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	<title>Commenti a: maremma intremotita</title>
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		<title>Di: admin</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/maremma-intremotita/comment-page-1/#comment-291</link>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 14:07:08 +0000</pubDate>
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		<description>PAROLE STRANIERE VIETATE

Alcune parole straniere sono oggi entrate nell’uso quotidiano e vengono pronunciate con naturalezza, in modo particolare dal mondo giovanile, il cui livello culturale non è certo paragonabile a quello della generazione alla quale apparteniamo, cioè di coloro che veleggiano verso la settantina. Tali definizioni, grazie ai mass-media e alla televisione in particolare, sono diventate comprensibili anche a chi è meno giovane e non ha soprattutto dimestichezza con le lingue straniere.
Nei suoi ultimi sprazzi prima della disfatta, il regime aveva rigorosamente vietato l’uso di parole straniere.
La parola week-end non era conosciuta. Solo alcuni che ascoltavano, ovviamente clandestinamente, ma con continuità radio Londra avevano afferrato che con tale termine si indicava il fine settimana.
A pronunciare la parola, pure essa inglese, water-closet c’era il rischio di essere accusati di connivenza col nemico. Quella parola, sul cui uso siamo tutti d’accordo - e non potrebbe essere diversamente - era definita con altri termini coloriti: licite, ritirata, cesso, gabinetto, latrina.
Il classico liquore originario della Francia, il cognac, era stato ribattezzato brandy o arzente (c’era chi, non ricordandoselo, lo chiamava zeppone) cosicché la mattina, coloro che erano abituati ad andare dal sor Arturo o da Zita a berne un bicchierino, non potendo più chiedere il “cognacchino” indicavano con il dito indice di una mano la fatidica bottiglia, facendo con l’altra il gesto di riempirlo.
Anche lo “champagne” venne italianizzato con il nome di spumante.
E c’è da dire che quello prodotto nelle colline dell’astigiano non ha nulla da invidiare a quello d’oltralpe. Anzi, con il passar del tempo, gli italiani, che erano degli scolari, sono diventati maestri. Il bidet era pressoché un oggetto misterioso, e chi lo aveva appena intravisto in qualche casa signorile, lo chiamava sciacquapassere.
Se dunque le parole di origine inglese e francese erano rigorosamente vietate, figuriamoci quelle russe.
Il morbido e peloso copricapo chiamato colbak, era definito con un altro termine, più popolare e ridanciano.
Così la mattina di un rigido giorno invernale Silvano, il figlio mezzano di Emidio Larini detto Padella, su incarico del padre, si recò alla bottega del Marcacci, che oltre ai generi alimentari ed alla mescita del vino ed al materiale scolastico (libri, quaderni, inchiostro, penne etc.) vantava un attrezzato reparto merceologico curato da Walmy, e disse rivolgendosi a Flora, di turno dietro al bancone della vendita: “ha detto il mì babbo se mi date la topa: poi sabato prossimo, quando riscuote dalla cooperativa, passa lui a pagarvela.” La risata di Flora, irrefrenabile e fragorosa, si accompagnò alla risposta: “ignorante te e il tu’ babbo; ma proprio a Montepescali dovevi capitare?”</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>PAROLE STRANIERE VIETATE</p>
<p>Alcune parole straniere sono oggi entrate nell’uso quotidiano e vengono pronunciate con naturalezza, in modo particolare dal mondo giovanile, il cui livello culturale non è certo paragonabile a quello della generazione alla quale apparteniamo, cioè di coloro che veleggiano verso la settantina. Tali definizioni, grazie ai mass-media e alla televisione in particolare, sono diventate comprensibili anche a chi è meno giovane e non ha soprattutto dimestichezza con le lingue straniere.<br />
Nei suoi ultimi sprazzi prima della disfatta, il regime aveva rigorosamente vietato l’uso di parole straniere.<br />
La parola week-end non era conosciuta. Solo alcuni che ascoltavano, ovviamente clandestinamente, ma con continuità radio Londra avevano afferrato che con tale termine si indicava il fine settimana.<br />
A pronunciare la parola, pure essa inglese, water-closet c’era il rischio di essere accusati di connivenza col nemico. Quella parola, sul cui uso siamo tutti d’accordo &#8211; e non potrebbe essere diversamente &#8211; era definita con altri termini coloriti: licite, ritirata, cesso, gabinetto, latrina.<br />
Il classico liquore originario della Francia, il cognac, era stato ribattezzato brandy o arzente (c’era chi, non ricordandoselo, lo chiamava zeppone) cosicché la mattina, coloro che erano abituati ad andare dal sor Arturo o da Zita a berne un bicchierino, non potendo più chiedere il “cognacchino” indicavano con il dito indice di una mano la fatidica bottiglia, facendo con l’altra il gesto di riempirlo.<br />
Anche lo “champagne” venne italianizzato con il nome di spumante.<br />
E c’è da dire che quello prodotto nelle colline dell’astigiano non ha nulla da invidiare a quello d’oltralpe. Anzi, con il passar del tempo, gli italiani, che erano degli scolari, sono diventati maestri. Il bidet era pressoché un oggetto misterioso, e chi lo aveva appena intravisto in qualche casa signorile, lo chiamava sciacquapassere.<br />
Se dunque le parole di origine inglese e francese erano rigorosamente vietate, figuriamoci quelle russe.<br />
Il morbido e peloso copricapo chiamato colbak, era definito con un altro termine, più popolare e ridanciano.<br />
Così la mattina di un rigido giorno invernale Silvano, il figlio mezzano di Emidio Larini detto Padella, su incarico del padre, si recò alla bottega del Marcacci, che oltre ai generi alimentari ed alla mescita del vino ed al materiale scolastico (libri, quaderni, inchiostro, penne etc.) vantava un attrezzato reparto merceologico curato da Walmy, e disse rivolgendosi a Flora, di turno dietro al bancone della vendita: “ha detto il mì babbo se mi date la topa: poi sabato prossimo, quando riscuote dalla cooperativa, passa lui a pagarvela.” La risata di Flora, irrefrenabile e fragorosa, si accompagnò alla risposta: “ignorante te e il tu’ babbo; ma proprio a Montepescali dovevi capitare?”</p>
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		<title>Di: admin</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/maremma-intremotita/comment-page-1/#comment-290</link>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 14:06:09 +0000</pubDate>
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		<description>&quot;Tutto sta dove la batte&quot;

