Biografia dei premi: Beppe Caloni

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Beppe Caloni

Beppe Caloni

Beppe nasce l’8 settembre 1931 da Emilio e Maria Borgni, entrambi provenienti dalla Val di Chiana. Le prime tre classi delle elementari le frequenta a Montepescali dove risiedeva allora la famiglia. Nel 1942 si trasferisce a Braccagni. Le restanti classi sono frequentate nelle scuole presso la chiesa. I tempi dell’infanzia sono duri, figli della lupa e 250 grammi di pane a testa con la tessera.

Il primo lavoro è nel 1945 con Pietro Santoni, nella zona degli Olmini, a lavorare la terra con i buoi e a governare i maiali. Vi resta anche nel 1946, poi l’anno seguente va a lavoro presso il caseificio di Lino Rossi a Braccagni. Ricorda di aver fatto invii di ricotta alla ditta Nannini di Siena, con negozio in Piazza del Campo. Non i Nannini noti oggi, forse un fratello.

Il terzo lavoro nel 1947 è con Santino Guidarelli proprietario di trebbiatrici, trattori, compreso il Landini a testa calda, presse ed altri attrezzi agricoli. Con questi fa lavoro presso e per conto terzi. Qui Beppe tra l’altro fa il trattorista e l’imbocchino sulla trebbiatrice a fermo. Lavoro quest’ultimo molto qualificato e tenuto in considerazione.

Dopo questa esperienza cambia settore e diventa manovale con la ditta Averoldi e Franceschino Dringoli. A quei tempi le case si tiravano su con una certa lentezza e terminarla una era  una bella impresa. Forse è per questo a tetto ultimato veniva issata la bandiera con il tricolore italiano? La prima casa a cui partecipò come manovale fu la casa di Paris Meacci, ultima di Via Giuseppe Bandi. Oggi divenuta la casa del nipote Adriano, detto il Fritz. Altre case furono quelle di Nello Anselmi, detto il Cucco, la stalla della famiglia Marinai al Bottegone e l’inizio della casa di Alfio Filadelfi, quella dove oggi ha sede il bar Red Baron.

Finalmente partecipa nel 1950 alla costruzione del molino di Ameno Ciani, detto Alimeno, proveniente da Arcidosso. Con la moglie Elena ha una figlia, Lidia, che sposa Piero Buzzani, valente medico che però poi risulta non avere la laurea. In compenso era molto capace e stimato. Nonostante all’epoca non vi fossero obblighi particolare questo dottore di sua iniziativa faceva regolari visite di controllo ai propri operai, compresi raggi e applicazioni aerosol.

Prima di trasferirsi nell’angolo all’inizio di Via Frà G. Pantaleo e Via Aurelia Nord il molino a macine era sistemato nel palazzo Pieraccini. Qui era azionato da motori elettrici, mentre in occasione del trasferimento nella nuova sede inizialmente la forza motrice proveniva da una macchina a vapore.

Inizialmente nel molino lavoravano come operai Giuliano Boni e Aldo Raspanti, detto Sardone. Quest’ultimo dovette cambiare lavoro in seguito ad un incidente che lo rese un po’ zoppo. Entrò poi nella nettezza urbana del comune di Grosseto dove lavorò come spazzino con passione, stima e simpatia della gente fino alla sua fine.

Nel molino inizialmente c’erano ancora le macine a pietra, per cui dovette imparare a usarle, e a arrotare le varie scanalature a secondo dell’uso che se ne doveva fare. Era un lavoro duro, con orario dalle sette del mattina alle otto della sera. Il giorno festivo era solo la domenica pomeriggio.

Il molino viene poi venduto a Giulio Bizzarri, amministratore della fattoria Carla di Magliano in Toscana. Il successivo passaggio di proprietà vede l’arrivo nel 1955 di Leone Massini che porterà alla massima espansione e produzione lo stabilimento. Fin dalla uscita di Sardone gli unici operai rimasti furono Beppe e Giuliano. Le balle da movimentare pesavano 101 chilogrammo. Per il lavoro di facchinaggio c’era Mario Verdolini, Angiolino Dottarelli, detto Giangio, Nedo Cappuccini detto Saragat, e Enzo Cappuccini detto la Billa.

