Cos’era il Dazio e chi era il Daziere


una bolletta del Dazio

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  1. Granocchiaio ha detto:

    CHI ERA IL DAZIERE

    Era l’esattore del Dazio, appunto. Una tassazione particolarmente odiata ed in vigore in Italia fino ai primi anni 70 quando una riforma tributaria, quella che introdusse tra le altre l’I.V.A. spazzò via il Dazio e altre imposte come l’I.G.E. e cioè l’Imposta Generale sulle Entrate che si applicava sulle fatture con dei bolli – come dei francobolli – che si compravano negli appaltini.
    Il Dazio andava applicato al penultimo passaggio, quello tra grossista e dettagliante su di una marea di prodotti: dalle cucine a gas o a legna al ferro da stiro in ghisa, dai mobili di casa ai prosciutti e ai salumi, ed altri mille oggetti e mercanzie.

    La procedura prevedeva che ogni commerciante che riceveva la merce avvisasse immediatamente – mi pare entro un massimo di 30 minuti – il Daziere, che si solito abitava in paese. Lui veniva, apponeva un sigillo che poteva essere un piombino chiuso su di uno spago che rimaneva allegato alla merce oppure se del caso con un timbro circolare di color fucsia. Naturalmente c’era da pagare e questo andava a caricare il prezzo d vendita.
    Il Daziere poteva sanzionare chi non “metteva il dazio” cioè “non daziava” la merce con contravvenzioni piuttosto pesanti, ma lo stesso poteva fare se lui scopriva di esse stato chiamato in ritardo!
    Con queste premesse si capisce perché il Daziere non fosse amato in paese, anzi, per dilla a dritto era odiato praticamente da tutti, o quasi. Sicuramente temuto. Tentare di fregarlo era più uno sport che una vera e propria voglia di evadere. O forse entrambi.

    Noi in paese abbiamo avuto un bell’esemplare di Daziere intorno agli anni 50. Pace all’anima sua era tal Ferdinando Sinfanti. Cognome noto a tutti quelli che allora erano nell’età della ragione. Corrispondeva esattamente a quanto sopra descritto, salvo che lui era un vero campioncino nel genere.

    Stamattina quel pozzo di memorie che è Beppe Caloni me ne ha raccontata una delle sue con dovizia di particolari e notazioni com’è nel suo stile.

    IL RACCONTO DI BEPPE

    Te lo ricordi te Alimeno?
    – No, faccio io
    – Era il mugnaio che c’era prima del Bizzarri e quindi anche prima di Leone Massini che è stato l’ultimo a fa quel mestiere qui in paese. Se ti ricordi io ci lavoravo con Giuliano del Boni…
    – Certo che mi ricordo di te e di Giuliano, sempre infarinati, ma come mugnaio io mi ricordo solo di Leone
    – Allora te lo dico io chi era Alimeno. Che poi in realtà si chiamava Ameno, ma noi si battezzò subito Alimeno, non si sa perché, forse perché sonava meglio o forse perché era una specie di gioco vezzeggiativo
    – E allora? Faccio io
    – Allora quando arrivava nel molino proveniente da casa era spesso di umore nerissimo e spesso si fermava, ci chiamava, sbatacchiava il su berretto per terra e ci diceva: ragazzi, un v’azzardate mai a piglià pe moglie una donna ricca! Non aggiungeva altri commenti, ma si capiva benissimo il significato
    – Ma è questo che mi volevi dì?
    – No, è quest’altro. Una volta Alimeno parte insieme a Beppe Bastiani e al Sinfanti e vanno a fa merenda dal Rossi caciaio, che poi sarebbe stato il babbo di Silvano e del Lilli. Dopo avè fatto una bella mangiata e delle belle bevute come si conviene ad una merenda degna di questo nome, i tre si alzano e stanno per salutare quando ecco che il Sinfanti prende le sedie dove erano seduti e le rovescia. Li si accorge che non c’era il timbro del Dazio e allora si rivolge al Rossi caciaio dicendogli: io ti ringrazio pe la merenda, ma ti faccio la contravvenzione perché le tu sedie un so daziate! E così fece!

