Epico ferragosto, il 31 di dicembre

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Telefona il mio amico Enzo e mi fa:

  • Cosa fai di bello?
  • Aspetto il fresco di ferragosto, pare che piova!
  • Dai, forse stai pensando a che pezzo scrivere per un giorno speciale come ferragosto! Scommetto che c’hai qualcosa di epico da raccontare
  • Non mi pare proprio
  • Forse non c’hai pensato bene, prova a pensarci
  • Si si, ma vedrai che non ho niente

In effetti ci penso ma di un ferragosto epico non mi viene a mente niente. In effetti queste festività hanno quasi sempre degli andamenti scontati, belli magari, ma non memorabili. E la mente comincia a navigare all’indietro per vedere se ci fosse stata una volta veramente speciale. Dopo un po’ andando nella nebbia di cinquanta e passa anni fa mi viene in mente una di queste festività che fu veramente epica. Strana, fino ad essere sicuramente epica.  Talmente strana che non so nemmeno se e come raccontarla. Poi per non deludere il mio amico ci provo.

Avevo meno di venti anni, forse 16 o 17. E qui devo specificare che nonostante l’età e l’epoca godevo di una libertà esagerata da parte dei miei, in pratica da parte di mio babbo. Qualsiasi cosa chiedessi difficilmente mi diceva di no. Avevo capito che lo faceva apposta per responsabilizzarmi, e io ci sguazzavo. Già a 15 anni dicevo di dover andare nel fine settimana a studiare dal mio compagno di banco al Chiarone, ma in realtà ci andai una sola volta. Poi tutte le altre volte invece di fermarmi da lui andavo a Roma. Un po’ di soldi li avevo sempre in tasca, magari grazie a mio nonno che arrotondava la paghetta, per cui mi potevo permettere gita, cena in trattoria e poi vagabondare per le vie di Roma, ma sempre nei pressi della stazione Termini. Qualche volta dormivo in una pensioncina, qualche volta di proposito ho dormito nella sala di attesa della stazione, sulle panchine di legno. Dov’era il divertimento? Era nello sperimentare tutto da solo cose nuove, mai viste, mai fatte, in un ambiente che avevo visto solo al cinema. E in effetti dormire alla stazione come un barbone mi faceva sentire come un attore che recitava in un film. Qualche volta avevo anche un po’ di paura, ma alla fine faceva parte del gioco anche questa.

Per tornare al racconto. A fine estate, proprio uno degli ultimi giorni di mare avevo incontrato a Castiglioni una ragazza. Come andò non ricordo però mi accorsi che,  come si diceva allora, “ci stava”. E se ci stava c’era da darsi da fare. Lei aveva i parenti a Braccagni, ma era di fuori, di Prato. Ovviamente era stata lei a scegliere me e a decidere tutto, come spesso mi capitava con le ragazze.  Era assai carina, ma soprattutto era assai “sveglia”. Capii subito che ne sapeva più di me. Ballammo al bagno “da Brotto” con la musica del Juke box balli da mattonella come fossimo due filetti di acciuga sottolio: fu molto piacevole, diciamo così. Solo che era pomeriggio e presto venne l’ora di prendere il pullman per tornare a Braccagni. Nel pullman fu lei a venire nelle poltroncine di fondo dove mi ero rintanato per darmi saggio del suo sapere e del suo fare. Si arrivò presto al paese ed ebbi giusto il tempo di chiedergli quando ci potevamo rivedere. La risposta mi gelò: stasera prepariamo i bagagli e domattina rientriamo a casa per fine ferie. Ci rimasi di cacca. Lei, forse per farsi perdonare, mi regalò una foto con dedica e mi disse: magari una volta vieni a trovarmi.

Ci pensai molto, ma non riuscivo a trovare soluzioni. Ci pensai molto anche nei mesi seguenti. Finchè si arrivò a Natale e mi venne in testa l’idea folle. Andare a trovarla e magari passarci l’ultimo dell’anno! Misi in piedi la storia che volevo andare a passare l’ultimo dell’anno a Pistoia, dai miei cugini. Come al solito non mi ci volle molto a convincere la famiglia, cioè mio babbo. Mia mamma pensò a rivestirmi a modino e mi comprò pure un trench con tanto di cappello, tanto di moda allora. Era un tipo di impermeabile con cintura che si vedeva molto nei films, ma che era oramai entrato anche nel vestiario comune di tutti.

Fatta  la valigia come uno grande, con pigiama, lametta e pennello per la barba, ecc., ed equipaggiato di adeguati soldini partii per Pistoia. Là dai miei cugini e dai miei zii dissi subito che ero lì da loro ma che l’ultimo dell’anno l’avrei fatto con degli amici di Prato. Non fecero storie e tutto filò liscio.

