spesso scavato dall’acqua, per quale l’animale è costretto a salire o scendere una ripida costa; che far l’arciprete, o un arciprete, o anche il frate significa, è così, uccidere un cignale prendendo parte nascostamente alla caccia, e portarlo via di soppiatto: in una parola, rubarlo; che rialto è il ritrovo o la sosta che i cacciatori e i braccali fanno dopo ciascuna caccia e specialmente a mezzo del giorno per riunirsi a colazione.

E ancora, seguitando a caso: broccione è il pastore che giunge in Maremma in autunno, e che torna ai suoi posti, più che altro il territorio pistoiese, per passarvi l’estate all’aria buona; chiarina, lo dice da sé stessa la parola, è uno specchio d’acqua stagnante, priva di canneggiole e di sudicio, che chiareggia, ossia risplende lucente nell’ampia distesa del padule; birracchia è una vitella di due anni; grascete sono fraticelli sparsi qua e là nel bosco e buoni per la pastura; lasco è un macchione, anzi un boschetto addirittura, folto e intricato, bagnato da una pozza o da un piccolo corso d’acqua, formato principalmente di olmi, pruni e vitalbe, coperto in alcuni punti a mo’ di volta da un intreccio di roghi, ora isolato in qualche radura, ora circondato da una macchia meno forte…

 LE ZANNE

Il più delle volte Tertulliano andava alla bracca, ma quella sera che lo Storai gli aveva dato lo schippo , venne su su coi cacciatori per lo strabello di Poggio alla Sassa.

“Lei starà al su’ solito masso” mi aveva detto Carlettone, il capocaccia, con gran sussiego “chè il vento ci gioca sempre bene, e, se trovano un cignale, o prima o dopo viene a passare di lì…”

E siccome oramai di cacciatori da lasciare alle poste non eravamo che Tertulliano ed io, Carrettone, dopo aver guardato per la centesima volta il vento, suonò la corna perché sciogliessero i cani, e si avviò, seguito da noi, attraverso al forteto, apparendo e scomparendo, e sbatacchiandoci in faccia le scope alte e ribelli.

“in bocca al lupo!” disse Carlettone lasciandomi alla posta, dopo avermi fatto le solite raccomandazioni.

“In bocca al lupo!” ripetè Tertulliano; e salutandomi si avviò dietro al capocaccia, che era ormai sparito nel verde con un rovinìo di sassi, e col crepitìo della macchia stroncata.

“Dove mi mettete?” sentii che, affrettando il passo, domandò Tertulliano, con voce concitata a Carlettone. Questi, senza fermarsi, perché gli pareva che i cani fosser già sul traccio, gli disse: “Dovete andare a uno di quei vada del fosso…”

E siccome la Tremenda aveva cominciato ad abbaiare in quel modo tutto suo speciale, Carrettone seguitò la sua strada, lasciando che Tertulliano, il quale conosceva le macchie come camera sua per averle battute per trentacinque anni come taglialegna, e soprattutto come famoso chioccolatore di merli, si scegliesse il posto da sé.

“Oh Tertulliano!” gridai sommessamente quando la quiete intorno a noi fu ristabilita, e i braccali avevan cominciato a gridare. Stetti attento per accertarmi dove precisamente era il mio compagno, e, poco dopo, un grottesco fucile a una canna si agitò fuor dalla macchia e mi indicò la posta di Tertulliano. Il quale, di lì a non molto, montando su di un masso, fece un piccolo fischio, e, accennando col pugno chiuso e col pollice steso dietro al poggio, che avevamo alle spalle, mi fece: “Stai zitto, che gli hanno trovi!…”

 

L’asolo di vento che faceva stormire le foglie si era calmato, e dietro al poggio si sentiva infatti già qualche cane che cominciava a battere sul serio, mentre i braccali, che dal crine dominavano meglio di noi la caccia, cominciavano a raddoppiare le grida.

“O non sentite che abbaiano a fermo?!!” urlò disperata una voce dagli Alborelli.

