Parte 7° Il concerto

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Parte 7°

Il concerto    

19 noi 4 in poltrona

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The Shadows Part 1 From The Final Reunion 14:14


The Shadows Part 2 From The Final Reunion 13.32

La sera del concerto degli Shadows sono uscito dall’albergo e ho accusato subito un forte dolore alla vita, dalla parte destra. Insomma era il fegato che voleva dire la sua, forse per il lavoro extra per qualche “degustazione” parigina di troppo, o troppo spinta o fuori norma. Soffro in silenzio se no oltre il male c’era da subire pure la tiritera della mia signora con relativa predica che so a memoria. Insomma, pensando poi allo spettacolo, pensavo speriamo che mi passi un po’, se no te l’immagini che gusto aspettare  una vita per sentirli e poi presentarsi con una colica di fegato?

Insomma non è che mi avvolgessi dal dolore, ma certo la sentivo abbastanza evidente.

Alla fine una volta seduti nelle comode poltrone del Grande Anfiteatro cerco una posizione di fianco per comprimere la zona ma l’effetto non è poi così benefico. Poi si parte e canta Cliff Richard che non è poi tanto male come temevo, tiene bene la scena, canta bene e si muove con mestiere – mi pare che sia meglio quando canta che quando parla, pare che ci’abbia una dentina in bocca, ma forse è il suo inglese o il suo dialetto (?) , boh – e poi ci sono LORO li ad accompagnarlo e sono proprio LORO, non c’è niente da dire.

Eleganti, tutti vestiti in nero e con il loro caratteristico stile.

Brian Bennet il batterista, un po’ spelacchiato e con un accenno di pancetta, è in formissima, sembra un ragazzino, “spingeva a fondo come un ciclista gregario in fuga” (Boogie – Paolo Conte)

Bruce Welch mio personale idolo, con il fisico sembra un contadino venuto a suonare dopo aver potato la vigna tutto il pomeriggio, ma ha un polso fatato e unico.

Hank B. Marvin, il più ammirato, il più invidiato, con quella faccia un poco così, quell’espressione un po così, che hanno certi ragazzi inglesi quando vanno a giocare – pantaloni ai ginocchi – a pallone nei cortili, occhialoni da miope simpatico e da “boncitto tontolone”, caposcuola indiscusso di un modo di suonare la chitarra elettrica.

Tutti loro con la pulizia, la nitidezza, la precisione, del loro personalissimo sound………….

Solo che ero li a senti canta Cliff già da un bel pezzo e pensavo: ma loro quando partono? E con che pezzo partiranno? Con Apache no, è troppo scontato. Forse con The Savage che tira maledettamente e ti mette subito in orbita. Mah, in fondo a me basta che nel concerto ci sia Shadoogie e poi faccino un po’ cosa vogliano.

E poi quando arriva il momento partano proprio con questo pezzo, con lo Shadoogie: prima Bennet alla batteria chiocca giù dei colpi micidiali, poi il Welch spara i suoi incalzanti SI7, Marvin che sottolinea con forza quel SI……….e poi dai, via!

L’apoteosi! Non ero solo io ad aspettarli ma gli altri oltre 3.000 e più che scoppiano in un fragoroso quanto liberatorio applauso. E io che faccio? Mi sento tutto un brivido, finché non si aprono le cannelline………Laura intuisce tutto,  mi tocca un braccio e come mi volto attacca anche lei: e dai giù a piangere, “E BATTI INVIO!” direbbe il mio cucciolo Mamu. Che bella cosa, che bella sensazione. Li seduto comodamente con la bella compagnia di Rolando al mio fianco, con Laura e Nayeda più in la, e io ad ascoltare questi grandi amici che mi fanno compagnia e goduria da 50 anni a questa parte. Il pezzo dura un attimo e un’eternità, ma poi ingiustamente finisce. Ci si guarda in faccia tutti soddisfatti e felici. E ci si prepara al pezzo successivo. Io non penso più al fegato. Fanno altri pezzi e io mi emoziono, godo e basta.

Finalmente partono con Wonderful Land e questo pezzo che cosa mi provoca?

Una sera questa estate andavo a trovare i mi cuccioli alla casa mare dopo aver chiuso bottega. Era il tardo pomeriggio, ero solo in macchina e stavo ascoltando proprio loro, gli Shadows. Tengo sempre un loro CD nel lettore perché quando ci’ho in macchina i miei  cuccioli Jimmie e Mamu immancabilmente mi chiedono “la musica degli indiani”, che poi sarebbe Apache e compagnia. Ero all’altezza della Cantina del Cristo quando attaccò Wonderful Land. Dopo poco mi accorsi dai morsi allo stomaco e dagli occhi che mi si velavano che stavo piangendo. Mi accosto e mi fermo con la macchina. Mentre piango mi viene da pensare: devo condividere questo momento con qualcuno e allora mi metto li e col telefonino mando un messaggio del tipo “ciao, sono in macchina, sto ascoltando Wonderful Land degli Shadows e ci sto piangendo sopra” Mando il messaggio a due o tre amici, quelli che mi vengono in mente. Dopo poco mi risponde Giuseppe Morisco l’ingegnerone – e mi dice: non so chi siano gli Shadows, non conosco il pezzo, ma sto con te.

Alla fine di Wonderful Land – quello dal vero li nel concerto – mi accorgo che le lacrime mi hanno rigato il viso, sono penetrate nella barba, particolarmente incolta per l’occasione, ciononostante l’hanno attraversata tutta e una lacrima gocciola giù dal mento: incredibile, non mi era mai successo. Lo faccio vedere a mia moglie e ai miei amici che mi fanno una foto accusi conciato! Da non vedere!

Sono spossato dal piacere, mi rilasso, consegno la reliquia del fazzoletto con le lacrime originali a Laura che me lo conservi così fino a casa dove NON dovrà lavarlo e dove verrà messo sotto vetro come un ex voto. Come è stato poi fatto.

Cerco infine di vedermi lo spettacolo con occhio più critico e più attento ai dettagli. E proprio allora mi accorgo che non ho più nemmeno un filo di dolore al fegato. Mi muovo, mi tasto, niente, non sento più niente. Lo dico ai miei vicini che mi guardano interrogativi per sapere se li sto prendendo in giro. Anch’io stento a crederci, ma è così, da un dolore forte e continuo ora non ho più niente. Ci si interroga come sia stato possibile, fino a quando non viene fuori quella parolina magica: endorfina. Non so perché, ma la cosa mi convince subito, forse perché mi piace il suono.

Su Wikipedia, l’enciclopedia dei pigri come me si legge:

L’endorfina (o endorfine) è una sostanza chimica di natura organica prodotta dal cervello, dotata di proprietà analgesiche e fisiologiche simili a quelle della morfina e dell’oppio, ma con portata anche più ampia di queste.

Il termine è composto di due parti: “endo”, sostanza prodotta da una reazione endogena e “-orfina” sostanza simile alla morfina. Quando un impulso nervoso raggiunge la colonna vertebrale le endorfine vengono rilasciate in modo da prevenire un ulteriore rilascio di questi segnali.

È presente nei tessuti degli animali superiori, e viene rilasciata in particolari condizioni e in occasione di particolari attività fisiche.

Ritenendomi a torto o a ragione un animale superiore, la conferma mi sembra ovvia e scontata: sono stati loro, gli Shadows che con la loro musica mi hanno provocato un’emozione talmente forte che è partita una bella dose dell’amica endorfina e poi lei ha pensato a sistemare tutte le pendenze in corso, colica di fegato compresa!

Che bella serata! E pensare che né la notte né il giorno dopo ho risentito più niente. Talmente niente che la sera dopo mi sono potuto fare tranquillamente il gran piatto di ostriche e frutti di mare (vedi sopra , versione Petit plateau) con una piccola fantastica bottiglia di Chateau du Coing de St Fiacre Muscadet de Sevre & Maine sur Lie 2007…………….

Bella roba, ragazzi, bella roba!

W la bella musica e chi se la sa godere

Parte 6°

L’effetto terapeutico della musica

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THE GIPSY KINGS – Djobi Djoba


GIPSY KINGS – BAMBOLEO

La prima volta mi è successo qualche anno fa in occasione di una edizione di Festambiente. Avevo uno stand per Slow Food e la sera potevo andarmi a sentire i concerti che si tenevano li vicino. Qualche volta c’era qualche cane abbiante, qualche volta qualcuno che si divertiva molto (solo lui o solo loro), qualche volta c’era della bella roba.