Il pomeriggio dell’ultimo dell’anno presi il treno e andai a Prato. Li arrivato mi resi conto che il piccolo neo che avevo nell’organizzare si rivelò in tutto il suo devastante difetto. Reggetevi forte: non sapevo il cognome della ragazza, non sapevo l’indirizzo di dove abitasse e non avevo nemmeno il suo numero di telefono. Eh, non credete sia possibile eh, e invece era proprio così.

E come avrei potuto trovarla? Sapevo grosso modo in che zona abitava, ma mi resi conto che era veramente un po’ pochino. Con l’incoscienza del momento mi misi a girellare nella zona che sapevo. Magari il caso avrebbe potuto farla uscire e incontrare. Ogni tanto entravo in un bar, un caffè, e una sigaretta. Già perché allora fumavo pure. Si faceva sempre più tardi finchè mi resi finalmente conto della pazzia che avevo messo in piedi e che non avrei più potuto incontrare nessuno. Cominciò a piovere, una pioggerellina leggera e continua. Menomale che avevo il mio trench con tanto di cappello. Mi ritrovai ad attraversare la piazza del duomo e li avvenne il miracolo. Vidi lei? Seeeeh, manco per idea. Mentre attraversavo la piazza vidi  il selciato tutto bagnato dove si riflettevano le luci dei grandi lampioni. La pioggerellina contro la luce dei lampioni brillava scintillante. Non c’era un’anima viva in circolazione. E io che camminavo lentamente per godermi la pioggia che mi pioveva dolcemente addosso. Allora mi resi conto che stavo interpretando un film come Eddie Costantine, come lui con trench e cappello sotto la pioggia. Mi fermai e accesi una sigaretta. Ero perfetto. Fu una sensazione bellissima. Capii che se ero andato a buca con il progetto iniziale, avevo però trovato uno stupendo copione alternativo. La cosa mi consolò abbastanza. Anche perché pensavo: tanto chi lo viene a sapere che ho montato tutto questo programma senza capo ne coda? Nessuno! L’unico che conosceva come stavano le cose ero io, e se io non l’avessi mai raccontato a nessuno, nessuno avrebbe mai scoperto questa follia.

E così è stato. Fino a quando iersera non mi ha telefonato il mio amico Enzo.

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  1. Granocchiaio ha detto:

    Telefona il mio amico Enzo e mi fa:
    – Cosa fai di bello?
    – Aspetto il fresco di ferragosto, pare che piova!
    – Dai, forse stai pensando a che pezzo scrivere per un giorno speciale come ferragosto! Scommetto che c’hai qualcosa di epico da raccontare
    – Non mi pare proprio
    – Forse non c’hai pensato bene, prova a pensarci
    – Si si, ma vedrai che non ho niente
    In effetti ci penso ma di un ferragosto epico non mi viene a mente niente. In effetti queste festività hanno quasi sempre degli andamenti scontati, belli magari, ma non memorabili. E la mente comincia a navigare all’indietro per vedere se ci fosse stata una volta veramente speciale. Dopo un po’ andando nella nebbia di cinquanta e passa anni fa mi viene in mente una di queste festività che fu veramente epica. Strana, fino ad essere sicuramente epica. Talmente strana che non so nemmeno se e come raccontarla. Poi per non deludere il mio amico ci provo.
    Avevo meno di venti anni, forse 16 o 17. E qui devo specificare che nonostante l’età e l’epoca godevo di una libertà esagerata da parte dei miei, in pratica da parte di mio babbo. Qualsiasi cosa chiedessi difficilmente mi diceva di no. Avevo capito che lo faceva apposta per responsabilizzarmi, e io ci sguazzavo. Già a 15 anni dicevo di dover andare nel fine settimana a studiare dal mio compagno di banco al Chiarone, ma in realtà ci andai una sola volta. Poi tutte le altre volte invece di fermarmi da lui andavo a Roma. Un po’ di soldi li avevo sempre in tasca, magari grazie a mio nonno che arrotondava la paghetta, per cui mi potevo permettere gita, cena in trattoria e poi vagabondare per le vie di Roma, ma sempre nei pressi della stazione Termini. Qualche volta dormivo in una pensioncina, qualche volta di proposito ho dormito nella sala di attesa della stazione, sulle panchine di legno. Dov’era il divertimento? Era nello sperimentare tutto da solo cose nuove, mai viste, mai fatte, in un ambiente che avevo visto solo al cinema. E in effetti dormire alla stazione come un barbone mi faceva sentire come un attore che recitava in un film. Qualche volta avevo anche un po’ di paura, ma alla fine faceva parte del gioco anche questa.

