Morire in esilio

Scatorcia (Sergio), Pasqualino, Francesco e il Guardione (Fidanzi)

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  1. Roberto Tonini ha detto:

    Morire in esilio

    È morto Pasqualino Baglioni. È zio di mia moglie essendo marito di Severina Meschinelli – sua zia diretta – morta qualche anno fa.

    Ha lavorato un’intera vita la terra. Operaio alla fattoria Grottanelli si recava a lavoro negli ultimi anni con la sua Lambretta carenata. Dal Grottanelli ci’aveva lavorato anche il su babbo Girolamo (la mamma si chiamava Rosina) come barrocciaio, mentre lui era entrato come sellaio. Poi uomo tutto fare.
    Aveva le mani e il volto segnati da questa vita nei campi e alla macchia. Mani con le piaghe di chi gli attrezzi li ha manovrati tutti. Pelle bruciata dal sole di una vita intera.
    Era una persona gentile ed educata. Non riusciva a gridare, come il mi nonno Cecco e il mi amico Rolando. Sono perfino un po buffe queste persone che non riescono a gridare, ma s’incazzano come quell’altre. E allora è il loro tono che diventa severo o da umore veramente nero.

    Io ho avuto la fortuna di averlo ospite nel grande orto dietro casa mia.
    Una volta finita la lunga giornata di lavoro dal Grottanelli, si fermava li a casa mia per coltivare l’orto. Ho avuti diversi ortolani ospiti, lui è stato uno dei migliori, per certi versi il migliore.
    È con la terra che dava il meglio di se stesso. Si vedeva subito che era il suo ambiente. Si muoveva nel suo ambiente naturale come si muove un pesce dentro l’acqua.
    Sapeva sempre qual’era il momento giusto per fare una lavorazione e come farla. Sapeva i tempi e le lune giuste per seminare quella o quell’altra cosa. Sapeva quando fare i trattamenti e le concimazioni.
    Per me era un godimento vederlo e imparare da lui. Sapiente e paziente. Via via mi chiedeva se si poteva fare qualche cosa extra come lavorare la terra almeno una volta all’anno con un trattore o portarci un rimorchio di pecorino. Non solo questo facevo, avevo comprato anche un motocoltivatore che possiedo ancora, che per fare quasi duemila metri di orto diventa quasi indispensabile.

    Anche io ho sempre avuto la passione dell’orto e del giardino e quindi era avere in casa un alleato e maestro prezioso. Io per conto mio ci mettevo un po’ di modernità e di sperimentazione.
    Ricordo che già negli anni ’70 compravo i sali minerali semplici per farmi i concimi in casa a seconda delle varie essenze coltivate ed il periodo di somministrazione.
    I concimi di base sono costituiti da Azoto, Fosforo e Potassio. E sono proprio questi i componenti che entrano nei concimi, e il loro titolo 10.10.10 o 20.15.20, e via cantando non sono altro che le varie proporzioni dell’N (azoto), P (fosforo) e K (potassio).
    Rodolfo il mi fratello aveva trovato questa novità di comprare i componenti base dei concimi da una ditta di Bologna che poi doveva diventare famosa e conosciuta in tutta Italia, la Cifo.
    Io compravo stagne dei vari componenti e poi facevo in casa i concimi con i vari titoli adatti alle essenze ed ai periodi secondo tabelle che forniva la ditta, ma che anch’io cercavo nella letteratura specifica.
    Pasqualino era contento di questo, ma in fondo aveva sempre le sue idee. E ogni tanto portava qualche concime a modo suo, con in testa la famosa o famigerata “aurea”, cioè l’urea, un concime ad altissimo titolo di azoto, e quindi nemmeno troppo adatto in genere nelle culture ortive, ma capace di fare degli exploit incredibili nello sviluppo delle specie coltivate.
    Ma soprattutto faceva i trattamenti chimici e antiparassitari con i quali io non sono andato mai molto d’accordo. Lui invece era bravissimo. E poi quando dava il rame……di quel bellissimo color azzurro….
    Era felice nell’orto perché la nostra terra era meravigliosa, scura e fertilissima. Ma soprattutto avevamo un pozzo con la pompa sommersa che ci’aveva l’acqua per irrigare tutta Braccagni.

