Meglio nascere da cristiano e finire da cani?

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  1. Granocchiaio ha detto:

    Meglio nascere da cristiano e finire da cani?

    A me sono sempre piaciute certe canzoni di Dalla. Musica originale, arrangiamenti (orchestrazione) geniali, testi veramente poetici e comunque difficilmente banali.
    Inevitabile risentire in questi giorni molte di queste. Addirittura ho preparato un CD per Bruno con una selezione della sua sterminata produzione.
    Poi per prova l’ho messo in macchina e come ci salgo ascolto i pezzi. In auto a me riesce meglio rilassarmi e ascoltare musica e più ancora le parole. E allora ti accorgi che non rimane solo una frase particolarmente ad effetto “com’è profondo il mare”, “il mio nome fu Gesù bambino”, “attenti al lupo, attenti al lupo”, ma c’è oltre a questi un universo di espressioni e sentimenti.
    E mi sono ritrovato a pensare: ma questo era veramente era bravo! Senti come sono belli questi testi. Testi che avevi inteso, ma non ascoltato con attenzione, ma che ora ti appaiono in tutto il loro significato e grandezza.
    La riflessione che mi viene subito dopo è: ma possibile che ci voglia la morte dell’interessato per farti notare il valore della persona e della sua opera? Se è così vuol dire che c’è qualcosa che non funziona a dovere. Perché non mi sono soffermato prima ad ascoltare meglio quelle parole?
    In questi ultimi giorni è successo qualcosa di simile anche qui da noi in paese.
    La vicenda di Silvio Ferretti, il Micio, ha per certi versi delle similitudini.
    Rimasto vedovo da qualche anno si è dovuto arrangiare come riesce a fare un uomo solo, senza la sua compagna, senza figli o parenti vicini fisicamente e spiritualmente, e cioè se l’è cavata abbastanza male.
    Il suo è stato un tragitto di progressivo abbandono e abbrutimento. È un discorso già fatto che un uomo normalmente in questi casi se la cava molto peggio di una donna. Lei è abituata da giovane sino alla tarda età a tirare avanti la casa e la famiglia in tutti gli aspetti quotidiani, un uomo solo si arrangia a fare certe cose ma non tutte. Forse riuscirà a prepararsi qualcosa da mangiare, ma senza strafare troppo, il minimo indispensabile. Poi per certe altre apparentemente più banali ma invece non meno importanti, non se la cava proprio per niente. Vedi lavare, stirare, fare le pulizie della casa, il cambio del letto, rammendarsi un calzino. Tanto per rimane nel domestico.
    Per questo sento spesso vedovi che confessano candidamente che è dura da soli e pensano di non farcela.
    Se poi a tutto questo si aggiunge per caso la malattia o solo una minore autonomia le cose si complicano terribilmente.
    Uno cerca di adeguarsi, di curarsi – come ci si può curare da soli e in età avanzata – , di sopravvivere, anche se sempre più spesso ci si chiede a cosa vale restare ancora in vita.
    E così giorno dopo giorno il degrado erode e disfa personalità, dignità e ragioni di vita.
    Fino a ritrovarsi negli ultimi giorni di vita praticamente solo e in balia degli eventi.
    Fino al punto che uno non cerca e nemmeno chiede più aiuto. E questa è la fase che precede di poco la fine. Perché se non c’è qualcuno che ti aiuta, che ti da degli incoraggiamenti e della solidarietà, ma soprattutto un po’ d’amore, si tratta ormai di poco (e penoso) tempo.
    Qualcosa di simile è successo a Silvio.
    Rimasto senza Marisa che pareva fargli da moglie, da sorella e pure da mamma, ha tirato avanti più per forza d’inerzia che per volontà. Poi sono cominciati i problemi con la salute, sempre più importanti e aggravatisi negli ultimi tempi.
    Qualcuno si è dato un minimo da fare, ma forse non in maniera adeguata a quello che era necessario. I parenti erano pochi e non sempre disponibili e in condizioni di fare tutto il necessario.
    Anch’io mi sono ritrovato a tentare di dargli una mano assieme ad altri amici.
    Oggi che sappiamo che la sua fine è avvenuta dopo una sua sortita da casa (inconscia fuga?) per sentirsi male al suo orto, senza che nessuno lo sapesse o che glielo impedisse, e dopo aver passato una intera notte all’addiaccio in un ciglio nascosto a diversi sopralluoghi, dopo tutto questo non c’è da meravigliarsi se dopo due giorni all’ospedale sia crollato e ci abbia lasciato.
    Si può dire perfino la solita terribile frase “meglio per lui, è stata una fortuna, ha smesso di soffrire!”
    Può essere anche un punto di vista, ma può essere anche un lavarsi le mani e autoassolversi.
    Che società è mai questa? Una società dove un uomo oramai anziano che ha abitato la sua vita nel paese e con tutti i paesani, che ha giocato e ballato con i suoi amici in gioventù, che ha fatto il suo lavoro di barbiere fino alla pensione, che è andato a caccia fino a quando ha potuto, che non ha mai fatto male ad una mosca, e che quando arriva il momento del bisogno nessuno si accorge di lui e prende le necessarie iniziative per aiutarlo nel bisogno? Che società è mai questa?
    Forse sarebbe stato più fortunato a nascere e poi vivere in una tribù dell’Amazzonia o di una riserva di Indiani d’America. Sono certo che lì qualcuno avrebbe avuto il compito e l’incarico di tendere una mano ed occuparsi di lui.
    Ma si sa noi non siamo barbari come questi nativi, noi siamo più civili e ci scandalizziamo soprattutto per i cani abbandonati d’estate, e ci facciamo giustamente campagne per sensibilizzare il popolo disattento e cialtrone. Questo per gli animali. Per i cristiani ancora non è prevista nessuna prassi al riguardo.
    Per il momento, arrivati ad un certo punto della nostra vita, sarebbe forse meglio mettersi ad abbaiare e camminare a quattro zampe, magari legato ad un guard rail di una strada.