Per problemi di salute Beppe si trasferisce a lavoro a Follonica in una fabbrica di ghiaccio e bibite di proprietà di Bruno Salvadori. Il ghiaccio è per i pesciai e per la spedizione con carro ferroviario degli spinaci coltivati all’Ampio. Siamo ai primi di maggio del 1970.

Il successivo lavoro, a partire dal 1970, lo vede assumere la gestione delle Cooperativa di Consumo di Braccagni, detta semplicemente “la Cooperativa”. Questa ha avuto una discreta serie di gestori. Si parte con Pasquino Rizieri, poi Erminia Pepi, Luigi Ciarpaglini,  Sollecito Tavarnesi (detto Pipi), poi suo genero Delfo Brunacci, poi Marino Nocciolini, detto Frustalupi, e infine Beppe Caloni.

Quando lui lascia per la pensione, in data 31 dicembre 1985, subentra Gabriella Capecchi che tuttora sotto diverso nome, gestisce il negozio.

Appena in pensione inizia con passione e tenacia a scrivere di ricordi, di fatti, scrive racconti, poesie, e cataloga tutta una serie di documenti sul paese, sulle genti, sui poderi, sulle fattorie, e chissà su quante altre cose!

Ha partecipato alla fondazione del coro Livallia con don Luigi Corsi dove ha pure cantato per un certo periodo.

Ha un sogno nel cassetto per cosa farà da grande: sistemare il suo immenso archivio e magari scrivere un po’ delle mille cose che sa e che ricorda.

Beppe si sposa con Marisa Giannini, da Sinalunga,  il 12 ottobre 1957. Nel 1962 nasce la figlia Stefania e nel 1990 il nipote Umberto, laureatosi in Scienze naturali il 20 ottobre 2014

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  1. Granocchiaio ha detto:

    Beppe nasce l’8 settembre 1931 da Emilio e Maria Borgni, entrambi provenienti dalla Val di Chiana. Le prime tre classi delle elementari le frequenta a Montepescali dove risiedeva allora la famiglia. Nel 1942 si trasferisce a Braccagni. Le restanti classi sono frequentate nelle scuole presso la chiesa. I tempi dell’infanzia sono duri, figli della lupa e 250 grammi di pane a testa con la tessera.

    Il primo lavoro è nel 1945 con Pietro Santoni, nella zona degli Olmini, a lavorare la terra con i buoi e a governare i maiali. Vi resta anche nel 1946, poi l’anno seguente va a lavoro presso il caseificio di Lino Rossi a Braccagni. Ricorda di aver fatto invii di ricotta alla ditta Nannini di Siena, con negozio in Piazza del Campo. Non i Nannini noti oggi, forse un fratello.

    Il terzo lavoro nel 1947 è con Santino Guidarelli proprietario di trebbiatrici, trattori, compreso il Landini a testa calda, presse ed altri attrezzi agricoli. Con questi fa lavoro presso e per conto terzi. Qui Beppe tra l’altro fa il trattorista e l’imbocchino sulla trebbiatrice a fermo. Lavoro quest’ultimo molto qualificato e tenuto in considerazione.

    Dopo questa esperienza cambia settore e diventa manovale con la ditta Averoldi e Franceschino Dringoli. A quei tempi le case si tiravano su con una certa lentezza e terminarla una era una bella impresa. Forse è per questo a tetto ultimato veniva issata la bandiera con il tricolore italiano? La prima casa a cui partecipò come manovale fu la casa di Paris Meacci, ultima di Via Giuseppe Bandi. Oggi divenuta la casa del nipote Adriano, detto il Fritz. Altre case furono quelle di Nello Anselmi, detto il Cucco, la stalla della famiglia Marinai al Bottegone e l’inizio della casa di Alfio Filadelfi, quella dove oggi ha sede il bar Red Baron.

    Finalmente partecipa nel 1950 alla costruzione del molino di Ameno Ciani, detto Alimeno, proveniente da Arcidosso. Con la moglie Elena ha una figlia, Lidia, che sposa Piero Buzzani, valente medico che però poi risulta non avere la laurea. In compenso era molto capace e stimato. Nonostante all’epoca non vi fossero obblighi particolare questo dottore di sua iniziativa faceva regolari visite di controllo ai propri operai, compresi raggi e applicazioni aerosol.

