Le famiglie di Braccagni: i Di Paolo

 

la stazione di Montepescali

in primo piano: natura morta e secca

 

vasca con i pesci e lo zampillo dell’acqua

 

l’orologia impassibile

 

la casetta degli innamorati

 

la macchinetta infernale per fasre i biglietti

 

il sottopasso

 

il capotreno, anche capostazione, un uomo tuttofare

la casetta sulla spiaggia a Pratoranieri di Follonica


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RSSNumero commenti (42)

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  1. Granocchiaio ha detto:

    Dopo un timido affacciarsi sul nostro blog un altro ex braccagnino ci regala i suoi ricordi. Gilberto di Paolo non solo ci racconta la sua infanzia, ma fa un quadro nostalgico eppure preciso di un altro mondo, quello degli anni 50 a Braccagni e alle Versegge dove lui abitava. È ricordato da moltissimi qui in paese, ma lo abbiamo rivisto ufficialmente solo in occasione dei 50 anni della classe ’47. Divido il suo racconto in diverse puntate per non appesantire troppo la lettura. Ma leggetele tutte perché ne vale veramente la pena.

    VERSEGGE, “la Polveriera”. Dal 1951 al 1961

    Versegge o “la Polveriera”, come più comunemente veniva chiamato il deposito di munizioni militare, prende il nome dall’ omonimo torrente che viene giù dal monte Leoni e si getta nel torrente Fossa in prossimità della attuale residence le “Versegge”. Qualche chilometro più in là , il Fossa confluisce nella Bruna.

    Versegge è collocato sul versante sud ovest del Monte Leoni, tra i paesi di Sticciano, Montorsaio, Batignano e Montepescali.
    La felice esposizione a solatio, rende Versegge totalmente soleggiato e, grazie al monte Leoni, al riparo dai venti di Tramontana. La vegetazione è particolarmente rigogliosa e il suo territorio è adatto alla crescita di funghi porcini, ovuli e famigliole; la fitta macchia mediterranea è popolata da numerose specie di arbusti quali rosmarino, mirto, erica, lavanda, corbezzolo oltre a fragoline e lamponi di bosco, asparagi e, lungo i viottoli, numerosi arbusti di rovi offrono grandi e dolcissime more. Sugheraie e lecci sono le piante dominanti. Il territorio ospita molte specie di animali tra cui cinghiali, tassi, volpi, lepri e poi ancora fagiani, tortore, falchi oltre a un nutrito numero di specie di serpenti e vipere.
    Venendo da Livorno, all’ altezza del Madonnino, oggi si scorgono molti fabbricati che negli anni ’50 erano tutti ben mimetizzati e nascosti dalla vegetazione, per ragioni di sicurezza militare. Nel ’52 l’unica cosa che risaltava era una grande statua di Santa Barbara, protettrice degli Artiglieri; fu fatta erigere per devozione sulla cima del monte Leoni da un comandante della polveriera un po’ sprovveduto. Restò solo per brevissimo tempo, fu fatta togliere immediatamente dalle autorità superiori, perché avrebbe potuto rappresentare un visibile e pericoloso punto di riferimento dal punto di vista militare.

    DA ROMA A VERSEGGE
    Mio padre Goffredo, impiegato del Ministero della Difesa, fu trasferito da Roma a Versegge nell’ estate del ’51. Non ho mai saputo se per sua scelta o per ordine superiore; so per certo che i miei genitori ci sono stati molto bene e, quando negli anni ’60 ci trasferimmo nella città di Grosseto, spesso rimpiangevano Versegge, dicendo di averci trascorso gli anni più belli della loro vita. Anche io, a distanza di quasi sessanta anni, ne ho un bellissimo ricordo e una grande nostalgia.

    All’ età di 4 anni, sui sedili della cabina di un vecchio camion militare Lancia Esa Tau, seduto accanto a mia madre, feci il primo importante viaggio della mia vita: da Santa Marinella in provincia di Roma a Braccagni in provincia di Grosseto.
    Non essendo ancora pronta la casa assegnata alla mia famiglia dentro la polveriera, fummo costretti ad abitare per qualche tempo in un alloggio di fortuna: due fondi di negozio nel fabbricato che allora credo appartenessero ad una famiglia di nome Tavarnesi e dove alloggiava anche Laura Pieraccini, qualche anno più tardi mia compagna di scuola elementare. Accanto c’era anche un negozio di “Sali e Tabacchi”.
    Non fu una buona sistemazione soprattutto per il frastuono che facevano di notte i camion che passavano sull’ Aurelia.

    Dopo circa due mesi traslocammo da quella provvisoria e scomoda sistemazione di Braccagni alla polveriera di Versegge. La nostra attesa fu premiata: alla mia famiglia fu assegnata una bella casetta isolata e situata in un spiazzo sopra un poggio; era costituita da due camere, sala da pranzo, cucina abitabile, e il gabinetto dentro casa; per quei tempi era considerato un privilegio e una grande comodità.
    Attorno alla casa c’ era anche un pezzo di terra sul quale mio padre in poco tempo costruì un pollaio recintato e, nel giro di qualche settimana, completò l’ opera con un orto con alcuni alberi da frutta.
    A me fu dato a me l’ incarico di andare a ritirare alla cucina del comando militare gli avanzi del “rancio” dei soldati; fu facile ingrassare in poco tempo pulcini di galline e tacchini.
    Tra le altre doti possedute da mia madre Pasqualina, spiccò anche quella di cuoca provetta e così quasi tutte le domeniche preparava il pranzo a base di tagliatelle con uova fresche delle nostre galline, pollo alla cacciatora e ortaggi e frutta del nostro orto, oltre a buonissime crostate di marmellata di more raccolte nei rovi vicino casa. Ripensando a quei momenti provo ancora una grande felicità.

    LA ZONA MILITARE.
    A Versegge si arrivava percorrendo la strada che da Braccagni portava a Roccastrada; fatti circa tre chilometri dal bivio dell’Aurelia, passato il podere di Casa all’ Orto, sulla destra si imboccava una strada sterrata che portava, dopo circa un chilometro, al Deposito Munizioni di Versegge. Un cartello ammoniva gli estranei a non proseguire, perché si entrava in “zona militare” e i “trasgressori sarebbero stati puniti a termine di legge”.
    La prima casa che si incontrava era la casa di Stefano Berretti. Una vecchia casa adibita a bottega di generi alimentari, sali e tabacchi e mescita di vini e all’ occorrenza trattoria. Accanto alla casa un pergolato, sotto il quale si poteva stare al fresco a bere una bibita o un bicchiere di vino. Infatti era sosta frequente degli operai della polveriera che, alle cinque della sera, prima di tornare a casa dopo una giornata di lavoro, si fermavano a bere un bicchiere di vino e a fumarsi una sospirata sigaretta “di trinciato forte”, perché dentro la polveriera era assolutamente “Vietato fumare”.
    Proseguendo per la strada fangosa o polverosa, a seconda della stagione, dopo circa sei – settecento metri , si arrivava ad una casa mezza diroccata, detta la “casa del pastore”, dove per alcuni mesi all’ anno, un pastore viveva con il suo gregge; non ho mai saputo il suo nome.
    Continuando ancora, oltre la casa del pastore ci si addentrava nella vera e propria zona militare; la strada si faceva più stretta ed era disseminata di grandi cartelli con scritte in rosso che intimavano perentoriamente “ALT – Zona militare – Sentinelle armate, farsi riconoscere”. Per scoraggiare i visitatori occasionali e incutere un certo timore a non proseguire, erano stati istallati per metà carreggiata, anche alcuni grandi ostacoli in legno e ferro spinato (cavalli di Frisia), che obbligavano qualunque mezzo a rallentare e a proseguire a passo d’ uomo.
    Superati con cautela e un po’ di soggezione questi ostacoli, si arrivava ad uno slargo e la strada era sbarrata da un pesante cancello di ferro che aveva ai lati due grosse bombe di aereo, alte circa un metro e mezzo. Volevano essere un ornamento, ma da piccolo ho sempre pensato che potessero esplodere.
    Sulla destra, ben mimetizzato, si scorgeva un fortino con una alta garitta; dentro sei soldati armati di tutto punto, sorvegliavano e controllavano l’ accesso al deposito, pronti a qualunque evenienza.
    Si poteva entrare nella polveriera solo dopo che il Capo Posto aveva riconosciuto e perquisito il visitatore. La guardia armata si ritirava dentro la garitta, solo dopo che tutte le operazioni di rito per il riconoscimento erano state effettuate.
    Per noi ragazzi questa prassi risultava divertente, ma il visitatore che per la prima volta arrivava a Versegge, rimaneva sbalordito e intimorito da tanti e stringenti controlli.
    Dopo le nove della sera iniziava un particolare stato di sicurezza molto simile al “coprifuoco”, durava fino alle sette del mattino successivo ed era pressoché impossibile entrare ed uscire dalla polveriera.
    Anche noi civili, residenti dentro il deposito, eravamo soggetti a queste restrizioni e solo il sabato era consentito rientrare un po’ più tardi, comunque non oltre le 11 e mezzo della sera. Anche noi vivevamo un po’ la vita di caserma: era l’ unico neo di abitare a Versegge.

    fine della prima puntata: a breve la seconda……………

    Se qualcuno ha altre foto di Gilberto o della sua famiglia è invitato a farle pervenire alla redazione per la loto pubblicazione, grazie

  2. viviana ha detto:

    Imparo a conoscere Versegge grazie alla bella descrizione di Gilberto .
    Un posto di cui noi bambini di Braccagni sentivamo parlare , ma che non avevamo mai visitato.
    Luogo segreto , inaccessibile , e quindi affascinante , la Polveriera alimentava le nostre fantasie e faceva prefigurare scenari da film, con armi e soldati pronti a chissà quali azioni eroiche .
    L’arrivo a scuola dei bambini con i mezzi militari suscitava una iniziale curiosità che spariva poi man mano che passavano i giorni e che ci rendevamo conto che i nostri compagni erano bambini come noi che abitavano più lontano e dovevano spostarsi con i mezzi che avevano a disposizione .
    Di Gilberto , mio compagno per tutti gli anni delle elementari , ho un ricordo molto preciso , confermato dalla foto che lo ritrae all’epoca in cui frequentavamo la scuola .
    Lo ringrazio per essersi fatto vivo

  3. rosetta melani ha detto:

    bellissimo questo racconto, insomma io sono venuta via dalla toscana a 13 anni ma chissà perché la voglia di tornare a viverci si fa sentire sempre più spesso. Sarà la vecchiaia che spinge a tornare alle origini, chissà

  4. giuseppe morisco ha detto:

    caro Gilberto, vederti in foto è bello perchè anchio ritorno indietro, non so se bene!!! cmque è positivo che il ricordo ci sia, vuol dire che Mr. Alzaimer è lontano!!. Ci siamo visti a Grosseto nel mio ufficio quando ero ai LL.PP. del Comune, h sono all’ Ambiente. Io non ho tanto tempo da dedicare alle risposte, per cui propongo una rientrè con i piedi sotto il tavolino, per es. all’ Oste Scuro a Braccagni, ottima la chef. Clemente sta bene nel complessivo. Mia madre (87 anni) gioca a bridge quasi tutti i giorni, i tuoi?

    • Gilberto DI PAOLO ha detto:

      Sono contento di leggerti. Nella seconda parte del mio racconto rammento anche la vostra Famiglia.
      Sono d’ accordo di vedersi.
      Sono contento di sapere che tua madre sta bene. Se si ricorda ancora di me, portale i miei affettuosi saluti. I miei, purtroppo, non ci sono più.
      Salutami tanto anche Clemente.
      Da poco sono in pensione e rimpiango tanto il mio lavoro.
      A presto.
      Con affetto. Gilberto

  5. roberto ha detto:

    Grazie per queste belle pagine. Per me vissuto alla Fattoria Grottanelli, il deposito delle Versegge ha sempre rappresentato il mistero. Quando ero piccolo, qualche volta il mi babbo mi ci ha portato (tra l’altro vi lavorava Guido Camiciottoli, al servizio anche del Grottanelli), ma penso di non aver mai potuto varcare la soglia dell’ingresso.
    Approfitto per portare a conoscenza di un ritaglio di giornale in mio possesso dove si parla delle Versegge (anno 1949 circa):
    “Gli operai di Versegge da ieri in sciopero
    Ieri mattina 120 OPERAI addetti allo scaricamento dei proiettili ed ai lavoro edili al deposito di Versegge dipendenti dall’impresa Giachetti di Roma si sono messi in sciopero per non essere stato loro accordato l’aumento salariale di lire 300 a titolo di indennità di pericolo”.

    “I bimbi di Versegge aspettano il vostro aiuto
    La sottoscrizione aperta dal nostro giornale a favore dei due operai rimasti vittime del tragico scoppio di Versegge va trovando la più larga adesione tra la cittadinanza grossetana …. (seguono nominativi sottoscrittori)”

  6. Granocchiaio ha detto:

    Dopo il graditissimo e popolarissimo debutto del racconto di Gilberto pubblichiamo ora la seconda puntata che sono sicuro non susciterà meno interesse della prima…………..

    I RAGAZZI DI VERSEGGE
    In quegli anni Versegge era popolata anche dai figli dei militari e dei civili che, con specifici incarichi, venivano impiegati nella gestione della “polveriera”: in tutto circa una decina di famiglie con ragazzi e ragazze. Vivendo a stretto contatto con i militari, i nostri giochi riguardavano quasi sempre guerre, fortini, gradi militari e comandi. Ci divertivamo a costruire un fortino su un albero, o usare un fosso come trincea o trasformavamo un pezzo di legno in un mitra o un fucile.
    Le nostre guerre prendevano spunto da un libro allora molto in voga: “I ragazzi della Via Pal” di Ferenc Molnar, ambientato a Budapest e che raccontava la guerra tra due gruppi di ragazzi a difesa di una vecchio deposito di legname con l’ immancabile eroe di turno, Nemesec.
    Il gruppo dei maschi, che non poteva giocare con le bambine per volere dei genitori, era costituito da mio fratello Pino, che era il più grande di tutti e che nella vita ha fatto il maresciallo artificiere, deceduto nel 2000 in Angola in missione per l’ ONU. Clemente Morisco, figlio del Comandante della Polveriera, nella vita Colonnello Pilota della A.M. all’ aeroporto militare di Grosseto; suo fratello Giuseppe soprannominato “Cillino”, nella vita ingegnere civile al Comune di Grosseto. Gaspare, figlio del rag. Marcianti, siciliano, più piccolo di tutti noi e per questo obbligato a fare tutto ciò che gli veniva comandato; restò a Versegge solo qualche anno dopo che il suo babbo fu trasferito a Scandicci. Più tardi seppi che era sottoufficiale nell’ Esercito.
    Il gruppo delle femmine era costituito da mia sorella Anna Maria, la più grande tra le bambine che nella vita è stata Maestra Ostetrica a Perugia; le figlie del Comandante Pirro, Lauretta e Simonetta, seguirono il loro babbo trasferito nel ’58 a Villa Opicina a Trieste. Santina e Adelina, sorelle di Gaspare Marcianti. Evelina figlia del Maresciallo Dello Buono, e mia compagna di scuola nei primi due anni di elementari. Nadia, figlia del Maresciallo Vitali, la più piccola delle bambine, allora esile e carina. Di tutte loro ho perso ogni traccia. Nel ’52 nasceva mia sorella Paola.

    I “LUPI DI TOSCANA”

    La polveriera era sorvegliata, giorno e notte, da un centinaio di fanti provenienti dal Reggimento “Lupi di Toscana” di Livorno; il cambio della guardia avveniva ogni quindici giorni. Erano tutti giovani di leva che provenivano da tutta Italia; con alcuni di loro si stabiliva una rapida amicizia; al cambio della guardia quindicinale si vivevano momenti di tristezza per il distacco.
    Una squadra di sei soldati, comandati da un caporale, veniva assegnata ad ognuno dei numerosi fortini dislocati lungo tutto il perimetro del deposito; assicurava la guardia 24 ore al giorno.
    La inaccessibilità alla polveriera veniva assicurata anche da un nutrito numero di cani da guardia, che di notte venivano lasciati liberi lungo la recinzione nei tratti più isolati del perimetro. Erano cani addestrati a fare la guardia quindi molto aggressivi e feroci; solo alcune persone addette potevano avvicinarli e occuparsi di loro.
    La notte, ogni mezza ora, le sentinelle lanciavano con un megafono alla sentinella del fortino successivo l’allerta; gli veniva risposto: “all’ erta sto!” Tutta la notte un centinaio di soldati, armati di tutto punto, facevano la guardia alla polveriera e nello stesso tempo vegliavano su di me e sulla mia famiglia. Di notte, il loro passarsi voce e il latrare dei cani, mi davano un senso di grande protezione e sicurezza.
    Quando non avevo a disposizione i miei amici, passavo il mio tempo libero con i soldati. E fu così che all’età di 7 anni imparai a fumare le loro sigarette puzzolenti (Alfa) e molte, molte parolacce. Imparai però anche alcune nozioni dell’ arte militare, sapevo smontare, pulire e rimontare armi quali il fucile Garand, il Mab 48, la mitragliatrice Breda e la pistola beretta cal. 9, tutte armi in dotazione all’esercito di quel tempo. All’ età di sette anni conoscevo tutti i gradi dell’ esercito, dal soldato semplice fino al Generale di Corpo d’ Armata.
    Seguivo i momenti più significativi della giornata dei militari , a cominciare dall’ “alza bandiera” e l “ammaina bandiera”, eseguito da un drappello ai comandi di un Ufficiale con comandi marziali, squilli di tromba e l’inno di Mameli.
    Imparai anche a guidar alcuni mezzi militari, tra cui una “cingoletta”, conoscevo tutti i calibri di munizioni e bombe per le armi leggere e pesanti.
    Ero talmente educato e avvezzo alla disciplina militare che, 15 anni più tardi, allievo della scuola ACS di Civitavecchia, risultai primo al corso grazie anche alla eccellente “attitudine al comando” appresa tra i soldati di Versegge.

    LA COMUNITA’ CIVILE DI VERSEGGE
    La polveriera impiegava all’ interno molti operai e impiegati civili che provenivano dai paesi circostanti e raggiungevano Versegge con vari mezzi: chi in bicicletta, chi in Vespa, chi in motocicletta; altri si servivano dell’Arzilli, che faceva la spola tra Montepescali, Braccagni e Versegge con un vecchia corriera azzurra, tipo quelle che avevano ancora il motore fuori della cabina.
    Queste persone svolgevano tutte un ruolo specifico e importante nella vita quotidiana della polveriera. Di alcune ho un bel ricordo per la loro bontà e la loro personalità.
    Non me ne vogliano se dimentico qualcuno; oltre cinquantacinque anni sono trascorsi da quel meraviglioso periodo della mia infanzia.