E&#039; un vecchio detto che sottolinea imbarazzo e indecisione nell&#039;accettare o respingere un&#039;offerta, una proposta, un affare, ecc.
Esso ha tuttavia un origine ben definita: Pasqua, la moglie del Meoni, un carbonaio che durante l&#039;inverno lavorava alla macchia a cuocere la legna fra il Ghiaccialone e Monte Leoni, vicino alla sorgente da cui partiva il vecchio acquedotto per Montepescali, un giorno che stava preparando la polenta per il pasto del mezzogiorno davanti alla capanna, mentre girava il mestolo per far assodare la farina di granturco, ad un occasionale passante offrì generosamente di rimanere a mangiare con loro. Costui però aveva adocchiato che la Pasqua, forse a causa del freddo del clima a contrasto con il calore del fuoco, aveva la gocciola al naso, per cui rispose: &quot;tutto sta dove la batte&quot;.
Siccome la goccia andò a sbattere dentro il paiolo, l&#039;invito venne declinato.

Vino annacquato

Al dottor Paro Vidolin, medico condotto, che lo aveva visitato in ambulatorio diagnosticandogli una sinovite al ginocchio sinistro afflitto da gonfiore che lo faceva zoppicare vistosamente, Giuseppe Scaloncini detto Vento abitante a Montepescali, chiese che razza di malattia fosse la sinovite.
-E&#039; un versamento acquoso- rispose il medico.
Non avendo mai bevuto acqua in vita sua, lo Scaloncini si precipitò da Zita, dalla quale andava sovente a bere, accusandola di mettere in vendita vino allungato con l&#039;acqua.

