L’angolo del libro

a cura di Corrado Barontini.

Pubblicazioni: Malavalle – racconti dela Maremma di Idilio Dell’era

Giochi  e passatempi dei ragazzi di ieri di Alessandro Giustarini

Nel corso delle domeniche – le fotografie di famiglia nel paese di Buriano di Carlo Bonazza

La lingua dei fossi di Alessandro Angeli

Fiabe e storie di Maremma di Gabriella Pizzetti

 Improvvisar cantando di Corrado Barontini

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  1. sentinella ha detto:

    ANGOLO DEL LIBRO
    a cura di Corrado Barontini

    Libri libri e libri… di questo dovrò parlarvi. Libri di carta e di parole, libri di immagini, libri di oggi, libri concreti…
    Ma quelli che si trovano su internet e che si possono consultare, rubare con gli occhi e persino stampare, sono o non sono libri? Intanto le enciclopedie cartacee (che un tempo facevano bella mostra di sé nelle librerie) hanno perso la loro funzione “enciclopedica” per il fatto che gli argomenti aggiornati li troviamo con i “motori di ricerca” (si dice così?) con una rapidità che nei libri sfogliati pagina per pagina era impensabile.
    Io sono un amante della carta stampata, di quella stampa che cinquecento anni fa ha rivoluzionato il mondo della comunicazione… tuttavia non posso non nascondere l’inquietudine che provo pensando che in futuro l’opera su carta potrebbe diventare un oggetto inutile (da collezionista) o addirittura essere sostituita da testi virtuali, impalpabili e stampabili solo per sfizio.
    Ce l’hanno anticipato Marcello Baraghini e Ettore Bianciardi lanciando la loro idea per “il libro elettronico, bene dell’umanità, scaricabile gratuitamente da internet e senza copyright”, una provocazione la loro che anticipa il futuro.
    Miei cari “sette lettori”, come diceva il compianto amico scrittore Guido Gianni, si cambia la decina, ci si avvia verso gli “anni venti” di questo nuovo millennio e, senza nascondervi le cose che mi frullano nella testa, ho voluto cominciare con queste… considerazioni. Intanto i libri continuano ad esserci per fortuna mia e di quei “sette lettori” e allora godiamoceli.
    Io ne segnalerò qualcuno scegliendo fra i tanti che ancora si stampano e che riguardano autori, editori e cose della nostra terra.

    Idilio Dell’Era “Malavalle – racconti di Maremma” e “Il Canzoniere del Fanciullo” Editore Effigi di Arcidosso.

