Il corpo come strumento musicale – (Festival MelodiadelVino – Tenuta Rocca di Montemassi 4 luglio 2013)

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  1. Granocchiaio ha detto:

    Il corpo come strumento musicale

    Ci vado, non ci vado, ma si che ci vado. Eccome se ci vado!
    È uno degli ottimi concerti che fortunatamente da un po’ di tempo a questa parte si trovano d’estate qui in Maremma.
    Questo è un po’ più speciale perché si svolge in una cantina famosa, Rocca di Montemassi, della famiglia Zonin.
    Ma anche questo di fare concerti di ottimo livello nelle cantine più famose e blasonate, magari con firma del top architetto, non è più una rarità.
    Con una certa malignità viene da pensare che queste cattedrali certe volte paiono più adatte a questi spettacoli che ad un uso razionale per cui sono nate.
    Non è questo il caso. Insomma, qui il luogo è bellissimo, la cantina si capisce subito che è ben progettata, è in perfetto stile, colore e calore maremmano, ben curata, ma soprattutto è funzionale all’uso per cui è nata, fare cioè buon vino.

    Il concerto si presenta così:
    Pianoforte: Beatrice RANA – Italia
    Programma: SCHUMANN: Variazioni “Abegg” op. 1
    SCHUMMAN: Studi sinfonici op. 13
    CHOPIN: 24 preludi op. 28

    All’ora prestabilita, e cioè con mezzora buona di ritardo, (pare che di questa discutibile abitudine non se ne possa proprio fare a meno in queste rappresentazioni artistiche), accomodati i numerosi ospiti, di cui molti stranieri (in particolare inglesi, tedeschi, svizzeri, americani), sistemate nelle file distinte le autorità, civili e militari, parte il concerto.

    Il presentatore francese ci spiega cosa sia “Melodia del Vino, il Festival Internazionale che unisce musica classica e sapori del luogo”.
    Interessante, ma io penso già a questa ragazza di 20 anni, così famosa un po’ in tutto il mondo, a come sarà, che impressioni mi darà.
    E infine arriva, lei, Beatrice Rana.

    Un abito in decolté color oro. Non è alta, ma nemmeno bassa. Capelli sapientemente pettinati come un cameo. Ha carnagione chiarissima e castano scuri i capelli.
    Parte la musica, ora piano, ora forte, come deve fare appunto un pianoforte. Solo che per lei i “piano” sono spesso “pianissimo” e i forte dei “fortissimo”. Mi pare molto espressiva, con una tavolozza di colori molto fornita, roba da genuino carattere del sud. Beatrice è di origine pugliese.
    In tutta la serata non c’è un pezzo che sia un pezzo che io conosca. La mia oceanica ignoranza ha segnato ancora una volta un record di profondità.
    Parte la musica: è piacevole, interessante, coinvolgente.
    E poi c’è lei, c’è Beatrice.

    Quando nel brano si comincia a sentire l’interprete, cioè lei, le sue espressioni, le sue pause, i suoi silenzi, le ripartite, i crescendo, il martellare violento di accordi imperiosi, seguo nei minimi particolari le espressioni del suo corpo e del suo viso. Anche quando pare immobile.
    Le braccia ed il corpo tutto assecondano l’esecuzione con gesti adeguati, mai plateali. Il minimo necessario e indispensabile, quello ovviamente c’è.
    Il volto sembra assente, sembra seguire solo ed esclusivamente la musica.
    Noto che il suo profilo sembra quello di antiche monete. Gli zigomi alti appena segnati. No, ecco, mi pare più un profilo mediterraneo, o forse portoghese. Giovane e ventenne.
    Non si perde in mille espressioni del viso. Anzi, è parsimoniosa e si lascia andare solo nei momenti cruciali.
    Certe volte guarda in alto, come per cercare un attimo di rilassamento, un ricaricare le batterie.
    Via via che il concerto procede seguo sempre meglio lei e la sua interpretazione.
    Pur essendo misurata nei gesti e nelle espressioni facciali, mi pare sempre molto coinvolta e coinvolgente.
    Poi, nei momenti di maggiore espressività e veemenza della musica, noto una cosa già osservata su altri grandi artisti.

    La trasfigurazione.

    Realizzai per la prima volta queste sensazioni guardando ed ascoltando Pavarotti in un recital.
    Quando l’esecuzione attraversa momenti topici, di grande spessore, di grandissima espressività, mi accorgo che il corpo non è più comandato da chi lo abita, da un Pavarotti o da una Beatrice.
    È la musica che prende possesso del corpo e non viceversa.
    In quei momenti il corpo pare non più guidato dal legittimo titolare, ma da uno spirito superiore che se ne è impossessato.
    Lo noti facilmente guardando gli occhi quasi smarriti dell’esecutore. Occhi sperduti e posseduti, appunto. Occhi di chi pare meravigliato quanto te da tanta potenza formale ed espressiva. Occhi che paiono dirti: “non sono io che canto, non sono io che suono, io presto solo il mio corpo non so bene a chi, ma non sono più io a condurre il treno”.
    Occhi smarriti, meravigliati, ma non terrorizzati. Occhi da posseduti. E il corpo a completo servizio dell’arte.
    Certe volte è lo strumento che trasmette qualcosa a Beatrice: quando lei affonda le mani con potenza sulla tastiera, il pianoforte gli risponde con sonorità facendo tremare le sue giovani guance.