    Dalla bolletta sopra riportata è facile dedurre che il dazio gravava per lire 8,20 (vedi anche i bolli) su lire 30,96 del suino, circa il 25% sul povero magrone di Kg 86!

    • bruno terzo ha detto:

      Il daziere sinfanti nei miei ricordi è legato alla solenne scampanata che fu organizzata quando , rimasto vedovo, si risposò con una signora bionda, mi pare di origini venete. Il mio strumento musicale era un pestasale in bronzo che portavo legato al collo e che suonavo con il batacchio a mo’ di campana. Dopo poco tempo per il peso dovetti appoggiarlo sennò mi staccava il capo.

      • viviana ha detto:

        Me la ricordo anche io la solenne scampanata del Sinfanti perchè , prima di rimanere vedovo della signora Gina , Sinfanti abitava nell’appartamento di fronte al mio e con lui condividevamo il “bagno ” ….chiamiamolo così !
        Chiunque abitava a Braccagni in quel periodo non può non ricordare un evento di quella portata che vide impegnato il paese intero . Le scene di Amici miei, in confronto, un pallido esempio di dove può arrivare la feroce satira paesana.

  2. Nello ha detto:

    Sinfanti, nome storico per Braccagni. Ero piccolo ma lo ricordo bene, sia fisicamente che per come era “amato”. La storia di Beppe è amplificabile in quanto il suo marchio di fabbrica era praticamente quello.
    Beppe parla di sedie, la bolletta parla di suini e proprio su un prosciutto e relativa merenda (ecco il suo marchio di fabbrica)il mì babbo mi raccontava che aveva fregato un contadino, ma lui spessissimo si faceva invitare a casa della gente e così la fregava.
    Forse già allora esisteva il budget, la bolletta che riporti è del 1936 quindi non si sarà chiamato così in quanto la legge che vietava l’uso dell’inglese era più o meno dello stesso periodo, dove si imponeva un tot di multe e più le facevi più guadagnavi.

  3. "il sinfanti" ha detto:

