soprannomi

COME TALVOLTA NASCONO I SOPRANNOMI

di Bruno Ciarpaglini

Alcuni decenni orsono venivano usati, abbondantemente, soprannomi  di tipo tradizionale, nel senso che venivano tramandati di padre in figlio, quasi in eredità.

I tre figli di Emidio Larini detto Padella, in ordine cronologico Lido, Silvano e Lodovico, venivano infatti indicati da tutti come i padellotti, mentre quelli di Corrado, il Gallo, erano ribattezzati, via via che nascevano e crescevano, come il galletto, il gallettino, la pollastrina, il pulcino e così via. E c’era addirittura qualche buontempone che, incontrandoli, imitasse il canto del re del pollaio con un robusto chicchirichì.

Armando era detto il Riccio perché sua madre era conosciuta come la Riccia, e tale soprannome fu poi trasmesso a suo figlio Vittorio, anche se ridotto a Ricciotto.

Armida, la figlia di Filide, era comunemente detta Filidotta. Argo e Argante, venivano entrambi chiamati, senza distinzione, “mezzo cervello” solo perché erano fratelli gemelli e quindi di avere avuto in dote da Lucia un solo cervello diviso a metà.

Ad Angiolino, fratello minore di Giuseppe Scaloncini detto Vento, piovuto a Montepescali alla fine del secondo conflitto mondiale, fu attribuito il soprannome di Ventino, dopo che furono scartate altre proposte per chiamarlo Libeccio e Tramontana.

Attilio Puccianti, venuto dalla natia Ciociaria ad accasarsi a Montepescali, corredato da un gregge di pecore, venne soprannominato l’”ombrellaio” ed era conosciuto esclusivamente in tal modo per il fatto di portare sempre, in qualsiasi stagione, arrotolato dietro la schiena, un ombrellone di colore verde.

Simone, che aveva solo i baffi, era chiamato Barbino perché il padre era detto Barba. Ed anche oggi, a Montepescali, per indicare quel pezzo di macchia dove, con favorevole stagione, spuntano funghi rigogliosi, si usa dire l’orto di Barbino.

Chi era dotato di un abbondante naso come Gigi Alfonso, Annibale, il Mascherini del Consorzio, Nanni Morganti ecc…, era detto il Nappa, così come Oscar, avendo un mento pronunciato, era detto Bazza.

Poi vi erano i soprannomi classici: i calzolai o ciabattini che dir si voglia, da Lampidio a Pilade, Venturino, Vittorio, Alvaro, Valdo, Lauro, Guelfo, ed infine Emilio che fu l’ultimo esemplare di tale tipo di artigianato, venivano indistintamente chiamati “Pecione.”

Anche a Braccagni, con i soprannomi, non ci andavano di scartina.

Aldo era detto Sardone perché era magro come un acciuga senza salamoia; Oris, invece, era chiamato Balliccio in quanto era abbondantemente soprappeso.

M.V., sorpreso in compagnia femminile in una posizione inequivocabile, venne interrotto dal commento “pinta forte”, e ciò fu motivo per cui gli fu affibbiato il soprannome Pintaforte.

Poi c’erano i soprannomi ad hoc: Baggiolo e Guido, due fratelli simpatici dotati di un’ottima parlantina vennero, per tale loquacità, chiamati rispettivamente Bagaglino e Ciombetta.

Ci furono anche i soprannomi legati alla professionalità esercitata, per cui i figli di vari pastori diventarono Scotta, Scottino, il Caciaio, etc.

Walter, fin da ragazzo, non amava farsi posare le mosche sul naso e alla minima contrarietà diceva che avrebbe fatto un polverone.

Ecco, da questa espressione derivò il soprannome di Polverone che ha portato e porta felicemente.

L’attribuzione del soprannome di “cameglio” a Savino, invece, è dovuta esclusivamente a Maso Mearini. “Cameglio”, nella simpatica parlata chianina, di cui Maso era uno degli inimitabili interpreti, stava per cammello.

E nacque così: gli operai che lavoravano in cooperativa, divisi in squadre di 6 – 7 ciascuna, avevano la consolidata abitudine di spedire i ragazzi più giovani, un’oretta prima di consumare il frugale pasto di mezzogiorno, a rifornirsi di vino (che poi veniva pagato quando riscuotevano la “quindicina” ogni due sabati) presso le rivendite esistenti nelle vicinanze del luogo di lavoro: a Roselle da Franca (la mamma di Primo della “Parolaccia”), a Braccagni da Quirino o dal Brencio, alla stazione da Sollecito, a Sticciano scalo da Vezio detto mezza lira, ecc.

Ovviamente i fiaschi venivano corredati anche di un bicchiere per ogni squadra.

Volle il caso che un giorno il bicchiere della squadra di cui facevano parte anche Maso e Savino si rompesse, ed in mancanza di altro oggetto adatto alla bisogna, venne deciso a maggioranza di bere a garganella contando i sorsi, o come li chiamava Maso, i “glu-glu”. Savino, e questo era imprevisto, era però dotato di una maggiore capacità di trangugiare il liquido, per cui ci si accorse che un suo “glu-glu” equivaleva ad almeno due degli altri.

Maso, interessato e che osservava attentamente, pensò allora ai cammelli che, come noto, fanno rifornimento di liquido prima di attraversare il deserto ed accomunò pertanto Savino ad uno di quegli animali.

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