    • yoghi ha detto:

      Egregio granocchiaio
      dobbiamo aprirci al prossimo perchè nella vita può capitarci di tutto anche se ci sentiamo indistruttibili!
      Io dico che dobbiamo volerci bene in questa vita e viverla come fosse il paradiso terrestre…dopo non credo ci sia una ricompensa.
      Un abbraccio

    • mezzolitro ha detto:

      Vedi, ranocchio, come mi disse una volta Assunto Fregoli, “siamo nati pè soffrigge!” quindi bisogna regolassi di conseguenza.
      Così, per esempio, io non dò mai per scontato che il prossimo mi aiuterà nel momento del bisogno, ma se il prossimo ha bisogno di me, faccio il possibile senza guardare se si tratta di un parente o di un perfetto sconosciuto.
      Per quanto mi riguarda per adesso va abbastanza bene, nel senso che un ipotetico conto “dare/avere” mi vede (credo) in vantaggio o quanto meno pari e patta perchè la mì mamma c’ha sempre martellato cò “l’obbligatorietà della solidarietà” senza se e senza ma. Ora non metterti a pensare che io e i miei fratelli si faccia concorrenza a Madre Teresa di Calcutta, ci mancherebbe, lei (la mì mamma) diceva che andare a trovare i malati e gli anziani era già una cosa, poi , magari, quando eri lì che ci voleva a mette a posto la legnaia piuttosto che una imbiancatina alla cucina, oppure sistemare il giardino… e così via!
      Per Il Micio mi dispiace, lui era un pò scontroso, e a volte bisogna anche essere bravi a chiedere aiuto, non abbiamo fatto in tempo.

  2. Granocchiaio ha detto:

    Caro “mezzolitro”
    Nemmeno io dò per scontato che il prossimo mi aiuterà nel momento del bisogno, ma se il prossimo ha bisogno di me, faccio il possibile senza guardare se si tratta di un parente o di un perfetto sconosciuto. Non siamo soliti fare il saldo dare/avere dei nostri comportamenti e questo non è un bene. Ma se si vuole dar credito alla giuste raccomandazioni che ti dava la tu mamma devi ammettere che tirare le somme con una certa frequenza e costanza aiuterebbe di molto. In fondo la riflessione che ho fatto io pubblicamente non è altro che un guardarmi alla specchio, e vederci un po’ tutta la comunità. Quello che mi pare aver visto non è stato uno spettacolo particolarmente edificante. Per questo ho voluto condividere questa mia riflessione. Già il fatto di averla fatta e aver suscitato in qualcuno una reazione mi ripaga dello sforzo. Perché se alle parole non seguono i fatti, come si dice, è tutta aria fritta. Fermo restando che anch’io, come Assunto, posso condividere la battuta che “siamo nati pe soffrigge”. Ma non per friggere, e il soffriggere è sempre odoroso e foriero di buoni sviluppi.
    Ieri, udita in un locale del paese: “ha fatto come gli animali, è andato a morì in mezzo alla natura, dove l’ha portato il suo istinto”. Infatti quando fu ritrovato la mattina dopo, in forte ipotermia, alla domanda di come mai avesse dormito li all’orto, all’addiaccio, il Micio rispose: “si eh, io ho dormito ma a casa mia”. Questo per capire a che livelli di stupidità si può arrivare.
    Ha ragione il mio amico Yoghi che come la mamma di Mezzolitro, ci ricorda di volerci bene, senza ipocrisie e stolte miopie. Il problema è che troppo spesso siamo preparati nell’orale, ma quando arriviamo allo scritto son dolori!

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