    Partiamo da Idilio Dell’Era; in verità dietro a questo pseudonimo d’arte si celava Don Martino Ceccuzzi (1904 – 1988). Questo autore aveva trascorso l’infanzia nelle campagne di Montepescali poi, dopo aver deciso di farsi prete, era stato parroco a Buriano a Ravi a Istia d’Ombrone e infine a Casal di Pari. Si parla dunque di un maremmano Doc.
    Oggi è possibile ritrovare, stampati dall’editore Effigi di Arcidosso, due libri molto significativi di dell’Era: “Malavalle – racconti di Maremma”, (che torna a farsi leggere ad oltre settanta anni dalla prima edizione del 1937); questo libro è introdotto da Umberto Brunelli con un proprio intervento intitolato: “Idilio dell’Era: da parroco a anacoreta a Casal di Pari”. L’altro volume ripubblicato è una interessante raccolta di liriche per l’infanzia: “Il Canzoniere del Fanciullo”.
    L’opera letteraria di questo scrittore è stata curata minuziosamente dal suo biografo Fausto Landi.
    Idilio Dell’Era è un autore prolifico, da riscoprire. Spesso porta nei suoi racconti quel mondo contadino da cui proviene e molte storie sono ambientate proprio in Maremma. Fausto Landi (allievo del poeta e suo erede designato nella custodia dell’opera omnia) introducendo il libro “Malavalle” scrive: “Già nel 1937 negli anni del regime, quando ancora non solo in questo territorio particolarmente arretrato dal punto di vista economico, ma anche nel resto d’Italia dominava la secolare conduzione mezzadrile, Dell’Era si rendeva conto che gli usi, i costumi, le tradizioni di cui aveva parlato nei suoi racconti non esistevano ormai più…”.
    Tuttavia è proprio perché di quel mondo ce ne parla continuamente nei suoi libri che molte informazioni vengono tramandate consentendo oggi di conoscere nel profondo gli atteggiamenti, i pensieri, i modi di essere di chi è vissuto in questa terra in quegli anni lontani.
    La ragione di un titolo come “Malavalle” ci riporta al toponimo della località presso Castiglione della Pescaia dove San Guglielmo visse come eremita i suoi ultimi anni in assoluta povertà. Dell’Era descrive con straordinaria raffinatezza una festa fatta a Vetulonia in onore del Santo: “Si udirono i primi squilli dei valletti che dalle bifore dei torrioni del paese davano l’annunzio della festa con le trombe d’argento… poi un tamburo rullò da solo, un fiato di vento ne disperse i colpi. E subito il paese comparve in una risata di sole e di campane”.
    La scrittura di questo autore è ricca di colore preso a prestito dalla parlata popolare per la quale è stato compilato da Francesco Rossi, in appendice, un utilissimo glossario che rende più sciolta e comprensibile la lettura.
    La graziosa raccolta di liriche per l’infanzia del poeta-sacerdote riguarda l’altro volume ed è intitolata: “Canzoniere del fanciullo”. In essa sono raccolte una quarantina di poesie dedicate “ai bambini e alle rondini”.
    Scrive Francesco Rossi introducendo il libro: “La sua poesia non pone difficoltà quanto a semplicità e comprensione del linguaggio ma, anche se si rivolge ai bambini senza avere niente da invidiare a quelle dei più noti poeti per l’infanzia, (Rodari, Piumini, ecc…) non si abbassa mai a diventare filastrocca e rimane sempre di livello alto.” .

    Andiamo avanti.
    Mi preme segnalare un altro autore: Alessandro Giustarini, amico del “Galli Silvestro” e amico mio. Anche se la Sentinella sempre “vigile” alle cose, ha dedicato nelle sue pagine un intervento al libro di Giustarini “GIOCHI E PASSATEMPI dei ragazzi di ieri – immagini di vita raccolte nel territorio” dell’ed. Arca, due parole vorrei dirle anch’io.

    Questo libro fu il suo primo lavoro organico (stampato nel 1984) con il quale rendeva pubbliche le conclusioni di una indagine sui “Giochi e passatempi dei ragazzi”. Alessandro Giustarini (scomparso a gennaio del 2006) ha legato la propria esistenza alla ricerca sulle usanze popolari sin dai primi anni ’70, divenendo un collaboratore prezioso dell’Archivio delle Tradizioni Popolari della Maremma. Con l’allestimento del Museo Etnografico di Santa Caterina di Roccalbegna, è riuscito a realizzare una sorta di “vetrina” del territorio in grado di rappresentare un itinerario delle attività umane e degli specifici momenti tradizionali.
    Questa sua opera, oggi ripubblicata dall’editore Arca, riguardò proprio le attività ludiche dei giovani di tanti anni fa; in questa nostra epoca frenetica rappresenta un importante contributo alla conoscenza di un aspetto culturale poco indagato che si mescola con la storia della vita infantile.
    Il libro corredato da schede descrittive e da immagini di oggetti da gioco, mette in luce l’ingegno dei ragazzi che, per divertirsi, si “inventavano” i propri attrezzi di gioco ricavati da “materiali naturali” o fatti con il riutilizzo di “oggetti di uso corrente”. L’opera si sofferma anche sui “giochi costruiti da artigiani” messi in commercio attraverso i mercati o le fiere.
    Scrive nella nota all’edizione Ludovico Scarpa dell’Università degli Studi IUAV di Venezia: “Nella notte dei tempi c’è stata una prima volta, mille volte, nella stupefazione felice dei primi uomini che da un sasso hanno ricavato una specie di coltello. E tutti conosciamo la felicità assorta di simili attività, il far con le mani, il trasformare, l’inventare, il far diventare una canna un flauto…” e conclude il suo intervento con l’auspicio che possa: “questo librettino ispirarci a giocare, seri e allegri come sono seri e allegri i bambini che giocano”.
    Io credo che questa nuova edizione possa ancora farci stupire poiché riprende il filo di un discorso sui giochi del passato che oggi potrebbe tornare utile anche dal punto di vista didattico riportando genitori e insegnati a riparlare del gioco come stimolo della fantasia che si oppone alla moderna tecnologia dei giochi virtuali e chissà che non consenta di riportare nel gioco una necessaria manualità sollecitando l’invenzione.