    Quella dell’acqua era il solo argomento dove non si riusciva ad andare d’accordo. Io ero, e sono, fautore del somministrare l’acqua con parsimonia e solo nei momenti adatti. Per lui, come quasi tutti quelli che hanno vissuto da lungo tempo la Maremma, l’acqua gliel’avrebbe data tutti i gorni che Cristo mette in terra. Come avere un pozzo fosse l’occasione della vendetta per una vita patita con penuria di acqua.
    Si giunse al compromesso di fare due file di pomodori: una sua che innaffiava come voleva, una mia che innaffiavo come dicevo io. Ma tante altre cose e trucchi ho imparato da lui. Soprattutto l’amore e la confidenza con il terreno e gli ortaggi. Come tutti gli operai agricoli sapeva adoperare la vanga e la zappa come un pittore fa con i pennello, e non esagero perché un orto lavorato da un Pasqualino è un’opera d’arte sotto tutti i profili. Vederlo lavorare poi era uno spettacolo. Con una velocità costante, con garbo, con verso, con gesti che sembravano semplici e naturali ed invece erano frutto di anni e anni di duro lavoro. E poi le pause durante la vangatura e la zappatura. Si fermava e appoggiato all’attrezzo del momento riprendeva fiato e lo vedevi con gli occhi che controllavano il lavoro eseguito e valutavano il lavoro rimanente. Era il momento in cui poteva dire qualche parola, fare una battuta e fare una risata. Mentre si lavora la terra è come quando si fa l’amore: non è il momento più adatto per ridere.

    Per i strani destini della vita è morta prima la zia Severina e lui è rimasto solo, senza nessuno in casa. Ha un figlio Pasqualino, Umberto, che è nell’Arma ed è istruttore nella Scuola dei Carabinieri. Ma lavora e risiede lontano di qui e dalla Toscana.
    Una delle cose più innaturali è quando muore prima la moglie. A riprova che un uomo può valere al massimo un 60 – 70% del valore di una donna, non di più, quando questo si verifica l’uomo ha davanti a se una vita veramente amara e dura. Perché non è in condizioni di ben sopravvivere come succede ad una donna. E a partire dalle cose terra terra, come cucinare, pulire la casa, lavarsi e stirarsi i panni. Cose che sembrano poco finche ci’hai una donna in casa che le fa, poi quando non c’è lei so c..zi amari.
    E lui oltre a questo ha dovuto sopportare anche il fatto di non avere figli o figlie in casa.
    In un paese piccolo come Montepescali in questi casi la gente ti è vicina come mai potrebbe succedere in una città. Ma può arrivare a darti una mano, e poi anche due, ma con l’andar del tempo le cose diventano sempre più complicate. E poi ci si mette l’età che avanza, gli inevitabili malanni.

    Pasqualino viveva da anni con il su figliolo Umberto che lo ha accudito con amore e bravura unica.
    Un uomo che sopravvive alla moglie e vive i suoi ultimi anni con un figlio, vive questo periodo con una certa difficoltà. Diverso se sopravvive la donna, diverso se ad accudirti è un figlia.
    Quanto siamo deboli e brocchi noi uomini.
    Poi l’ultima ciliegina più aspra che dolce.
    Morire lontano dal tuo paese. È come morire in esilio. Gli amici, i parenti, i conoscenti che ricordi ma che non vedi.
    Per lui deve essere stata veramente un’amarezza che non meritava.

    L’unica grande consolazione che viene e verrà ricordato come un uomo buono e gentile, educato e dolce.

    Oggi ritorna per riposare lassù a Montepescali dove il panorama è quello destinato ai più fortunati, la terra di Maremma dove sei nato.
    Arrivederci Pasquale.

  2. roberto f. ha detto:

    Veramente una triste notizia la scomparsa di Pasqualino, un altro operaio del Grottanelli. Anche io lo ricordo molto bene, con la sua lambretta con la quale spesso andava a prendere il figlio. I nostri punti d’incontro erano i dintorni della Fattoria ed il frantoio di Tondicarlo, dove lui se non ricordo male, lavorava.
    La mie sincere condoglianze.