    Prima di trasferirsi nell’angolo all’inizio di Via Frà G. Pantaleo e Via Aurelia Nord il molino a macine era sistemato nel palazzo Pieraccini. Qui era azionato da motori elettrici, mentre in occasione del trasferimento nella nuova sede inizialmente la forza motrice proveniva da una macchina a vapore.

    Inizialmente nel molino lavoravano come operai Giuliano Boni e Aldo Raspanti, detto Sardone. Quest’ultimo dovette cambiare lavoro in seguito ad un incidente che lo rese un po’ zoppo. Entrò poi nella nettezza urbana del comune di Grosseto dove lavorò come spazzino con passione, stima e simpatia della gente fino alla sua fine.

    Nel molino inizialmente c’erano ancora le macine a pietra, per cui dovette imparare a usarle, e a arrotare le varie scanalature a secondo dell’uso che se ne doveva fare. Era un lavoro duro, con orario dalle sette del mattina alle otto della sera. Il giorno festivo era solo la domenica pomeriggio.

    Il molino viene poi venduto a Giulio Bizzarri, amministratore della fattoria Carla di Magliano in Toscana. Il successivo passaggio di proprietà vede l’arrivo nel 1955 di Leone Massini che porterà alla massima espansione e produzione lo stabilimento. Fin dalla uscita di Sardone gli unici operai rimasti furono Beppe e Giuliano. Le balle da movimentare pesavano 101 chilogrammo. Per il lavoro di facchinaggio c’era Mario Verdolini, Angiolino Dottarelli, detto Giangio, Nedo Cappuccini detto Saragat, e Enzo Cappuccini detto la Billa.

    Per problemi di salute Beppe si trasferisce a lavoro a Follonica in una fabbrica di ghiaccio e bibite di proprietà di Bruno Salvadori. Il ghiaccio è per i pesciai e per la spedizione con carro ferroviario degli spinaci coltivati all’Ampio. Siamo ai primi di maggio del 1970.

    Il successivo lavoro, a partire dal 1970, lo vede assumere la gestione delle Cooperativa di Consumo di Braccagni, detta semplicemente “la Cooperativa”. Questa ha avuto una discreta serie di gestori. Si parte con Pasquino Rizieri, poi Erminia Pepi, Luigi Ciarpaglini, Sollecito Tavarnesi (detto Pipi), poi suo genero Delfo Brunacci, poi Marino Nocciolini, detto Frustalupi, e infine Beppe Caloni.

    Quando lui lascia per la pensione, in data 31 dicembre 1985, subentra Gabriella Capecchi che tuttora sotto diverso nome, gestisce il negozio.

    Appena in pensione inizia con passione e tenacia a scrivere di ricordi, di fatti, scrive racconti, poesie, e cataloga tutta una serie di documenti sul paese, sulle genti, sui poderi, sulle fattorie, e chissà su quante altre cose!

    Ha partecipato alla fondazione del coro Livallia con don Luigi Corsi dove ha pure cantato per un certo periodo.

    Ha un sogno nel cassetto per cosa farà da grande: sistemare il suo immenso archivio e magari scrivere un po’ delle mille cose che sa e che ricorda.

    Beppe si sposa con Marisa Giannini, da Sinalunga, il 12 ottobre 1957. Nel 1962 nasce la figlia Stefania e nel 1990 il nipote Umberto, laureatosi in Scienze naturali il 20 ottobre 2014

  2. mezzolitro ha detto:

    In molti mi hanno chiesto perché abbiamo premiato il Caloni.
    Presto detto, il Caloni rappresenta perfettamente la nostra storia recente, la sua storia è quella di chi, come mio padre e i miei zii e tantissimi altri, hanno “tirato la carretta” dal dopoguerra in poi quando i tempi erano così duri che ora ( c’è la crisi…)per loro sarebbe una passeggiata di salute.
    Quindi chi ha più di settant’anni si consideri premiato.

  3. Granocchiaio ha detto:

    Fossero stati dei paesani di Braccagni venendo alla premiazione di un compaesano forse avrebbero compreso di persona il perché ed il percome. Purtroppo mi pare che ci siano più ABITANTI che PAESANI in circolazione.