Non sapeva l&#039;ora

Durante la guerra d&#039;Abissinia del 1935-36, la recluta Argo Conti, dalla zona di Gondar, scrivendo ai genitori a Montepescali per informarli sulla sua salute personale e sulle vicende della conquista dell&#039;impero e relative faccette nere, chiese che nella lettera di risposta gli fosse inviata l&#039;ora esatta, perchè voleva ricaricare l&#039;orologio che gli si era fermato!

A proposito di favori

Al termine di una faticosa giornata di lavoro, il sor Ilando Iacopini, titolare dell’impresa appaltatrice del trasporto degli esplosivi dalla stazione di Montepescali al deposito delle Versegge, essendo arrivato un nuovo carico, chiese a quello che era considerato il capo-scaricatore, Tommaso Rossi detto Maso, il favore di fare qualche ora di straordinario.
Con l’arguzia aretina che lo distingueva, Maso rispose: “Il favore si può fare, a patto che lei ce ne faccia un altro, quello di mettere un puntello al sole che sta tramontando!”

Fare il maiale a mezzo

Fare il maiale a mezzo significava ( e in certe zone della nostra provincia avviene tuttora) acquistare un porcellino di latte, affidarlo ad una persona che si incaricava di accudirlo fino all’uccisione, e fornirgli al periodo dell’ingrasso due quintali di frumento. A Don Pietro Rigon, parroco di Braccagni, che gli proponeva l’operazione sopradescritta, “Maso” Rossi, il mitico “Maso”, rispose: “Il maiale a mezzo si può fare, a condizione che lei si ricordi di comprare il mangime al momento dell’ingrasso, perché il maiale non diventa grasso con i pater noster!”