    Anselmi Nello. Al posto di guardia del cancello principale controllava l’entrata e l’ uscita di persone e mezzi. Abitava a Braccagni, nella prima casetta a sinistra che si incontra venendo da Livorno. Nello aveva due baffetti alla Hunfrey Bogart e un bel cappello a tese larghe “Borsalino”. Teneva molto alla sua persona, sempre molto ordinato e simpaticissimo. Il suo lavoro non era particolarmente impegnativo, dovendo solo registrare le poche entrate e uscite dei mezzi e delle persone; fumava molte sigarette Esportazioni Super con il bocchino; anche se ero un bambino di sette – otto anni , era molto contento delle mie visite. La mia compagnia lo aiutava a passare il tempo che impiegò ad insegnarmi pazientemente il gioco della dama e delle carte da quaranta, con relativi trucchi. Spesso mi faceva vincere , ma solo per invogliarmi a tornare a fargli compagnia. Non sono mai riuscito a vincerlo, quando faceva sul serio.

    Cresti ?. Non ricordo il nome, veniva da Batignano in bicicletta seguendo un viottolo che era costretto a percorrere anche a piedi a causa delle erte e delle grosse buche e sassi. Già allora abbastanza anziano e prossimo alla pensione aveva una figura imponente. Di grande umanità era raffinato e colto ed era il responsabile delle persone che curavano i cani da guardia.

    Santoni Torello. Di corporatura minuta ma tutto muscoli e forza, era il fabbro di Versegge. Veniva da Montepescali. Con la sua fucina, maglio e martello lavorava il ferro come un cesellatore. Sempre molto sporco di fuliggine sul viso e sulle mani, aveva gli occhi spiritati e sembrava un personaggio dell’ inferno dantesco; brusco nei modi e nel parlare, bestemmiava come un turco, ma aveva un cuore grande. Pur di trattenermi a fargli compagnia, mi chiedeva di aiutarlo facendomi girare la manovella che portava l’ aria alla fucina.

    Bogi Bruno. Anche lui si prendeva cura dei cani da guardia, cucinava in grandi marmitte di alluminio pane raffermo e avanzi di carne del macellaio. Bruno mi teneva spesso sulle ginocchia e da lui ho ascoltato tante belle favole. Fu tra i primi a Versegge ad avere una radio a modulazione di frequenza e, quasi tutte le sere andavo a trovarlo con mio padre per sentire il notiziario. Ho ben distinto il ricordo dei commenti pro e contro la rivolta d’ Ungheria nel 1956.

    Camiciottoli Guido. Veniva con la corriera dell’Arzilli da Montepescali. Impiegato scrupoloso e solerte, lavorava all’ Ufficio Comando assieme al mio babbo; longilineo e dinoccolato, dietro le sue spesse lenti da vista, mostrava sempre il viso buono e sorridente e con il suo carattere mite ha sempre portato una parola di conforto a chi gli raccontava le proprie sventure. Lo ricordo con molto affetto. Credo sia l’ uomo più buono che ho incontrato nella mia vita.

    Tanini Telemaco.
    Sempre molto elegante e “tirato a lucido”. Era la persona che ci portava con una Fiat 600 multipla a scuola prima a Braccagni alle elementari poi a Grosseto alle medie. Ricordo distintamente sua figlia Gabriella, dalle lunghe trecce bionde.

    Lenzini Lio . Non ricordo il nome. Veniva da Montepescali in motocicletta. Faceva il falegname. Era tra i pochi a possedere una motocicletta. Lo ricordo su una Gilera 150 cc, rossa fiammante, della quale andava gelosissimo.

    Marcianti ? . Ragioniere siciliano giunto a Versegge intorno al 1956 con i tre figli: Santina, Gaspare e Adelina. Era molto grasso. Appena arrivato a Versegge si comprò un “Paperino” usato, tipo quello con la trasmissione a rullo sulla ruota posteriore, che non riusciva a portarlo, a causa della sua pesante mole. Fu trasferito a Scandicci dopo pochissimi anni.

    Berretti Stefano. Abitava fuori della polveriera, nella casa situata all’ inizio della strada sterrata che portava a Versegge. La sua abitazione fungeva da spaccio per tutti i generi alimentari, Sali e tabacchi, osteria e talvolta anche trattoria. Ci viveva con la moglie Alduina e le figlie Anna, Aldemara e Adriana oltre ad un figlio di cui non ricordo il nome.

    ci sono dei punti di domanda ? chi è in condizioni di completare o correggere è pregato segnale o commentare, grazie

    • viviana ha detto:

      Con il suo racconto , preciso e partecipato, Gilberto riesce a riportarci indietro nel tempo . E’ così che insieme a lui riviviamo il clima di quegli anni lontani e sappiamo riportare alla memoria situazioni e figure a cui il tempo aveva tolto precisione e chiarezza .
      Chi ha vissuto a Braccagni in quegli anni li conosce tutti i personaggi che Gilberto rammenta , anche perché la comunità di Versegge interagiva con quella del nostro paese per tutto quello che atteneva alla vita civile .
      D’altronde a quei tempi le occasioni di aggregazione sociale , offerte dalla scuola , dalla parrocchia o da qualche manifestazione sportiva, coinvolgevano sempre non solo i pochi abitanti della frazione , dislocati lungo l’Aurelia e la via della stazione , ma anche chi viveva nelle fattorie vicine , nei poderi , tutti quelli insomma che in qualche modo si sentivano appartenenti a questa comunità che lentamente andava crescendo ed acquistando con fatica una sua identità

  7. Giampiero Gentile ha detto:

    un acquerello rigoroso e delicato,questa è l’immagine che il racconto di Gilberto suscita in me; acquerello perchè sono le trasparenze color pastello che elegantemente caratterizzano i ricordi di circa 60 anni fa ;rigoroso perchè seguendo una struttura quasi didattica Gilberto ci guida nella visita ai luoghi della sua infanzia descrivendo il contesto ambientale con i suoi biotipi ed i caratteri paesaggistici con una ingenua immediatezza capace di farci quasi vivere i colori ed i profumi di quel contesto ;in un progressivo avvicinamento quasi uno zoom cinematografico ,entriamo nel sito militare e poi nella casa e nella quotidianità della vita di Gilberto.Qui la tenerezza dei ricordi e la nostalgia che ne emerge vengono espressi con delicatezza in un amarcord che coinvolge anche chi di quella comunità non ha partecipato.
    Tornano a vivere volti,occupazioni, sogni che sfilano ordinatamente davanti agli occhi di chi legge in una atmosfera da posto delle fragole.
    Sinceramente una piacevole lettura.

  8. Granocchiaio ha detto:

    Pubblichiamo l’ultima puntata del racconto di Gilberto Di Paolo che dopo le due stupende e struggenti puntate termina con un omaggio commosso e affettuoso nei confronti di suo babbo Goffredo. Anche io lo ricordo bene quando veniva in paese con la sua cortesia e la sua correttezza, un distinto signore che spiccava per la sua personalità e dignità. In finale un quadrettino di Braccagni, essenziale e piccolo com’era il paese allora. Bravo Gilberto, e grazie.
    Mettiamo anche altre due foto, una del babbo e una della famiglia di Gilberto ad oggi.

    Per ultimo, ma primo in ordine di importanza, mi piace ricordare mio padre Goffredo.
    Alcuni lo conoscevano come Aldo De Paolis, falso nome che si era dato dopo l’ 8 Settembre ’43, per sfuggire alle retate dei tedeschi.
    Mio padre era un galant’uomo, tutto famiglia, lavoro e chiesa. A lui devo la mia educazione e i buoni insegnamenti: l’ onestà su tutto.
    Fervente cattolico si farà frate Terziario nella Comunità dei frati di Barbanella negli anni ‘80.
    Dopo essere stato “giovane balilla” sotto il Fascismo, si arruolò nell’ esercito. Fu mandato a fare la guerra in Albania, dove conobbe mia madre Pasqualina e la sposò. Dopo molte peripezie riuscì a rientrare insieme in Italia nel ‘44. Si stabilì a Piacenza dove abitavano i parenti di mia madre che lo aiutarono a trovarsi un lavoro. Dovendo mantenere moglie e tre figli, nel dopoguerra si adattò a fare tutti i mestieri, compreso il facchino ai mercati generali di Piacenza.
    Grazie alla sua licenza di avviamento industriale e alla Croce di ferro per meriti di guerra in Albania, ottenne un impiego al ministero della Difesa a Roma, da dove nel 1951 venne trasferito a Versegge.
    Si distinse subito per la sua capacità a disponibilità. Il Comandante della polveriera lo volle con sé per affidargli le più delicate mansioni del suo ufficio.
    Mio padre era un uomo molto severo, ma nei momenti difficili mi è stato sempre accanto con grande comprensione. Ringrazio Dio per avermi dato un padre così.
    Due fatti significativi lo legano a Versegge e a Braccagni, che confermano la generosità e l’ altruismo di mio padre e che mi hanno fatto vedere mio padre come un “grande” uomo.

    Il primo fu quando a sue spese e impiegando il suo tempo libero, fece un corso da infermiere specializzato e si mise a disposizione di tutti i residenti , militari e civili di Versegge, senza alcun compenso. Riuscì ad attrezzare un infermeria che fino ad allora non esisteva. I militari lo chiamavano “dottore”, titolo che lui non disdegnava: l’ unica civetteria.