  4. nello ha detto:

    Mezzolitro, qui sono con il Granocchiaio, non è polemica ma dire che a Braccagni ci sono più abitanti che paesani non è blasfemia. Su tutto il concetto vale. Prendi tutte le assemblee che vengono fatte: sia che le faccia il Comune o una qualsiasi associazione sono praticamente deserte , si esulta se partecipano 50 persone (eccezione le due sul polo, ci sarebbe anche quella a seguito alluvione, ma qui di nuovo interessati gli abitanti, in second’ordine i paesani). E’ stato così sulle prime schermaglie sul polo, o sulla viabilità o sulle stesse problematiche alluvionali: sempre presenti solo ed esclusivamente i favorevoli, i contrari (pochi) erano e sono tacciati di “maestranini”, per poi recitare una specie di mea culpa “chiudendo la porta della stalla quando i buoi sono scappati” (fine anni 70 proteste di pochissimi, dei pochi presenti, in circoscrizione contro la variante poi vedi le conseguenze, sulla viabilità ne abbiamo parlato e riparlato). Per non parlare della ultima “Partecipata”: prima riunione, molto pubblicizzata, 26 presenti; seconda, in pratica ad invito dei presenti alla prima, ni sembra fossero una ventina, alcuni non presenti alla prima. Al di là del mio pensiero sulle partecipate che espressi la prima volta, cosa è venuto fuori? Mi sembra pareri di abitanti e non paesani. Un paesano ha a cuore il paese e si esprime su esso di qui cose e tradizioni: vedi la cappella di S. Rocchino, vedi il museo, vedi il monumento. Ma al momento clou cosa è uscito? il rifacimento della pista polivalente e solo la cappelletta e la strada vecchia (i paesani capiscono cosa intendo, ma gli abitanti no, addirittura non sanno non solo di Santi ma dell’alluvione vissuta nel 66 nella campagna braccagnina; e meno male che chi di dovere non ha preso in considerazione il problema mattatoio, uscito da più voci la prima sera, sicuramente proposto da abitanti non da paesani che sanno benissimo che è nel comune di Roccastrada e la protesta andava rivolta a Limatola e non a Bonifazi).
    Forse il cappello è più lungo della conclusione, ma il Granocchiaio ha fatto centro. Per criticare si deve partecipare e se chi ha chiesto il perché Caloni e non il Bebo avrebbe avuto la risposta già sabato 3 e avrebbe avuto il diritto di critica. Questo è un premio che un associazione assegna a un braccagnino che nel paese è conosciuto per meriti locali o meglio per meriti acquisiti fuori (non dico alle mura perché per me Braccagni, come ho sempre sostenuto, è la periferia, il centro murato è il Castello) e su questa logica mi sembra che il Granocchiaio, capo banda di Braccagni.info, ha centrato l’obbiettivo. Il Caloni è la mente storica del paese, è conosciuto e rispettato da tutti i paesani e quindi in questo periodo è il solo che ne aveva il diritto. Inoltre mi sembra che l’Associazione sia andata oltre premiando paesani che hanno dimostrato di essere dei “più”, ma anche qui siamo alle solite: quanti sono quelli che li conoscono? I soliti paesani, chi ricorda Carmelo dal Tavarnesi con quel cinquantino (mi sembra fosse un Parilla) rombante; o Giancarlo o addirittura Alberto (io ricordo vagamente il padre perché ero spesso da Urio a prendere le tavolette per giocare, ma di lui ho saputo solo nel 2009 pur essendo quasi coetanei). E perché non hanno posto dubbi su di loro? Forse perché sono famosi nella loro professione o perché (Carmelo) è diventato un “mito” da paginate giornalistiche? Solo per fare un collegamento con un premio, certamente più prestigioso ma con le stesse finalità, cioè il Grifone d’oro: un anno è stato dato a Luna Rossa quando andò in finale in coppa America nello stesso periodo il patron Bertelli (in gara a nome dello Yacth Club Punta Ala) dichiarava che in caso di vittoria avrebbe difeso il titolo a Napoli…. e non è stato mai preso in considerazione il fisico giuncarichese, ora mi sfugge il nome, che è andato vicino a ricevere il Nobel per le sue ricerche, oppure rimanendo nel campo velistico perché non ha Bertarelli che con il suo vino, fra le eccellenze, ha portato la nostra provincia per il mondo? I premi sono così, si creano contenti e scontenti (e meno male che il premio “Braccagni.info” è diciamo così “casareccio” e non ci sono problemi di marketing o ci girano soldi perché…..)

