Campane e campanelli

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I primi suoni li udii da bimbo nella chiesetta degli Acquisti. La campana della chiesa non era grande, ma si faceva sentire per tutta la fattoria. Aveva un suono gentile e discreto, intonato alle dimensioni e alla collocazione della cappella, un suono gradevole e argentino.

Il campanello era quello che mi dava don Pietro per servire la Messa. Pur essendo di piccole dimensioni mi pareva pesante. Aveva un suono forte e squillante. Io aspettavo con attenzione il momento in cui avrei dovuto suonarlo ad un suo segnale appena accennato. In certi momenti della liturgia doveva essere suonato con delicatezza, con discrezione, in altri avevo il permesso di suonarlo con tutta la forza e al massimo volume. Era un suono forte e penetrante. Se suonato con più o meno forza e un po’ di verso riusciva perfino ad essere espressivo.

 

Poi a sei anni con mio nonno Francesco, nonna Stella e la mia zia Anna andammo a Roma per l’anno Santo del 1950. Il suono delle campane della basilica di San Pietro risultò essere qualcosa di veramente grandioso e stupefacente. Ti pare proprio il suono legittimo e adeguato per la sede del cristianesimo. Imponente, grave, maestoso. Qualcosa di superiore, come la voce di un grande patriarca capace di chiamare a se ed accogliere tutti i figli del mondo. Nente di partagonabile più udito. A confronto le campane del mio paese, così come quelle di Grosseto, sanno proprio di parrocchia, nemmeno paragonabile a quelle. Nelle chiese dei vari centri quasi sempre il suono delle campane corrisponde alla grandezza e ll’importanza del paese.

 

Ma il suono più bello e indimenticabile è quello che udii da ragazzo quando andavo con i nonni a fare le vacanze “ai Gai” una località a mezza collina vicino a Pistoia. Nel fondo valle c’era il torrente Bure che dava appunto il nome alla vallata. Si saliva a piedi su ai Gai dal piccolo borgo di Mastrilli, sede storica della famiglia del nonno paterno Francesco. Sotto  casa c’era un mulino a pietra alimentato dalle acqua con una deviazione dal torrente. Nell’altra sponda della vallata, in alto nella piccola frazione di Valdibure, c’era una pieve austera e affascinante. Naturalmente mia nonna non poteva stare senza almeno una Messa alla settimana, per cui alla domenica si scendeva giù ai Mastrilli e poi risalendo l’altra costa, sempre a piedi,  si andava alla pieve di San Giovanni Evangelista.

Descrivere il suono di queste campane è un’impresa, ma il ricordo è sempre così presente e piacevole a distanza di decenni che devo provarci.

Il suono era austero ed elegante, senza frivolezze, senza sbavature e incertezze. Un suono nobile e struggente.

Questo quando eravamo li per la Messa. Ma il bello veniva quando udivamo queste campane suonare dal lato opposto della vallata, dai Gai. Sarà stato l’effetto della lontananza, del gioco delle due colline, forse un po’ di eco, ma allora il suono mi trasportava in una dimensione surreale. Come se il suono non venisse da la, ma venisse da un tempo lontano, un tempo già trascorso, un tempo indefinito, un ricordo struggente e confortante allo stesso tempo.

Mi sono chiesto spesso se tutte queste caratteristiche fossero frutto della particolare posizione della chiesa a Valdibure e di noi a Castel dei Gai, o invece ci fosse qualcosaltro.

In effetti c’era qualcosaltro. Era lo stare in uno stato di grazia! Uno stato che veniva dal vivere i miei primi dieci anni di vita giorno e notte con i miei fantastici nonni. Tutti mi volevano un bene dell’anima. Oltre a loro due anche gli amici dei nonni, parenti, conoscenti: mi sentivo amato da tutti. Ecco da dove veniva lo stato di grazia, dall’amore cui ero circondato. Poi dopo, molto tempo dopo, mi sono chiesto se c’era un perché a tutto questo. C’era eccome: volevano bene a me perché conoscevano la bontà e il valore dei miei nonni. Era quindi un bene riflesso, ma non per questo meno appagante. Anzi.

E allora molte cose vissute ai Gai hanno trovato una plausibile spiegazione. Ecco perché da allora ho sempre amato il profumo delle belle di notte che avevamo li fuori della porta di casa. Ecco perché  ho sempre amato il latte che allora ci veniva portata ogni sera da un’anziana signora, latte appena munto alle sue capre. Ecco perché il profumo delle nipitella che era sui bordi dei viottoli è ancora oggi di gran lunga il profumo che più amo. Ecco perhé il suono delle campane di Valdibure è il più bello mai udito. Perché sono cose che ho vissuto assieme a loro, assieme a nonno Francesco e nonna Stella.