    Il secondo episodio lo vide uomo generoso e altruista e che agli occhi miei fece acquistare tanta stima e considerazione. Per me quello fu un gesto eroico.
    In una giornata fredda e piovosa del novembre del 1958, stava tornando con la sua Vespa 125 da Braccagni a Versegge sulla strada Aurelia, quando scorse un uomo disteso nella cunetta, ferito, sanguinante e in stato confusionale. Era un giovane che era stato investito da un macchina che non si era nemmeno fermata. Mio padre si fermò, gli prestò soccorso, lo caricò sulla sua Vespa e, dopo essersi fatto indicare dove abitava, lo riportò a casa in un podere dell’ Ente Maremma. A parte la gratitudine dei suoi famigliari, allacciammo una grande amicizia con quella famiglia di contadini, che dura tutt’oggi.

    BRACCAGNI
    Braccagni negli anni ’50 era un paese formato da poche case costruite lungo l’Aurelia e lungo la strada che porta alla Stazione ferroviaria di Montepescali Scalo.
    Distava da Versegge circa 6 Km e da Grosseto 12 Km. A Braccagni ho frequentato le classi elementari dal 1953 al 1958. Ho frequentata la prima in uno stanzone accanto alla chiesa, le restanti nella scuola dove è tutt’ ora. La mia maestra è stata per tutti e cinque anni la signora Assunta Mascherini, maestra esigente e severa ma donna straordinaria e di grande umanità.
    Assieme a mio padre, la considero la “domine magister” della mia vita. Metteva 10 in condotta a tutti i suoi alunni, anche quelli un po’ più discoli, perché diceva che quel “10” avrebbe potuto giovare come referenza nella vita. Grande!
    Tre scolari tra i più bravi avevano il suo plauso: Viviana Pisacane, Roberto Massini e Virgilio Rigutini. Il suo apprezzamento per me si limitava alla mia bella voce tant’ era che mi portava nelle altre classi a cantare.
    Tra gli altri compagni e compagne di scuola ricordo:
    Bernasconi Enrico, Bianchi Mauro, Bindi Giuliana, ?? Rosa, Bonelli Mario, Ciardi Lia, Guerrieri Lio, Meacci Albo, Pieraccini Laura, Pondini Carlo, Bonelli Mario, Sonnini Pierluigi.

    Con alcuni mi sono visto di recente, con gli altri spero in un prossimo incontro.

  9. Francesco Di Paolo ha detto:

    Caro Babbone, che piacere leggerti.
    I tuoi racconti sono ricchi di affetto ed attaccamento per la terra dove sei cresciuto e per le persone che hanno affollato i tuoi sogni di bambino. E’ molto difficile non lasciarsi trasportare dalle emozioni che ci regali e non commuoversi.
    Per me che vivo a New York da quasi dieci anni, questi spaccati di vita vissuta sono una medicina allo stress della grande metropoli, nonche’ un piacevole flashback ad una realta’ ancora fondata sui sentimenti nobili e le piccole gioie, forse lontana anni luce dalla realta’ in cui viviamo oggi.
    Con lo stesso struggimento con cui dipingi tuo padre come un “Grande” uomo, io ti dico che sono “Fiero” di essere tuo figlio.
    Grazie.

    Un abbraccio grande,
    Checco

    • viviana ha detto:

      I complimenti più belli a Gilberto li ha fatti suo figlio Francesco .
      Noi aggiungiamo i nostri ringraziamenti e l’augurio di poter sentire ancora le sue riflessioni ed i suoi commenti .
      A proposito della scuola , non mi pare che fosse solo la sua voce ad essere apprezzata … ricordo sì che cantava davvero bene … ma anche tante altre sue doti che lo rendevano un buon alunno, vivace , ma serio ed educato come pochi altri .

      • Gilberto DI PAOLO ha detto:

        Grazie a voi, Viviana e Roberto che, stimolando in me il desiderio di raccontare persone e luoghi della mia infanzia, avete fatto rivivere momenti ed emozioni lontane nel tempo ma tanto vicine al mio cuore.
        Desidero anche ringraziare chi ha avuto la pazienza di leggere queste righe ed ha redatto commenti che, oltre a lusingarmi, hanno impreziosito il mio racconto.
        Ho tanto desiderio di tornare a Versegge, ma non conosco più nessuno che mi può fare avere un permesso per tornarci. Sarò molto grato a chi mi aiuterà per rivedere quei luoghi a me tanto cari.
        Spero di rivedere i miei compagni di scuola in un incontro organizzato a breve.

      • Fid. ha detto:

        E’ un piacere leggere questi racconti, anche per chi non ha conosciuto Gilberto, ma nel corso della sua vita ha vissuto in questo angolo di Maremma.

  10. Sara ha detto:

    Tengo a precisare che i complimenti nei confronti di mio padre sono sempre stati un pò restii e problematici,ma di fronte ai suoi racconti,così belli e commuoventi, non posso che congratularmi con lui e ringraziarlo per la commozione che riesce a trasmettermi ..sorretti dal suo amore provocano forti emozioni coinvolgendo il lettore e trasmettendogli quella forza che solo Gilberto possiede nel nome di una ragione che lo conclama il mio Unico eroe, il Babbo più straordinario e guerrigliero che potessi desiderare….

  11. Giuseppina Fregoli ha detto:

    Non si può che ringraziare Gilberto Di Paolo per la sua accurata descrizione di Versegge e delle persone più rappresentative che lì lavoravano in quegli anni tanto lontani in cui, nonostante le diffuse situazioni di precarietà e povertà, molti mostravano di essere animati da una grande voglia di fare, da un grande spirito di solidarietà e da grande onestà.
    A Gilberto chiedo: che ne è di tua sorella AnnaMaria? Segue il blog? Si è riconosciuta (e anche te) nella foto della mia prima comunione? Si è ricordata del quartetto della seconda elementare formato da lei, Lauretta e Simonetta Pirro e da me? In tutti questi anni non l’ho dimenticata e ora le mando un carissimo saluto, in attesa di avere qualche sua notizia.

    • Gilberto DI PAOLO ha detto:

      Cara Giuseppina,
      è grazie alla pubblicazione della foto della tua Prima Comunione che sono entrato in contatto casualmente con la “Sentinella del Braccagni” e continuato a corrispondere con Viviana e Roberto.
      Ho chiesto le tue coordinate a Roberto per poterti inviare quelle di Anna Maria. Sono certo che sarà molto contenta di corrispondere con te.
      La stazione di Montepescali Scalo è stato uno dei luoghi importanti della mia infanzia; ricordo molto bene lo sferragliare e lo stridore dei treni in frenata, la locomotiva a carbone prima e le littorine diesel poi, i campanelli che annunciavano l’ arrivo del treno da Livorno o da Roma, il fischio del Capo Stazione per la partenza, lo sbattere secco delle porte prima della partenza del treno.
      Suoni, voci, gesti e colori molto belli da ricordare.
      Per noi ragazzi pendolari, il poter prendere il treno da soli, viaggiare secondo orari prestabiliti, erano considerate forme di emancipazione e maturità che ci facevano sentire più “grandi” dei nostri coetanei che vivevano in città. Infatti già all’ età di dieci anni, in quinta elementare, andavo e tornavo da Grosseto dove mi recavo per due pomeriggi alla settimana a prendere ripetizioni per l’esame di ammissione alle Medie, dal maestro Walter Stilli in Via della Pace. Grande maestro di vita e di scuola! Con la maestra Mascherini mi ha insegnato molto bene l’ analisi logica utilissima per il “latino”
      Se ricordo bene, prima del tuo babbo, Capo Stazione era il babbo di un mio compagno di elementari, Alfio Nelli, un delicato e grazioso bambino, un anno più piccolo di noi, che ci lasciò in terza elementare per il trasferimento del suo babbo.
      Spero di avere l’ opportunità di incontrarti.

  12. mezzolitro ha detto:

    Da piccolo,la Polveriera delle Versegge mi ha sempre incuriosito perché da casa mia si sentiva la sirena del mattino, dell’inizio lavoro, e quella del pomeriggio del fine lavoro, oppure lo scoppiettio dei forni che bruciavano le munizioni scadute, o i botti (più rari) dei brillamenti delle spolette ecc…,
    Per molti anni era, per me, stata invisibile, poi un bel giorno incominciarono ad apparire le costruzioni sui poggi e addirittura l’illuminazione della recinzione perimetrale, il mì babbo mi spiegò che avevano semplicemente abbattuto gli alberi (acacie e sughere per lo più) che piantate sui terrapieni di protezione ai depositi, ricoprivano con le chiome i tetti.
    Da grandicello (7-8 anni) incominciarono a portarmi a lavorare(!) negli scopetai lì vicino, si facevano le scope dei netturbini, e io spesso mi defilavo per andare a scuriosare di soppiatto cosa c’era al di là della recinzione e devo dire che anche a me impressionavano parecchio i cani che “sentendomi” si scatenavano.
    E che dire della guardia armata sulla mega-garitta all’entrata? Mi sembrava la perfezione fatta soldato, per anni alla domanda su cosa volevo fà da grande, non avevo dubbi, la guardia sulla garitta!
    Poi col tempo (la scuola, le ragazze, il calcio…) piano-piano me ne sono dimenticato fino a che un giorno, fine anni settanta, primi anni ottanta il mì fratello Giampietro mi dice di andà con lui alle Versegge perché si poteva visità, in occasione di un concorso per lavoratori civili; fu una grande delusione, così grande che mi rifiutai di fare la domanda, rovi ovunque, le recinzioni dei reparti cascanti, le palazzine scortecciate, per non parlare dei depositi, veramente cadenti a pezzi, al mì fratello che insisteva per farmi cambiare idea gli dissi chiaramente che non ne volevo sapè di andare a lavorare in quel serpaio!
    Mai termine fu più appropriato, Giampietro (poi diventato artificiere) per anni è stata la leggenda del Deposito perché ogni poco ammazzava una vipera con le tecniche più disparate, tra cui quella di ricorrerle e prese per la coda le lanciava in aria, cadendo si spezzavano la spina dorsale…, ricordo ancora quella volta che regalò ad una cugina un paio di orecchini in pelle di vipera e quella svenne all’istante!
    Naturalmente l’infornata di operai e tecnici serviva proprio a rimetterla in sesto e adesso è di nuovo al massimo della operatività, magari come se la ricorda il Di Paola.