Quella sera c’erano i Gipsy Kings un gruppo di zingari spagnoli di origine catalana ma naturalizzati francesi, che suonano e cantano con stile tutto loro “una musica che è una fusione di rumba flamenco, flamenco tradizionale e musica pop”, e come tale contestata dai puristi di ogni singolo stile. Ma a me e mia moglie piacciono così e nei lunghi percorsi in macchina sono insostituibili compagni di viaggio.

Quella sera ci mettemmo seduti alla bell’e meglio su qualcosa da una parte per ascoltare i nostri preferiti. Ma non appena iniziarono con le loro musiche sfacciatamente prorompenti e coinvolgenti dissi a mia

moglie: io vado sotto al palco a sede pe terra, come fanno i ragazzi, così li vedo e li sento meglio.

Il cantante solista aveva la faccia bella di un bimbone cicciottello e riccioluto, mi ricordava molto la faccia di Fulvio Pierangelini – chef e patron del Gambero Rosso di San Vincenzo. Più che cantare pareva che gridasse a squarciagola nel microfono, come del resto tutto il resto della compagnia. E senza contare il suono dello loro accompagnamento con le chitarre che ci giocano e le trattano come Ronaldinho tratta il pallone. Non ricordo se fu subito al primo pezzo o all’attacco di Bambolero, ma fatto sta che mi prese un’emozione fortissima, un brivido per tutto il corpo, mi pareva qualcosa che veniva dal cielo, quella musica sentita decine di volte ora era li con me, e mi entrava dentro, nel sangue, nello stomaco, mi sentivo eccitato e in preda a una contentezza smisurata, forse paragonabile solo a quando scoprivo a cinque o sei anni i regali la mattina della Befana.

Insomma non riesco nemmeno a stare a sede li sotto il palco e corro da Laura come se corressi dalla mi mamma e gli grido: ma li senti? Ma mi accorgo che lo dico piangendo e nello stesso momento lei mi fa: ma che fai piangi? E io in un grido liberatorio: SI, MA SO CONTENTO! Per tutta risposta si mette a piangere anche lei, ma con meno violenza di me. Perché lei piangeva DI me: non so se per “simpatia” o per “empatia” o semplicemente perché gli facevo tenerezza, o pena….E non avevo le lacrimucce, no, avevo proprio un pianto quasi a singhiozzo. Ero li in mezzo a tutta quella gente, più ragazzi che vecchi come me, ma non me ne fregava niente, scuotevo la testa, era come se non ci fosse nessun altro oltre a loro sul palco e a me, e continuavo a dire “troppo bello, troppo bello, bella roba! bella roba!”. E sentivo che più mi lasciavo andare e più piangevo e più piangevo e più stavo bene.

Come tutte le cose più belle poi il concerto fini e io mi sentii come depurato, come dopo un lungo e liberatorio pianto fatto da bimbo avvinghiato al ventre della su mamma. Dopo è come se tutto il tuo corpo e il tuo spirito avesse avuto una purificazione, ti senti più pulito, più buono, più leggero, come se tu camminassi in levitazione. È una sensazione di incredibile benessere. Qualcosa di paragonabile l’avevo provata durante certi esercizi spirituali fatti da ragazzo, non ricordo con quale prete – ne ho frequentati mica pochi – e dopo le prime volte che avevo fatto l’amore con la mia donna. Effetto terapeutico della musica, appunto.

Gipsy Kings – Volare

Parte 5°

The Shadows

Se me l’avessero detto anche solo venti anni fa non ci avrei mai creduto: vedere gli Shadows in concerto, dal vivo!

Apache

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La Storia

Nati alla fine degli anni 50 sono stati i primi a suonare con la formazione di chitarra solista, chitarra ritmica, chitarra basso elettrico e batteria.

Nel settembre 1958 abbandonano il primo nome  di The Drifters,  omonimo di un gruppo americano che faceva musica Rhythm and blues,  per assumere definitivamente il nome di The Shadows.

La prima formazione comprendeva Hank Marvin come solista, Bruce Welch chitarra ritmica, alla chitarra basso Jet Harris, mentre alla batteria entra Tony Meehan. La nuova formazione dominò la scena musicale inglese per i successivi quattro anni, ponendosi come precursore rispetto ai Beatles.

Raggiunsero una grande popolarità con la pubblicazione con il  successo mandiale di Apache, a cui seguirono Man of Mystery, F.B.I., The Frightened City, Wonderful Land e Kon Tiki. Un’altra sostituzione intervenne nel tardo 1961, con l’uscita di Meehan e il subentro di Brian Bennett, e poco dopo Jet Harris lasciò il gruppo e Brian Locking occupò il posto lasciato vacante. Con questa formazione, gli Shadows toccarono il picco della popolarità inanellando un successo dopo l’altro: The Savage, Guitar Tango, Dance On, Foot Tapper, Atlantis, Shindige Geronimo, affiancati da quattro LP – The Shadows e Out of the Shadows del 1962, Greatest Hits del 1963, Dance with the Shadows del 1964 – anch’essi di grande successo.

Nel 1964 Locking fu sostituito da John Rostill, e per gli anni a seguire la formazione rimase immutata con Bennett, Marvin, Welch e Rostill. Il 1968 è l’anno in cui il gruppo si sciolse, e i membri degli Shadows si avviarono verso carriere artistiche diverse fino al 1973, anno della morte di Rostill e che vide il ricongiungimento del gruppo con l’aggiunta di John Farrar. Da allora in poi il complesso scelse di continuare affiancato da bassisti arruolati temporaneamente, e l’attività proseguì negli anni settanta e ottanta. Inattiva per il decennio seguente, la formazione si riunì nel 2004 per una serie di concerti d’addio che si protrasse nell’anno successivo. La rabbia mia è che sul canale Euro News dettero la notizia di questo solo in occasione dell’ultimo concerto, quando non era più possibile andarci!

Ci tenevo in modo particolare a vederli e dopo, passata la rabbia, mi misi ad aspettare il 2009 perché ero pressoché sicuro che se ci fossero arrivati vivi – ma ci dovevo arrivare anch’io – avrebbero fatto una nuova tournee. Proprio per questa ragione fin dai primi mesi dell’anno ho cominciato a digitare sistematicamente la parola THE SHADOWS su Google per vedere se usciva qualcosa.

Usci da una di queste ricerche le paroline: CLUB SHADOWS (Italia) e subito pensai di aggregarmi se non altro per vedere di trovare notizie e magari compagnia per andare insieme al concerto. Mai mossa casuale fu per me più azzeccata. Sono andato con mia moglie alla Convention che si è tenuta a Forte dei Marmi e posso dire semplicemente di aver passato uno dei più bei giorni della mia vita. Un’organizzazione fantastic sotto la regia di quel gran signore che è Vanni Lisanti che peraltro conosce personalemnte tutti i componenti del gruppo. Tutto qui, se vi sembrasse poco!

Una volta scoperto che il tour questa volta si svolgeva un po’  in tutta Europa mi salta subito agli occhi la tappa di Parigi. In Francia loro sono sempre stati più conosciuti e popolari che qui da noi. Chiedo un po’ in giro e poi assieme al mio amico Rolando Dottarelli , un altro amante del genere, decidiamo di fare la gita con le nostre signore. Altra decisione più che azzeccata.

Poi, come già detto, per quelle  combinazioni della vita che superano di gran lunga le più sfrenate fantasie che uno possa avere, scopro che il concerto degli Shadows si terrà al Palazzo dei Congressi a Place Maillot, nel suo Grand Amphithéâtre .

 Wonderful land

Parte 4

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Palazzo dei Congressi a Porte Maillot, sullo sfondo l’Arco di Trionfo e i Campi Elisi

Una piccola autobetoniera da 4 m3 e 5 Contenitori – agitatori per calcestruzzo BRAIMA per costruire l’intero complesso!

