Gioco del piacere di Slow Food Grosseto

gioco del piacere sull’olio extra vergine di oliva

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  1. Granocchiaio ha detto:

    Si è svolto presso il ristorante Il Terzo Cerchio di Istia l’annuale Gioco del Piacere dedicato all’olio Extravergine.

    Prima della cena sono stati degustati quattro oli extravergini delle varie regioni d’Italia, e più precisamente:

    1. LAZIO: OLIVASTRO, da varietà ITRANA dell’azienda AMERICO QUATTROCIOCCHI, azienda della Ciociaria
    2. PUGLIA: INTINI AFFIORATO, da monocultivar di CORATINA dell’ANTICO FRANTOIO OLEARIO INTINI PIETRO, NELLA Valle dell’Itria
    3. LIGURIA: CARTE NOIR RIVIERA LIGURE, da varietà TAGGIASCA dell’azienda ROI, zona Imperiose
    4. SICILIA, CHIARI DI LUNA, monocultivar CERASUOLA, dell’azienda PIETRO CARADONNA, CON OLIVETI TRA Salemi e Ma zara del Vallo.

    Tutti oli eccezionali ma ovviamente assai diversi tra di loro: cosa questa che è uno dei maggiori pregi dei nostri oli italiani.

    Dopo aver votato la “gradevolezza”, senza cioè velleità tecniche non richieste, i risultati sono stati comunicati alla sede nazionale. Dopo un’oretta e mezzo abbiamo ricevuto i risultati del gioco ai vari livelli.

    Al gioco hanno partecipati decine e decine di locali sparsi su tutta la penisola. I votanti sono stati oltre 1500.

    Questi i risultati, che indicano, lo ripetiamo, la gradevolezza del pubblico, e non la qualità, in quanto tutti sono classificati come oli ottimi

    Risultato nazionale:
    1. Lazio, 31% dei voti
    2. Sicilia 27%
    3. Puglia 23%
    4. Liguria 19%

    Risultato del nostro gruppo
    1. Lazio 37%
    2. Puglia 26%
    3. Sicilia 20%
    4. Liguria 17%

    Quindi abbastanza il linea con il risultato globale nazionale

    La cena è proseguita poi con il menu della serata che prevedeva:
    • Bruschette e fichi al forno
    • Vellutata di ceci
    • Zuppa di pane e cipollotto
    • Carpaccio di vitello con verdure cotte, crudité di ortaggi e sformato di piselli
    • Dessert della casa

    La cena è stata accompagnata dai vini:
    • Brut Contratto
    • Rosso Fuoco Barbera d’Asti Docg 2008 biologico
    • Roero Arneis di Enrico Serafino

  2. mezzolitro ha detto:

    Una volta alcuni barbera sapevano (il termine sarebbe un’altro, ma per semplificare…) di amarena che devo dì mi garbava parecchio, é stato il caso anche di questo Rosso Fuoco?

  3. Granocchiaio ha detto:

    Per quel poco che ricordo non mi pare che avesse queste caratteristiche.

    D’altra parte devo confessare che, essendo io ormai un “bianchista” ad oltranza”, mi sono limitato solo ad assaggiare la Barbera per verificare qualità e sentire se caso mai nell’occasione potevo fare uno strappo alla (mia) regola e magari continuare la serata con questo rosso.

    L’ho assaggiato, non solo non aveva difetti, ma pareva abbastanza buono, ma non tale da farmi deviare dalla mia predilezione a terminare la serata iniziata per me con le bollicine del Brut Contratto e poi con il Roero Arneis di Enrico Serafino.

    D’altra parte certi commensali hanno fatto il percorso diverso dal mio e sono passati ben presto al rosso abbandonando ben presto i bianchi disponibili. Ed anche per loro non per la qualità dei vini della serata, ma proprio per loro gusto e predilezione personale.

    Se una cosa ho imparato in questi anni è che la predilezione per un vino piuttosto che per un altro è una regola che taglia la testa al toro e a qualsiasi regola scritta. Vero che certi eccessi sono veramente incomprensibili, che so, una sogliola al vapore abbinata ad un Barolo invecchiato o un delicato Pinot Bianco abbinato a delle pappardelle alla lepre, ma tolte le esagerazioni il gusto personale va avanti a qualsiasi regola.

    Fino ad una ventina di anni fa circa bevevo bianchi e rossi in ugual misura, magari privilegiando i rossi in inverno e i bianchi in estate. Poi da quando i vini rossi si sono fatti anno dopo anno sempre più alcolici, grossi, o come si dice da noi dei “vinoni” non mi hanno più soddisfatto. In primo luogo per l’alcol. Fino agli anni 80 un bianco da pasto viaggiava sugli 11-11,5% e raramente arrivava ai 12%. Anche il rosso da pasto era li, un poco più su, magari 12% e 12,5% per i vini D.O.c.

    Oggi un bianco, maremmano compreso, viaggia tranquillamente – si fa per dire – dai 12,5-13% in su, fino a 14% e oltre, mentre per i rossi raramente si scende sotto i 13%.

    A questi livelli e con le concentrazioni fatte il vino diventa per me masticabile, non roba da bere. I rossi in particolare interagiscono con il cibo che si sta mangiando coprendo profumi e sapori. Il bianco invece sia per la gradazione leggermente più bassa, sia per i sapori stessi, tende più ad essere vero accompagnatore del cibo, senza prevaricarlo come fa spesso il rosso.

    Questo detto, a differenza di Mezzolitro, io non ho mai amato la Barbera, mi pareva un vino troppo acido e spigoloso per i miei gusti. Infinitamente meglio andare su Barolo e Barbaresco. Per rimanere nel Piemonte. E pensare che la Barbera di oggi, salvo quanto sopra detto in fatto di gradazione e concentrazione dei rossi, è quella che da questa evoluzione dei rossi è quella che più ne ha beneficiato. Nel senso che ha perso molta della sua spigolosità arrotondando gusto e bevibilità, tanto che i puristi stentano a riconoscerla così com’è fatta oggi.

    Comunque in questo campo più che in altri è il caso di dire che “il mondo è bello perché è vario”. E noi in Italia abbiamo una diversità di vini e vitigni unica al mondo, un patrimonio incredibilmente ricco da preservare e valorizzare.

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