    • Gilberto DI PAOLO ha detto:

      Per sentire così bene le due sirene di inizio e fine lavoro degli operai, significa che tu abitavi molto vicino alla Polveriera di Versegge. Puoi dire dove? Tu o qualcuno dei tuoi famigliari conosce qualche persona tra quelle che ho nominato negli scritti precedenti?
      Hai la possibilità, tramite tuo fratello o altra persona, di ottenere un permesso per una visita (sufficienti un paio di ore) nella zona non interdetta? Avrei tanto desiderio di tornare a vedere quei luoghi e mostrarli ai miei figli.
      Cordiali saluti.

      • mezzolitro ha detto:

        Chiederò, non credo che la faranno tanto lunga.

      • mezzolitro ha detto:

        Abito in un podere dell’Ente Maremma alle Versegge tra la Fossa e la Bandinella, un paio di kilometri in linea d’aria dalla Polveriera. Di tutti quei personaggi che hai descritto nel tuo racconto non ne ho conosciuto nessuno, anche perché fino ai primi anni ottanta non avevo modo di avere rapporti con chicchessia del Deposito.
        Poi dopo che parecchi di miei coetanei di Sticciano, Braccagni e Montepescali hanno preso servizio, l’ho visitata spesso, come in occasione della festa di S. Barbara, o per lavoro come collaboratore di ditte esterne appaltanti di lavori di sterpatura o coltivazione del sughero.

  13. Granocchiaio ha detto:

    Che bella cosa leggere frasi come questa:

    …………..lo sferragliare e lo stridore dei treni in frenata, la locomotiva a carbone prima e le littorine diesel poi, i campanelli che annunciavano l’ arrivo del treno da Livorno o da Roma, il fischio del Capo Stazione per la partenza, lo sbattere secco delle porte prima della partenza del treno…………

    E tutto in mezzo a questo turbinio di polemiche e comizi elettorali proprio qui sul blog!

    Di tutto quello descritto da Gilberto, se hai fortuna, oggi puoi sentire un po’ sferragliare e un po’ frenare i treni, ma con tonalità più soft, meno caciarone di com’erano allora. Ma anche meno allegre.

    Per quanto riguarda la stazione è la cosa più triste e più morta dell’intero paese. Non c’è nessuno all’interno a dirigere partenze, arrivi e transiti di treni. Non un capostazione, non un operaio, non un manovratore: nessuno. La dove c’era una batteria di leve tutte colorate con un bottone d’ottone in testa che comandavano gli scambi ed i segnali oggi c’è solo una stanza vuota e piena di polvere. Tra campanelli dei telefoni della sala comando e i campanelli che segnalavano l’arrivo dei treni – uno dalla parte sud e uno nella parte nord per capire da che parte arrivasse – allora era come udire un concerto per trilli. Oggi una voce femminile – anonima e fredda come i dischi che dobbiamo subire nella chiamate telefoniche – lancia neutre informazioni ad una stazione deserta tramite altoparlanti esagerati, annunci più surreali di un film di Antonioni.

    Il Capostazione non fischia più niente e non alza la paletta che poi si accendeva di luce verde smeraldo per far partire il treno. Semplicemente perché il Capostazione non c’è più. Fa tutto quella semispecie di capotreno che scende e che fa il tuttologo. Mi da la stessa impressione di quando volando con un piccolo aereo dell’Alitalia diretto in Svizzera il secondo pilota sceso dal posto dei comandi prese le nostre valigie, le sistemò nel bagaglio dell’aereo, ci sistemò a sedere, controllò che le cinture fossero allacciate, e poi ritornò nella cabina di pilotaggio. Allora ebbi un momento di sgomento, ma poi la presi a ridere. Oggi con il treno non ci trovo niente da ridere.

    La sala di attesa ora è rigorosamente chiusa.
    Per fare i biglietti bisogna superare l’esame di una infernale macchinetta dove devi impostare il codice della tua stazione, il codice della stazione di arrivo e altri parametri del viaggio che uno vuol compiere. Insomma roba semplicissima, che qualsiasi nonno o bambino può fare……………come telefonare alla propria compagnia telefonica per segnalare un guasto. Cioè dopo aver passato il tragitto perfido di dischetti e tasti da premere, musichette irritanti e pubblicità sulla bontà dell’ultima proposta che vogliono farti senza tua richiesta.

    E fermiamoci qui, così non parlo di pronto soccorsi e altre angherie per aver diritto alle tue necessità sanitarie.

    Possibile essere condannati a dire sempre, e sempre di più: mah, ai mi tempi, ‘nsomma “una volta era meglio, molto meglio”? Ma com’è possibile?

    A proposito: grazie Gilberto!

    • viviana ha detto:

      Nonostante quel ” Montepescali scalo ” .. per carità , non voglio alimentare le polemiche di un paio di anni fa … , la stazione era il nostro vanto perchè ci forniva la possibilità di un servizio comodo per andare da qualunque parte. ( Nelle discussioni con mio marito , che è di Batignano , non si sa quante volte ho sottolineato il fatto che al suo paese non passava nemmeno il treno ! )
      Per i viaggi di piacere ,rari ,ma soprattutto per gli spostamenti di lavoro ,la stazione aveva un ruolo centrale nella nostra vita .
      Ho letto che ora sopravvive senza presenza umana, triste ed anonima .
      Paghiamo il prezzo della modernità che prevede la riduzione di tutto , un prezzo che a quelli della mia età pare a volte troppo alto .

      • Carlo Vellutini ha detto:

        Quel Montepescali Scalo di Viviana mi riporta ad un grande amico scomparso ormai da più di 15 anni (il grande Attila) che non sopportava di pronunciare la parola Montepescali (concedetemi un po’ di goliardia di paese). Ogni volta che ci portava a giro ormai lui trentenne dirigente del Braccagni calcio e noi diciottenni ci raccontava sempre di quella volta che militare a Bergamo andò ad acquistare il biglietto per tornare a casa. “Vorrei un biglietto per Braccagni”. Il bigliettaio sbigottito gli fa: “guardi che noi Braccagni non l’abbiamo tra le stazioni”…”Come no? io abito a Braccagni e ci passa il treno, c’è pure la stazione!!!”. Il bigliettaio ancora: “Ci passerà pure il treno, ma qui non c’è!”. Ed il nostro: “Vabbé me lo faccia per Grosseto che fa prima!!!”…Il tutto per non dirgli Montepescali. Altri momenti, altri tempi…da quando non c’è più il derby di calcio ci sono voluti gli Usi Civici per far rivivere un po’ di buon sano campanilismo tra i due paesi che, purtroppo, sono tanto vicini quanto distanti nelle iniziative!!! Eppure dall’una e dall’altra parte ne vengono organizzate di cose belle!!! Scusatemi la divagazione…la mia età non mi permette di seguirvi in tanti ricordi…anche se la stazione come l’ha descritta il Granocchiaio l’ho conosciuta anche io!!!

  14. Nello ha detto:

    Il Granocchiaio è forte: sia che si parli di famiglie che di enogastronomia trova sempre il modo di infilarci ricordi.
    Sembra strano ma i racconti dei Fregoli e di Gilberto, con gli interventi poi di altri (Granocchiaio e Viviana in particolare) mi sono serviti, non solo a riaccendere la lampada del mio passato, ma ad intavolare discussione con i miei figli.
    Per loro è normale la situazione della gestione ferroviaria, si incavolano quando la macchinetta dei biglietti non funziona, ma se vanno a Grosseto poco male, se passa, da sottolineare se passa, il “controllore”, come si chiamava noi, giustificati se non passa meglio soldi risparmiati. Mi prendono in giro quando inizio con “ai miei tempi…” (forse lo facevamo anche noi), poi si interessano, pur rimanendo dell’idea che eravano dei c……
    Bella la descrizione delle Versegge, bello anche l’intervento di Mezzolitro sul degrado successivo, eccezionale la descrizione della Stazione oggi, belli anche i ricordi dei personaggi.
    Forse Gilberto non si ricordea di me anche se per un pò di tempo ci siamo frequentati, ma, come sempre accade, le conoscenze, e soprattutto le amicizie, si cementano con la frequentazione specie negli anni della adolescenza e le nostre strade si sono divise, soprattutto perchè io sono andato a studiare a Livorno.
    Per un pò ho seguito, penso fose lui, le sue gesta da arbitro, come ho seguito le gesta di albitro di basket di Alfio, lui è arrivato sicuramente ad arbitrare in serie A, poi più nulla, diversamente ho rivisto spesso suo padre.
    Io da braccagnino doc, diversamente da Mezzolitro, ho conosciuto quasi tutte le persone che hai nominato, con quasi tutti sono o sono stato in buoni rapporti, solo con la maestra Mascherini, come già ho detto in una precedente risposta a Viviana, non ho avuto, facciamo contenta mia figlia, un buon feeling, ma a sentire i vari interventi solo l’unico per cui debbo dedurre che il male fossi io, ma gli esiti scolastici successivi non hanno dimostrato che lei avesse ragione.