Una, due, tre fucilate si ripercossero ondeggiando per la vallata, l’abbaio che prima era indistinto, e che si era fatto sempre più chiaro, divenne in un momento furibondo, gli risposero d’accordo gli altri che da sparsi e rari si fecero più fitti ed acuti, e in un baleno si riunirono in un sol punto traendo gli abbai di altri cani, che si precipitarono dalla vetta del poggio, salirono dal fosso, sbucarono d’ogni parte, tra un confuso vocìo dei braccali, che, per parare il cignale, urlavan come dannati, incitandosi tra loro, raccomandandosi e imprecando.

E la canizza partì maestosa, su per la vallata, arrivò quasi alle poste di Buca del Romano, ridiscese a precipizio, sparì nuovamente dietro al poggio, ricomparve sopra l’Arnaio della Fede, mentre la foga dei cani ora cresceva, ora diminuiva, sempre incalzando la bestia, che, anche a grande distanza, faceva sentire di tanto in tanto la rotta rovinosa attraverso alla macchia.

 

Subito dopo aver fatto due fenomenali padelle, e aver veduto richiudersi la macchia dietro alla groppa lucente e inarcata del cignalone, il primo movimento istintivo fu quello di correre a vedere dove avevo messo le botte. Ma mi rattenni per non fare rumore, e, pensando mestamente alla bella bestia che poteva esser stesa ai miei piedi, buttai via, non so se più triste o stizzito, le due cartuccie vuote. E dalle poste vicine, ad aumentare la mia rabbia, mi giungeva: “E’ morto?… ma … no, non pare… O non sentite che ha tagliato in giù…”.

In quattro salti, inseguito da vicino dalla canizza, che dopo le mie schioppettate si era fatta ancora più rabbiosa, il cignale passò a Tertulliano: una fucilata che sembrò una mina mi riscosse dal malinconico rimpianto, mentre il rumore della macchia schiantata da un grave peso, e un grugnito selvaggio, che si mutò presto in un lamento roco e prolungato, mi dissero che il cignale era stato fermato.

 

 

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  1. bigHunter ha detto:

    Congratulazioni, una vera chicca. Se vi interessa, vi suggerisco anche il sito http://www.bighunter.com

  2. redazione ha detto:

    Da domani 1 novembre 2008 al via la caccia al cinghiale. In Maremma sono ben 160 le squadre per un totale di circa 10.500 cacciatori. Anche nella nostra zona sono tutti pronti: la squadra di Montepescali, il Club Irsuti di Braccagni e la Colazione e la Squadrina di Sticciano. Tra cacciate, padelle e canizze, hai voglia questo inverno a chiacchiearre al bar!

  3. redazione ha detto:

    Il cacciatore maremmano
    Tra i divertimenti del maremmano primeggia la caccia. E quando si dice caccia si intende la caccia al cinghiale. Il maremmano può cercare qualche quaglia o starna per fare l’arrosto, o fare l’aspetto ai germani per cucinarli con le rape, o ammazzare qualche lepre per cuocerla con il ramerino, o un capriolo per cucinarlo in dolce e forte; ma la caccia vera, quella per cui trascura interessi e febbre, quella per la quale riserva la sua polvere migliore e i suoi soli entusiasmi, è quella del cinghiale.
    Se la maremma avesse uno stemma, essa avrebbe per elmo una “hure”.
    Il cinghiale è il tema prediletto delle lunghe veglie di inverno, è la ghiottoneria delle crapule di camerate; è il sospiro dei giovani cacciatori, la passione degli adulti, il rimpianto dei “vecchi”….
    Eugenio Cecconi
    (pittore, letterato e cacciatore)

  4. Roberto Spadi ha detto:

    Cara redazione, con questo exploit (?), cosa ci vorresti significare?

  5. sentinella ha detto:

    E da oggi via alla caccia: previste molte lepri pochi fagiani. Se non abbiamo capito male, nei terreni degli usi civici di montepescali possono cacciare solo i residenti.

    • mezzamestola ha detto:

      ai primi del novecento il Guicciardini Giulio nel suo libretto ‘capricci maremmani’ ci parla di modi di dire dei cacciatori e tra questi scrive:
      ” far l’arciprete, o un arciprete, o anche il frate significa, è così, uccidere un cignale prendendo parte nascostamente alla caccia, e portarlo via di soppiatto: in una parola, rubarlo… ”
      Ora mi chiedo che cosa voglia dire…

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