 

Pe la serie: io c’ero

Sul cantiere dove si costruì il Palazzo dei Congressi  c’era in sistema di distribuzione del calcestruzzo che fece a suo modo “epoca”. Si era nel centro di Parigi e portare migliaia e migliaia di metri cubi di calcestruzzo con le autobetoniere significava farle viaggiare nel traffico caotico della metropoli con problemi facilmente intuibili. Tutto fu brillantemente  risolto dal costruttore BOUYGUES  mettendo una centralina fissa in cantiere (della ditta ORU di Udine) fornita di premescolatore per la produzione in loco del calcestruzzo e cinque Contenitori-agitatori della BRAIMA  (ditta di cui ero socio e amministratore) tutto intorno al futuro palazzo. Con una sola autobetoniera, da soli 4 m3 e le nostr “Tremie d’attente BRAIMA”  si è costruito tutto questo palazzo.

Per noi all’epoca fu un successo non solo per la vendita di per sé, quanto per la pubblicità che ci fece questo cantiere. Eravamo nei primi anni ’70 e tutto mi sarei potuto immaginare salvo che ritornarci per sentire un concerto dei miei Shadows!

Negli anni 70 la BRAIMA ha venduto molti dei suoi Contenitori-agitatori da calcestruzzo in Francia e a Parigi in particolare. A quel tempo io curavo il mercato francese facendo come usava allora un po’ di tutto. Mi occupavo cioè sia del settore commerciale che del settore tecnico andando spesso da quelle parti sia da solo che con operai della ditta per installazioni e collaudi.

Certo il cantiere del Palais de Congres a Port Maillot fu un grande successo, ma ancora di più fu forse avvenne in una altro cantiere. Nello stesso periodo venne costruita l’imponente Tour Maine Montparnasse, forse anche più famosa del Palazzo dei Congressi. Anche qui Contenitori-agitatori per calcestruzzo furono impiegati per una tecnica particolare nelle gettate necessarie per i piloni di fondazione della torre profondi ben 35 metri e per pompare il calcestruzzo fino alla sua massima altezza di oltre 200 metri. Agli ultimi piani del grattacielo c’è il museo della costruzione della torre e la si possono vedere ancora foto di queste macchine al lavoro. L’altezza della torre è di 209 metri ed è divisa in 58 piani. Ha la terrazza la più alta di Parigi da dove si può ammirare un panorama esteso su un raggio di 40 chilometri. 52 piani sono occupati da uffici con una popolazione attiva di 5.000 persone.

Infine un piccolo aneddoto. Una di queste macchine che lavoro proprio nel cantire dell Torre si scorge chiaramente in una sequenza del film Ultimo tango a Parigi (non quella del burro…..), il famoso film di Bertolucci.


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La Torre Maine Montparnasse vista dalla Torre Eiffel

Per gettare ogni pilone della torre ad una profondità di 35 metri con una gettata continua decine di autobetoniere in colonna scaricavano il calcestruzzo nei Contenitori-agitatori Braima e da qui con una pompa ai vari piloni

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CONTENITORE-AGITATORE PER CALCESTRUZZO “BRAIMA”

Parte 3

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Grand Plateau

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Selezione Wepler

Le ostriche, il Grand Plateau, il vino, il Metrò e…………il Bidet

Certo per un goloso come me l’attrazione dei classici frutti di mare, ostriche in testa, con i loro banchetti sui marciapiedi (ma in Italia con l’USL sarebbero permessi?) fino ad arrivare al maestoso ed inebriante Grand Plateau, un enorme vassoio di una sessantina e più centimetri dove in un letto di ghiaccio tritato vengono servite le “coquillage” più diverse e famose, ostriche di ogni specie e taglia, diversa provenienza e modo di allevamento o di finissaggio, gamberi, lumache, ricci di mare, ma anche astici e scampi, capesante, granseole e granchi, vongole e cozze. Il tutto obbligatoriamente accompagnato da fette di pane scuro e burro, salse e condimenti di accompagnamento dove non manca un trito di scalogno in aceto e una maionese al profumo di aglio, in pratica una salsa aioli. Il vassoio è sistemato su di un supporto circolare alto una quindicina di centimetri in modo che tu possa arrivare più facilmente a servirti, mentre sotto trova posto un piatto per il pane scuro ed il burro. Veramente il grand Plateau si prende normalmente in due, mentre da soli si prende il Petit Plateau, che sarebbe una metà circa della dose. Ma certo non fa lo stesso effetto coreografico. La composizione di questi piatti può variare un po’ da un locale all’altro e nello stesso locale si possono trovare diverse combinazioni possibili. La lunga esperienza e tirocinio fatta sul posto nei lontani anni ’70 mi permette di consigliare in luogo del sempre fantastico Champagne, altri vini bianchi in abbinamento, su tutti il Muscadet, un vino fresco e di media struttura con piacevoli e garbate note aromatiche e sapide. Peraltro con un notevole risparmio di spesa, che certo non guasta. E’ un vino bianco leggero e secco, che viene prodotto nella Valle della Loira nei pressi della costa atlantica, a sud est della città di Nantes. Dal momento che il Muscadet/Melon generalmente scarseggia di sapore, molti enologi lasciano il vino fermentato sulle fecce (sur lie) per molti mesi allo scopo di conferirgli più carattere e vivacità. Generalmente sono da consumare al meglio quando sono giovani e freschi, ma le versioni Muscadet-sur-lie possono invecchiare per alcuni anni. Noi abbiamo bevuto uno di questi, ma di età media, un 2007.

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Muscadet Sèvre et Maine sur Lie, forse il miglior bere su questo piatto

Quando il cameriere si sente ordinare questo vino, specie da un italiano, ti guarda subito in una maniera diversa: hanno rispetto per chi conosce la loro tradizione ed i loro prodotti.

Generalmente i vini, ma ho notato anche gli altri piatti, carne compresa, costano mediamente meno che da noi. Escludendo ovviamnte il grande e lussuoso ristarnte. E questo anche in zone centralissime, Champs-Élysées compresi. Avere oggi un caffè espresso all’italiana non è più un’impresa come trenta o quarant’anni fa, in qualsiasi bar o ristorante.

 

La mia piccola, ma curata, selezione

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Il Metro

La Metropolitana è sempre efficiente per girare in poco tempo e velocità ogni angolo della città. Dopo una mezza giornata per orientarti sui prezzi, sulle offerte per due o tre giorni, rifare l’occhio sulla rete e le abbondanti e chiare indicazioni per le località e le coincidenze (ci sono 16 linee che attraversano Parigi per oltre 200 km e con oltre 300 stazioni, poi le linee esterne RER, treno ed autobus). Questa volta abbiamo preso un bus dall’aeroporto di Orly a Les Invalides per 11 euro e 50, ma in quattro c’è già l’offerta e spendi 38 euro in totale. Con il Taxi ce ne vogliono un’ottantina. Nelle stazioni e nei corridoi del Metrò gli artisti sono sempre là con gli strumenti più strani: da chi si è attrezzato e ha delle basi per suonare – specie chi suona strumenti a fiato come tromba, sax e corno francese, chi ha un mini amplificatore per la sua chitarra elettrica, per arrivare agli immancabili violinisti e fisarmonicisti. Questa volta s’é visto pure un autentico strumento giapponese, un incrocio tra una cetra e un’arpa, con tanto di ragazza giapponese e suono miagolante. Più di prima si incontrano anche sui treni: salgono e suonano per cinque o sei fermate, passano a fare le questua e poi scendono e ripartono per il tragitto all’incontrario.

Le luci degli Champs-Élysées e del gigantesco fiume di auto ti ricordano che questa è la Ville Lumiere.

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Il Bidet

Anche nei dettagli più prosaici e meno comodi non ho trovato differenze. Tra questi svetta ancora la mancanza del bidet nei bagni. E resta ancora l’interrogativo se questo straordinario popolo riesca a farla più secca e priva di sbaffi o hanno un sistema segreto per farsi un’appropriata pulizia di cui peraltro non ho trovato tracce documentali. Nel mio onesto albergo centralissimo e a tre stelle se non disbrigavi la faccenda la mattina appena alzato o la sera prima di coricarti, e magari ti capitava l’inderogabile necessità a metà giornata, quando sei completamente vestito, per concedermi il casareccio vizio di un bidet dopo la sana quanto salutare funzione evacuatoria, mi sono dovuto spogliare e farmi sostanzialmente una doccia dal bellico in giù. Per certe cose siamo proprio dei viziati noi italiani!

