Vino del Contadino, Vino Naturale: quanta strada nei miei sandali……….

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tvino contadino

 

 

In principio era “il vino del contadino”

Oggi è il vino “naturale”

Si è fatto un bel progresso (?)

 

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  1. Granocchiaio ha detto:

    In principio era “il vino del contadino”
    Oggi è il vino “naturale”

    Si è fatto un bel progresso (?)

  2. Ric ha detto:

    E non è tutto: ho comprato un vasetto di miele e lo ho pagato meno che dal mio negoziante. Lui ha detto “Costa meno perché ci mettono dentro sai che cosa…”.
    Ora, se c’è un prodotto naturale non sofisticabile è proprio il miele, solo che il miele italiano costa una cifra ed una miscela di mieli “comunitari” (leggi: provenienti dall’Ungheria o dalla Romania) costa un’altra. La domanda che mi pongo è questa: una produzione agroalimentare non prodotta in Italia, sia vino o miele od altro, deve per forza essere non naturale come quella italiano, o di peggiore qualità? Caro Granocchiaio siamo solo noi italiani i depositari della qualità? I nostri prodotti sono più “naturali” degli altri?

  3. Granocchiaio ha detto:

    Purtroppo è così: la cialtroneria nel linguaggio nei vari media imperversa. È sempre più difficile capire come stanno veramente le cose, dov’è la verità e dove non c’è. Dove c’è chiarezza e dove c’è molto fumo che impedisce di vedere chiaramente le cose come stanno.

    Partiamo da capo. Un prodotto “naturale” non è automaticamente un prodotto migliore di un altro. E qui non ci piove. In compenso spesso ci diluvia!

    Parliamo di vino.
    Di quello del contadino, di quello delle Cantine Sociale, di quello biologico e finalemente di quello NATURALE.

    A chi fosse sfuggito il dettaglio, il vino NON E’ IL PRODOTTO NATURALE DELL’UVA, PERCHE’ IL PRODOTTO NATURALE DELL’UVA È L’ACETO.

    Solo con l’intervento dell’uomo che applica diverse tecniche si ottiene il vino. Che a sua volta, con le opportune tecniche, si riesce a mantenerlo tale e bevile per un certo periodo di tempo. Anzi, nelle migliori ipotesi, a farlo migliorare. Anche per anni.
    Per quelli più anzianotti come me è facile ricordare com’era di regola “il vino del contadino” dalle nostre parti quando eravamo ragazzi. Se tutto andava bene, all’inizio era profumatissimo e gradevole a bere. Magari con una puntina di asprigno, ma con il tempo questa poteva smussarsi, o prendere direttamente la via dell’aceto e dell’ossidazione, specie nei bianchi.. Ma poteva avere anche un po’ di abboccatino. Non tutti i vini del contadino erano così, solo la stragrande maggioranza.
    Le ragioni erano diverse ma sostanzialmente due. Da noi la mezzadria faceva andare al primo posto la QUANTITA’, non certo la QUALITA’. C’erano bocche da sfamare e benzina da mettere nel motore, mica fare tante seghe. Secondo, anche volendo attuare tecniche più indirizzate alla qualità che alla quantità, non molti ne erano sufficientemente preparati.
    Le cose cambiarono a partire dagli anni ’60 quando con le Cantine Sociali si scoprì anche la figura dell’Enologo. O Egogolo, come veniva chiamato dalle nostre parti. Sia in vigna che in cantina si misero in atto tutta una serie di misure atte ad una migliore riuscita qualitativa del vino e alla sua conservazione.
    All’inizio fu l’epoca “del vino fatto con le bustine” come si sentiva dire da chi non voleva accettare questa realtà. Salvo poi andare di nascosto dall’enogolo con una bottiglia di mosto o di vino nuovo – ben incartata per non farla vedere alla gente – e poi chiedergli se poteva fare le analisi a quel “vino di un suo amico”. Le conseguenti “prescrizioni” venivano fatte quasi di nascosto e forse con una punta di vergogna. Magari con l’enologo che faceva da dottore e da farmacista fornendo direttamente lui i prodotti, magari con le dosi già belle e pronte. Piano piano poi le cose cambiarono e queste elementari tecniche vennero assimilate dai produttori più attenti. Dopo un paio di decenni queste tecniche avevano raggiunto una diffusione pressoché totale.
    Tanto che qualche delinquente pensò bene di applicarle in maniera più criminale che disinvolta determinando il famigerato e tristo “scandalo del metanolo”. Si era nel 1986 e dopo questo picco di folle delinquenza tutto cambiò. L’uso di tecniche e prodotti fu più consapevole e diffuso. È da allora che veramente in Italia il vino ha fatto dei passi da gigante.
    Aggiungiamoci un’altra decina di anni e si arriva a constatare sempre di più che il vino prodotto per essere venduto ha bisogno di marketing spinto. Si può produrre il migliore vino del mondo, ma se non si ha le necessarie tecniche di vendita questo rimane in cantina.
    Anche per questo prese campo l’idea del “biologico”. Nato inizialmente dal rifiuto di certe tecniche e di certi prodotti in verità certe volte non ben usate e forse abusate. Dapprima bevuto solo dagli asceti in quanto biologico si, ma praticamente quasi imbevibile. Poi piano piano divenuto prima bevibile e poi, in certi casi, perfino buono.
    Poi il marketing fece un ulteriore passo. Siamo arrivati a riscoprire tecniche di terre e tempi distanti, come l’uso delle anfore interrate, ma anche, infine, all’agricoltura biodinamica.
    Che, come dice in estrema sintesi una mia amica:
    “…………..la biodinamica è oggi considerata una pseudoscienza.

    Perché se ne parla sempre di più? Perché pare che oggi sia questa la questione essenziale del vino.

    La cosa più stupefacente è che questo vino, non di rado assai discutibile in quanto a bevibilità, viene venduto a dei prezzi che dire strabilianti è dire poco.

    Ma parafrasando il noto filosofo Vujadin Boskov: prezzo giusto è se c’è gente che lo paga!

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