Il teatro popolare in palcoscenico

L’esigenza di calare contenuti antichi in contesti attuali

IL TEATRO POPOLARE IN PALCOSCENICO

 

di Nunzia Manicardi

 

Portare il teatro popolare sul palcoscenico pare impresa quanto mai contraddittoria dal momento che ciò implica una selezione, cristallizzazione e ripetitività di momenti che nel loro contesto naturale d’origine, la festa tradizionale, sono invece intimamente collegati senza soluzione di continuità. Ma la festa tradizionale, e i suoi presupposti ideologici del rito e del mito, non sembrano oggi più proponibili integralmente né sembrano più assumere le profonde valenze simboliche di cui sono rappresentazione.

Tale inattualità della festa tradizionale e dei suoi elementi spettacolari pare tuttavia, a un esame meno affrettato, determinata più da modificazioni estetiche che non da una reale perdita di contenuto.

Noi crediamo infatti che tutti i significati simbolici della festa tradizionale, dal bisogno di rinnovamento al tripudio al senso di appartenenza collettiva e di identità sociale, siano tuttora fondamentali per la vita sociale e psicologica dell’individuo e del gruppo, benché ovviamente attraverso proposte rappresentative a lui contemporanee.

Riproporre il teatro popolare fuori dallo spazio scenico tradizionale può voler dire perciò non soltanto riproporre a livello conoscitivo aspetti della “tradizione delle radici”, ma anche trarre da essa quegli elementi di continuità che inseriscano l’uomo nel più ampio scenario espressivo del “teatro dell’umanità”.

Ecco quindi che si fa strada l’esigenza di rappresentazioni che sappiano calare contenuti antichi (ma sempre nuovi come validità intrinseca!) in contesti moderni, pena il ricadere o il fossilizzarsi nel solo ambito della riproposta filologica o dell’approccio erudito fine a se stesso.

Naturalmente, però, visto che l’interesse per il teatro popolare non riceve in Italia un’adeguata attenzione da parte delle Istituzioni, le esperienza di riproposta rimangono a totale carico di quei ricercatori che spesso ne sono anche gli unici interpreti-ripropositori, laddove almeno la viva tradizione sembra essersi ormai interrotta.

Quasi sempre si tratta di recuperi di figure tradizionali, quali il cantastorie o il burattinaio, ma non mancano quelli di forme scenico-spettacolari, dalle più elementari (es.: pantomima) alle più complesse (es.: “maggio” epico), né quelli di interi repertori vocali e/o strumentali, con le relative tecniche specifiche.

Tutte le varie forme teatrali popolari conservano, in misura più o meno variata, l’originale commistione di determinati elementi: processione, canto, narrazione, danza, azione scenica, musica. A differenza di quanto avviene nel teatro colto, in cui prevale l’aspetto letterario tramite l’oralità, nel teatro popolare tutte le arti concorrono alla costituzione di uno “spettacolo completo”, secondo la concezione arcaica rivitalizzata anche dal teatro contemporaneo. Anche se solo in forma embrionale, i suddetti elementi compaiono nel medesimo spettacolo in modo significativo e peculiare.

Nel contesto attualizzante tendono a prevalere tutte quelle manifestazioni in cui accanto all’originario significato simbolico, quasi sempre ricollegabile ai rituali di fertilità/propiziazione, si possa valorizzare anche la tematica sociale, che diventa così chiave di lettura critica e di interpretazione dell’intera cultura teatrale tradizionale (anche se tale lettura, come già detto, non ne è che uno degli aspetti, e forse neanche uno dei più significativi). Dato però lo stato di emarginazione cronica in cui versa la nostra cultura tradizionale, e che rasenta l’estinzione, l’approccio critico-sociale sembra essere il mezzo più immediato e di più ampia comprensione per una riproposta che sia anche “risveglio culturale”.

L’interesse per i temi sociali, che occupa una posizione centrale in certi repertori (es:. cantastorie), permette la conservazione in ambito teatrale del ruolo di “coscienza civile” della collettività, estremamente importante in un contesto di trasmissione orale.

Accanto ai motivi psicologici e sociali sopradelineati, il teatro popolare presenta un’altra ricchezza fondamentale, di natura prettamente espressiva. Esso ha conservato ed elaborato nel corso dei millenni forme, stilemi, ruoli, gesti e linguaggi del tutto o in parte diversi da quelli confluiti nel teatro colto (che dal precedente, del resto, deriva).

Riscoprire il teatro popolare permette quindi anche di valorizzare e rifunzionalizzare tutto quell’inesauribile bagaglio culturale di cui purtroppo siamo già in parte deprivati, innestandolo nelle moderne tradizioni di massa, e con vantaggio artistico reciproco.

Soprattutto nel campo del teatro di figura la tradizione popolare può offrire molteplici spunti alla ricerca contemporanea, così come ampiamente dimostrato dalle numerose rassegne presenti annualmente in Italia e soprattutto all’estero. Gli oggetti metamorfizzati permettono di realizzare, sul tema primitivo della “maschera”, un’infinita gamma di variazioni che soltanto la disinformazione ha relegato in esclusivo ambito infantile.

Ma anche la musica meccanica, abbinata sempre all’esposizione di cronache, fiabe e storie vere, può spaziare dall’antico al moderno fino allo sperimentale mentre le rappresentazioni collettive, al di là dei soggetti storicizzati, possono presentare copioni relativi ai temi più attuali, pur nella salvaguardia del linguaggio espressivo di tradizione.

E comunque, in aggiunta ai singoli contributi per aree, non dobbiamo dimenticare che tutto ciò che contribuisce a chiarire a noi stessi e agli altri “chi siamo” e “da dove veniamo” non può che arricchirci e favorire la reciproca integrazione culturale.

 

“Tradizione non vuol dire convenzione o stantia ubbidienza letterale al dettato dei Padri, ma incessante e personale travaglio per innovarla e fonderla inestricabilmente col nostro presente senso della storia e con ciò di cui noi stessi siamo fatti”

E.M.

 

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