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Parte 2

 

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Sono tornato ora per tre giorni a Parigi (n.d.r. 2009), e in soli tre giorni ho potuto fare solo un aggiornamento sommario dei ricordi e delle conoscenze, tutte concentrate per di più nelle zone centrali della metropoli. Tra i bei ricordi nulla da variare, solo confortanti e puntuali conferme. I bei viali, gli ampi spazi, i bei giardini, i monumenti sempre curati e tirati a lucido, così come i monumentali cancelli in ferro ornati di colore oro. I giganteschi portoni punteggiano palazzi su cui non trovi una scritta o un imbrattamento con bombolette spray e altro.

Les Invalides, la Tour Eiffel, les Grand Boulevard, l’Opera, gli Champs-Élysées, l’Arco di Trionfo, il Sacro Cuore, la Torre Maine Montparnasse, la Defense, sono tutti la a punteggiare e confermare un panorama inimitabile e affascinante.

 

La Tour Eiffel

Uno dei cambiamenti più evidenti che mi ha colpito è l’illuminazione della Tour Eiffel fatta con mille colori e disegni in sequenze di tonalità e fantasie fantasmagorici. Dal 2003 la torre ha una particolare illuminazione scintillante, come se fosse ricoperta di diamanti. È possibile ammirarla i primi 10 minuti di ogni ora, dall’inizio della notte fino alle prime luci del mattino. Lo spettacolo è incredibile quando dietro la torre spuntano le prime luci dell’alba. Bella e non banale, un compromesso tra la voglia di spettacolo per i milioni di turisti che la vedano e un’esigenza di rivitalizzazione per il vecchio stile che vuol essere però vivo e al passo con i tempi.

A seconda dalla distanza da cui si veda, la torre cambia di aspetto e le sensazioni mutano i sentimenti. Da lontano, arrivando dall’aeroporto, la cerchi nel panorama e la vedi piccola, ma inconfondibile, caratterizzare tutto lo skyline parigino. Via via che ti avvicini ti rendi conto che invece è proprio alta e pare essere il centro di Parigi, anche se non lo è. A qualche centinaia di metri forse – per esempio dal Trocadero – si ha la vista più bella, perché è la che si fonde l’imponenza con la delicatezza dei disegni: si confonde la fine trama tra un ricordo di antiche trine e un giocattolone fatto al traforo. Quando infine sei lì a camminare sotto di lei sei sopraffatto dalla imponenza e maestosità del gigante. Per non parlare della vista che si gode dalla sua sommità.

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Il mangiare, il bere, il passeggiare

I Bistrot, le Brasserie, i Ristoranti, i Caffè, i Chioschi sono sempre là, affollatissimi e caratteristici. Perfino il mitico esclusivo e lussuoso albergo George V, che è sull’omonima via traversa degli Champs-Élysées, ha oggi un suo spazio con il suo “Bar George V” proprio sui larghissimi marciapiedi dei Campi Elisi. Un vero bar con vetrate sui marciapiedi e un enorme ed elegante gazebo coperto da un telo rosso bordeaux animato da una brigata di camerieri, capi inflessibili che controllano tutti i movimenti interni come fossero delle guardie del corpo di un capo di stato.

Se si vuol mangiare qualcosa lo si può fare in pratica a qualsiasi ora del giorno. Basta un minimo di attenzione ed un controllo dei prezzi tutti esposti, spesso a grandi lettere, e ti ritrovi a gustarti in locali, spesso con vista sul passeggio, le varie e numerose specialità francesi. In certi locali i tavoli sono maledettamente piccoli e tutti stretti l’uno all’altro, ma se c’è poca gente e ordini qualcosa d’impegnativo ti fanno posto e magari puoi occupare il tavolo a fianco. Il servizio è sempre veloce e professionale. I menu sono spesso già in italiano, tanto loro riconoscono la tua nazionalità fin da quando sei sulla porta del locale.

Mitiche e leggere insalatone sono offerte in decine di varianti dove in mancanza di un fragrante olio extravergine di oliva viene servito un mix comprendente condimenti grassi e condimenti acidi, cioè olio e aceto garbati, fini e aromatizzati, in un equilibrio veramente piacevole. Sul tavolo non manca mai con sale e il pepe, la senape di Digione. Ma ci possono essere anche altre salse e condimenti, ketchup compreso. Tra le mille offerte che leggi tranquillamente passeggiando queste sono le più proposte. In qualsiasi zona, centro del centro compreso, trovi offerte di una insalatone, un bicchiere un dessert dagli 11 ai 15 euro al massimo, servizio e vista su panorama compreso. Molto a buon mercato e comodo perché poco impegnativo, saporito ma leggero, un pit stop per riprendere il tuo girovagare.

Poi la carne di vitello ai ferri con le patatine fritte e la senape……..un piatto irresistibile, con la carne alta, tenera e succulenta, le patatine impeccabili e la senape forte a legare le due cose: sempre fantastico.

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Parte 1

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Nel 2009 il gruppo degli Shadows si riunirono e con Cliff Richard fecero una serie di concerti in tutto il mondo. Io presi l’occasione del loro spettacolo a Parigi  e il 7 novembre feci ritorno nella grande e meravigliosa Ville Lumière dove avevo lavorato saltuariamente per oltre una dozzina di anni.

Scrissi un mega reportage poco dopo proprio per questo blog. Oggi lo ripropongo a puntate con qualche foto.

 

Parte 1°

Quaranta anni fa, il ’68 parigino

Ho frequentato Parigi per lavoro dal ’68 fino ai primi anni ’80 arrivando a conoscerla palmo a palmo, o meglio cantiere per cantiere edile, perché era lì che andavo per lavoro.

Il nostro rappresentante Daniel Aube mi veniva a prendere all’aeroporto con un caschetto giallo, non per entrare nei cantieri, ma perché là era cominciato il Maggio francese, o il Maggio ’68.

Ogni viaggio durava dai quattro ai sei giorni e nelle pause, accompagnato e consigliato da Daniel, parigino DOC essendo nato e cresciuto nel quartiere dell’Opera, feci allora esattamente il contrario di cosa fa un turista, e cioè la visita sistematica della città a piccoli pezzi, un poco alla volta, scoprendo così anche gli aspetti più veri e reali della vita francese di tutti i giorni. Pezzetto dopo pezzetto, museo dopo museo, locale dopo locale, mercato dopo mercato, ristorante dopo ristorante, vino dopo vino, mi feci allora una piccola cultura su questa incredibile città e di riflesso sulla Francia e sui francesi. Bisognerebbe leggere quel libricino che racconta Parigi in cifre, quanti chilometri di Metrò, o di strada, o di fognature, quanti ristoranti, quante nazionalità di cucine esistono – in pratica le cucine di tutto il mondo – e poi quanto pane viene fatto quotidianamente, quante ostriche vengono aperte mediamente ogni giorno, quante persone vivono di notte in città e quante invece ce ne sono di giorno, il che è come dire quasi il 50% in più, e così via con le cose più incredibili e curiose da sapere.

Allora conobbi anche Foffo Dragoni, un chiantigiano emigrato in Francia nei primi anni ’50, che aveva fatto mille mestieri, poi si era sposato e messo su famiglia. Lavorava come collaudatore alla Renault, ma soprattutto era un enciclopedico conoscitore e collezionista di musica “fino all’epoca di Elvis Presley”, come diceva lui. Aveva anche una collezione di fumetti che prendeva un’intera parete della sua “sala personale” e una passione infinita per Totò di cui si è poi fatto una collezione di DVD penso pressoché completa.
Da lui ho imparato a conoscere le grandi orchestre americane: ogni volta che andavo a trovarlo mi teneva un corso accelerato con sedute intensive di musica. Poi al momento di partire mi dava una cassetta che lui mi aveva registrato con una selezione dei brani delle varie orchestre. Di Moonlight Serenade ne aveva una dozzina di versioni e di ogni versione, di ogni orchestra, anche se con formazioni numerose, recitava a memoria tutti i nomi. Così si spiega il fatto che aveva fatto e vinto le selezioni per partecipare al Musichiere, un programma televisivo degli anni 50 in cui si doveva riconoscere il titolo dei pezzi eseguiti.