    “Nel corso delle domeniche – Le fotografie di famiglia nel paese di Buriano 1910- 1970” a cura di Carlo Bonazza e Renzo Ronchi, ed. Archivio Tradizioni Popolari della Maremma

    La collana dedicata alla fotografia come documento della vita, delle tradizioni, dei luoghi della Maremma iniziata nel 2003 è giunta al suo settimo volume. Questo libro, curato da Carlo Bonazza e Renzo Ronchi, raccoglie un discreto numero di foto di famiglia del paese di Buriano, o meglio della sua gente. È stato Renzo Ronchi, burianese, (fra l’altro già autore di un consistente lavoro su Buriano: “Le radici e la memoria”) a mettere insieme diverse centinaia di vecchie foto del suo paese. La particolarità di questo volume, rispetto alle altre edizioni, sta nel presentare foto comuni realizzate occasionalmente per fissare un momento festivo, semplici ritratti, o fatte per “immortalare” una occasione particolare.
    I criteri usati nella selezione delle immagini li indica Bonazza: “…nella nostra raccolta abbiamo privilegiato l’espressività e cercato nelle immagini principalmente i valori emotivi che nella documentazione storica o nella ricerca d’archivio possono restare più marginali. Ma non si sfugge, c’è la necessità di scegliere quando le immagini sono tante e se ne può presentare solo una parte. La rappresentazione fotografica ha bisogno di sintesi.”.
    Renzo Ronchi, che ha procurato i materiali fotografici, dice di aver accolto volentieri l’idea della scelta operata da Bonazza: “perché mi è parso originale far selezionare le immagini da una persona che non è del luogo, da uno cioè che non è condizionato da parentele, amicizie o situazioni affettive. Il risultato non è come si potrebbe pensare, una fredda sequenza di immagini belle solo dal punto di vista tecnico; Carlo ha saputo cogliere l’anima del paese di Buriano attraverso visi e situazioni a lui sconosciute quasi come se lo straniero che prendesse in mano questo libro potesse farsi un’idea del paese come se l’è fatta lui.”.
    La Banda del paese, il gioco al bar, il ballo in piazza, un matrimonio, il mare, una corsa ciclistica, la gente in divisa militare, il lavoro, le scolaresche, donne, uomini, bambini in atteggiamenti diversi… tutti lì per testimoniare un tempo trascorso e le mille storie che ormai hanno perduto l’effetto sonoro del racconto ma attraverso le immagini fanno vedere, al colpo d’occhio, come eravamo e come sono stati i nostri antenati. Perché… “tutto il mondo è paese”.

    “La lingua dei fossi – miseria e orgoglio di un fuorilegge” di Alessandro Angeli ed.Besa editrice