  5. mezzolitro ha detto:

    Si vabbè, abitanti, paesani, c’è sicuramente una bella differenza, ma braccagnopoli, ‘un la chiamo così per caso, è un paese cresciuto senza un’identità precisa, non si può paragonarla ai paesi sui cucuzzoli del circondario che sò lì da centinaia di anni, magari un pò spopolati, con famiglie così radicate nel borgo che in moltissimi casi tutti sò parenti di qualcuno.
    In questo modo è più facile avere motivazioni d’appartenenza.
    Diciamola tutta, Braccagni è un quartiere distaccato di Grosseto, uno pseudo-dormitorio stile (voglio esagerà)Sesto S. Giovanni a Milano negli anni settanta, con annessi e connessi.
    Mettiamoci anche che la gioventù (che a Braccagni c’è, mentre sui cucuzzoli la geriatria vince a mani basse)) non vive “il paese” come facevano il ranocchio o Nello, questi appena possono se la svignano a Grosseto a fare le vasche pel corso, le famigliole vanno nei centri commerciali, sicchè chi ci rimane? Soprattutto a fare che? E in soprappiù, in dove? Se ‘un ci sa nemmeno uno straccio di piazza?

    • Granocchiaio ha detto:

      Te mi stuzzichi eh?
      Lo sai che penso? Penso che se non abbiamo una piazza, se non abbiamo un monumento, e così via, la ragione è una sola: E’ PERCHE’ NON CE LE MERITIAMO!
      Nessuno nasce cresciuto, anche per i paesi è così. Però ci sono paesi che nascono e crescano e paesi che nascono e rimangano infantili, non diventano mai adulti, mai uomini.
      Non c’entra un c..o la periferia di Grosseto: guarda paesi come Montepescali o Batignano, o anche Istia o Alberese e perfino Rispescia. Sono periferia di Grosseto? non c’entra niente.
      NON CI MERITIAMO NIENTE!
      E niente ci hanno dato! Negli anni ’70 Braccagni era costituita da due strade: Via dei Garibaldini e Viale Malenchini, più due traverse che collegavano: Via Bandi e Via Sgarallino. Nel mezzo il vuoto! C’erano solo campi! Ci si poteva progettare TUTTO o NIENTE. È stata scelta la seconda opzione, più comoda, più cialtrona. Tanto nessuno poteva dire niente, non era autorizzato dalla cellula a dire.
      NON CI ABBIAMO UNO STRACCIO DI PIAZZA PERCHE’ CE L’HANNO NEGATA
      mio caro Mezzolitro

  6. mezzolitro ha detto:

    Eh! Bei tempi quelli della “cellula”! Tutto filava liscio, mica come ora che si va alle riunioni e tutti c’hanno da dì. Una decina di persone cò una trentina di richieste, chi vole il monumento, quell’altro vole la pista polivalente, un’altro una mulattiera in salita, poi niente di meno che UN PUB DI TENDENZA e via così, in scioltezza.
    L’inconcludenza al potere.

  7. Granocchiaio ha detto:

    Finalmente su qualcosa siamo d’accordo; i tempi della cellula, quelli si che erano tempi!
    Là drento pare si discutesse pure, poi alla fine tutti “democraticamente” approvavano quello che decidevano i capi. Era il mitico CENTRALISMO DEMOCRATICO per cui una volta deliberato, nessuno era autorizzato a dire la sua, specie se contraria al deliberato. Un po’ come NON succede oggi da quelle parti.
    I Piani Regolatori, come tutte le altre decisioni che riguardavano il paese di Braccagni e relativi abitanti, erano gestiti con il metodo del CENTRALISMO DEMOCRATICO. Con qualche disappunto di chi non era di quel fiato ma si doveva rassegnare a veder attuare misure e decisioni in cui nessuno aveva mai messo nemmeno opinione.
    Sì, ribadisco, la piazza a Braccagni non c’è, ma perlomeno si conosce il nome ed il cognome di chi non ha voluto farla. Con il metodo del CENTRALISMO DEMOCRATICO.
    Menomale che i militanti delle cellule non esistono più, si sono dissolti. Nel senso che fisicamente esistono, ma non si sa che cosa sono. Probabilmente nemmeno loro lo sanno.

