una volta si beveva più vino, e meglio

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  1. Granocchiaio ha detto:

    Una volta si beveva più vino. Ma soprattutto si beveva meglio. Si beveva mangiando per accompagnare il mangiare, si beveva nei campi lavorando, si beveva nell’orto vangando, (in queste occasioni quasi come carburante per la fatica), e si beveva nelle osterie e nei bar per il piacere di bere.

    E in quest’ultimo caso si sale un gradino perchè chi beveva all’osteria o al bar, magari facendo la partita a carte, beveva da professionista. Allora per bere non c’erano gli ampi ed eleganti ballon di oggi, così belli e dalla grande pancia per dar modo al vino di ossigenarsi e sprigionare e concentrare tutta la gamma dei suoi profumi. Allora il bicchiere era il cinquino, un piccolo bicchiere di vetro non fino e dallo spesso fondo. Bello ed essenziale nella sua semplicità non concedeva niente all’eleganza né alla funzionalità, ma soprattutto non si prestava proprio a rotazioni o altre pratiche che oggi si vedono fare anche dai meno esperti.

    Ma vedere dei professionisti dell’epoca bere con il cinquino vi assicuro che era un’esperienza unica. Tra i mille “professionisti” uno di particolare eleganza ricordo, per il suo impeccabile modo di compiere il gesto che fatto da lui, e da gente come lui, aveva perfino un che di mistico.
    Mi riferisco al Benci (al secolo Dino Ciardi) che aveva dei baffetti ben curati e adatti alla funzione. Nel suo bel viso i baffetti parevano sottolineare degli occhi chiari e spesso socchiusi in un ghigno da vecchio filone di uno che la sa di molto lunga.
    Lui, come glia altri, ma meglio degli altri, con gesto lento e curato prendeva il bicchiere, spesso pieno al colmo, stretto tra l’indice ed il pollice, mentre le altre dita si aprivano a ventaglio come una mantella spagnola o come le mani aperte ed invocanti del sacerdote quando vuole mostrare profondo rispetto e devozione per chi di dovere.
    Poi portava lentamente il cinquino alla bocca e le labbra si schiudevano leggermente come a baciare il prezioso ed amato liquido. Mai sentito risucchiare o trangugiare o tracannare il vino bevuto da un cinquino. Tutt’al più poteva succedere per sbaglio, ma era rarissimo il caso.
    Gli occhi leggermente chiusi o invece aperti ma fissi su di un punto indefinito, in entrambi i casi facevano trasparire la grande concentrazione e attenzione per la funzione in essere, e cioè a degustare con tutti i sensi e con la massima predisposizione al piacere il saporito nettare che prima bagnava le labbra, e poi la lingua, e poi il palato, e poi la bocca tutta, e poi scendendo con languore lungo la gola giù fino all’arrivo nell’ospitale stomaco. Che meraviglioso percorso!
    Poteva seguire per chi ce l’aveva, e il Benci era uno di questi, la pulizia dei baffi con il dorso della mano, ma anche questo fatto con naturalezza e niente affatto volgare.
    Questo sì che era bere da professionisti!

    Chiaro che c’era qualcuno che era più professionista degli altri, e di conseguenza beveva anche di più.
    Uno di questi più “performanti professionisti” era senz’altro Giannino. Figura mitica del Braccagni degli anni 50, girava con un fazzoletto rosso annodato al collo alla maniera di Tex Willer. Giannino aveva tutte le caratteristiche sopra dette. Manifestava il suo amore facendo una specie di via crucis, nel senso che partiva da Morea giù alla stazione dove prendeva il primo bicchierino, o magari anche un secondo o un terzo, e poi ripartiva per la stazione successiva che era Filadelfi e lì di nuovo uno, o due, o tre. Molto dipendeva anche dall’oste che conoscendolo cercava con le buone di farlo bere poco. A questo secondo pi-stop seguiva poi il terzo e poi su su viaggiava fino a girare tutti i posti dove vendevano vino.
    Ovvio che poi intervenisse la famiglia e il figlio che cercò di farlo ragionare e di farlo smettere. Glielo disse anche il dottore e allora lui corse ai ripari.
    Siccome era un uomo di carattere fece la sua prova e passò davanti a Morea e non entrò nemmeno. Idem da Filadelfi e poi su su con tutti gli altri dove non solo non si fermò, ma nemmeno entrò.
    Arrivato che fu nella curva dove c’aveva l’osteria la famiglia Pieraccini superò anche questo ennesimo ostacolo e tentazione e subito dopo si fermò e si sentì dire a se stesso:
    bravo Giannino! Sei stato proprio bravo! Ti meriti un premio: ora si va da Quirino e ti offro mezzo litro di vino!