    Alessandro Angeli è un giovane scrittore grossetano che è già al suo secondo libro. Lo segnalo perché con “La lingua dei fossi” questo autore torna a narrare la storia del leggendario fuorilegge Tiburzi prendendo come voce narrante quella di un altro brigante maremmano: Fioravanti.
    La storia, diventata leggendaria, ha attraversato diverse generazioni lasciando strascichi in una memoria lunga, nella Maremma fra ’800 e ‘900, sulla quale ha indagato con passione lo scrittore mancianese Alfio Cavoli facendone un tema ricorrente delle sue opere. Proprio il libro di Cavoli “Briganti in Maremma” è la fonte d’ispirazione di questo romanzo di Angeli.
    Dunque “Menico” o Domenichino che terminò la sua vita alle Forane (Orbetello) in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine torna in questo racconto con la sua fama di eroe popolare ma anche con le sue contraddizioni di bandito. Non spetta allo scrittore sciogliere i nodi oscuri di questa vicenda umana che invece è: “capace di raggiungere quel bivio dove mito e letteratura si incontrano e camminano insieme”, come precisa l’autore in postfazione.
    Infatti anche se la trama si affida alla ricostruzione storica di Cavoli, il registro narrativo è assolutamente singolare per il linguaggio che Angeli usa: nuovo ed affascinante, lirico e libero. In questa opera chi scrive agisce con intelligenza e sensibilità sull’epica del racconto rinnovandone le atmosfere con tocchi di sorprendente poesia.
    In tutta la storia che l’autore affida alla narrazione di Fioravanti, rimangono in sospeso le verità degli eventi che portarono a conclusione la vita di Tiburzi mentre emergono gli stati d’animo che su questo “Robin Hood” maremmano sono stati per lungo tempo tramandati nel racconto di chi ha visto in Tiburzi l’uomo “in grado di combattere l’ingiustizia dei pochi sui molti…” come viene detto da Fioravanti (testimone e luogotenente del bandito). Proprio a Fioravanti, dicevamo, l’autore affida il racconto senza avere la pretesa di convincere nessuno. E che si tratti di letteratura e non di cronaca si percepisce anche dal fatto che il tempo non viene mai precisato; semplicemente l’avventura si svolge nei momenti del giorno e della notte che formano lo scenario delle passioni e dei drammi: storie d’amore che si svolgono alla luce del giorno e sciagure consumate nel buio più profondo.
    Il racconto è attraversato dalle presenze femminili: dalla mamma Lucia, alla moglie Veronica sino al legame passionale con Nazzarena… ma anche dalle azioni nefaste, cariche di rancori e di luttuose sentenze che dettero fama duratura al “Re della macchia”, al “Livellatore”, tanto da farlo entrare nella leggenda popolare seppellendone il corpo metà fuori e metà dentro al cimitero di Capalbio.

    “Fiabe e storie della Maremma nel fondo narrativo di tradizione orale” di Roberto Ferretti, introduzione e cura di Gabriella Pizzetti – Ed. Archivio delle Tradizioni popolari della Maremma

    Questo volume è una ristampa della precedente edizione pubblicata nel 1997. Con la cura puntigliosa e calorosa di Gabriella Pizzetti il libro è tornato a far parlare di sé durante il convegno internazionale sulla “Narrativa popolare nell’anno dei mezzadri” dedicato ad Aurora Milillo.
    L’iniziativa ha avuto luogo ad Alberese, a Dicembre 2010, nella bella cornice della Villa Granducale.
    Durante la presentazione di questo volume è stato proposto un suggestivo spettacolo di Irene Paoletti e Isabella Tattarletti allestito proprio sulla ricerca fatta da Ferretti e Zotti con “Qualcosa di Bianco in Maremma”.
    Il libro, a parte la copertina che è rinnovata con un bel disegno di Roberto, è ancora quello della prima edizione. L’introduzione di Pietro Clemente, ancora attuale, ci parla di Ferretti affermando: “…è stato il Giovannino senza paura della terra che ha amato e cui ha reso un servigio difficile da valutare: 471 testi, raccolti dalla voce di uomini e donne di vari luoghi su un territorio complesso e mescolato, dove risuonano anche voci che vengono dal profondo nord e che hanno trovato in Maremma una nuova vita”.
    La cura e quindi il lavoro vero e proprio, con la trascrizione e la catalogazione dei testi, lo ha fatto Gabriella Pizzetti che nel suo intervento ci racconta della propria “Avventura di ricerca” e del rapporto con Ferretti dal quale è stata affascinata e consigliata tanto da indirizzarsi nei sui studi e in particolare nella tesi di laurea proprio sulle leggende raccolte da Ferretti. Scrive la Pizzetti ricordando la figura di Roberto: “Avrei compreso in seguito, che la ricchezza della memoria, il riconoscere un’alta qualità etica in molti uomini e donne eredi del mondo tradizionale che avrei incontrato nella ricerca, sarebbe stata una delle spinte che mi avrebbe fatto continuare il lavoro scientifico.”
    Un punto importante che viene ribadito dalla Pizzetti riguarda la “scoperta del mito” perché proprio attraverso l’universo di simboli contenuti nella tradizione orale è stato possibile rintracciare le radici di una propria identità locale. È così che Gabriella recupera il senso della ricerca di un patrimonio narrativo che fa da sfondo alla cultura e al mondo di relazioni della gente di maremma: “È dunque, attraverso il modo di raccontare la storia e l’analisi del rapporto reciproco e mutevole tra tutti gli universi narrativi, Ferretti vuole ricostruire i tratti di una tradizione locale”.
    Chi non ha ancora questo libro è bene che se lo procuri.