Poi alla fine degli anni 80 ho cambiato lavoro e di Parigi è rimasto un ricordo sempre più lontano, ma sempre vivo nella mente e nel cuore. Ho sempre pensato che se fossi nato francese forse sarei stato più sciovinista di loro. Questo per dire che hanno ottime ragioni per sentirsi orgogliosi del proprio paese.

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 il maggio del ’68 a Parigi

(Continua………….)

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  1. Granocchiaio ha detto:

    Parte 1
    Nel 2009 il gruppo degli Shadows si riunirono e con Cliff Richard fecero una serie di concerti in tutto il mondo. Io presi l’occasione del loro spettacolo a Parigi e il 7 novembre feci ritorno nella grande e meravigliosa Ville Lumière dove avevo lavorato saltuariamente per oltre una dozzina di anni.

    Scrissi un mega reportage poco dopo proprio per questo blog. Oggi lo ripropongo a puntate con qualche foto.

    Parte 1°

    Quaranta anni fa, il ’68 parigino

    Ho frequentato Parigi per lavoro dal ’68 fino ai primi anni ’80 arrivando a conoscerla palmo a palmo, o meglio cantiere per cantiere edile, perché era lì che andavo per lavoro.

    Il nostro rappresentante Daniel Aube mi veniva a prendere all’aeroporto con un caschetto giallo, non per entrare nei cantieri, ma perché là era cominciato il Maggio francese, o il Maggio ’68.

    Ogni viaggio durava dai quattro ai sei giorni e nelle pause, accompagnato e consigliato da Daniel, parigino DOC essendo nato e cresciuto nel quartiere dell’Opera, feci allora esattamente il contrario di cosa fa un turista, e cioè la visita sistematica della città a piccoli pezzi, un poco alla volta, scoprendo così anche gli aspetti più veri e reali della vita francese di tutti i giorni. Pezzetto dopo pezzetto, museo dopo museo, locale dopo locale, mercato dopo mercato, ristorante dopo ristorante, vino dopo vino, mi feci allora una piccola cultura su questa incredibile città e di riflesso sulla Francia e sui francesi. Bisognerebbe leggere quel libricino che racconta Parigi in cifre, quanti chilometri di Metrò, o di strada, o di fognature, quanti ristoranti, quante nazionalità di cucine esistono – in pratica le cucine di tutto il mondo – e poi quanto pane viene fatto quotidianamente, quante ostriche vengono aperte mediamente ogni giorno, quante persone vivono di notte in città e quante invece ce ne sono di giorno, il che è come dire quasi il 50% in più, e così via con le cose più incredibili e curiose da sapere.

    Allora conobbi anche Foffo Dragoni, un chiantigiano emigrato in Francia nei primi anni ’50, che aveva fatto mille mestieri, poi si era sposato e messo su famiglia. Lavorava come collaudatore alla Renault, ma soprattutto era un enciclopedico conoscitore e collezionista di musica “fino all’epoca di Elvis Presley”, come diceva lui. Aveva anche una collezione di fumetti che prendeva un’intera parete della sua “sala personale” e una passione infinita per Totò di cui si è poi fatto una collezione di DVD penso pressoché completa.
    Da lui ho imparato a conoscere le grandi orchestre americane: ogni volta che andavo a trovarlo mi teneva un corso accelerato con sedute intensive di musica. Poi al momento di partire mi dava una cassetta che lui mi aveva registrato con una selezione dei brani delle varie orchestre. Di Moonlight Serenade ne aveva una dozzina di versioni e di ogni versione, di ogni orchestra, anche se con formazioni numerose, recitava a memoria tutti i nomi. Così si spiega il fatto che aveva fatto e vinto le selezioni per partecipare al Musichiere, un programma televisivo degli anni 50 in cui si doveva riconoscere il titolo dei pezzi eseguiti.

    Poi alla fine degli anni 80 ho cambiato lavoro e di Parigi è rimasto un ricordo sempre più lontano, ma sempre vivo nella mente e nel cuore. Ho sempre pensato che se fossi nato francese forse sarei stato più sciovinista di loro. Questo per dire che hanno ottime ragioni per sentirsi orgogliosi del proprio paese.

    Continua…………….

  2. Granocchiaio ha detto:

    Parte 2°
    Il ritorno, i ricordi I

    Sono tornato ora per tre giorni a Parigi (n.d.r. 2009), e in soli tre giorni ho potuto fare solo un aggiornamento sommario dei ricordi e delle conoscenze, tutte concentrate per di più nelle zone centrali della metropoli. Tra i bei ricordi nulla da variare, solo confortanti e puntuali conferme. I bei viali, gli ampi spazi, i bei giardini, i monumenti sempre curati e tirati a lucido, così come i monumentali cancelli in ferro ornati di colore oro. I giganteschi portoni punteggiano palazzi su cui non trovi una scritta o un imbrattamento con bombolette spray e altro.
    Les Invalides, la Tour Eiffel, les Grand Boulevard, l’Opera, gli Champs-Élysées, l’Arco di Trionfo, il Sacro Cuore, la Torre Maine Montparnasse, la Defense, sono tutti la a punteggiare e confermare un panorama inimitabile e affascinante.

    La Tour Eiffel
    Uno dei cambiamenti più evidenti che mi ha colpito è l’illuminazione della Tour Eiffel fatta con mille colori e disegni in sequenze di tonalità e fantasie fantasmagorici. Dal 2003 la torre ha una particolare illuminazione scintillante, come se fosse ricoperta di diamanti. È possibile ammirarla i primi 10 minuti di ogni ora, dall’inizio della notte fino alle prime luci del mattino. Lo spettacolo è incredibile quando dietro la torre spuntano le prime luci dell’alba. Bella e non banale, un compromesso tra la voglia di spettacolo per i milioni di turisti che la vedano e un’esigenza di rivitalizzazione per il vecchio stile che vuol essere però vivo e al passo con i tempi.
    A seconda dalla distanza da cui si veda, la torre cambia di aspetto e le sensazioni mutano i sentimenti. Da lontano, arrivando dall’aeroporto, la cerchi nel panorama e la vedi piccola, ma inconfondibile, caratterizzare tutto lo skyline parigino. Via via che ti avvicini ti rendi conto che invece è proprio alta e pare essere il centro di Parigi, anche se non lo è. A qualche centinaia di metri forse – per esempio dal Trocadero – si ha la vista più bella, perché è la che si fonde l’imponenza con la delicatezza dei disegni: si confonde la fine trama tra un ricordo di antiche trine e un giocattolone fatto al traforo. Quando infine sei lì a camminare sotto di lei sei sopraffatto dalla imponenza e maestosità del gigante. Per non parlare della vista che si gode dalla sua sommità.

    Il mangiare, il bere, il passeggiare
    I Bistrot, le Brasserie, i Ristoranti, i Caffè, i Chioschi sono sempre là, affollatissimi e caratteristici. Perfino il mitico esclusivo e lussuoso albergo George V, che è sull’omonima via traversa degli Champs-Élysées, ha oggi un suo spazio con il suo “Bar George V” proprio sui larghissimi marciapiedi dei Campi Elisi. Un vero bar con vetrate sui marciapiedi e un enorme ed elegante gazebo coperto da un telo rosso bordeaux animato da una brigata di camerieri, capi inflessibili che controllano tutti i movimenti interni come fossero delle guardie del corpo di un capo di stato.
    Se si vuol mangiare qualcosa lo si può fare in pratica a qualsiasi ora del giorno. Basta un minimo di attenzione ed un controllo dei prezzi tutti esposti, spesso a grandi lettere, e ti ritrovi a gustarti in locali, spesso con vista sul passeggio, le varie e numerose specialità francesi. In certi locali i tavoli sono maledettamente piccoli e tutti stretti l’uno all’altro, ma se c’è poca gente e ordini qualcosa d’impegnativo ti fanno posto e magari puoi occupare il tavolo a fianco. Il servizio è sempre veloce e professionale. I menu sono spesso già in italiano, tanto loro riconoscono la tua nazionalità fin da quando sei sulla porta del locale.
    Mitiche e leggere insalatone sono offerte in decine di varianti dove in mancanza di un fragrante olio extravergine di oliva viene servito un mix comprendente condimenti grassi e condimenti acidi, cioè olio e aceto garbati, fini e aromatizzati, in un equilibrio veramente piacevole. Sul tavolo non manca mai con sale e il pepe, la senape di Digione. Ma ci possono essere anche altre salse e condimenti, ketchup compreso. Tra le mille offerte che leggi tranquillamente passeggiando queste sono le più proposte. In qualsiasi zona, centro del centro compreso, trovi offerte di una insalatone, un bicchiere un dessert dagli 11 ai 15 euro al massimo, servizio e vista su panorama compreso. Molto a buon mercato e comodo perché poco impegnativo, saporito ma leggero, un pit stop per riprendere il tuo girovagare.
    Poi la carne di vitello ai ferri con le patatine fritte e la senape……..un piatto irresistibile, con la carne alta, tenera e succulenta, le patatine impeccabili e la senape forte a legare le due cose: sempre fantastico.