    Per tornare al racconto. A fine estate, proprio uno degli ultimi giorni di mare avevo incontrato a Castiglioni una ragazza. Come andò non ricordo però mi accorsi che, come si diceva allora, “ci stava”. E se ci stava c’era da darsi da fare. Lei aveva i parenti a Braccagni, ma era di fuori, di Prato. Ovviamente era stata lei a scegliere me e a decidere tutto, come spesso mi capitava con le ragazze. Era assai carina, ma soprattutto era assai “sveglia”. Capii subito che ne sapeva più di me. Ballammo al bagno “da Brotto” con la musica del Juke box balli da mattonella come fossimo due filetti di acciuga sottolio: fu molto piacevole, diciamo così. Solo che era pomeriggio e presto venne l’ora di prendere il pullman per tornare a Braccagni. Nel pullman fu lei a venire nelle poltroncine di fondo dove mi ero rintanato per darmi saggio del suo sapere e del suo fare. Si arrivò presto al paese ed ebbi giusto il tempo di chiedergli quando ci potevamo rivedere. La risposta mi gelò: stasera prepariamo i bagagli e domattina rientriamo a casa per fine ferie. Ci rimasi di cacca. Lei, forse per farsi perdonare, mi regalò una foto con dedica e mi disse: magari una volta vieni a trovarmi.
    Ci pensai molto, ma non riuscivo a trovare soluzioni. Ci pensai molto anche nei mesi seguenti. Finchè si arrivò a Natale e mi venne in testa l’idea folle. Andare a trovarla e magari passarci l’ultimo dell’anno! Misi in piedi la storia che volevo andare a passare l’ultimo dell’anno a Pistoia, dai miei cugini. Come al solito non mi ci volle molto a convincere la famiglia, cioè mio babbo. Mia mamma pensò a rivestirmi a modino e mi comprò pure un trench con tanto di cappello, tanto di moda allora. Era un tipo di impermeabile con cintura che si vedeva molto nei films, ma che era oramai entrato anche nel vestiario comune di tutti.
    Fatta la valigia come uno grande, con pigiama, lametta e pennello per la barba, ecc., ed equipaggiato di adeguati soldini partii per Pistoia. Là dai miei cugini e dai miei zii dissi subito che ero lì da loro ma che l’ultimo dell’anno l’avrei fatto con degli amici di Prato. Non fecero storie e tutto filò liscio.
    Il pomeriggio dell’ultimo dell’anno presi il treno e andai a Prato. Li arrivato mi resi conto che il piccolo neo che avevo nell’organizzare si rivelò in tutto il suo devastante difetto. Reggetevi forte: non sapevo il cognome della ragazza, non sapevo l’indirizzo di dove abitasse e non avevo nemmeno il suo numero di telefono. Eh, non credete sia possibile eh, e invece era proprio così.
    E come avrei potuto trovarla? Sapevo grosso modo in che zona abitava, ma mi resi conto che era veramente un po’ pochino. Con l’incoscienza del momento mi misi a girellare nella zona che sapevo. Magari il caso avrebbe potuto farla uscire e incontrare. Ogni tanto entravo in un bar, un caffè, e una sigaretta. Già perché allora fumavo pure. Si faceva sempre più tardi finchè mi resi finalmente conto della pazzia che avevo messo in piedi e che non avrei più potuto incontrare nessuno. Cominciò a piovere, una pioggerellina leggera e continua. Menomale che avevo il mio trench con tanto di cappello. Mi ritrovai ad attraversare la piazza del duomo e li avvenne il miracolo. Vidi lei? Seeeeh, manco per idea. Mentre attraversavo la piazza vidi il selciato tutto bagnato dove si riflettevano le luci dei grandi lampioni. La pioggerellina contro la luce dei lampioni brillava scintillante. Non c’era un’anima viva in circolazione. E io che camminavo lentamente per godermi la pioggia che mi pioveva dolcemente addosso. Allora mi resi conto che stavo interpretando un film come Eddie Costantine, come lui con trench e cappello sotto la pioggia. Mi fermai e accesi una sigaretta. Ero perfetto. Fu una sensazione bellissima. Capii che se ero andato a buca con il progetto iniziale, avevo però trovato uno stupendo copione alternativo. La cosa mi consolò abbastanza. Anche perché pensavo: tanto chi lo viene a sapere che ho montato tutto questo programma senza capo ne coda? Nessuno! L’unico che conosceva come stavano le cose ero io, e se io non l’avessi mai raccontato a nessuno, nessuno avrebbe mai scoperto questa follia.
    E così è stato. Fino a quando iersera non mi ha telefonato il mio amico Enzo.

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