    Per chiudere in bellezza un libro che è anche “mio”: Improvvisar cantando – Atti dell’incontro di studi sulla poesia estemporanea in ottava rima, (a cura di C. Barontini e P. Nardini) ed Effigi

    Questo volume – uscito nella collana Quaderni della Biblioteca Comunale “Antonio Gamberi” di Roccastrada – raccoglie gli “atti del convegno” che si è tenuto nel 2007 a Ribolla. È un libro che fa il punto sulla poesia estemporanea e su come si è venuto configurando il panorama dei poeti in ottava rima grazie anche all’iniziativa primaverile che si tiene ormai da 19 anni a Ribolla (quest’anno l’Incontro avverrà Domenica 10 Aprile 2011).
    Il libro contiene un saluto di Leonardo Marras (Presidente della Provincia) e Giancarlo Innocenti (Sindaco di Roccastrada), una nota di Domenico Gamberi il presidente dell’Associazione “Sergio Lampis” di Ribolla, un intervento introduttivo di Pietro Clemente “Due anime della poesia” e naturalmente la nota di chi l’ha curato cioè mia e di Paolo Nardini.
    La pubblicazione degli atti oltre a fissare alcuni elementi di valutazione degli studi sulla materia, secondo me riesce ad indicare anche prospettive di lavoro e di ricerca per i prossimi anni, ma soprattutto diventa un’altra occasione che ci racconta quanto ricca sia il panorama della tradizione nel nostro territorio. Se avete interesse a leggerlo ed averlo, sappiate che si trova in libreria e a Grosseto persino alla Coop di Via Inghilterra; costa solo 12 Euro.

  2. sentinella ha detto:

    Presto la presentazione del libro
    FEDORA
    di Rosetta Melani

    La promiscuità era tanta in un tempo in cui le abitazioni che possedevano acqua corrente e servizi igienici erano davvero poche, soprattutto nelle campagne. In molte case erano usati, per i bisogni corporali, “i pitali” di ferro smaltato bianco, e il bugliolo (secchio di ferro con coperchio) che erano svuotati nella cloaca comune, nominata “ fossino”, giù per la strada di porta nuova. Questa cloaca era costituita da una profonda incisione nel terreno che percorreva uno stretto vicolo con una forte pendenza e scendeva giù, giù, fino a incontrare una pozza dalla quale, tutto ciò che dagli uomini usciva, andava a dare alimento al terreno. Sicuro è che in inverno problemi non ve ne erano, ma in estate l’odore che saliva dal “fossino” non era proprio gradevole. Ad aumentare questo “odorino “, c’era anche il fetore che veniva su dai “castri”, che erano le casette dove vivevano i maiali, il bene più grande che si potesse avere, che avrebbe dato di che mangiare alla propria famiglia, qualcuno ne possedeva solo uno, altri di più e quando veniva il momento giusto venivano venduti a chi ne faceva richiesta. Non tutte le famiglie però potevano permettersi di “tirar su il maiale”, questo aveva un costo, non si poteva alimentare solo a ghiande e a bucce di cocomero, ma bisognava dargli anche il frumento. Per questo spesso capitava che due o tre famiglie si accordassero nel fare il “maiale a mezzo” dividendosi il costo dell’ingrasso.
    Per piccolo che fosse, Montepescali aveva al suo interno gli uffici comunali e la caserma dei carabinieri, i quali (poveri loro) dovevano intervenire in questioni di grande importanza!
    Un paesano denunciava un altro perché aveva rubato una grembiulata di susine dal suo albero situato in un punto su agli orti dove il confine non era mai netto. Era tutto un > , > .
    Un altro denunciava qualcuno perché gli era sparita una gallina, (magari mangiata dalla volpe) e pur non avendolo visto perpetrare il furto, era sicuro che fosse stato tizio o caio. C’erano anche due negozi di generi alimentari, due macellerie, il medico condotto, il parroco e la levatrice .
    Ma non solo, il paese aveva anche le suore, si, si, le suore, tutte belle impacchettate nelle loro vesti nere come lo stanzino del sottoscala dove infilavano i bimbi che “secondo loro” erano cattivi. Quanti incubi ha generato in quei bambini, allora, come in tempi a venire, quell’antro completamente buio.
    Dio solo sa quanto amido avranno consumato per quelle gorgiere e pettorine bianche, come loro pretendevano di avere l’anima. Il loro compito era comunque importante, perché oltre ad occuparsi dell’asilo, avevano istituito una scuola di ricamo dalla quale prima o poi tutte le ragazze sarebbero passate, non solo quelle di Montepescali, ma anche quelle delle campagne. Saper ricamare era allora un requisito fondamentale per una ragazza che volesse sposarsi, (e lo volevano tutte) poiché bisognava preparare e ricamare il corredo.
    La frequentazione di questa scuola era gratuita, e dava modo alle ragazze di socializzare tra loro, anche se le suore, che erano abbastanza severe, spesso imponevano il silenzio > e loro ridacchiando abbassavano la testa, per riprendere poco dopo a confabulare tra loro, di sogni e amori. In seguito, la scuola delle suore sarebbe diventata un luogo di lavoro vero e proprio, dove erano ricamati e confezionati corredi per un’azienda di Firenze.
    Alcune ragazze trovarono così modo di guadagnare qualcosa senza lavorare solo la campagna. Questo qualcosa era davvero poco, passavano ore con gli occhi inchiodati su quel fiore da ricamare oppure sugli orli dei tovaglioli da rifinire col “giornino” o col “punto quadro”.
    Anche Fedora aveva frequentato per un po’ la scuola delle suore, ma il suo carattere ribelle non le permise di farlo per molto e a lei non piaceva stare seduta tanto tempo in quello stanzone che odorava di minestrone con quelle suore che facevano sempre recitare atti di dolore e ave Maria. Si sentiva soffocare, tutto sommato per lei la campagna era meglio delle suore.

    Fedora – tasselli di una vita difficile
    Il romanzo racconta la vita drammatica di una donna, Fedora, che nasce in Maremma all’inizio del secondo decennio del ‘900. La prima parte è dedicata alla giovinezza della protagonista, ai suoi amori e alle loro conseguenze.
    Nella seconda parte non è più il paese ma la città, Grosseto, che vede Fedora iniziare un percorso che la condurrà lentamente alla depressione e al difficile rapporto con l’ultima dei figli, una ragazzina sensibile che dovrà rinunciare all’adolescenza e a un percorso scolastico molto desiderato per andare a lavorare.
    Nella terza e ultima parte la vicenda si sposta dalla Toscana al Piemonte, nella Torino dei primi anni sessanta quando era facile per tutti trovare lavoro. Il rapporto madre-figlia diventa sempre più difficile fino allo scoppio di una violenta lite fra le due donne. La figlia abbandona la casa finendo per fare a sua volta una scelta sbagliata. Passano alcuni mesi, Fedora si ammala e la figlia torna a casa per accudirla, ma il loro rapporto non cambia.
    L’autrice ha inserito la vicenda nel contesto storico e culturale che fa da cornice agli anni della prima e seconda Guerra Mondiale, alla condizione delle madri nubili, all’immigrazione, al difficile rapporto madre-figlia.
    Sono passati quarant’anni dalla morte della protagonista. Il tempo ha messo in ordine tutto. I sentimenti, il rancore, la rabbia, il senso di colpa nel cuore della figlia che, imparando a conoscere l’animo umano, anche il suo, ha compreso gli errori della madre e ha perdonato. Una domanda è però rimasta in lei, una domanda che non avrà mai risposta.