  3. Granocchiaio ha detto:

    Parte 3°
    Il ritorno, i ricordi II

    Le ostriche, il Grand Plateau, il vino, il Metrò e…………il Bidet
    Certo per un goloso come me l’attrazione dei classici frutti di mare, ostriche in testa, con i loro banchetti sui marciapiedi (ma in Italia con l’USL sarebbero permessi?) fino ad arrivare al maestoso ed inebriante Grand Plateau, un enorme vassoio di una sessantina e più centimetri dove in un letto di ghiaccio tritato vengono servite le “coquillage” più diverse e famose, ostriche di ogni specie e taglia, diversa provenienza e modo di allevamento o di finissaggio, gamberi, lumache, ricci di mare, ma anche astici e scampi, capesante, granseole e granchi, vongole e cozze. Il tutto obbligatoriamente accompagnato da fette di pane scuro e burro, salse e condimenti di accompagnamento dove non manca un trito di scalogno in aceto e una maionese al profumo di aglio, in pratica una salsa aioli. Il vassoio è sistemato su di un supporto circolare alto una quindicina di centimetri in modo che tu possa arrivare più facilmente a servirti, mentre sotto trova posto un piatto per il pane scuro ed il burro. Veramente il grand Plateau si prende normalmente in due, mentre da soli si prende il Petit Plateau, che sarebbe una metà circa della dose. Ma certo non fa lo stesso effetto coreografico. La composizione di questi piatti può variare un po’ da un locale all’altro e nello stesso locale si possono trovare diverse combinazioni possibili. La lunga esperienza e tirocinio fatta sul posto nei lontani anni ’70 mi permette di consigliare in luogo del sempre fantastico Champagne, altri vini bianchi in abbinamento, su tutti il Muscadet, un vino fresco e di media struttura con piacevoli e garbate note aromatiche e sapide. Peraltro con un notevole risparmio di spesa, che certo non guasta. E’ un vino bianco leggero e secco, che viene prodotto nella Valle della Loira nei pressi della costa atlantica, a sud est della città di Nantes. Dal momento che il Muscadet/Melon generalmente scarseggia di sapore, molti enologi lasciano il vino fermentato sulle fecce (sur lie) per molti mesi allo scopo di conferirgli più carattere e vivacità. Generalmente sono da consumare al meglio quando sono giovani e freschi, ma le versioni Muscadet-sur-lie possono invecchiare per alcuni anni. Noi abbiamo bevuto uno di questi, ma di età media, un 2007.
    Quando il cameriere si sente ordinare questo vino, specie da un italiano, ti guarda subito in una maniera diversa: hanno rispetto per chi conosce la loro tradizione ed i loro prodotti.
    Generalmente i vini, ma ho notato anche gli altri piatti, carne compresa, costano mediamente meno che da noi. Escludendo ovviamnte il grande e lussuoso ristarnte. E questo anche in zone centralissime, Champs-Élysées compresi. Avere oggi un caffè espresso all’italiana non è più un’impresa come trenta o quarant’anni fa, in qualsiasi bar o ristorante.

    Muscadet Sèvre et Maine sur Lie, forse il miglior bere su questo piatto

    Il Metro

    La Metropolitana è sempre efficiente per girare in poco tempo e velocità ogni angolo della città. Dopo una mezza giornata per orientarti sui prezzi, sulle offerte per due o tre giorni, rifare l’occhio sulla rete e le abbondanti e chiare indicazioni per le località e le coincidenze (ci sono 16 linee che attraversano Parigi per oltre 200 km e con oltre 300 stazioni, poi le linee esterne RER, treno ed autobus). Questa volta abbiamo preso un bus dall’aeroporto di Orly a Les Invalides per 11 euro e 50, ma in quattro c’è già l’offerta e spendi 38 euro in totale. Con il Taxi ce ne vogliono un’ottantina. Nelle stazioni e nei corridoi del Metrò gli artisti sono sempre là con gli strumenti più strani: da chi si è attrezzato e ha delle basi per suonare – specie chi suona strumenti a fiato come tromba, sax e corno francese, chi ha un mini amplificatore per la sua chitarra elettrica, per arrivare agli immancabili violinisti e fisarmonicisti. Questa volta s’é visto pure un autentico strumento giapponese, un incrocio tra una cetra e un’arpa, con tanto di ragazza giapponese e suono miagolante. Più di prima si incontrano anche sui treni: salgono e suonano per cinque o sei fermate, passano a fare le questua e poi scendono e ripartono per il tragitto all’incontrario.
    Le luci degli Champs-Élysées e del gigantesco fiume di auto ti ricordano che questa è la Ville Lumiere.

    Il Bidet
    Anche nei dettagli più prosaici e meno comodi non ho trovato differenze. Tra questi svetta ancora la mancanza del bidet nei bagni. E resta ancora l’interrogativo se questo straordinario popolo riesca a farla più secca e priva di sbaffi o hanno un sistema segreto per farsi un’appropriata pulizia di cui peraltro non ho trovato tracce documentali. Nel mio onesto albergo centralissimo e a tre stelle se non disbrigavi la faccenda la mattina appena alzato o la sera prima di coricarti, e magari ti capitava l’inderogabile necessità a metà giornata, quando sei completamente vestito, per concedermi il casareccio vizio di un bidet dopo la sana quanto salutare funzione evacuatoria, mi sono dovuto spogliare e farmi sostanzialmente una doccia dal bellico in giù. Per certe cose siamo proprio dei viziati noi italiani!

  4. Granocchiaio ha detto:

    Parte 4°
    I cantieri della BRAIMA

    Per la serie: io c’ero
    Sul cantiere dove si costruì il Palazzo dei Congressi c’era in sistema di distribuzione del calcestruzzo che fece a suo modo “epoca”. Si era nel centro di Parigi e portare migliaia e migliaia di metri cubi di calcestruzzo con le autobetoniere significava farle viaggiare nel traffico caotico della metropoli con problemi facilmente intuibili. Tutto fu brillantemente risolto dal costruttore BOUYGUES mettendo una centralina fissa in cantiere (della ditta ORU di Udine) fornita di premescolatore per la produzione in loco del calcestruzzo e cinque Contenitori-agitatori della BRAIMA (ditta di cui ero socio e amministratore) tutto intorno al futuro palazzo. Con una sola autobetoniera, da soli 4 m3 e le nostr “Tremie d’attente BRAIMA” si è costruito tutto questo palazzo.
    Per noi all’epoca fu un successo non solo per la vendita di per sé, quanto per la pubblicità che ci fece questo cantiere. Eravamo nei primi anni ’70 e tutto mi sarei potuto immaginare salvo che ritornarci per sentire un concerto dei miei Shadows!
    Negli anni 70 la BRAIMA ha venduto molti dei suoi Contenitori-agitatori da calcestruzzo in Francia e a Parigi in particolare. A quel tempo io curavo il mercato francese facendo come usava allora un po’ di tutto. Mi occupavo cioè sia del settore commerciale che del settore tecnico andando spesso da quelle parti sia da solo che con operai della ditta per installazioni e collaudi.
    Certo il cantiere del Palais de Congres a Port Maillot fu un grande successo, ma ancora di più fu forse avvenne in una altro cantiere. Nello stesso periodo venne costruita l’imponente Tour Maine Montparnasse, forse anche più famosa del Palazzo dei Congressi. Anche qui Contenitori-agitatori per calcestruzzo furono impiegati per una tecnica particolare nelle gettate necessarie per i piloni di fondazione della torre profondi ben 35 metri e per pompare il calcestruzzo fino alla sua massima altezza di oltre 200 metri. Agli ultimi piani del grattacielo c’è il museo della costruzione della torre e la si possono vedere ancora foto di queste macchine al lavoro. L’altezza della torre è di 209 metri ed è divisa in 58 piani. Ha la terrazza la più alta di Parigi da dove si può ammirare un panorama esteso su un raggio di 40 chilometri. 52 piani sono occupati da uffici con una popolazione attiva di 5.000 persone.
    Infine un piccolo aneddoto. Una di queste macchine che lavoro proprio nel cantire dell Torre si scorge chiaramente in una sequenza del film Ultimo tango a Parigi (non quella del burro…..), il famoso film di Bertolucci.