Acidità di stomaco

Soffrendo da qualche tempo di acidità di stomaco, e non producendo l’ingestione di bicarbonato gli effetti desiderati per guarirlo dall’inconveniente, un bel giorno Socrate Bindi detto “Boghe”  decise di sottoporsi a visita medica.
Il Dr. Giambastiani, un medico fresco fresco di laurea, destinato alla condotta Montepescali – Braccagni in sostituzione del dottor Paro Vidolin, promosso alla sede provinciale dell’INAM, ascoltò attentamente la minuziosa descrizione dei sintomi della malattia e, facendosi una precisa convinzione della causa, disse al paziente: “Ma lei, beve?” “Sì grazie, accetto volentieri”, rispose Socrate.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Tutto sta dove la batte&#8221;</p>
<p>E&#8217; un vecchio detto che sottolinea imbarazzo e indecisione nell&#8217;accettare o respingere un&#8217;offerta, una proposta, un affare, ecc.<br />
Esso ha tuttavia un origine ben definita: Pasqua, la moglie del Meoni, un carbonaio che durante l&#8217;inverno lavorava alla macchia a cuocere la legna fra il Ghiaccialone e Monte Leoni, vicino alla sorgente da cui partiva il vecchio acquedotto per Montepescali, un giorno che stava preparando la polenta per il pasto del mezzogiorno davanti alla capanna, mentre girava il mestolo per far assodare la farina di granturco, ad un occasionale passante offrì generosamente di rimanere a mangiare con loro. Costui però aveva adocchiato che la Pasqua, forse a causa del freddo del clima a contrasto con il calore del fuoco, aveva la gocciola al naso, per cui rispose: &#8220;tutto sta dove la batte&#8221;.<br />
Siccome la goccia andò a sbattere dentro il paiolo, l&#8217;invito venne declinato.</p>
<p>Vino annacquato</p>
<p>Al dottor Paro Vidolin, medico condotto, che lo aveva visitato in ambulatorio diagnosticandogli una sinovite al ginocchio sinistro afflitto da gonfiore che lo faceva zoppicare vistosamente, Giuseppe Scaloncini detto Vento abitante a Montepescali, chiese che razza di malattia fosse la sinovite.<br />
-E&#8217; un versamento acquoso- rispose il medico.<br />
Non avendo mai bevuto acqua in vita sua, lo Scaloncini si precipitò da Zita, dalla quale andava sovente a bere, accusandola di mettere in vendita vino allungato con l&#8217;acqua.</p>
<p>Non sapeva l&#8217;ora</p>
<p>Durante la guerra d&#8217;Abissinia del 1935-36, la recluta Argo Conti, dalla zona di Gondar, scrivendo ai genitori a Montepescali per informarli sulla sua salute personale e sulle vicende della conquista dell&#8217;impero e relative faccette nere, chiese che nella lettera di risposta gli fosse inviata l&#8217;ora esatta, perchè voleva ricaricare l&#8217;orologio che gli si era fermato!</p>
<p>A proposito di favori</p>
<p>Al termine di una faticosa giornata di lavoro, il sor Ilando Iacopini, titolare dell’impresa appaltatrice del trasporto degli esplosivi dalla stazione di Montepescali al deposito delle Versegge, essendo arrivato un nuovo carico, chiese a quello che era considerato il capo-scaricatore, Tommaso Rossi detto Maso, il favore di fare qualche ora di straordinario.<br />
Con l’arguzia aretina che lo distingueva, Maso rispose: “Il favore si può fare, a patto che lei ce ne faccia un altro, quello di mettere un puntello al sole che sta tramontando!”</p>
<p>Fare il maiale a mezzo</p>
<p>Fare il maiale a mezzo significava ( e in certe zone della nostra provincia avviene tuttora) acquistare un porcellino di latte, affidarlo ad una persona che si incaricava di accudirlo fino all’uccisione, e fornirgli al periodo dell’ingrasso due quintali di frumento. A Don Pietro Rigon, parroco di Braccagni, che gli proponeva l’operazione sopradescritta, “Maso” Rossi, il mitico “Maso”, rispose: “Il maiale a mezzo si può fare, a condizione che lei si ricordi di comprare il mangime al momento dell’ingrasso, perché il maiale non diventa grasso con i pater noster!”</p>
<p>Acidità di stomaco</p>
<p>Soffrendo da qualche tempo di acidità di stomaco, e non producendo l’ingestione di bicarbonato gli effetti desiderati per guarirlo dall’inconveniente, un bel giorno Socrate Bindi detto “Boghe”  decise di sottoporsi a visita medica.<br />
Il Dr. Giambastiani, un medico fresco fresco di laurea, destinato alla condotta Montepescali – Braccagni in sostituzione del dottor Paro Vidolin, promosso alla sede provinciale dell’INAM, ascoltò attentamente la minuziosa descrizione dei sintomi della malattia e, facendosi una precisa convinzione della causa, disse al paziente: “Ma lei, beve?” “Sì grazie, accetto volentieri”, rispose Socrate.</p>
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		<title>Di: admin</title>
		<link>http://www.braccagni.info/2008/09/maremma-intremotita/comment-page-1/#comment-289</link>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 14:05:41 +0000</pubDate>
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		<description>LA PARLATA CHIANINA IN MAREMMA