  3. Nello ha detto:

    Un altro pezzo di Montepescali ci ha lasciato. Ricordo Pasqualino, un pò come tutti quelli della mia generazione, sulla sua Lambretta, ma io lo ricordo per come era concepito un tempo, mica tanto tempo fa, la parentela. Mia mamma era una Meschinelli, era biscugina di Severino,Severina, Libia, Marzio eppure era trattata (come del resto io e mia sorella) come una parente di primo grado. Tale atteggiamento lo tenevano anche i rispettivi consorti per cui a Montepescali avevo una famiglia allargata.
    Ciao Pasqualino ora mi rimane una sola persona di quella famiglia.

  4. viviana ha detto:

    Non mi pare di aver conosciuto la persona di cui Roberto e Nello tracciano un così bel profilo . Ricordo invece in modo piuttosto preciso la moglie Severina , sorella di Libia e zia della mia amica Laura .
    Me la ricordo come una donna solare , sorridente , allegra .
    Nel lungo post di Roberto mi hanno colpito alcune osservazioni a proposito delle difficoltà di un uomo che rimane solo.
    Di fronte alla morte di uno dei due coniugi, evento devastante soprattutto quando si sono vissuti tanti anni insieme e si sono quindi condivise tutte le esperienze di una vita, le reazioni non sono generalmente le stesse : l’uomo ha meno risorse per riprendersi .
    Non voglio difendere la mia categoria , ma credo che non ci voglia molto a rendersi conto , anche attraverso esempi di persone che conosciamo,di quanto grande sia l’autonomia che le donne raggiungono nel corso dei loro anni , in qualunque condizione sociale , culturale ed economica vivano .
    Rese forti dai tanti compiti che sono chiamate a svolgere : mogli, mamme , lavoratrici in casa e fuori , le donne sviluppano, gioco forza, una particolare capacità di ottimizzare il loro tempo , di essere concrete ed efficienti .
    Abituate a chiedere poco e a contare sulle proprie forze , anche nei momenti difficili, o in quelli in cui disgraziatamente rimangono sole, non si perdono del tutto d’animo e riescono a tirare avanti facendo ricorso a tutte le loro forze.
    Tendo ovviamente a generalizzare , so che ci sono le eccezioni , ma l’uomo si abbatte più facilmente , il dolore lo prostra , la solitudine in casa lo deprime e lo mette in crisi : dovrà gestire da solo nuove attività che non ha mai fatto , faccende che gli sono sconosciute .
    E questo perchè per definizione fino a poco tempo fa nella coppia c’erano i ruoli ; ognuno aveva il suo : l’uomo lavorava e la moglie rimaneva ad accudire la casa .
    C’era rigore in questa divisione di compiti ed il marito trovava sconveniente svolgere certe mansioni familiari anche quando la moglie era sovraccaricata dal lavoro .
    La stessa cura dei figli , almeno fino ad una certa età , era prerogativa tutta femminile , secondo quel rigido protocollo che risaliva allo stile di vita degli antichi romani .
    Nelle nuove generazioni , per fortuna , i rapporti sono cambiati .
    Chiamo a casa del mio figliolo e lui dice che sta passando l’aspirapolvere in camera . Il suo babbo scuote il capo e borbotta ” o tempora , o mores ”
    Io che femminista non sono mai stata ( nè mi sarei potuta permettere di esserlo con tre uomini in casa ) credo che certi cambiamenti siano positivi.
    E se è sempre stato un traguardo importante essere autonomi anche nella più semplice e banale quotidianità, figuriamoci ora ,nella società attuale, dove la stabilità della coppia è sempre più un miraggio .

  5. Carla Paradisi ha detto:

    Rispondo a “morire in esilio”
    da Monte Pescali a Rocca Sinibalda
    da Roma a Rocca Sinibalda.