  5. Granocchiaio ha detto:

    Parte 5°
    The Shadows Reunion Parigi 2009

    Se me l’avessero detto anche solo venti anni fa non ci avrei mai creduto: vedere gli Shadows in concerto, dal vivo!
    Nati alla fine degli anni 50 sono stati i primi a suonare con la formazione di chitarra solista, chitarra ritmica, chitarra basso elettrico e batteria.
    Nel settembre 1958 abbandonano il primo nome di The Drifters, omonimo di un gruppo americano che faceva musica Rhythm and blues, per assumere definitivamente il nome di The Shadows.
    La prima formazione comprendeva Hank Marvin come solista, Bruce Welch chitarra ritmica, alla chitarra basso Jet Harris, mentre alla batteria entra Tony Meehan. La nuova formazione dominò la scena musicale inglese per i successivi quattro anni, ponendosi come precursore rispetto ai Beatles.
    Raggiunsero una grande popolarità con la pubblicazione con il successo mandiale di Apache, a cui seguirono Man of Mystery, F.B.I., The Frightened City, Wonderful Land e Kon Tiki. Un’altra sostituzione intervenne nel tardo 1961, con l’uscita di Meehan e il subentro di Brian Bennett, e poco dopo Jet Harris lasciò il gruppo e Brian Locking occupò il posto lasciato vacante. Con questa formazione, gli Shadows toccarono il picco della popolarità inanellando un successo dopo l’altro: The Savage, Guitar Tango, Dance On, Foot Tapper, Atlantis, Shindige Geronimo, affiancati da quattro LP – The Shadows e Out of the Shadows del 1962, Greatest Hits del 1963, Dance with the Shadows del 1964 – anch’essi di grande successo.
    Nel 1964 Locking fu sostituito da John Rostill, e per gli anni a seguire la formazione rimase immutata con Bennett, Marvin, Welch e Rostill. Il 1968 è l’anno in cui il gruppo si sciolse, e i membri degli Shadows si avviarono verso carriere artistiche diverse fino al 1973, anno della morte di Rostill e che vide il ricongiungimento del gruppo con l’aggiunta di John Farrar. Da allora in poi il complesso scelse di continuare affiancato da bassisti arruolati temporaneamente, e l’attività proseguì negli anni settanta e ottanta. Inattiva per il decennio seguente, la formazione si riunì nel 2004 per una serie di concerti d’addio che si protrasse nell’anno successivo. La rabbia mia è che sul canale Euro News dettero la notizia di questo solo in occasione dell’ultimo concerto, quando non era più possibile andarci!
    Ci tenevo in modo particolare a vederli e dopo, passata la rabbia, mi misi ad aspettare il 2009 perché ero pressoché sicuro che se ci fossero arrivati vivi – ma ci dovevo arrivare anch’io – avrebbero fatto una nuova tournee. Proprio per questa ragione fin dai primi mesi dell’anno ho cominciato a digitare sistematicamente la parola THE SHADOWS su Google per vedere se usciva qualcosa.
    Usci da una di queste ricerche le paroline: CLUB SHADOWS (Italia) e subito pensai di aggregarmi se non altro per vedere di trovare notizie e magari compagnia per andare insieme al concerto. Mai mossa casuale fu per me più azzeccata. Sono andato con mia moglie alla Convention che si è tenuta a Forte dei Marmi e posso dire semplicemente di aver passato uno dei più bei giorni della mia vita. Un’organizzazione fantastic sotto la regia di quel gran signore che è Vanni Lisanti che peraltro conosce personalemnte tutti i componenti del gruppo.
    Una volta scoperto che il tour questa volta si svolgeva un po’ in tutta Europa mi salta subito agli occhi la tappa di Parigi. In Francia loro sono sempre stati più conosciuti e popolari che qui da noi. Chiedo un po’ in giro e poi assieme al mio amico Rolando Dottarelli , un altro amante del genere, decidiamo di fare la gita con le nostre signore. Altra decisione più che azzeccata.

    Poi, come già detto, per quelle combinazioni della vita che superano di gran lunga le più sfrenate fantasie che uno possa avere, scopro che il concerto degli Shadows si terrà al Palazzo dei Congressi a Place Maillot, nel suo Grand Amphithéâtre .

  6. Granocchiaio ha detto:

    Parte 6°
    L’effetto terapeutico della musica

    La prima volta mi è successo qualche anno fa in occasione di una edizione di Festambiente. Avevo uno stand per Slow Food e la sera potevo andarmi a sentire i concerti che si tenevano li vicino. Qualche volta c’era qualche cane abbiante, qualche volta qualcuno che si divertiva molto (solo lui o solo loro), qualche volta c’era della bella roba.

    Quella sera c’erano i Gipsy Kings un gruppo di zingari spagnoli di origine catalana ma naturalizzati francesi, che suonano e cantano con stile tutto loro “una musica che è una fusione di rumba flamenco, flamenco tradizionale e musica pop”, e come tale contestata dai puristi di ogni singolo stile. Ma a me e mia moglie piacciono così e nei lunghi percorsi in macchina sono insostituibili compagni di viaggio.

    Quella sera ci mettemmo seduti alla bell’e meglio su qualcosa da una parte per ascoltare i nostri preferiti. Ma non appena iniziarono con le loro musiche sfacciatamente prorompenti e coinvolgenti dissi a mia

    moglie: io vado sotto al palco a sede pe terra, come fanno i ragazzi, così li vedo e li sento meglio.

    Il cantante solista aveva la faccia bella di un bimbone cicciottello e riccioluto, mi ricordava molto la faccia di Fulvio Pierangelini – chef e patron del Gambero Rosso di San Vincenzo. Più che cantare pareva che gridasse a squarciagola nel microfono, come del resto tutto il resto della compagnia. E senza contare il suono dello loro accompagnamento con le chitarre che ci giocano e le trattano come Ronaldinho tratta il pallone. Non ricordo se fu subito al primo pezzo o all’attacco di Bambolero, ma fatto sta che mi prese un’emozione fortissima, un brivido per tutto il corpo, mi pareva qualcosa che veniva dal cielo, quella musica sentita decine di volte ora era li con me, e mi entrava dentro, nel sangue, nello stomaco, mi sentivo eccitato e in preda a una contentezza smisurata, forse paragonabile solo a quando scoprivo a cinque o sei anni i regali la mattina della Befana.

    Insomma non riesco nemmeno a stare a sede li sotto il palco e corro da Laura come se corressi dalla mi mamma e gli grido: ma li senti? Ma mi accorgo che lo dico piangendo e nello stesso momento lei mi fa: ma che fai piangi? E io in un grido liberatorio: SI, MA SO CONTENTO! Per tutta risposta si mette a piangere anche lei, ma con meno violenza di me. Perché lei piangeva DI me: non so se per “simpatia” o per “empatia” o semplicemente perché gli facevo tenerezza, o pena….E non avevo le lacrimucce, no, avevo proprio un pianto quasi a singhiozzo. Ero li in mezzo a tutta quella gente, più ragazzi che vecchi come me, ma non me ne fregava niente, scuotevo la testa, era come se non ci fosse nessun altro oltre a loro sul palco e a me, e continuavo a dire “troppo bello, troppo bello, bella roba! bella roba!”. E sentivo che più mi lasciavo andare e più piangevo e più piangevo e più stavo bene.