  3. sentinella ha detto:

    Un illustre scultore di Scarlino
    VINCENZO PASQUALI
    di Giancarlo Grassi

    I Pasquali, di umili origini, nascono in una tipica famiglia contadina scarlinese, nella Maremma toscana, e la vita agreste sarebbe stata il loro destino, se Vincenzo, il più anziano (nato a Scarlino il 25 Giugno 1871) nonché più dotato artisticamente dei quattro, non avesse per primo deciso di cambiare vita. Quest’ultimo infatti, dalla personalità trascinante e intraprendente, decide di dedicarsi all’attività scultorea ed apre un piccolo laboratorio a Scarlino: ben presto questo piccolo locale risulta inadeguato ed insufficiente alle sue esigenze lavorative, decide quindi di aprire a Grosseto la Ditta Fratelli Pasquali, un Laboratorio di Scultura, Architettura e Ornato, dove a suo fianco operano i fratelli minori Alfredo, Samuele e Ferruccio.
    Altra attività della ditta è da collocarsi a Civitavecchia in Piazza Calamatta; probabilmente questa sede viene aperta poco dopo a quella grossetana, se non addirittura mantenuta parallelamente.
    E’ comprovato, da corrispondenze postali, che nel periodo 1896-97 entrambe le sedi erano attive.
    I fratelli accettano di buon grado di seguire Vincenzo in quest’avventura lavorativa poiché quest’ultimo, capace ed eclettico imprenditore, aveva dato in precedenza prova di ottime capacità organizzative e tutoriali, prendendosi cura dell’intera famiglia dopo la precoce scomparsa del padre Antonio.
    Nonostante la basilare istruzione scolastica ricevuta dai quattro fratelli presso la Scuola Pubblica di Scarlino ed il conseguimento della licenza di 3.a elementare sotto la guida dell’autorevole maestro Pietro Barberini, ottennero in età adulta notevole successo in campo artistico fin dalle loro prime opere.
    La Ditta riceve le commissioni con ritmo sempre più incalzante, variando la produzione tra lapidi e monumenti funerari, arredi di giardini, busti e monumenti pubblici. L’opera più datata realizzata da Vincenzo, di discreta importanza, è la targa con le medaglie in marmo con i profili di Aurelio Saffi e Giuseppe Mazzini inaugurata a Roccatederighi il 29 Aprile 1895.
    E’ accertato che proprio in quest’anno i Pasquali operano a Lastra a Signa, con succursale a Borgo S. Frediano 22 Firenze, nel loro Laboratorio di marmi e pietrami Fratelli Pasquali; è da ritenersi quindi contemporanea o successiva l’apertura dell’attività a Grosseto.
    E proprio dal fiorentino Vincenzo esegue la cappella Barberini, collocata nel cimitero di Scarlino, che accoglie all’interno la lapide con un medaglione in marmo dell’Arcipretone (Don Vincenzo Tonelli), morto nel 1895, parroco di Scarlino a partire dagli anni ’30 dell’800, personaggio integratosi con la famiglia Barberini con la posizione di “compare” (sorta di tutore) che il Tonelli rivestiva nei confronti di Maria Biagioni, divenuta poi moglie di Pietro Barberini.
    Sempre nel cimitero di Scarlino è custodita la pietra con l’effige in rilievo di Oreste Fontani, morto il 19 Luglio 1894 all’età di 76 anni, il quale cooperò con pochi altri fidati compagni all’imbarco del Generale Garibaldi a Cala Martina nel 1849.
    Dopo pregevoli opere, principalmente funerarie, Vincenzo conferma al grande pubblico il proprio
    talento realizzando, nel 1889, un monumento a Felice Cavallotti, opera di notevole rilievo artistico che verrà collocato sul baluardo di Porta Nuova, prestigiosa zona in Grosseto.