    Questo ha unito il destino di due persone totalmente diverse come Pasquale e Carla.
    Chi sia stato Pasquale, a quanto ho capito, a Montepescali, è noto a tutti. Chi sia io è irrilevante; ma il sorriso, la delicatezza dei modi,il garbo e la riservatezza del mio caro dirimpettaio a Rocca Sinibalda mi hanno “sfiorato” per gli ultimi quattro anni vissuti in questo bel paese della Sabina.E’ stato il primo ad entrare a casa nostra (di mio marito Gianfranco e mia) e farci capire che non saremmo mai stati soli, qui…a Via del pereto!
    Ti ho voluto bene, Pasquale.
    Carla Paradisi

    • Roberto Tonini ha detto:

      Grazie a Carla per la bellissima lettera che ha voluto scrivere per Pasquale.

      Pur non avendo dubbi quando ho scritto della bontà e della dolcezza di lui, fa piacere sentire che anche lontano dalla sua terra, pur con pochissimi anni, c’è gente che lo ricorda con piacere, con affetto e con sentimenti simili ai nostri.

      Anch’io ho voluto bene a Pasquale, e ora, anche se non ti conosco, voglio un po’ di bene anche a te Carla.
      Roberto Tonini

  6. roberta,nipote di scatorcia ha detto:

    ho letto l’annuncio della morte del Sig. Pasquale,
    ho un vago ricordo delle persone che sono nella foto insieme al mi nonno.
    ma ricordo perfettamente bene quelle giornate passate a correre come un cavallo pazzo su e giu’per il prato..ricordo la tenuta grottanelli,l’officina dove mi portava mio nonno…ricordo la sua mini verde militare e le canzoni del piave e dei ricchi e poveri che mi cantava per nn farmi stare male durante i viaggi…ricordo le pedalate fino a montepescali dove la tappa obbligatoria era la madonnina…ricordo l’orto accanto alle case rosse che teneva come un gioiellino ..e io che gli mangiavo tutti ipisellini appena nati perche erano dolci come il miele…ricordo la falegnameria…ricrdo la gelateria di niglia dove il gelato costava 500 lire e c’erano solo 2/3 gusti..crema fiordilatte cioccolato o stracciatella e nocciola..ma era cosi’ buono che nn li ho piu’ trovati cosi’ buoni!
    ricordo tutto di quel magnifico periodo che è durato troppo poco..sia per me che per mio nonno…che mi ha lasciata troppo presto..perche doveva stare ancora insieme a me…e vedere una foto dove è sorridente , felice con i suoi amici e la mitica e sempre presente fiaschetta di vino…mi fa’ pensare che anche adesso saranno lassu’ tutti insieme a brindare , giocare a cartee chissa’ cosa….addio Sig. Pasquale…se vede mio nonna gli dica che “furia” lo abbraccia forte come lui ricorda…

    • patrizio ha detto:

      Giungano anche le mie condoglianze alla famiglia di Pasqualino, e a tutti coloro che soffrono la sua scomparsa.
      Cara Roberta, sono sicuro che hai ragione, sono tutti su a giocar a carte e quando si sente batullare, son loro che tirano un carico e bussano sul tavolo…

      Ricordo tuo nonno e anche il tuo bisnonno, è vero, l’orto delle case rosse era un giardino… c’era la ‘gara’ a chi lo faceva meglio Sergio, Silvano, Piero, Dino, Renato… son cresciuto con loro e li ricordo tutti con grande affetto.

      Silvano è sempre in gamba, l’unico che è rimasto con noi e il suo orto è sempre li, con le primizie come allora.. e come allora il piacere di trovarlo e parlarci del più e del meno.
      Ovunque tu sia, Roberta, ti mando un grande saluto dalle case Rosse.

