C’era una volta: il Santo Sepolcro ……..e altro

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La veccia per il Santo Sepolcro

             Già a gennaio si poteva seminare la veccia. La veccia era considerata all’epoca quasi un’infestante e veniva recuperata dagli scarti della trebbiatura e dalla respigolatura, cioè il ripasso nei campi dove si era raccolto per recuperà i semi caduti a terra. In effetti la veccia è una leguminosa che entra nella dieta per i piccioni, determinando la bontà delle carni. Lo scopo di questa semina particolare era quello di avere poi, per la Settimana Santa, un bel vaso fiorito di quest’erba. In effetti non era fiorito, era solo imbianchito a forza, perché fatto crescere in mancanza di luce. Una volta nata si metteva infatti o dentro qualche vecchio forno abbandonato o in qualche angolo buio. Non veniva innaffiato di frequente, perché l’umidità era assicurata dal luogo chiuso e protetto che si sceglieva. Quando si arrivava, diciamo così, a maturazione, la veccia si doveva presentare come dei fili molto lunghi e fitti, tanto da ricadere come fossero dei fini capelli, e doveva avere un colore giallo paglierino chiarissimo, quasi bianco. Era una gara a chi le faceva più belle, era un vanto della famiglia o della persona a chi riusciva a farla più lunga, più fitta, più chiara e più sana.

Una volta pronta, veniva portata con orgoglio in chiesa, per la preparazione del Santo Sepolcro. Veniva cioè fatta una composizione artistica di questi vasi per commemorare il Santo Sepolcro di Nostro Signore. Quest’abitudine è continuata fino a verso la fine degli anni ’50, poi, suppongo, più per un certo qual lassismo per mancanza di voglia più che di veccia, anche questa bella abitudine è scomparsa. Maria Soldati, di Palle del Dottarelli, dice di essere stata forse l’ultim a smettere: l’ultima volta che portò i suoi vasi in chiesa s’accorse che rimasero loro due lì da soli, e così non li fece più nemmeno lei.

veccia

la veccia

Gli ovi colorati

Sempre Maria di Palle mi racconta come coloravano l’ova per Pasqua. Era una colorazione tutta al naturale e casereccia per rende’ l’ova più belle, più delicate e attraenti.

Pe’ coloralle di verde si prendevano le foglie di carciofo e anche qualche carciofo, e si facevano bollire nell’acqua. Nella settimana Santa normalmente ci sono già i primi carciofi. Una volta che l’acqua era bella verde ci si faceva bollire anche l’ova, che a fine cottura rimanevano colorati di un bel verdolino.

Pe’ falli rosa bisognava invece bollire delle barbabietole rosse e poi di nuovo ribollire l’ova in quest’acqua colorata. L’ova restavano allora di un bel rosa. Pe’ falli infine gialli si doveva far bollire nell’acqua un po’ di perzemolo e un po’ di zafferano. Il colore giallino che veniva era qualcosa di stupendo.

            Così con pochi accorgimenti, molto buon gusto e sicuramente pochi troiai, come ci so’ oggi, si decorava la casa e si rendeva più gentile e accogliente tutto l’ambiente

uova-colorate

liberamente tratto dal libro “I miei Acquisti in Maremma” di Roberto Tonini

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  1. Granocchiaio ha detto:

    La veccia per il Santo Sepolcro

    Già a gennaio si poteva seminare la veccia. La veccia era considerata all’epoca quasi un’infestante e veniva recuperata dagli scarti della trebbiatura e dalla respigolatura, cioè il ripasso nei campi dove si era raccolto per recuperà i semi caduti a terra. In effetti la veccia è una leguminosa che entra nella dieta per i piccioni, determinando la bontà delle carni. Lo scopo di questa semina particolare era quello di avere poi, per la Settimana Santa, un bel vaso fiorito di quest’erba. In effetti non era fiorito, era solo imbianchito a forza, perché fatto crescere in mancanza di luce. Una volta nata si metteva infatti o dentro qualche vecchio forno abbandonato o in qualche angolo buio. Non veniva innaffiato di frequente, perché l’umidità era assicurata dal luogo chiuso e protetto che si sceglieva. Quando si arrivava, diciamo così, a maturazione, la veccia si doveva presentare come dei fili molto lunghi e fitti, tanto da ricadere come fossero dei fini capelli, e doveva avere un colore giallo paglierino chiarissimo, quasi bianco. Era una gara a chi le faceva più belle, era un vanto della famiglia o della persona a chi riusciva a farla più lunga, più fitta, più chiara e più sana.
    Una volta pronta, veniva portata con orgoglio in chiesa, per la preparazione del Santo Sepolcro. Veniva cioè fatta una composizione artistica di questi vasi per commemorare il Santo Sepolcro di Nostro Signore. Quest’abitudine è continuata fino a verso la fine degli anni ’50, poi, suppongo, più per un certo qual lassismo per mancanza di voglia più che di veccia, anche questa bella abitudine è scomparsa. Maria Soldati, di Palle del Dottarelli, dice di essere stata forse l’ultim a smettere: l’ultima volta che portò i suoi vasi in chiesa s’accorse che rimasero loro due lì da soli, e così non li fece più nemmeno lei.


    Gli ovi colorati

    Sempre Maria di Palle mi racconta come coloravano l’ova per Pasqua. Era una colorazione tutta al naturale e casereccia per rende’ l’ova più belle, più delicate e attraenti.
    Pe’ coloralle di verde si prendevano le foglie di carciofo e anche qualche carciofo, e si facevano bollire nell’acqua. Nella settimana Santa normalmente ci sono già i primi carciofi. Una volta che l’acqua era bella verde ci si faceva bollire anche l’ova, che a fine cottura rimanevano colorati di un bel verdolino.
    Pe’ falli rosa bisognava invece bollire delle barbabietole rosse e poi di nuovo ribollire l’ova in quest’acqua colorata. L’ova restavano allora di un bel rosa. Pe’ falli infine gialli si doveva far bollire nell’acqua un po’ di perzemolo e un po’ di zafferano. Il colore giallino che veniva era qualcosa di stupendo.
    Così con pochi accorgimenti, molto buon gusto e sicuramente pochi troiai, come ci so’ oggi, si decorava la casa e si rendeva più gentile e accogliente tutto l’ambiente.

    liberamente tratto dal libro “I miei Acquisti in Maremma” di Roberto Tonini

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