Edo (Carnera), il mio sassofonista preferito

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ancora foto di Edo

questo era Edo, Carnera per me

questo era Edo, Carnera per me

sax 450

 Edo Ferrandi (Carnera) suonava questa musica qui

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  1. Granocchiaio ha detto:

    Carnera, il mio sassofonista preferito
    Sapevo che Edo (il mio Carnera) non stava bene.
    L’avevo sentito già quando stavo per terminare il libro. Mi aveva incoraggiato con il calore e l’affetto che sempre mi ha dimostrato. Poi infine il libro è uscito e gli ho telefonato per questo. Mi disse che non si sentiva troppo bene, ma che l’avrebbe cercato e letto. E così fu. L’ho poi incontrato casualmente in Via Emilia, vicino a casa sua. Mi abbracciò e mi salutò con gli occhi lucidi chiamandomi Giorgio, il nome di mio babbo. Ci feci un piantino allora e anche ora che scrivo gli occhi mi si bagnano.
    Gli ho voluto tanto bene al mio Carnera. Tantissimo.
    Sono sicuro che l’hanno sistemato in un posto privilegiato riservato ai grandi musicisti, quelli veri e bravi come lui, e si consolerà conoscendoli dal vero e suonando finalmente con tutti loro. Anche i suoi idoli americani.
    Qui di sotto il brano che gli ho riservato nel libro

    • Granocchiaio ha detto:

      L’officina (nella fattoria degli Acquisti)

      ……………………..
      Il marchingegno più spettacolare era senz’altro la forgia. Veniva accesa quasi ogni mattina, e in certi periodi rimaneva accesa tutto il giorno. Dapprima il carbone veniva acceso con un fuoco di tavolette, poi alimentato con delle ventole, prima a mano, poi elettriche. Restavo ipnotizzato a vedere questa lavorazione. Prima il ferro veniva fatto scaldare dentro i carboni ardenti, fino a farlo diventare rosso, sempre di più, ed infine giallo splendente ed accecante come il sole. Quando il ferro così bianco e rovente veniva tolto dal fuoco emetteva già lui, di per sé, scintille secche e lucenti. Veniva quindi messo sotto il maglio o sopra l’incudine e iniziava il concerto del martello, che batteva colpi sul pezzo da forgiare. Ogni tanto i colpi finivano sull’incudine nuda, giusto per non perdere il ritmo, facendo rimbalzare il martello su di essa. E poi di nuovo sul pezzo, fino a che questo rimaneva rovente e forgiabile. Quando poi il colore variava dal giallo al rosso arancio, e poi rosso sempre più cupo, fino a riprendere il bel color grigio azzurro del ferro, il pezzo veniva rimesso dentro il carbone, per una successiva riscaldatura.
      A seconda del pezzo, a fine lavorazione, questo veniva immerso nell’acqua per fargli la tempera, renderlo cioè più adatto al lavoro cui era destinato. Allora si sprigionava con violenza una nube di vapore, che solo più tardi ho scoperto contenere anche idrogeno allo stato atomico. Io allora non lo sapevo e andavo ad annusare pure quello.

      Il ragazzo che sistemava la carbonaia, caricava la forgia, spazzava per terra, faceva il carbonaio, era di Montepescali e il mi’ babbo lo chiamava “Carnera”, per sottolineare scherzosamente la differenza di fisico tra il pugile e lui. Aveva provato prima a lavorare nei campi, ma gli erano successi dei guai perché non ce la faceva e allora il mi’ babbo lo provò come aiuto in officina, alle sue dipendenze dirette e a quelle di Gigiotto Paladini, che faceva un po’ da vice capo officina, anche lui di Montepescali. Carnera si chiama in effetti Edo Ferrandi e, dopo che il mi’ babbo gli disse che anche questa non era un’occupazione per lui, andò a lavoro a Grosseto, prima a vendere libri, poi entrò alla Camera di Commercio dove lavorò per cinque anni, ed infine entrò con un concorso alle Poste a Grosseto. Ma soprattutto diventò il più bravo sassofonista di tutta la provincia, con una passione e un sentimento infinito e di classe per la musica che eseguiva. Si esibiva nei più svariati generi, ma con particolare predilezione e risultati per lo swing e le grandi orchestre americane.
      Toccò il suo apice di carriera con la formazione dei favolosi “DELFINI” degli anni ’50 e ’60, con Zomba – al secolo Fosco Marchetti, favoloso cantante-contrabbasso, il povero maestro Peccianti alla batteria e Venio Fiorentini fantastico e raffinato pianista. Ho avuto la fortuna di suonare indegnamente la chitarra nell’ultima formazione dei DELFINI nel 1966, ma in quell’epoca Edo non c’era più. Lui ricorda che almeno una volta abbiamo suonato insieme, a me non sembra, ma sarebbe bello se avesse ragione lui. Ha continuato a suonare anche da solo e fino alla vecchiaia, con l’ausilio dei ritrovati ipertecnologici che l’elettronica e i moderni sistemi hanno messo a disposizione, dando così sfogo alla sua nascosta grande vena di arrangiatore.

      …………………………

      Tratto dal libro “Imiei Acqusiti in Maremma” di Roberto Tonini

  2. fabrizio fabbrini ha detto:

    L’Eros della bellezza musicale

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