  8. nello ha detto:

    Granocchiaio “tu mi stuzzichi”
    Ho frequentato la “cellula” per molti anni prima come simpatizzante, poi da iscritto, nuovamente da simpatizzante. Il centralismo democratico era più o meno come dici, ma c’è sempre un ma. E’ vero si discuteva su certe idee, a volte anche in maniera brusca (chissà quante volte Novara Parigi con marito e figlia ci ha mandato a quel paese)ma (ecco la differenza) spesso passavano idee diverse non solo da via Ximenes ma anche dalle Botteghe Oscure. ed il rispetto successivo era sacro. Ecco perché la mia seconda volta da simpatizzante di cui sopra (divergenze e imposizione successiva da un leader locale, tessera non rinnovata, ma successiva frequentazione spesso richiesta).
    Parli di piani regolatore, argomento trattato anche in cellula e/o circoscrizione, ma dove le nostre osservazioni da “ignoranti” difficilmente potevano contrastare con quelle di illustri architetti, anche se poi le idee si potevano assimilare alla scoperta dell’acqua calda o ad un copia ed incolla, come pare sia successo. Comunque per quello che ti sta a cuore (e indirettamente anche a me perché sono, o almeno ero se col tempo è scomparso, componente del comitato pro monumento) in una riunione fine anni 70 sull’assetto territoriale passò a larga maggioranza (confermata poi dai cicaleggi paesani) la proposta comunale di una piazza (penso anche su richiesta indiretta di alcune società di servizi). Doveva sorgere fra le vie Sgarallino-Pilo-Cadolini (lato via Andreoli), in pratica dove c’è attualmente uno pseudo giardino e parcheggi e lì doveva venire il centro economico amministrativo del paese (con Poste , MPS, Carabinieri e, se non ricordo male, un centro servizi ad uso di comune, ambulatorio etc.). Come sempre in Italia anche qui la colpa del “no” all’esecuzione morì bambina: il rimpallo dette come risultato il niente. Ora Poste e MPS sono al centro commerciale dove in pratica c’è una “piazza” invisibile, vista la posizione, ciò nonostante ha qualcuno venne la luminosa idea di porci un monumento (cristo che piazza è senza un monumento!) in memoria di Anita Garibaldi (sic!!!!!) e trovò pure chi ci avrebbe investito. Onestamente bisogna dire che l’idea era brillante, in fondo i grossetani non hanno dedicato la piazza principale (e nemmeno quelle secondarie) all’Eroe dei due mondi, preferendogli Canapone (un Asburgo-Lorena,da vergognarsi), per lo meno noi si ricorda la sua prima moglie…..Meno male che non se n’è fatto di niente.