    • Gilberto DI PAOLO ha detto:

      Caro Nello,
      non mi ricordo di te, scusami; se da giovani ci siamo frequentati, sarà sufficiente che tu mi dia qualche piccolo dettaglio, tipo un amico comune, o un avvenimento o altro che mi possa consentire di riconoscerti e di riprendere insieme ricordi di persone e momenti della nostra giovinezza.

      Ma che bello e quanto è vivo questo blog! “Mi piace”, parafrasando Facebook.
      Bravo Roberto, continua così!
      Roberto, bella la descrizione della Stazione, ma spietata la tua analisi su un luogo che in passato è stato pieno di vita e che oggi, in maniera anonima, si limita a “raccogliere” qualche passeggero. E tutto questo in nome del progresso e del profitto! Peccato!

      C’è qualcosa ancora che può essere salvato da questo mondo del “nulla” che avanza inesorabilmente?

      Nello, nella tua replica parli di Alfio; chi, il Nelli?
      Fammi sapere.
      Grazie e saluti cordiali.

      • Nello ha detto:

        L’Alfio di cui parlo è il Nelli, che tu hai nominato. Onestamente so della carriera arbitrale perchè un amico comune di S. Vincenzo me ne parlò. Penso stia sempre per lì, il suo babbo da Braccagni (ops Montepescali Scalo, in certi discorsi sono campanilista).
        Io stavo all’epoca sulla via Aurelia, dove c’era la cabina elettrica , il mio babbo lavorava all’ENEL, ho solo due anni meno di te e in pratica tutti i ragazzi che hai menzionato (specie Carlo, Mario e Pierluigi, oltre che Alfio) erano fra i miei compagni di gioco.
        Mi sostituisco al Granocchiaio, il Treccani dei soprannomi, il mio era “88”.

        • Gilberto DI PAOLO ha detto:

          Grazie Nello,
          se abiti ancora a Braccagni e se non sono di disturbo, con l’ aiuto del Granocchiaio, verrò a salutarti. Per quanto riguarda Alfio, se riesci ad avere il suo indirizzo, potrebbe esserci utile per l’ incontro della Classe ’47 che Enrico B. organizzerà a breve.
          A presto.

    • Gilberto DI PAOLO ha detto:

      Grazie a Nello L. e a Roberto T., ieri sera sono riuscito a mettermi in contatto telefonico e a scambiare una e-mail con Alfio Nelli, nostro compagno di scuola elementare.
      All’ inizio è rimasto un po’ disorientato, e non si ricordava di me, ma dopo aver fatto il nome di Albo Meacci e della maestra Mascherini, ha esternato tutta la sua contentezza. Si è anche dichiarato felice di incontrarsi nell’ incontro che Enrico B. sta organizzando.
      Ha consultato subito la Sentinella del Braccagni ed ha chiesto la possibilità di vedere alcune foto nelle quali appare il suo babbo (ex allenatore di calcio del Braccagni, oggi novantunenne).
      Giro subito la richiesta a Roberto T.

      • Nello ha detto:

        Forse Carlo Vellutini ed il Fida possono essergli d’aiuto.
        Carlino ha pubblicato un libro sulla storia del Braccagni, essendoci la supervisione del Dott. Iacopini, sicuramente ci sarà qualcosa del periodo in cui il babbo di Alfio era allenatore.

        • roberto ha detto:

          Se Gilberto la prossima volta che viene a Braccagni ci avvisa, gli faremo trovare una copia del libro: “Us Braccagni – tra passato e presente”.

          • Gilberto DI PAOLO ha detto:

            Grazie,
            preparatelo già perchè, a breve, devo venire a Grosseto.

  15. Giuseppina Fregoli ha detto:

    Certo, se avevo voglia di tornare a Montepescali (alias Braccagni, ma per me è sempre stato Motepescali)era anche per rivedere la stazione…ma dopo la descrizione del Granocchiaio mi sono venute delle perplessità ed ho pensato che forse è meglio che io non torni. Sì, perchè io in quella stazione ci ho vissuto 10 anni. Ed era veramente tutto un suonare di campanelli, uno squillar di telefoni.Di capistazione ce n’erano tre in pianta stabile ( per molti anni Ciardi, Barsotti e Nelli) più il mio babbo che era il titolare, poi c’erano 4-5 manovali e due elettricisti(Falciani e Rosellini). Si fermavano tantissimi treni e tante persone salivano e scendevano, molti aspetavano la coincidenza per la linea di Siena o viceversa provenendo dalla linea di Siena aspettavano la coincidenza per andare verso Livorno. C’era un gran giardino sempre ben tenuto con fiori e aiole tenute a pratino; c’era perfino la vasca con i pesci e lo zampillo dell’acqua…
    Non so se reggerei alla vista di stanze chiuse, vuote e polverose (e del giardino che ne è rimasto?). Eppure sto vivendo il tempo attuale , tra computer e telefonini e alla modernità mi sono conformata e sono abituata tanto da non disprezzarla neanche tanto. Ma il viaggio a ritroso nei luoghi che il trascorrere del tempo ha modificato fortemente impedendomi di ritrovarli come li lasciai tanti anni or sono…questo viaggio non so se sia bene che io lo faccia. Certamente dovrei prepararmi alla delusione e alla frustrazione. Altra cosa è per voi che siete rimasti negli stessi luoghi e vi siete trasformati insieme. Ma per me che tornerei dopo 30-40 anni forse la delusione sarebbe eccessiva. Dovrò rifletterci bene.

    • mezzolitro ha detto:

      In effetti la stazione così com’è fa dimolto schifo, il giardino(?) è un’accozzaglia indefinita di erbacce, chissà Livio che pensa ogni volta che passa (se ci passa)di lì, non c’è anima viva, per fare il biglietto ti devi rapportare cò un’attrezzo che quando si degna di funzionà ti tratta come un’idiota.
      Non l’ho mai usato molto il treno, mi restava più comoda la Rama, però ho buoni ricordi anche se d’inverno l’odore di catrame bruciato in sala d’attesa era tremendo.

  16. Granocchiaio ha detto:

    Sulla scia dei ricordi di Giuseppina Fregoli e di quelli da me citati giunge quanto mai opportuna una lettera di Rossana Barsotti. Lei figlia del capostazione citato proprio da Giuseppina ricorda come andavano le cose allora e come stanno le cose oggi.

    Quando passo col treno e la vedo com’è ora mi si stringe il cuore. Hai ragione, il mio babbo si dava molto da fare e coinvolgeva i manovali nell’opera di giardinaggio e i manovali si facevano coinvolgere volentieri. Penso, anzi sono certa che facessero gratis molto lavoro in più e che piacesse loro vedere la stazione incorniciata di belle piante e bei fiori. Tutti concorrevano a renderla piacevole meta di passeggiate o di incontri….Tutti gli anni le FFSS indicevano il concorso per il giardino più bello e credo che sia stato vinto più di una volta. Nei miei ricordi il giardino era sempre ordinato e pulito, oltre che ricco di fiori. Nella cura della parte situata verso Grosseto, quella recintata, dove c’era la vasca, partecipava anche mia madre, amante dei fiori e decisamente con pollice verde. Nella vasca babbo aveva messo i pesci rossi e, a quanto ho saputo proprio l’altro giorno, era un’attrazione. Un’amica mi ha detto che il suo babbo ci portava spesso i suoi figli quando erano piccoli, prendevano il treno da Grosseto per andare a vedere i pesciolini in quella vasca.
    Io ricordo di aver accompagnato molte volte il mio babbo al vivaio del comune, nelle mura, a scegliere i fiori. Chissà se c’è ancora, non ci ho fatto più caso, ma può darsi che il vivaio comunale non esista più, oggi affidano tutto a ditte private!
    Ciao Rossana

    i pesci erano rossi, piuttosto grandi, e forse qualcuno bianco
    una volta mi pare di avervi visto anche altri pesci, forse di acqua dolce…non so, ma non erano pesci rossi
    e anche questo lo conferma Rossana, erano “cadevani”, “e quelli si mangiarono tutti i pesci rossi”
    brutto presagio…………………

    • Nello ha detto:

      Se i miei figli, ormai maggiorenni, ma non dei matusalemme, leggono le note di Rossana sicuramente, non me ne voglia, le daranno della “rinc…” come spesso fanno con me.
      Ma cosa dice, dove è vissuta……eppure è la pura verità.
      E’ vero da quando ricordo, e gisto il tempo di Rossana, fino agli anni 80 (sicuramente) la stazione di Montepescali era veramente un fiore all’occhiello, praticamente un giardino, che poi diventava la “piazza” che ci manca, perchè era spesso ritrovo di giovani (quanti flirt hanno preso la strada più impegnativa dentro quello che io chiamavo il cupolino di edera) o di alcuni anziani, gli stanzioncini, che andavano a cercare refrigerio presso quei meravigliosi giardini.
      Il bello è, come dice Rossana, il tutto era tenuto dai Capostazione e operatori vari che frequentavano la stazione (mi ricordo bene Dino) e sembrava che tutti facessero a gara a chi si impegnava di più per rendere ridente il loro posto di lavoro.
      Sapete una volta per lavoro fui “dirottato” con il Settebello( ero aiuto macchinista a Bologna) sulla Tirrenica, a causa dei lavori per l’alta velocità (cose italiche era la primavera del ’76 solo circa 25 anni dopo è terminata) e al Capodeposito di Roma S.Lorenzo dissi che non era necessaria la “guida” in quanto conoscevo benissimo la linea. Quando seppe di dove ero, come consuetutdine dissi di Braccagni, ma gli feci notare che forse lo conosceva come Montepescali , non fece altro che lodare le maestranza che ci lavoravano per come tenevano la stazione. Il bello venne dopo quando la “guida” (che sapevo benissimo era obbligatoria) si mise bellamente comoda in “vettura”, il Settebello aveva una cabina scomodissima, tanto c’ero io e riapparve solo a Grosseto perchè sue testuali parole: devo vedere due cose che mi sono rimaste dentro, la stazione di Montepescali per il suop giardino , la seconda più triste per un incidente che aveva avuto al passaggio a livello di S.Giuseppe (altro ricordo ormai di gioventù).