    Come tutte le cose più belle poi il concerto fini e io mi sentii come depurato, come dopo un lungo e liberatorio pianto fatto da bimbo avvinghiato al ventre della su mamma. Dopo è come se tutto il tuo corpo e il tuo spirito avesse avuto una purificazione, ti senti più pulito, più buono, più leggero, come se tu camminassi in levitazione. È una sensazione di incredibile benessere. Qualcosa di paragonabile l’avevo provata durante certi esercizi spirituali fatti da ragazzo, non ricordo con quale prete – ne ho frequentati mica pochi – e dopo le prime volte che avevo fatto l’amore con la mia donna. Effetto terapeutico della musica, appunto.

  7. Granocchiaio ha detto:

    Parte 7
    Il Concerto

    La sera del concerto degli Shadows sono uscito dall’albergo e ho accusato subito un forte dolore alla vita, dalla parte destra. Insomma era il fegato che voleva dire la sua, forse per il lavoro extra per qualche “degustazione” parigina di troppo, o troppo spinta o fuori norma. Soffro in silenzio se no oltre il male c’era da subire pure la tiritera della mia signora con relativa predica che so a memoria. Insomma, pensando poi allo spettacolo, pensavo speriamo che mi passi un po’, se no te l’immagini che gusto aspettare una vita per sentirli e poi presentarsi con una colica di fegato?

    Insomma non è che mi avvolgessi dal dolore, ma certo la sentivo abbastanza evidente.

    Alla fine una volta seduti nelle comode poltrone del Grande Anfiteatro cerco una posizione di fianco per comprimere la zona ma l’effetto non è poi così benefico. Poi si parte e canta Cliff Richard che non è poi tanto male come temevo, tiene bene la scena, canta bene e si muove con mestiere – mi pare che sia meglio quando canta che quando parla, pare che ci’abbia una dentina in bocca, ma forse è il suo inglese o il suo dialetto (?) , boh – e poi ci sono LORO li ad accompagnarlo e sono proprio LORO, non c’è niente da dire.

    Eleganti, tutti vestiti in nero e con il loro caratteristico stile.

    Brian Bennet il batterista, un po’ spelacchiato e con un accenno di pancetta, è in formissima, sembra un ragazzino, “spingeva a fondo come un ciclista gregario in fuga” (Boogie – Paolo Conte)

    Bruce Welch mio personale idolo, con il fisico sembra un contadino venuto a suonare dopo aver potato la vigna tutto il pomeriggio, ma ha un polso fatato e unico.

    Hank B. Marvin, il più ammirato, il più invidiato, con quella faccia un poco così, quell’espressione un po così, che hanno certi ragazzi inglesi quando vanno a giocare – pantaloni ai ginocchi – a pallone nei cortili, occhialoni da miope simpatico e da “boncitto tontolone”, caposcuola indiscusso di un modo di suonare la chitarra elettrica.

    Tutti loro con la pulizia, la nitidezza, la precisione, del loro personalissimo sound………….

    Solo che ero li a senti canta Cliff già da un bel pezzo e pensavo: ma loro quando partono? E con che pezzo partiranno? Con Apache no, è troppo scontato. Forse con The Savage che tira maledettamente e ti mette subito in orbita. Mah, in fondo a me basta che nel concerto ci sia Shadoogie e poi faccino un po’ cosa vogliano.

    E poi quando arriva il momento partano proprio con questo pezzo, con lo Shadoogie: prima Bennet alla batteria chiocca giù dei colpi micidiali, poi il Welch spara i suoi incalzanti SI7, Marvin che sottolinea con forza quel SI……….e poi dai, via!

    L’apoteosi! Non ero solo io ad aspettarli ma gli altri oltre 3.000 e più che scoppiano in un fragoroso quanto liberatorio applauso. E io che faccio? Mi sento tutto un brivido, finché non si aprono le cannelline………Laura intuisce tutto, mi tocca un braccio e come mi volto attacca anche lei: e dai giù a piangere, “E BATTI INVIO!” direbbe il mio cucciolo Mamu. Che bella cosa, che bella sensazione. Li seduto comodamente con la bella compagnia di Rolando al mio fianco, con Laura e Nayeda più in la, e io ad ascoltare questi grandi amici che mi fanno compagnia e goduria da 50 anni a questa parte. Il pezzo dura un attimo e un’eternità, ma poi ingiustamente finisce. Ci si guarda in faccia tutti soddisfatti e felici. E ci si prepara al pezzo successivo. Io non penso più al fegato. Fanno altri pezzi e io mi emoziono, godo e basta.

    Finalmente partono con Wonderful Land e questo pezzo che cosa mi provoca?

    Una sera questa estate andavo a trovare i mi cuccioli alla casa mare dopo aver chiuso bottega. Era il tardo pomeriggio, ero solo in macchina e stavo ascoltando proprio loro, gli Shadows. Tengo sempre un loro CD nel lettore perché quando ci’ho in macchina i miei cuccioli Jimmie e Mamu immancabilmente mi chiedono “la musica degli indiani”, che poi sarebbe Apache e compagnia. Ero all’altezza della Cantina del Cristo quando attaccò Wonderful Land. Dopo poco mi accorsi dai morsi allo stomaco e dagli occhi che mi si velavano che stavo piangendo. Mi accosto e mi fermo con la macchina. Mentre piango mi viene da pensare: devo condividere questo momento con qualcuno e allora mi metto li e col telefonino mando un messaggio del tipo “ciao, sono in macchina, sto ascoltando Wonderful Land degli Shadows e ci sto piangendo sopra” Mando il messaggio a due o tre amici, quelli che mi vengono in mente. Dopo poco mi risponde Giuseppe Morisco – l’ingegnerone – e mi dice: non so chi siano gli Shadows, non conosco il pezzo, ma sto con te.

    Alla fine di Wonderful Land – quello dal vero li nel concerto – mi accorgo che le lacrime mi hanno rigato il viso, sono penetrate nella barba, particolarmente incolta per l’occasione, ciononostante l’hanno attraversata tutta e una lacrima gocciola giù dal mento: incredibile, non mi era mai successo. Lo faccio vedere a mia moglie e ai miei amici che mi fanno una foto accusi conciato! Da non vedere!

    Sono spossato dal piacere, mi rilasso, consegno la reliquia del fazzoletto con le lacrime originali a Laura che me lo conservi così fino a casa dove NON dovrà lavarlo e dove verrà messo sotto vetro come un ex voto. Come è stato poi fatto.

    Cerco infine di vedermi lo spettacolo con occhio più critico e più attento ai dettagli. E proprio allora mi accorgo che non ho più nemmeno un filo di dolore al fegato. Mi muovo, mi tasto, niente, non sento più niente. Lo dico ai miei vicini che mi guardano interrogativi per sapere se li sto prendendo in giro. Anch’io stento a crederci, ma è così, da un dolore forte e continuo ora non ho più niente. Ci si interroga come sia stato possibile, fino a quando non viene fuori quella parolina magica: endorfina. Non so perché, ma la cosa mi convince subito, forse perché mi piace il suono.

    Su Wikipedia, l’enciclopedia dei pigri come me si legge:

    L’endorfina (o endorfine) è una sostanza chimica di natura organica prodotta dal cervello, dotata di proprietà analgesiche e fisiologiche simili a quelle della morfina e dell’oppio, ma con portata anche più ampia di queste.

    Il termine è composto di due parti: “endo”, sostanza prodotta da una reazione endogena e “-orfina” sostanza simile alla morfina. Quando un impulso nervoso raggiunge la colonna vertebrale le endorfine vengono rilasciate in modo da prevenire un ulteriore rilascio di questi segnali.

    È presente nei tessuti degli animali superiori, e viene rilasciata in particolari condizioni e in occasione di particolari attività fisiche.

    Ritenendomi a torto o a ragione un animale superiore, la conferma mi sembra ovvia e scontata: sono stati loro, gli Shadows che con la loro musica mi hanno provocato un’emozione talmente forte che è partita una bella dose dell’amica endorfina e poi lei ha pensato a sistemare tutte le pendenze in corso, colica di fegato compresa!

    Che bella serata! E pensare che né la notte né il giorno dopo ho risentito più niente. Talmente niente che la sera dopo mi sono potuto fare tranquillamente il gran piatto di ostriche e frutti di mare (vedi sopra , versione Petit plateau) con una piccola fantastica bottiglia di Chateau du Coing de St Fiacre Muscadet de Sevre & Maine sur Lie 2007…………….

    Bella roba, ragazzi, bella roba!

    W la bella musica e chi se la sa godere

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