 

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  1. Roberto Tonini ha detto:

    I primi suoni li udii da bimbo nella chiesetta degli Acquisti. La campana della chiesa non era grande, ma si faceva sentire per tutta la fattoria. Aveva un suono gentile e discreto, intonato alle dimensioni e alla collocazione della cappella, un suono gradevole e argentino.

    Il campanello era quello che mi dava don Pietro per servire la Messa. Pur essendo di piccole dimensioni mi pareva pesante. Aveva un suono forte e squillante. Io aspettavo con attenzione il momento in cui avrei dovuto suonarlo ad un suo segnale appena accennato. In certi momenti della liturgia doveva essere suonato con delicatezza, con discrezione, in altri avevo il permesso di suonarlo con tutta la forza e al massimo volume. Era un suono forte e penetrante. Se suonato con più o meno forza e un po’ di verso riusciva perfino ad essere espressivo.

    Poi a sei anni con mio nonno Francesco, nonna Stella e la mia zia Anna andammo a Roma per l’anno Santo del 1950. Il suono delle campane della basilica di San Pietro risultò essere qualcosa di veramente grandioso e stupefacente. Ti pare proprio il suono legittimo e adeguato per la sede del cristianesimo. Imponente, grave, maestoso. Qualcosa di superiore, come la voce di un grande patriarca capace di chiamare a se ed accogliere tutti i figli del mondo. Nente di partagonabile più udito. A confronto le campane del mio paese, così come quelle di Grosseto, sanno proprio di parrocchia, nemmeno paragonabile a quelle. Nelle chiese dei vari centri quasi sempre il suono delle campane corrisponde alla grandezza e ll’importanza del paese.

    Ma il suono più bello e indimenticabile è quello che udii da ragazzo quando andavo con i nonni a fare le vacanze “ai Gai” una località a mezza collina vicino a Pistoia. Nel fondo valle c’era il torrente Bure che dava appunto il nome alla vallata. Si saliva a piedi su ai Gai dal piccolo borgo di Mastrilli, sede storica della famiglia del nonno paterno Francesco. Sotto casa c’era un mulino a pietra alimentato dalle acqua con una deviazione dal torrente. Nell’altra sponda della vallata, in alto nella piccola frazione di Valdibure, c’era una pieve austera e affascinante. Naturalmente mia nonna non poteva stare senza almeno una Messa alla settimana, per cui alla domenica si scendeva giù ai Mastrilli e poi risalendo l’altra costa, sempre a piedi, si andava alla pieve di San Giovanni Evangelista.

    Descrivere il suono di queste campane è un’impresa, ma il ricordo è sempre così presente e piacevole a distanza di decenni che devo provarci.

    Il suono era austero ed elegante, senza frivolezze, senza sbavature e incertezze. Un suono nobile e struggente.

    Questo quando eravamo li per la Messa. Ma il bello veniva quando udivamo queste campane suonare dal lato opposto della vallata, dai Gai. Sarà stato l’effetto della lontananza, del gioco delle due colline, forse un po’ di eco, ma allora il suono mi trasportava in una dimensione surreale. Come se il suono non venisse da la, ma venisse da un tempo lontano, un tempo già trascorso, un tempo indefinito, un ricordo struggente e confortante allo stesso tempo.

    Mi sono chiesto spesso se tutte queste caratteristiche fossero frutto della particolare posizione della chiesa a Valdibure e di noi a Castel dei Gai, o invece ci fosse qualcosaltro.

    In effetti c’era qualcosaltro. Era lo stare in uno stato di grazia! Uno stato che veniva dal vivere i miei primi dieci anni di vita giorno e notte con i miei fantastici nonni. Tutti mi volevano un bene dell’anima. Oltre a loro due anche gli amici dei nonni, parenti, conoscenti: mi sentivo amato da tutti. Ecco da dove veniva lo stato di grazia, dall’amore cui ero circondato. Poi dopo, molto tempo dopo, mi sono chiesto se c’era un perché a tutto questo. C’era eccome: volevano bene a me perché conoscevano la bontà e il valore dei miei nonni. Era quindi un bene riflesso, ma non per questo meno appagante. Anzi.

    E allora molte cose vissute ai Gai hanno trovato una plausibile spiegazione. Ecco perché da allora ho sempre amato il profumo delle belle di notte che avevamo li fuori della porta di casa. Ecco perché ho sempre amato il latte che allora ci veniva portata ogni sera da un’anziana signora, latte appena munto alle sue capre. Ecco perché il profumo delle nipitella che era sui bordi dei viottoli è ancora oggi di gran lunga il profumo che più amo. Ecco perhé il suono delle campane di Valdibure è il più bello mai udito. Perché sono cose che ho vissuto assieme a loro, assieme a nonno Francesco e nonna Stella.

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