    quest’ultima storia, vera pare, me l’ha ricordata Beppe Caloni vero Hard Disk del paese!
    e domani forse c’ho un’altra storia sempre raccontatami da Beppe

    • Nello ha detto:

      Bel ricordo del Benci. E’ vero perchè anch’io me lo ricordo così quando a volte stavo con il mì babbo (compagno di bisboccia con Benci, Boccio, il Biri). Avevo sentito la storia di Giannino (non sapevo che fosse lui), ma pensavo che fosse quella che ora si chiamerebbe “leggenda metropolitana”. Vistop che annunci nuove storie, a te ricordare il “bevitore” (o come chiamo io il tragugiatore) principe del Braccagni.

      In merito al bicchiere tipico delle nostre osterie(cinquino o gottino, così era chiamato, almeno, al circolo anarchico di Massa Marittima dove non esisteva oste o barista tutti si servivano da soli e tutti, dico tutti, pagavano senza remora) non ho mai capito se è nato prima lui o il gadget e la pubblicità di un noto vermouth, soprattutto anni 60-70

    • roberto ha detto:

      E poi si dice che Braccagni è una paese senza storia? Queste sono le nostre storie!
      Chi sa, racconti, prima che l’oblio del tempo cancelli tutto.

  2. mezzolitro ha detto:

    Già, quella che mi garba di più me la raccontava sempre il mì babbo, un tipo di cui non ricordo il nome, quando arrivava dal Tavarnesi venendo da Grosseto, mi sembra che fosse della Barbaruta, posteggiava sempre il motorino già in posizione di partenza, verso Grosseto, così quando, bello carico, ripartiva era sicuro di riprende la strada di casa e in qualche modo ci riusciva sempre.
    Una volta però qualcuno gli girò il motorino e lui dopo Gavorrano incominciò ad avere qualche dubbio così si buttò in una fossa e al mattino dopo con la sbornia ormai passata, riprese la strada giusta…
    Che tempi!

  3. Tòto ha detto:

    Diciamoci la verità… questo quadro che avete messo sul blog è il ritratto del Castagnini… me lo ricordo ancora con affetto il buon Castagnini accovacciato alla rete del campo sportivo a guardar la partita.

    • Gustavo ha detto:

      Che sia il Castagnini non lo posso nè cornfermare nè escludere.
      Potrebbe essere però il grossetano tipico, il più felice d’Italia, come dice il Sole ventiquattrattore

  4. braccagni.info ha detto:

    L’articolo è finito sulla rivista Winesurf, con un simpatico commento sul nostro giornale on line “A Braccagni non si fanno mancare niente”.

    E’ con piacere immenso che diamo il benvenuto tra i mattocchi di Winesurf ad uno che ha sicuramente le carte in regola per primeggiare nel gruppo. Roberto Tonini, toscano e maremmano DOC, vive a Braccagni, in provincia di Grosseto. Visto che è DOC, scrive giustamente in maniera molto….. toscana. L’esempio è la frase accompagnatoria alla mia richiesta di una sua foto “ Pe la foto c’ho solo l’imbarazzo della scelta, infatti so dimorto imbarazzato: c’ho pochi capelli, ma almeno un c’ho l’orecchi a sventola come un venusiano”.
    Per l’occasione, dopo averci presentato Braccagni e se stesso, ci propone “Una volta si beveva più vino e meglio!”, bellissimo quadretto di un enoico passato pubblicato qualche giorno fa (link)sul giornale on line di Braccagni (a Braccagni un si fanno mancà niente…)

  5. Paolo ha detto:

    Bravo Roberto, leggendoti ho sentito in bocca il sapore del vino e, come diceva Totò, ho detto tutto…. Quanto a Giannino…..me lo hai fatto rivedere e rivivere nella memoria. Passava dalla stazione quasi tutte le mattine con un fardello sulle spalle e l’immancabile fazzoletto rosso. Andava lungo i binari, in direzione di Grosseto e tornava la sera. Non ho mai saputo dove andasse di preciso. Una volta, insieme ad un amico, ci attaccammo discorso. Gli chiedemmo dove andava e se, per caso, l’aspetava qualche femmina…Lui sorrise, disse che ormai non era più tempo per certe cose ma che, in gioventù, aveva fatto la sua parte e ci raccontò di amori fatti nei campi, in mezzo al grano maturo…..

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