  9. Granocchiaio ha detto:

    Caro Nello, co i tempi che corrono, riconoscere da parte tua, pubblicamente, di aver frequantato la cellula, mi pare già un bel titolo di onore. Già, perché a sentire in giro, parrebbe che i comunisti in Italia non siano mai esistiti. E comunque ora sono spariti. Anche se fortunatamente in realtà sono tutti vivi e vegeti.
    Certo il Centralismo Demokratiko comportava che il risultato poi avesse poi un SACRO RISPETTO. D’altra parte l’uso del termine “democratico” in quei pascoli era, come dire, disinvolto. Basti pensare che all’epoca le due Germanie si chiamvano: Germania Occidentale e Germaia Democratica, dove quest’ultima era quella governata da quell’arnese di Honecker…..
    A proposito di Piano Regolatore e di Piazza non fatta mi parli di osservazioni “ignoranti” che difficilmente potevano contrastare con quelle di “illustri architetti”. E qui mi confermi che anche il Piano Regolatore ci è stato imposto con la pratica del Centralismo Demokratiko. Quando mai devono prevalare i concetti pur se balordi e miopi di “illustri architetti” su concetti solidi giusti e soprattutto condivisi dalla stragrande maggioranza degli abitanti?
    Il fatto è che i nostri amministratori non hanno mai tenuto in considerazione i desideri, le scelte e le aspettative delle frazioni. Specie se allineate al loro colore politico. Salvo quando questi non hanno fatto fronte comune come fu fatto con il “Compost” dello scornato Flavio Tattarini che uscì sbattendo la porta dalla nostra Circoscrizione imprecando: “ve lo faccio vedere io se si fa o no il Compost”. Appunto, si vide, cioè non fu fatto. Per passare al più recente “Polo” che tutti sappiamo com’è andato a finere. Fortunatamente. E con piacere di tutta la popolazione, salvo un paio di Konsiglieri SIGNORSI’, evidentemente più realisti del re.
    Sul nostro “centro commerciale” io sarei per stendere un velo veramente pietoso. È stato buggerato perfino il Monte dei Paschi facendosi nascondere come se giocasse a rimpiattino.
    Per quanto riguarda poi l’accenno finale che fai circa il monumento fatto non a Garibaldi ma a Canapone, perché ci sarebbe da vergognarsi? Ha fatto certamente assai più lui per la Maremma e per la bonifica che l’eroe dei due mondi e altri sovrani di passaggio.

  10. nello ha detto:

    Su certi termini Granocchiaio sbagli di grosso. Diciamo che il centralismo democratico è terminato con il PCI, quindi non c’entra nulla con il Polo ad esempio. Inoltre ti faccio notare che io sono uno poco più giovane di te e quando ho cominciato a frequentare la cellula c’era già stato il primo sgarbo con il PCUS (invasione della Cecoslovacchia) e subito dopo quello definitivo di Berlinguer, quindi non è il caso di andare a cercare appigli con Germania etc per far credere fischi per fiaschi sul termine “democratico”. Anche se sono rimasto esterefatto dall’esito dell’ultima partecipata, mi attengo all’esito: tanti voti (sicuramente non il mio) per la pista polivalente pochi (addirittura mi sembra per la quarta e quinta posizione per il monumento e il museo). Ma democraticamente accetto ( e purtroppo credo che nell’occasione Braccagni, come al solito, non otterrà nulla).
    Sai che mi disse un montepescalino la sera della partecipata? Si perde tempo e si chiede di spendere per la messa in sicurezza della strada Vecchia e si ruischia ogni giorno per la nuova…
    Per quanto riguarda i regolamenti urbanistici e mie osservazione, non intendevo dire che tutto piove dall’alto, ma semplicemente che per competere con i tecnici bisogna essere a conoscenza non solo del territorio, ma di leggi e tecniche urbanistiche che non credo che siano alla portata di tutti (almeno io non mi sento in grado di dire “so tutto”). Inoltre ti faccio notare che, almeno a Grosseto, per 10 anni anche l’effetto cellula era azzerato, in quanto il comune è stato retto dal centrodestra.
    Per quanto riguarda Canapone il “vergogna” era solo ironico, in quanto i miei amici di fuori ( e purtroppo anche alcuni concittadini, ricordo le polemiche anni fa per la tomba alla Badiola) si meravigliano di tale situazione. Loro al limite sono giustificati perché non sanno quanto la sua famiglia per la Maremma, ma certi maremmani…..beh lasciamo perdere.

  11. Granocchiaio ha detto:

    Su certi termini mi posso anche sbagliare, ma sull’uso (quantomeno disinvolto o distorto) del termine “democratico” credo di sbagliarmi poco. Tu che sei, o sei stato, nel ramo, mi sai indicare un paese al mondo dove il comunismo ha governato, o stà governando, con sistemi democratici?
    Per il momento non mi pronuncio sulla serata di Grosseto Partecipa, ma credo che quella sera la maggioranza dei partecipanti si siano tagliati i coglioni pe fa dispetto alla moglie…………….
    Per quanto riguarda i regolamenti urbanistici non credo che per competere con i tecnici ci fosse da approfondire se si potesse/dovesse fare o no una piazza: qualsiasi cittadino era e sarebbe in grado di dare una valida risposta. A meno ché non sia stato zittito da ordini di scuderia, per esempio con il metodo del Centralismo Democratico.

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