La parlata “chianina” iniziò a diffondersi in Maremma nei primi decenni di questo secolo a seguito di un consistente flusso migratorio proveniente dalla provincia di Arezzo con destinazione la mezzadria nelle aziende agricole fresche di bonifica, oppure in direzione del bracciantato.  
Famiglie numerose di dieci e più persone si insediarono nei poderi della Maremma centro-settentrionale con punti focali: Montepescali-Braccagni, Buriano, Sticciano, Roccastrada, la pianura emersa dal padule castiglionese, nelle fattorie Guicciardini, Grottanelli, Tolomei, Mazzoncini, Armenti, Camajori ecc.; chi invece era venuto per prestare la sua opera come bracciante, andava ad ingrossare la popolazione dei centri abitati.
Coloro che provenivano dall’alta val di Chiana, cioè da Lucignano, Foiano, Monte San Savino, Sinalunga, zone confinanti con la provincia di Siena da cui avevano assimilato, anche se parzialmente, la gentilezza dei modi e del linguaggio, si esprimevano in un dialetto, tutto sommato, abbastanza comprensibile; ma chi era originario di Bettolle, Camucia, Cortona, Castiglion Fiorentino, Tuoro sul Trasimeno, dove lo stollo del pagliaio viene chiamato il metulle, il maccheronaio il cernetoio, le stecche da biliardo i cernicchi, deformava nomi di persone e cose, suscitando negli astanti una bonaria ilarità.
Tra questi ultimi si potevano annoverare il Baldoni, il Mosca, Maso Rossi, la Giangia, il Baffoni, il Calussi, il Monni, Vento, Maso Mearini, il Beligni, il Bennati e tanti altri che hanno pronunciato sproloqui diventati con il tempo frasi celebri.
Il Baldoni aveva un modo di esprimersi colorito e particolare: un giorno, rivolgendosi al fattore Torello Merli, agli Acquisti, disse: ”sor fature, se m’arfate aruscellà quer pò di fien che sta ‘n tur quell’umbrellea”.
Il fattore, che non aveva compreso una parola, si fece “tradurre” la richiesta che era la seguente: “sor fattore, se mi fate raccogliere quel pò di fieno dentro l’alborellaia”.
L’autorizzazione venne concessa, insieme al consiglio che la prossima volta la domanda venisse presentata per scritto.
A Ostilio e Armandino, rispettivamente muratore e manovale inviati dall’amministrazione Guicciardini ad effettuare nel podere vari lavori di ripristino e manutenzione, il Baldoni domandò: “Sestriglio, che 
c’arfate anche l’impiancicheta?”  Voleva cioè sapere se sarebbe stato rifatto anche il pavimento.
E sempre il Baldoni, che si avvaleva saltuariamente dell’opera di Luisa, quando le sue donne avevano bisogno di aiuto nelle faccende domestiche di carattere straordinario come il bucato durante il periodo della trebbiatura, le pulizie pasquali etc., una sera aspettò lungo la strada delle Gerlette la squadra degli operai che rientravano a Montepescali apostrofandoli: “un de vò m’arfate il piacere di digne a la Lisa che domani l’arvegna a la terribilmente”, cioè “uno di voi mi faccia il piacere di dire alla Luisa che domani venga indispensabilmente”.
La Giangia, in occasione di un viaggio a Grosseto, venne incaricata dalle nuore di comprare i bottoni occorrenti per completare le camicie da lavoro dei loro mariti. Da Amleto, alla casa del bottone, le fu mostrato un campionario infinito, bottoni di madreperla, dosso, imbottiti, etc., che però non comprendeva quelli desiderati. Per non far perdere altro tempo al personale, la Giangia specificò: “voglio que botton che se pipeno”, al che una commessa, senza esitare, gli incartò gli automatici in metallo, chiamati anche maschi e femmine, e l’acquisto venne perfezionato. Era una donna scherzosa e simpatica, la Giangia: con i ferri sotto braccio faceva la calza davanti al podere Tondicarlo e alle ragazze che tornavano dal lavoro dei campi, dirette in paese raccomandava di tenere la “farfallina” fresca e profumata, perchè “la mia, sfruzzica, sfruzzica, un &#039;e svolazzica più”, diceva.
Vento, che amava intrufolarsi nei discorsi di politica e di strategia militare, nel periodo della guerra fredda fra Stati Uniti e U.R.S.S. disse che gli americani &quot;avevano invento la bomba atomotica&quot;, ma che i russi non erano stati con le mani in mano e &quot;avevano artrovo la bomba al gadrogeno&quot;, cioè avevano costruito la superbomba all&#039;idrogeno.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>LA PARLATA CHIANINA IN MAREMMA</p>