  17. Granocchiaio ha detto:

    Sia Giuseppina che Rossana ci hanno ricordato come era bella la stazione di Montepescali. Parole giuste per descrivere, ma io aggiungerei anche qualcosa di più. Era tutto il clima che ci appare oggi come un po’ fantastico e affascinante. Colpa del tempo che fu? Può darsi, ma il ricordo vedo che è assai nitido per tutti noi che abbiamo vissuto quei momenti.

    Il dilemma che attanaglia Giuseppina lo conosco bene anch’io. Chissà quante ho volte avevo ricordi di luoghi e situazioni viste e vissute nell’infanzia. Poi il desiderio di rivedere e rivivere quelle sensazioni mi hanno spinto a ricercare e rivisitare quei luoghi. Raramente la magia si è ripetuta. Il più delle volte ho trovato qualcosa di diverso che a malapena assomigliava a quello che ricordavo. Altre volte il luogo era riconoscibile ma, magari perché abitato da altri e sconosciuti, avevo l’impressione che il luogo mi avesse tradito per altri sconosciuto e plebei. Sicuramente non stavano apprezzando il luogo come lo apprezzavo io. Almeno questo pensavo.

    In quei pochi casi in cui le cose si sono rivelate come allora l’emozione è stata grande. Uno di questi mi è successo ultimamente per la casetta sulla spiaggia di Prato Ranieri a Follonica. Scrissi la sera stessa un pezzetto per ricordare “a futura memoria”. È messo qui sul blog subito dopo questo articolo come replica.

    Per ritornare alla stazione. Durante una delle mie quotidiane passeggiate in bici mi sono fermato e ho fatto un po’ di foto alla stazione. Ho fotografato i punti salienti e comunque sufficienti credo a dare un quadro esauriente della situazione. C’è poco da giudicare le cose sono quello che sono. Ma almeno uno prima di muoversi lo sa e non avrà poi brutte sorprese all’arrivo. Era già stato avvisato.

    • Granocchiaio ha detto:

      Ero dalle parti di Scarlino a fare un prelievo del vino. Il pomeriggio era già fottuto e Laura stava in bottega. Ho deciso di seguire un impulso improvviso e sono partito alla volta di Follonica.

      Sono arrivato da sud, lato delle colonie e mi sono ripromesso di percorre Follonica da sud a nord cercando di essere il più possibile vicino al mare. Grande casino perché ci sono una selva di sensi unici e zone pedonali.
      Gira e rigira mi trovo finalmente nel viale che dalla stazione porta dritto verso il mare, lo stesso viale che mi appariva come il viale verso il profumato e colorato paradiso quando nei primi anni ’50 venivo al mare col mi nonno e co la mi nonna.

      L’ho percorso fin dove potevo poi ho svoltato a destra e ho costeggiato la pineta che sorge come su di una collinetta. Anche qui ricordi di pane con bracioline impanate alla milanese, pomodori e cetrioli che si portavano da casa per il pranzo.
      Alla fine giro a sinistra e poi subito a destra e finalmente sono sul lungomare proprio davanti allo stabilimento Parrini che oggi è una bellissima costruzione in bianco e celeste.

      Ripenso che allora facevo questa strada verso Prato Ranieri a piedi con la mi mamma o con la mi zi’ Anna per giungere alla casetta che avevamo in affitto.
      Alla fine del viale allora c’era a destra, già un po’ staccato da Follonica, l’Hotel Lido, una costruzione a parallelepipedo che con la sua insegna blu ci accompagnava come un piccolo faro per il restante tragitto.
      Si perché dopo l’Hotel Lido non c’era più niente fino a Prato Ranieri, solo un enorme Pino sulla destra all’altezza di una duna che era sulla strada. Ovviamente la strada era sterrata e senza l’ombra di un lampione della luce.

      L’Hotel Lido c’è ancora! Quasi irriconoscibile in mezzo a millanta costruzioni, ma c’è e c’è ancora l’insegna, rinnovata, ma c’è.
      La strada è larga ed asfaltata. È bello perché già si vede il mare a sinistra con le sue acque calme e colorate di mille azzurri.
      La dove c’era il pino enorme oggi c’è un bel cartello che indica Zona Pedonale per cui si deve svoltare a destra e proseguire poi girando a sinistra in parallelo al mare ma distanti un centinaio di metri.
      So grosso modo che tragitto devo fare per arrivare alla meta, ma i sensi unici e le centinaia di villette mi rendano ardua l’impresa. Resto tranquillo tanto so che con determinazione e pazienza verrò a capo della situazione.

      Infatti dopo un due o tre tentativi arrivo in punto, non sul lungomare dove non si può arrivare, ma dove penso di essere vicino alla mia meta.
      Parcheggio e m’incammino verso il mare. Dopo una ventina di metri arrivo sul lungomare e mi accorgo che sono a sud della mia meta di una trentina di metri.
      Vado verso nord e con gli occhi cerco con ansia di vedere la casetta sulla spiaggia che abitavamo. Ci sarà ancora? Ci sono stato l’anno scorso con mia cugina Paola e c’era allora. E c’era pure Erina che a oltre novant’anni era ancora là, proprietaria della casette sulla spiaggia, nella sua palazzina di fronte alla casetta, al di la della strada.

      Trovammo la casetta in cattivo stato e ci disse che avrebbero voluto sistemarla ma che avevano ricevuto anche offerte per venderla ad una cifra incredibile. E loro erano intenzionati a vendere perché con quello che avrebbero ricavato dalla vendita di una casetta in muratura di venti metri quadri si e no, ci facevano un paio di appartamenti in Follonica. Come dargli torto?
      E ti viene il rammarico di non avere abbastanza soldi per comprarti questo pezzo della tua infanzia pregno di ricordi struggenti e lontani.

      Arrivo e vedo prima il palazzo di Erina, la finestra è chiusa, ma non vado a trovarla, ho sempre paura di trovare brutte sorprese.
      Arrivo infine alla casetta che è ancora là, trascurata come l’anno scorso, solo una tenda colorata sulla porticina, ma dietro,lato mare, in un gazebo sgangherato sbatacchiano teli e tende rotte.
      La cosa strana è che mi ha fatto piacere vederlo così malandato perché voleva dire che se anche fosse stato venduto ancora nessuno ne era venuto in possesso abitativo. Cioè nessuno ci abitava. E questo mi consolava non poco, voleva dire che era “ancora quella nostra” , quella di allora. Ho accarezzato la porta e un pannello di legno che copre la piccolissima veranda anteriore. Anche questa chiudendosi agli occhi di altri mi ha rincorato.

      In quella piccolissima veranda io con i miei fratelli mangiavamo montagne di spaghetti e di scatolette di Simmenthal tra due mezze giornate interamente passate sul mare. In spiaggia o su di una barchetta a fondo piatto con la quale noi e i figli di Erina s’andava a pesca di meduse con un legno appuntito.
      La dove ora c’è quel gazebo sgangherato c’era la finestra che dava direttamente sulla spiaggia. Descrivere cos’era il risveglio da quella finestra, con il sorgere del sole e il rumore appena udibile della risacca lunga si e no 20 centimetri con un’altezza forse di due o tre………..roba incredibile, come il mare del golfo di Follonica, è impresa impossibile. E non potrebbe mai raggiungere la completezza dei suoni, dei silenzi, delle luci, dei colori che ogni mattina ci godevamo assieme alla prima brezza che ci obbligava a coprirci con il lenzuolo che avevamo scansato per tutta la notte.

      Alla fine ho fatto pochi passi per arrivare sul limitare della spiaggia, che resta un poco più in basso.
      Più che la vista di quel mare così calmo e così striato di diversi azzurri, è stato l’odore di quel mare a farmi trasecolare. L’odore di quel mare è inconfondibile. Certo non ha più l’intensità di sessant’anni fa, quando nella zona c’era la casetta, il palazzo di Erina e il bar dei Ramazzotti. Oggi anche fuori stagione c’è una città alle spalle!
      Ma il profumo è quello, la matrice è quella. Non so se sono le alghe sommerse e che allora vedevo nella mia quotidiana raccolta di stelle marine. Quante ne ho raccolte! Proprio per la legge dei grandi numeri ogni volta c’era qualche rarità. Poteva essere una stella a quattro punte anziché le canoniche cinque, oppure a quattro punte ma una a metà si biforcava in altre due……Le raccoglievo nell’illusione che portandole a casa avrei portato anche un pezzo di mare con me. In effetti arrivato a casa a Braccagni e avendole messe ad asciugare al sole impestai la terrazza di casa da odori che ricordavano più il baccalà che il mare di Follonica, e che gli altri mostrarono di non gradire.
      Là con la faccia verso il mare mi sono messo a respirare quel profumo e mi sono dispiaciuto di avere solo la mia barba per catturare quel meraviglioso profumo. Allora ho ripensato a mia cugina Paola e l’ho invidiata perché avessi avuto anch’io tutti i suoi bei capelli avrei potuto catturare cento volte più di me quell’odore.