    Tratto da “Gente di Montepescali” del grande AMICO BRUNO CIARPAGLINI

    IL RITO DELLA SCAMPANATA

    La cosiddetta “scampanata” chiassosa ed alquanto discutibile, sicuramente poco civile manifestazione estemporanea che voleva essere, in qualche modo, espressione di augurio, ora fortunatamente caduta in disuso, veniva organizzata e posta in essere ogni volta che un vedovo convolava in seconde nozze con un’altra donna, in modo particolare se zitella, o viceversa se una vedova si riaccasava con un altro uomo, specie se celibe. Tuttavia, nel periodo intercorso fra le due guerre mondiali e prima della stipula dei Patti Lateranensi, i matrimoni non venivano celebrati né in Comune né in Chiesa se la vedova che si risposava percepiva la pensione dallo Stato per la morte in guerra del precedente marito, appunto per permetterle di continuare a riscuotere il vitalizio. Ciò non impediva che anche in questi casi la tradizione della scampanata, certamente di origine antichissima, forse proveniente dalla Val di Chiana, sopravvissuta fino agli anni cinquanta, venisse applicata. Essa consisteva nel darsi appuntamento in gran numero davanti all’”alcova” degli sposi, all’ora in cui si presumeva che, dopo avere cenato stessero per andare a letto, tutti armati di improvvisati “strumenti” che venivano percossi con un legno quali i barattoli di latta, stagne, padelle, catinelle rotte, tinozze bucate, pentole scortecciate, corni che si usavano in occasione della caccia al cinghiale, armoniche a bocca, campanacci, fischietti, nacchere, raganelle e persino vesciche di bestie vaccine le quali gonfiate e compresse sotto l’ascella di un braccio producevano rumorose pernacchie che, a mò di accompagnamento, si integravano perfettamente con il chiasso generale. Nelle ultime scampanate venne riesumata persino una sirena che avvertiva sull’arrivo degli aerei nemici durante la guerra. L’assordante concerto si prolungava fino a quando gli “sposini” non si decidevano ad aprire la porta di casa scendendo in strada con fiaschi di vino e bicchieri per offrire da bere ai “suonatori” perché era questo, in sostanza, il vero scopo della scampanata: scroccare gratuitamente da bere alla salute degli sposi.
    Le persone dotate di perspicacia e buon senso non si facevano trovare impreparate all’avvenimento, ed al primo accenno di rumore si precipitavano in strada per dare da bere ai musicanti.
    Gli ultimi “concerti” in paese, se la memoria non tradisce, furono quelli dedicati a Serafino e Valterina e al sor Brunetto Noferi, l’ufficiale di posta.
    Evina, donna intelligente e simpatica, quando si unì in matrimonio con Vasco, prevenne i suonatori autorizzando il Cipriani all’appalto, il Mirolli e Zita, divenuta sua cognata, a dare da bere a tutti e a volontà, e la scampanata venne così evitata.
    Da casa del Noferi, non appena in lontananza si sentì il primo accenno di rumore, furono tirati fuori panini, dolci e vino già preparati in precedenza, e quindi fu offerto un rinfresco in piena regola.
    In paese il capobanda era Memmo, ma anche Edoardo detto Pallino, Asintone, Stefano, il Papa erano, come sempre, fra i promotori, e in testa all’allegra brigata ritmavano in coro: “se non ci date bere, vi si fa per nove sere”, impegnandosi al massimo nel reclutamento di suonatori e di strumenti affinché la manifestazione riuscisse nel migliore dei modi e soprattutto producesse l’effetto desiderato.
    Bisogna riconoscere che a Braccagni l’organizzazione della scampanata, di cui erano registi Aldo, il popolare Sardone e Oris detto Balliccio, i quali si avvalevano della consulenza di Lauro, di Garalla ed altri, era migliore e più partecipata.
    Quando la scampanata veniva effettuata nell’aia di un podere, la bevuta era assicurata ed abbondante, perché il vino non doveva essere comperato come in paese, e il ghiotto liquido non mancava certo nelle case coloniche quasi tutte corredate di imponenti vigneti.
    Perciò il concerto si esauriva in una mezz’oretta e poi il disturbo veniva tolto e i suonatori si ritiravano dopo avere compiuta la missione.
    Dalla parte dei Poderi Nuovi, addirittura, i “concertisti” trovarono fuori della porta di casa, già predisposti su una grande tavola sotto la vicina carraia, prosciutto, formaggio, pane e damigiane di vino e, imprevisto e spiritoso, un cartello in cui era scritto: “benvenuti, mentre voi suonate fuori, noi si suona dentro.”
    In questo caso, la scampanata si ritorse, scherzosamente, verso i partecipanti i quali, per l’occasione furono i veri scorbacchiati.
    L’unica volta che la scampanata non si concluse con la tradizionale bevuta fu in occasione delle seconde nozze del Sinfanti, l’agente della società Bonaccorsi, appaltatrice dal Comune di Grosseto delle imposte di consumo, chiamato comunemente il “daziere”.
    Spilorcio e taccagno all’eccesso, una vera “calìa”, si era ripromesso di fregarsene delle tradizioni e di pagare da bere non gli passava nemmeno per la controfossa del cervello, ed alla minaccia di vedere ripetuto il concerto nelle sere successive, uscì di casa in mutande e con una pentola in mano si mise a suonare insieme agli altri i quali, capita l’antifona, dovettero abbandonare l’impresa, augurando al Sinfanti di spendere quei soldi che risparmiava nell’acquisto di un purgante alla farmacia Torelli.