<p>La parlata “chianina” iniziò a diffondersi in Maremma nei primi decenni di questo secolo a seguito di un consistente flusso migratorio proveniente dalla provincia di Arezzo con destinazione la mezzadria nelle aziende agricole fresche di bonifica, oppure in direzione del bracciantato.<br />
Famiglie numerose di dieci e più persone si insediarono nei poderi della Maremma centro-settentrionale con punti focali: Montepescali-Braccagni, Buriano, Sticciano, Roccastrada, la pianura emersa dal padule castiglionese, nelle fattorie Guicciardini, Grottanelli, Tolomei, Mazzoncini, Armenti, Camajori ecc.; chi invece era venuto per prestare la sua opera come bracciante, andava ad ingrossare la popolazione dei centri abitati.<br />
Coloro che provenivano dall’alta val di Chiana, cioè da Lucignano, Foiano, Monte San Savino, Sinalunga, zone confinanti con la provincia di Siena da cui avevano assimilato, anche se parzialmente, la gentilezza dei modi e del linguaggio, si esprimevano in un dialetto, tutto sommato, abbastanza comprensibile; ma chi era originario di Bettolle, Camucia, Cortona, Castiglion Fiorentino, Tuoro sul Trasimeno, dove lo stollo del pagliaio viene chiamato il metulle, il maccheronaio il cernetoio, le stecche da biliardo i cernicchi, deformava nomi di persone e cose, suscitando negli astanti una bonaria ilarità.<br />
Tra questi ultimi si potevano annoverare il Baldoni, il Mosca, Maso Rossi, la Giangia, il Baffoni, il Calussi, il Monni, Vento, Maso Mearini, il Beligni, il Bennati e tanti altri che hanno pronunciato sproloqui diventati con il tempo frasi celebri.<br />
Il Baldoni aveva un modo di esprimersi colorito e particolare: un giorno, rivolgendosi al fattore Torello Merli, agli Acquisti, disse: ”sor fature, se m’arfate aruscellà quer pò di fien che sta ‘n tur quell’umbrellea”.<br />
Il fattore, che non aveva compreso una parola, si fece “tradurre” la richiesta che era la seguente: “sor fattore, se mi fate raccogliere quel pò di fieno dentro l’alborellaia”.<br />
L’autorizzazione venne concessa, insieme al consiglio che la prossima volta la domanda venisse presentata per scritto.<br />
A Ostilio e Armandino, rispettivamente muratore e manovale inviati dall’amministrazione Guicciardini ad effettuare nel podere vari lavori di ripristino e manutenzione, il Baldoni domandò: “Sestriglio, che<br />
c’arfate anche l’impiancicheta?”  Voleva cioè sapere se sarebbe stato rifatto anche il pavimento.<br />
E sempre il Baldoni, che si avvaleva saltuariamente dell’opera di Luisa, quando le sue donne avevano bisogno di aiuto nelle faccende domestiche di carattere straordinario come il bucato durante il periodo della trebbiatura, le pulizie pasquali etc., una sera aspettò lungo la strada delle Gerlette la squadra degli operai che rientravano a Montepescali apostrofandoli: “un de vò m’arfate il piacere di digne a la Lisa che domani l’arvegna a la terribilmente”, cioè “uno di voi mi faccia il piacere di dire alla Luisa che domani venga indispensabilmente”.<br />
La Giangia, in occasione di un viaggio a Grosseto, venne incaricata dalle nuore di comprare i bottoni occorrenti per completare le camicie da lavoro dei loro mariti. Da Amleto, alla casa del bottone, le fu mostrato un campionario infinito, bottoni di madreperla, dosso, imbottiti, etc., che però non comprendeva quelli desiderati. Per non far perdere altro tempo al personale, la Giangia specificò: “voglio que botton che se pipeno”, al che una commessa, senza esitare, gli incartò gli automatici in metallo, chiamati anche maschi e femmine, e l’acquisto venne perfezionato. Era una donna scherzosa e simpatica, la Giangia: con i ferri sotto braccio faceva la calza davanti al podere Tondicarlo e alle ragazze che tornavano dal lavoro dei campi, dirette in paese raccomandava di tenere la “farfallina” fresca e profumata, perchè “la mia, sfruzzica, sfruzzica, un &#8216;e svolazzica più”, diceva.<br />
Vento, che amava intrufolarsi nei discorsi di politica e di strategia militare, nel periodo della guerra fredda fra Stati Uniti e U.R.S.S. disse che gli americani &#8220;avevano invento la bomba atomotica&#8221;, ma che i russi non erano stati con le mani in mano e &#8220;avevano artrovo la bomba al gadrogeno&#8221;, cioè avevano costruito la superbomba all&#8217;idrogeno.</p>
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