    L’anno seguente esegue magistralmente l’atipico monumento a Giuseppe Garibaldi inaugurato in piazza del Popolo (successivamente Piazza G. Garibaldi), a Scarlino, il 2 Settembre 1900.
    Da questo momento in avanti il successo ed il prestigio, principalmente del fondatore, conosceranno un’ascesa trionfante e ricca di grandissime soddisfazioni; la sua notorietà supererà, in breve tempo, il confine provinciale, avrà riconoscenze artistico-lavorative a carattere nazionale e perfino internazionale.
    Altra tappa professionale importantissima è datata 1902 con l’apertura, a Pistoia, della Fonderia Artistica in Bronzo Fratelli Pasquali. L’affermazione dell’attività sarà pressoché immediata e costante sarà il successo durante i circa trent’anni di florido esercizio: si fondono oggetti d’arte sacra, d’arredo per giardini destinati ad una richiesta privata sia aristocratica che alto-borghese, nonché d’arredo urbano fino ad arrivare ai grandi monumenti pubblici.
    Primeggiare professionalmente richiede però aggiornamento e perfezionamento continuo: convinto di ciò è Vincenzo che lascia la conduzione della fonderia ai fratelli e si trasferisce a Genova proprio a tale scopo.
    La scelta di stabilirsi a Sanremo non è certamente casuale: Vincenzo Pasquali, imprenditore di notevole intuito ed abilità, sfrutta la collocazione della città per commerciare i propri prodotti “toscani” sia in Liguria, ma soprattutto nella vicina Francia.
    Il suo esercizio commerciale (Florentiae Ars) diventa un’istituzione; il titolare diviene lo scultore più ricercato ed apprezzato dalle ricche ed aristocratiche famiglie liguri che gli commissionano lavori di pregio, nonché la realizzazione delle loro tombe di famiglia.
    Aderisce alla Massoneria ed è iniziato Libero Muratore nelle Loggia “Giuseppe Mazzini” di Sanremo il 3 Gennaio 1918, fu promosso Compagno d’Arte il 17 Dicembre dello stesso anno ed elevato al grado di Maestro il 31 Marzo 1919.
    Nel 1923 il Pasquali viene proclamato scultore ufficiale della Città di Sanremo e lui ringrazia per tale onore, progettando e costruendo un maestoso Monumento ai Caduti, in bronzo, innalzato nell’allora Corso Umberto (oggi Corso Mombello). Purtroppo nel corso del secondo conflitto mondiale, per ovviare alla scarsità di metalli in campo bellico, fu rimosso e quindi inviato al Centro Raccolta Metalli di Genova, fuso e mai più rimpiazzato.
    Seguono una serie di commissioni pubbliche di grande importanza: la Statua della Primavera, vero e proprio simbolo di Sanremo, posta sulla Passeggiata dell’Imperatrice, il San Francesco d’Assisi collocato sul sagrato della Chiesa dei Cappuccini, l’Ondina, nei Giardini del Rigolè, il Monumento Cripta-Ossario ai Caduti nel Cimitero della Foce e le numerose sculture funerarie, i bassorilievi a decorazione dell’arco trionfale e la facciata del Campo Polisportivo del Littorio.
    Per la sua riconosciuta ed apprezzata capacità riceve le commissioni per la realizzazione dei monumenti ai caduti a Taggia, Dego, Spotorno e Lione.
    Muore nella Città dei Fiori il 15 Maggio 1940.
    Il Comune di Gavorrano prima e successivamente quello di Scarlino (Comune dal 1960) hanno una grande colpa: quella di non aver fatto assolutamente nulla per ricordare e valorizzare questi valenti e riconosciuti artisti che seppero, con costanza, abnegazione ed indiscusse capacità, svincolarsi dalla ristrettezza e dall’anonimato del tempo, fino a raggiungere la meritata affermazione.

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