      Poi me ne sono venuto via con un senso di colpa perché ero solo. Non ero con Laura che era in bottega al posto mio, non ero con Giacomo o con Emanuele o con Giulio, i miei nipotini. E non ero nemmeno con Paola così lontana e così vicina.

      • viviana ha detto:

        Per noi , bambini di Braccagni alla fine degli anni 50, andare al mare significava andare a Follonica e non a Marina o a Castiglione , che pure erano logisticamente più vicine a noi .
        Follonica perché , non avendo a disposizione una macchina , per i nostri spostamenti dovevamo approfittare del treno che , per nostra fortuna , ci lasciava a due passi dalla spiaggia .
        E poi Follonica , per noi che abitavamo in un piccolo borgo, aveva tutte le caratteristiche e la attrazioni di una cittadina …. ricordo che una volta , a causa di un temporale che ci fece allontanare precipitosamente dalla spiaggia , passammo il pomeriggio in un cinema e ci divertimmo lo stesso .
        Un giorno di mare presupponeva un’organizzazione che iniziava con largo anticipo perché più che una gita pareva dovessimo affrontare un trasloco : dagli indumenti per cambiarsi ( non si sa mai, potrebbe cambiare il tempo) alle borse con il mangiare ( sacrosanta dimostrazione di un benessere faticosamente raggiunto ) , agli ombrelloni , alle sdraio , ognuno aveva un compito ben preciso da rispettare e portava qualcosa , come in una squadra ben organizzata .
        Convinti che di quel giorno bisognava approfittare perché pochi altri ce ne saremmo potuti permettere nel corso dell’estate , trascorrevamo una giornata massacrante tra bagni di acqua , di sabbia e di sole , volontariamente ignari dei segni che avremmo portato sulla pelle per settimane e che nemmeno profondi strati di Vegetallumina avrebbero cancellato .
        Certo è che, arrivati a sera, l’allegria della mattina lasciava il posto ad una stanchezza disperata che faceva calare profondi silenzi .
        Nel viaggio di ritorno , distrutti fisicamente , si sognava il fresco del nostro letto , lontani dal sole e da quella sabbia che per gran parte del giorno era entrata negli occhi e si era insinuata all’interno del nostro costume di lana .
        Finalmente a casa , la giornata era finita , ma il bello doveva ancora venire : i conti li avremmo fatti più tardi , in nottata , quando il semplice contatto con il lenzuolo più leggero ci avrebbe fatto sobbalzare per il dolore.
        Qualche giorno color rosso fuoco , poi le larghe chiazze diversamente colorate , la pelle se ne andava , lasciandoci il divertimento di sfogliarla , quasi un gioco e nessuna consapevolezza che le scottature fossero pericolose .

        • Nello ha detto:

          E poi venne Smeraldo e con la “diligenza” tutti a Castiglione, ma stessa solfa ben illustrata dalla Prof. Viviana.

        • Gilberto DI PAOLO ha detto:

          Il “mare” e le calde estati di Versegge.

          Sull’ onda dei ricordi di Viviana anche io ho qualche ricordo sulle estati trascorse a Versegge.
          Dai primi di giugno alla fine di agosto il caldo torrido si faceva sentire molto, ma il mare di Maremma era per noi irraggiungibile, un desiderio al quale abbiamo dovuto rinunciare per molti anni.
          L’ affitto di una casa al mare, anche per brevi periodi, era un privilegio riservato a pochi , nessuno possedeva un’ automobile per portare la famiglia al mare e non esisteva un mezzo pubblico che consentiva di raggiungere una qualsiasi spiaggia.
          In quegli anni erano abbastanza diffuse malattie quali la difterite e la tosse canina o convulsa ed i medici consigliavano fortemente ai ragazzi di trascorrere un periodo di almeno due settimane al mare per respirare jodio, o in montagna per a respirare aria fine.
          Non potendo permettersi di portarci al mare per qualche settimana, i miei genitori ricorrevano ad un’ opportunità gratuita che veniva concessa ai figli dei dipendenti statali: passare un mese in una colonia dell’ ENPAS. Così tutte le estati sono stato frequentatore forzato e assiduo di colonie marine e montane. Ho cominciato il primo anno a Montieri, poi a Santa Fiora, Lido di Camaiore, Sestola, Madonna di Tirano e, per ultimo, a Fuenterrabia in Spagna.
          Bei posti e buone vacanze ma non erano vacanze pienamente e serenamente godute; a quell’età, la lontananza dalla famiglia e dagli amici si faceva sentire, specialmente quando ricevevo una cartolina o una lettera dai genitori che leggevo lontano dai compagni per nascondere la commozione. La sera però, solo nel letto, la nostalgia assaliva i miei pensieri e inevitabilmente ci scappava qualche lacrima; il sopraggiungere del sonno mi dava tanto sollievo.

          Spesso queste colonie erano gestite da ordini religiosi con la presenza di numerose suore . Tutti i pomeriggi alle cinque dovevamo andare in chiesa a recitare il Rosario, tutti i sabati la Confessione, tutte le domeniche la Comunione.
          Sono cattolico e non ho niente contro queste funzioni religiose, ma essere obbligati all’ età di otto-nove anni a recitare per oltre un’ ora preghiere in latino, era estremamente pesante, noioso e assurdo. Non a caso contavo ogni giorno, le ore e i minuti che mi separavano dal ritorno a casa.

          Sentivo spesso i miei compagni di Braccagni parlare di Marina di Grosseto, di Castiglione della Pescaia e di Follonica, ma per me e i miei amici di Versegge erano posti irraggiungibili. Escludendo i periodi della colonia, trascorrevo il resto dell’ estate dentro la Polveriera alla ricerca di qualche pozza nel torrente Versegge (ammesso che fosse rimasta) per un po’ di refrigerio, senza considerare il pericolo di fare brutti incontri con qualche vipera. Talvolta raggiungevo in bicicletta con qualche amico la pozza delle Caldanelle sull’ Aurelia, sebbene fosse acqua calda.

          Nel 1955 l’ allora Comandante della Polveriera, Capitano Pirro, che aveva due figlie più o meno della mia età, Lauretta e Simonetta, decise di far realizzare un piccolo stabilimento balneare sul lato destro della Fiumara di Marina di Grosseto, costituito da una decina di cabine, una tettoia in legno e fascine di scopo e alcuni tavoli dove poter mangiare le pietanze preparate il giorno prima. Fu portata anche una cucina da campo militare; alle una il suono di una rumorosa campanella avvertiva che un primo piatto di pasta calda era pronto: penne al sugo di pomodoro , costava 5 lire a persona. Fece anche attrezzare un camion militare con delle panche per trasportare circa trenta persone. Il sabato e la domenica alle ore 7 e 30 il camion attrezzato a Pulman con i teloni laterali tirati su, raccoglieva tutti i militari e civili e con tanti bambini, alla folle velocità di 38 Km l’ora ci portava tutti al mare. Alle 5 e 30 della sera ci riportava tutti a casa. Sono modeste cose che all’ epoca apprezzavamo tantissimo. Non penso che oggi potrebbe essere ripetibile e apprezzato. oggi.

          • viviana ha detto:

            La colonia di cui ci parla Gilberto aveva all’epoca buone finalità : assicurare quindici giorni o un mese di aria buona e favorire la socializzazione fra coetanei .
            In realtà , salvo rare eccezioni, i bambini non vivevano questo periodo in modo sereno : il distacco dalla famiglia alimentava malinconie serali e provocava un senso di tristezza che si protraeva per giorni e giorni .
            La mia unica esperienza di questo genere l’ho vissuta al convento della Selva di S. Fiora : pochi giorni di lacrime mal celate finchè , venuti i miei per vedere come stavo , tanto mi disperai che alla fine li convinsi a riportarmi a casa .
            Mi rivedo ancora nel viaggio di ritorno , in mezzo ai genitori sul motorino , unico nostro mezzo di trasporto : ero la più felice del mondo .
            Oggi , al posto delle colonie ci sono un’infinità di offerte che propongono vacanze, più o meno lunghe , a pagamento , a chi non ha nonni o parenti che possano assicurare una sorveglianza quando le scuole sono finite .
            Capita quindi di trovare in spiaggia file di bambini , anche piccoli, che guidati da pazienti istruttori trascorrono la mattina giocando sulla spiaggia o facendo il bagno : sempre in modo composto e rispettando gli ordini dei sorveglianti che diversamente non saprebbero assicurare il controllo .
            I ragazzi hanno un’aria più rassegnata che felice , qualcuno , più fragile , ogni tanto piange e deve essere consolato . Attimi di smarrimento , poco dopo anche lui si quieta , d’altronde sa che non ci sono alternative : aveva tre mesi quando ha cominciato ad uscire di casa la mattina presto per raggiungere altri coetanei .
            A me viene in mente che ai miei tempi a Braccagni non c’era nemmeno l’asilo e così, appena si sapeva camminare, si scendeva giù in cortile , in quell’asilo autogestito e senza regole , dove la sorveglianza era affidata solo all’angelo custode .

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