Via Giuseppe Bandi, i Meacci e la Juve

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  1. Granocchiaio ha detto:

    Via Bandi, i Meacci e la Juve

    La prima casa di Via Bandi è stata quella di Paris Meacci (detto Parisse). Dovrebbe esse del 46 o del 47. Quella che oggi è una villa a due piani allora era un casetta ad un solo piano, in fondo ad una strada allora sterrata e con una gobba iniziale.
    Le fondamenta le fece tutte a mano Paris da solo: piccone e pala. Anche per questo non furono fatte molto profonde.

    L’impresa di costruzione era costituita da Averoldi Dringoli e Franceschino Dringoli come muratori, e Beppe Caloni nella veste di manovale.
    Allora si murava a calce (che doveva essere spenta), tutto proveniente dalla cava delle Ficaine sulla strada che porta da Braccagni a Sticciano, poco dopo il bivio per la fattoria delle Versegge. La cava era in gestione a Edio Castellucci di Montepescali.

    Lì venne ad abitare Paris che era del ’12, la moglie Assunta Nocciolini, Gianfranco (detto Mao) che era del ’37, la sorella Alba del ’39, ed il fratello Albo del ’46.

    Paris era un valente trattorista e tale sua bravura era nota e riconosciuta da tutti. Però raccontavano che una volta spento il trattore dovevano poi levargli la cassetta delle chiavi e degli altri arnesi perché tendeva a smontare per conto suo qualche particolare del trattore, ma puntualmente non era poi capace di rimontarlo.
    Aveva una faccia bruciata dal sole e una espressione sempre pronta ad aprirsi in un curioso sorriso.
    Ma aveva un’altra caratteristica che lo rendeva unico: aveva il vizio di ragionare a voce alta da solo. In pratica non si zittava mai: se parlava con un altro evidentemente parlava, ma appena finita la conversazione lui continuava a parlare: in pratica erano i suoi pensieri espressi a voce alta.
    Ricordo come fosse ieri che in quegli anni ’50 io dormivo nella nostra casa che era all’inizio di via Bandi, proprio davanti alla gobba, mentre la sua era alla fine. D’estate si dormiva a finestra aperta e la notte quando Paris rientrava dalla partita al bar o all’osteria lo sentivo chiaramente rimuginare a voce alta le giocate fatte dal suo compagno nel gioco e quelle degli avversari. Era fantastico!

    Gianfranco (il Mao) era il tifoso più tifoso che sia mai apparso nelle terre di Maremma. Essendo anche un ragazzo munito di ottimi gusti ovvio che fosse per la Juve. Dire fino a che punto fosse tifoso è impresa ardua. Però posso raccontare che per il giorno di Natale del 1957, quando tutti si presentavano in chiesa con il “vestito buono” come usava allora, il Mao si presentò con un incredibile e vistosissimo maglione a strisce verticali bianconere.
    Per i tifosi della Juve, come me per esempio, fu tutto un ammirare la sua fede bianconera e un po’ di invidia per aver osato farsi fare il maglione. Si perché il maglione era fatto in casa, cioè da una magliaia di Braccagni che all’epoca scommetto fosse Edda del Ciardi, la figliola più grande del Benci e della Gosta.
    Il maglione di per sé non fu invece apprezzato dagli altri non tifosi juventini che anzi lo giudicarono proprio brutto, anzi di cattivo gusto, ma non da me. Tanto che mi spinse ad emulare il gesto.
    Ma io mi misi di buzzo buono e disegnai un modello con un certo stile e poi andai da Edda per sentire se me lo faceva. Era un maglione con lo scollo a V, tutto bianco, ma nella V del collo c’era una riga nera che con il bianco del maglione ricordava il colore della Juve. Feci però aggiungere due strisce nere anche sulle maniche, come delle piccole fasce, all’altezza dove normalmente ci sta proprio la fascia da capitano, per cui non c’erano dubbi che era un omaggio alla nostra squadra.

    Essendo sette anni più grande di me non uscivamo certo assieme da ragazzi, ma quando ci si incontrava aveva sempre con me un tono gioviale ed amichevole. Forse facilitato dal fatto che sapeva che anche io era juventino.
    Poi Gianfranco nel 1960 emigrò in Germania dove lavorò alla Pepsi Cola di Francoforte.
    Quando rientrava in Italia scoprii che compiva una liturgia tutta sua, uno strano tragitto per arrivare a casa. Una volta arrivato alla stazione di Montepescali prendeva a piedi lungo i binari e andava verso la Stazione Vecchia. Una volta lì girava verso casa, per la strada che oggi si chiama Via Malenchini e arrivava quatto quatto a casa sua. Siccome ce lo beccai gli chiesi come mai facesse quel giro. Mi spiegò che arrivando da un lungo viaggio si sentiva sporco e malvestito e quindi non si voleva far vedere così dai paesani, sempre pronti a criticare e malignare su tutto e su tutti. Apprezzai questa sensibilità e non lo dissi allora a nessuno come mi aveva chiesto lui.