    Al termine di ogni pezzo vi è un momento, intensissimo, di pausa, di silenzio: è il momento in cui l’artista riprende pieno possesso del suo “essere”, del suo corpo.

    E allora il volto s’illumina di una luce radiosa e felice. Dal sorriso celestiale capisci che é lei la prima a gioire per quello che è riuscita ad offrirti, la sua esecuzione. È per lei il momento di ricevere. E il pubblico applaudendo e approvando chiude di questo meraviglioso scambio.

    Che strani animali umani!

    Tutta l’arte, ma anche tutte le forme espressive si uniformano nel sottolineare quanto di individuale ed unico è presente in ciascuna creatura artistica. L’intera manifestazione canora non può altro esprimere che la rappresentazione dell’uomo in tutte le sue tipiche caratteristiche somatiche, affettive, emozionali e naturalistiche, artisticamente espresse, così come bene costatato, nel concerto di Montemassi.

    Nota a margine
    Vicino a me siede un giovane babbo, sua suocera (non credo sia sua mamma), poi sua moglie e quindi suo suocero.
    La suocera tiene in collo una creaturina che sono convinto avrà si e no un mese di vita. Ha il biberon fisso in bocca e pare tranquillissima. Mi viene da pensare cosà potrà succedere quando inizierà il concerto.
    Poi non ci faccio più caso e seguo il concerto. Però con la coda dell’occhio ogni tanto guardo la piccola bimba (ho deciso che sia femmina) tenuta in collo con il volto rivolto verso il palco, come ad udire e vedere meglio lo spettacolo.
    Resto piuttosto stupito, e prendo atto che è tutto ok. Siccome però vedo che non accenna nemmeno a chiudere gli occhi e a dormire, mi viene il sospetto che gli abbiano dato qualcosa per tenerla così calma. Una pozione magica, magari un po’ di camomilla.
    Comunque ha gli occhietti aperti e se ne sta buona e attenta.
    E così va avanti per un bel po’.
    Verso la fine della prima parte, in un momento di qualche “pianissimo”, esce finalmente un gemito da parte dell’esserino. Vai ci siamo, penso, ora voglio proprio vedere cosa succede. Ma come si fa a venire ad un concerto con un creatura di quell’età?
    Mi sento in imbarazzo per loro. Specie pensando che prima o poi la bimba si deciderà ad emettere finalmente un suo legittimo strillo di pianto.
    E invece niente. Mi volto e vedo che stanno uscendo con grande attenzione a non far rumore la nonna, la mamma e la bimba. Restano qua il babbo e il suocero.
    Mi meraviglio alquanto di come abbiano ben gestito la faccenda. Penso che io, ai miei tempi, pur essendo un tipo abbastanza spregiudicato, prima con le figlie e poi con i nipoti, penso che non avrei mai avuto il coraggio di fare una cosa del genere.
    Poi, alla fine della prima parte del concerto, i due signori si alzano e non volendo li sento parlare, forse commentano lo spettacolo.
    Forse, perché parlano un idioma che non comprendo, ma sicuramente non è italiano.
    E allora mi capacito e mi consolo, non erano italiani!