  7. umberto baglioni ha detto:

    ho vissuto come credo un figlio viva con un padre quando rimangono soli.
    me lo sono portato qui a Rocca Sinibalda perchè non volevo lasciarlo solo.
    L’ho portato via dal suo paese come anni fa feci con mia madre.
    Li ho voluti vicini e ho dato loro tutto il mio affetto e l’assistenza di cui potevo disporre.
    Non senza litigare. ma credo che litigare senza astio ne odio sia un po il sale della vita.
    Oggi ringrazio tutti coloro che lo ricordano e mi piace vederlo felice nella foto, spensierato tranquillo come lui nella vita è stato.
    Ha sofferto in silenzio ed in silenzio se ne andato, ha solo detto: non va non va.
    Ricordo anche io la fattoria, l’officina la vigna lungo il filare di pini, il passaggio a livello, il Bisello Casa Bianca, Tondicarlo, ci ho passato giornate intere, sia con le persone della foto sia con tutti i lavoranti e tutti con grande affetto mi hanno sempre trattato. sono quelli dei bei ricordi che non dimenticherò anche se ormai vivo lontano.
    Ma la mente non ha confini e spesso rivedo ciò che ora non c’è più.

  8. sentinella ha detto:

    Non sappiamo se il monumento a Santi Quadalti alla fine si farà. Quello che sappiamo è che sicuramente il nipote Fabio Quadalti in ogni caso non potrà vederlo: ci ha lasciato all’età di soli 47 anni.

    • patrizio ha detto:

      Fabio Quadalti, figlio di Pompilia e Abramo, nipote di Santi Quadalti e Benocci Caterina, nasce 47 anni fa a Casa Nova, dove oggi c’è la bella casa di Oliva. Io abitavo li con i miei nonni quando Fabio venne al mondo, avevo pochi anni di più.
      Era a Casa Nova che ho conosciuto Santi che veniva a trovare il nipotino e ci portava il gelato comprato allo spaccio della fattoria. Poi con Fabio ci siamo trasferiti alle case rosse, dopo l’alluvione dove nacque sua sorella Sabrina.
      Fabio era un ragazzo come noi, e se non fosse dovuto emigrare in quel di Prato, per la precisione a Signa, perchè la famiglia si spostò per lavoro, sarebbe stato di sicuro uno dei protagonisti della vita del nostro paese, e di sicuro avrebbe cantato il maggio con noi.
      Ormai erano tanti anni che stavano lontani, ma almeno una volta all’anno ci si sentiva per telefono.
      L’ultima volta che l’ho sentito, parlammo del suo nonno Santi e mi promise che mi avrebbe mandato le foto per aiutarci a fare il monumento. Foto che Pompilia venne a portare personalmente a Braccagni e che il presidente del comitato per il monumento adesso custodisce gelosamente.
      Vorrei che il monumento a Santi diventasse una realtà anche perchè sedendomi alla sua ombra, sarebbe bello ricordarsi anche di Fabio, come di tutti i nostri amici andati tra i più, che con i suoi pantaloncini corti correva con me e Roberto nei campi dietro le case rosse, giocava nelle scale delle case rosse, rideva e scherzava tra quelle quattro case sotto il sole dove ognuno di noi si sentiva come in un nido, custodito e cullato dall’affetto delle tante brave persone che ci hanno vissuto.
      Giungano a Pompilia e a Sabrina le mie più sincere condoglianze e un grande abbraccio.
      Ciao Fabio, arrivederci, salutaci il tuo nonno Santi e fai una carezza a nonna Caterina.

  9. podere società ha detto:

    Caro Umberto, mi ricordo di te e di quando il tu’ babbo veniva a prenderti (lavoravi in qualche corpo militare) e ti portava dietro nella lambretta. Altri tempi. Tempi in cui le Fattorie erano delle vere e proprie comunità. C’era il centro aziendale, con tanto di officina dove ci lavoravano “Scatorcia” e Leonello (con addirittura la falegnameria), e da lì partivano i trattori per andare al Bisello o ai Poderi Nuovi, o i gruppi di operai per recarsi nei pescheti della Francina o nei vigneti della 64. Allora gli operai andavano in pensione con il lavoro in campagna, oggi è tutto più precario.
    Quel mondo fatto di attaccamento alla terra, al lavoro, di intensi rapporti umani, è andato in pensione. Rimangono i ricordi, ma soprattutto l’esempio e l’insegnamento dato da persone umili, ma ricche di valore. Come Pasqualino.
    Il figlio del Guardione

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