  4. Granocchiaio ha detto:

    Io c’ero alla scampanata del Sinfanti. Da spettatore perché ragazzetto, ma c’ero. È vero quello che scrive Bruno Ciarpaglini nel libro citato, ma le cose non andare così svelte come pare leggendo il brano.

    Vero che lui non voleva offrire da bere e non l’offrì, ma vero anche che tutto non si svolse in una semplice scampanata e lui che viene fuori a fare la scenetta descritta.
    Già la prima sera pe fallo affaccia fuori non dico quanto si suonò e si fece casino, ma sicuramente un bel pezzo. Va poi detto che non era esattamente musica, ma rumori e suoni di tutti i generi. Chi portava campanacci, chi aveva delle pentole e dei mestoli di legno, la trombetta dello spazzino, chi c’aveva le raganelle che s’adopravano dal Venerdì Santo alla mezzanotte della Pasqua, e poi sì, venne fuori anche una sirena di quelle antiaeree.
    E poi tutto quello che poteva generare un suono, meglio se di forte volume. Io per esempio mi ero procurato il campanello della chiesa e con quello partecipavo alla scampanata. Lauro Baroni per esempio partecipava unicamente con la sua voce udibile a centinaia di metri di distanza, anche sotto forma di incredibile risata. L’unico strumento che vidi era una cornetta o tromba che di si voglia, suonata per di più abbastanza male, che di casino ne faceva assai.

    Comunque pe fallo affaccià di casa già la prima sera fu veramente dura. Io non credevo che si potesse fare tanto rumore in quella maniera. Solo che la luce accesa dietro la finestra non faceva vedere o presagire niente. La casa è quella attuale dove abita Carlo Pondini ed il piano terra è un piano rialzato per cui dalla strada non si riusciva a vedere niente in casa.
    La strada non era asfaltata e anzi io stavo sopra un monte di terra non so se per degli scavi per una nuova costruzione. Non c’era molta illuminazione, ma luce fu fatta ugualmente, non ricordo se accendendo anche un foco.
    Alla fine, ma dopo un’eternità, forse tre quarti d’ora, forse un’ora o anche più, si vede la porta socchiudersi ed il piccolo Sinfanti in cannottiera si affaccia. Per niente intimorito si mette a gambe leggermente divaricate e le mani sui fianchi facendo ricordare la posa inequivocabile del Duce apriti cielo e spalancati terra! Allora si che il volume pareva assordare anche i suonatori. Ricordo che qualcuno cerco di parlamentare, non ricordo chi fu, ma ricordo che non ebbe nessun successo.
    Lui l’aveva presa di punta e la voleva portare avanti in quella maniera. Non c’era versi.
    La prima sera si fece tardissimo, ma non si concluse niente. Solo che la sera dopo ci saremmo ritrovati tutti là per tentare un nuovo assalto.

    E così fu, ma i risultati non cambiarono. Anzi. Lui si era ormai preso una posizione di sfida nella quale pareva trovarcisi alla grande, in fondo assai simile a quella con la quale svolgeva il suo mestiere. Quindi non solo si metteva in tenuta ginnica (cannottiera e pantaloncini corti) ma cominciava anche a mimare versi di sfida.
    La cosa non finì in un paio di serate, ma di più forse tre o anche quattro. In una di queste usci di casa in tenuta da novello Charlot, capelli tutti bianchi, carnato rosa rosso. Solo che era uscito con il fiasco in mano! Allora la gente sperò in una sua capitolazione, ma con sommo dispiacere dovemmo subire anche l’ultimo scherno: si versò un cinquino di vino e in gesto di sfida brindò a tutti noi e se lo bevve!

    Il resto è come dice Bruno Ciarpaglini, non gli mancò niente, ma tanto lui c’era un po’ abituato a causa del suo mestiere e del modo più che zelante con il quale lo esercitava.

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