  2. Giorgio ha detto:

    Caro Roberto,
    ho letto con piacere quanto hai scritto.
    Anche io ho subito il fascino di queste serate estive, in luoghi particolari in cui giovani sacerdotesse ci fanno accedere ai riti dionisiaci attraverso la loro arte musicale; e Dioniso con il vino ci casca a proposito.
    A me è successo la scora estate nella villa della regina di Olanda a Porto Ercole dove ho assistito a un concerto per pianoforte e violino; la violinista era una visione celestiale, di una bellezza angelica, con una lunghissima coda di capelli biondi e vestita con un vestito rosso dalle linee semplici… Non ricordo che brani musicali hanno eseguito i due ma ricordo di essere stato benissimo!
    L’ambiente era un po’ quello che descrivi, molti stranieri, molto informale nonostante la presenza di regina & c.. Mentre nella normale ritualità dei tetri musicali italiani, tipo Scala, oramai si va più per apparire che per ascoltare e quindi la forma e l’etichetta contano più della sostanza.
    Poi ci sono musicisti che sono presi talmente dall’esecuzione che una volta partiti riuscirebbero a continuare a suonare con il terremoto e sotto bombardamento e chi come Keith Jarrett interrompe il concerto perché uno in sala ha starnutito. Ma non credo per capriccio; ho avuto il piacere di sentirlo alla Fenice di Venezia, nei primi anni ’80, era ancora nel suo momento di grazia, ed era così concentrato su quello che improvvisava, sui suoni che uscivano dal pianoforte o che erano nell’aria, che mentre eseguiva un pezzo si sentì un trillo leggerissimo di telefono, probabilmente nella hall del teatro, Jarrett fece una breve pausa della tastiera e riprese la melodia sulla tonalità e ritmo di quel trillo! Da rimanere a bocca aperta! Uno dei concerti più incredibili a cui ho assistito, uscii come drogato, tanto che sul traghetto per tornare a casa della mia amica veneziana con cui ero dei ragazzi ci chiesero se avevamo “roba” da vendergli!!
    D’altronde la musica è nata e ha sempre avuto il ruolo di metterci in contatto con altre dimensioni, religiose o orgiastiche che siano (come avviene negli attuali carnai discotecati) e i musicisti sono gli officianti che mettendosi in contatto con questa dimensione ci fanno da Virgilio e “interpreti” (non sarà un caso che vengano chiamati proprio così).
    Proprio oggi su lLa Repubblica c’è un articolo che prende spunto dall’ultimo “capriccio” di Jarrett ad Umbria Jazz che ha suonato di spalle al pubblico e al buio contro l’imperversare dei videotelefonini, flash ecc.
    Nell’articolo si cita anche il pianista polacco Krystian Zimerman che ha interrotto l’esecuzione perchè lo video riprendevano durante un concerto e il violinista Lukas Kmit che ha interrotto una esecuzione riprendendo la improvvisando sul trillo di un cellulare del pubblico che stava “suonando”.
    Un altra cosa che da mal tentato chitarrista ho sempre notato, e che mi spiega come i concertisti facciano a ricordare lunghissime partiture senza bisogno di spartiti, è la capacità di qualche parte del nostro sistema nervoso più profondo e anche del corpo, di memorizzare le partiture. Anche a te come a me sarà successo, anche con decenni di non esercizio, come fosse andare in bicicletta, di trovare due note di un qualche pezzo che suonavamo secoli prima e ripartire in automatico …
    La memoria del corpo?

    • Granocchiaio ha detto:

      “il fascino……. di giovani sacerdotesse”: sintesi fulminea ed efficace.

      In effetti io ho parlato di trasformazione e prestazione sopra le righe del corpo umano che, nel caso specifico era quello di Beatrice, ma lo mettevo in relazione anche con Luciano Pavarotti. Ora sulle qualità tecniche ed interpretative di big Luciano non credo ci sia dubbi, come dubbi non ci dovrebbero essere che tutto fosse fuorché “una giovane sacerdotessa”.

      Però il tuo accenno è più che vero: il corpo femminile è un vettore molto efficace e suadente di piacevoli sensazioni. A prescindere. Per farti un esempio ci sono degli strumenti che solo vederli suonare da una donna evocano chiari e piacevoli messaggi erotici.

      Ricordo una sensualissima Marilyn Mazur percussionista con Jan Garbarek in un loro concerto alla cavallerizza di Grosseto (anni ’90). Ma è godibile anche in altre numerose performances facilmente scovabili su Youtube.

      Ricordo anche una incredibile sassofonista di cui però non mi sovviene il nome. Ma ricordo bene il rapporto che aveva con il suo sax.

      Ma lo strumento che secondo me intriga più di ogni altro è il violoncello. Ricordo la prima volta che ebbi queste sensazioni nel vedere la violoncellista Julie Miller di Saranno Famosi interpretata da Lori Singer. Era bellissima e conturbante. Ma anche dopo ogni volta che al violoncello c’era una donna l’effetto si ripropone. Forse dipende dal modo in cui questi strumenti vengono imbracciati (o abbracciati?) dalle ragazze.

      Per avere qualcosa di simile per i maschietti secondo me bisogna andare senza esitazione sulla chitarra elettrica.

      Fatta questa digressione ritorno al tema.

      Certo con le donne per me è una storia diversa che con gli uomini. Generalmente quando si esibiscono delle brave artiste a me pare che le belle diventino bellissime e le bellissime celestiali o angeliche. Come dici tu. Per gli uomini ci vuole invece bravura pura e semplice.

      Sulla memorizzazioni delle partiture deve essere come dici tu. Per memorizzare delle lunghe poesie o prose da recitare in pubblico credo sia possibile solo a dei fenomeni come Roberto Benigni, non hai comuni mortali. Ma memorizzare un brano musicale è effettivamente diverso, più facile e più duraturo. In quella partizione del nostro Hard Disk cerebrale.

      Eh, si fa presto a dire “il nostro corpo”. Come è fatto e come funziona è un’altra storia.

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