    All’epoca per i ragazzi più grandicelli c’era un modo abbastanza di moda per esaudire certe necessità: bastava essere maggiorenni ed andare a Grosseto al Villino Rosa o al Villino Azzurro.
    Queste “case di piacere” divennero “case chiuse” alla mezzanotte della notte tra il 19 e il 20 settembre 1958. Per questa ragione io non feci in tempo ad andarci maggiorenne, avevo solo 14 anni.
    Capivo che avrei perso un’occasione irripetibile e studiai come tentare l’impresa. Alla fine incrociai un amico braccagnino più grande di me, tuttora vivo e vegeto, tale Franco Morganti, al quale chiesi se mi ci faceva entrare insieme a lui. Lui non fece storie, tanto, mi disse, al massimo ti buttano fuori. E io tutto eccitato: si ma almeno ci provo, e poi vedo come è dal di dentro!
    Feci giusto in tempo a vedere un po’ di ragazze più o meno svestite, ma soprattutto la matrona che non tardò a scovarmi e con garbo, ma decisa, mi pregò di levarmi da tre passi.
    Il Mao, come altri suoi amici era un vero e alto passionista di questo sport, se così si può dire. Cioè delle due case colorate, poi divenute case chiuse. So per certo che l’ultimo giorno era là a dare addio al luogo tanto amato con gli amici di allora: il Ciotti, Giorgio Masini e Carmelo Causarano. Tutti come lui grandi appassionati cultori del genere.

    Il Mao rientrò dalla Germania con due figli e una moglie.
    Il figlio più grande si dette al calcio e fece in tempo a lasciare un segno tangibile del suo passaggio in questo sport. Ancora oggi vedendo osannato sui più famosi campi di calcio Zlatan Ibrahimovic non è difficile vedere che questi altro non è che l’evoluzione della specie: dal Fritz a Ibra!

  2. mezzolitro ha detto:

    Non so dave vuoi andà a parare, o forse sì, quindi lo scrivo subito, così ci si leva il pensiero.
    Tutto bello, il maglione bianconero ecc…, capisco che per un ragazzino il tifo sportivo contribuisce a sentirsi parte di un gruppo/comunità, però poi ad un certo punto comincia l’era Moggi-Bettega-Giraudo e il disincanto finisce.

  3. Granocchiaio ha detto:

    Caro mezzolitro devo dirti che hai preso proprio una pista sbagliata.
    Divenni juventino a 7 anni perché assieme a Franco Minucci e suo fratello Agostino decidemmo che era arrivato il momento di tifare per una squadra. Mi pare che facemmo una specie di conta e così scegliemmo ognuno di noi tra Juventus, Milan e Inter. A me toccò la meglio.
    Da allora divenni tifoso juventino e i nomi mitici divennero poi per me: i vari Viola , Mattrel, Vavassori, Burnich, Càstano, Cervato, Leoncini, Emoli, Mora,Stacchini, Stivanello, ma soprattutto Boniperti, Charles, Sivori.
    Per terminare poi nei tempi di Zoff, Cuccureddu, Gentile, Furino, F. Morini, Scirea, Causio, Tardelli, Boniek, Boninsegna, Benetti, Bettega, Rossi, Platini. Ultima squadra che ho veramente seguito ed amato.
    Ma da ultimo ero oramai uno che se la Juve vinceva “avevamo vinto”, se la Juve perdeva “la Juve aveva perso”.

    L’ultima volta che vidi giocare dal vivo la Juve fu un Milan-Juve che andai a vedere con il pulman del Milan club di Grosseto nella stagione 1983-1984. La partita finì 0-3 per la Juve con reti di Platini, Rossi e Vignola.

    La formazione era praticamente con i giocatori che ho appena citato. La Juve vinse (quindi fuori casa) ma io dovetti stare zitto per tutto il tragitto di ritorno.

    Dopo non solo la Juve, ma è stato il calcio tutto che mi ha interessato sempre meno, fino a spegnersi praticamente del tutto. Anche oggi se ne parlo è più per scherzo che per altro.

    Piuttosto vedo che hai dei nervi a fior di pelle, da cui deduco che non sei dei miei, magari interista, ma comunque un po’ frustrato. Mi spiace, perché mi sa che sei sempre tifoso di calcio e chissà quanto ti rode. Di tutto.

    Questo detto ti voglio far notare che la Juve citata nel racconto era funzionale alla storia, in particolare del Mao. Tutto qui.

    • nello ha detto:

      Gli rode sì, ricorda la Triade perchè, non faccio polemiche astruse il prcesso di Napoli ha sentenziato, pur pulita alla Vecchia Signora hanno tolto due titoli e, quel che è più grave, le hanno tolto 7 anni di vita. Ora è rinata e lui milanista ha visto sfuggirgli prima la Coppa Italia e poi il Campionato da quella squadra di bianconero vestita.

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