Quando andavo al Vinitaly perché mi divertivo

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Era ancora il tempo che andavo al Vinitaly perché mi divertivo. Anche allora (ma oggi è assai peggio) odiavo bere il vino in piedi. E poi fermarsi in uno stand che mi attraeva e sentirmi come uno che chiede l’elemosina di un bicchiere da scroccare non mi riempiva il cuore di orgoglio né di felicità. Il lato positivo c’era, e cioè mi limitavo automaticamente nel numero degli assaggi, con evidenti risvolti benefici sul tasso alcolico a fine giornata.

Io a sciacquettare e poi risputare il vino non sono mai stato un asso. O poco o tanto un pochino bisogna che lo butti giù perchè non ho la capacità del grande assaggiatore che capisce tutto, anzi di più, solo facendo quella curiosa pratica. Roteare il vino nel bicchiere, quello si, ho imparato presto, mi è piaciuto, forse anche esagerando: una volta mi sorpresi a roteare un bicchiere con l’acqua minerale.

Allora non è che avessi una grande preparazione o conoscenza di vini – ne ho poca anche ora – e sceglievo gli assaggi da fare in base a parametri assolutamente casuali e istintivi. Poteva essere un nome evocativo, poteva essere uno stand particolarmente attraente, o magari uno di quelli che (allora) ti invitavano ad assaggiare solo che tu avessi accennato a fermarti anche solo un attimo davanti allo stand.

Di conseguenza mi accorsi presto che questo sistema assolutamente disordinato portava a delle spiacevoli conseguenze. La più evidente quella di ritrovarsi a bere dei vini potenti alle 10 di mattina poi assaggiare magari due ore dopo vini esili e delicati che non riuscivi nemmeno a sentire.

durello.pngSeguendo questi improbabili sistemi un giorno – un bellissimo giorno – mi fermai davanti ad uno stand dove si reclamizzava un vino dal nome curioso e mai sentito prima: il Durello. Entrai e senza difficoltà mi vennero offerte spiegazioni in un dialetto veneto appena italianizzat, con degustazioni dell’intera gamma. Prima il vino fermo e poi un millesimato di bollicine. Furono queste che mi fecero stolsare (al secolo, per i non maremmani, sobbalzare. n.d.r.). Un profumo pronunciato di limone e piccoli fiori bianchi con sentori di pane tostato facevano strada ad un sonoro e secco schiaffo in bocca. Una nota tanto acida quanto piacevole. Non avevo mai sentito niente di simile. Me ne innamorai subito, forse perché mi pareva una mia piccola scoperta da raccontare agli amici.

L’annata era il 1982 e il metodo lo Champenoise. Allora si poteva dire così. Credo che quella sia stata l’ultima annata fatta con uva Durella al 100%, dopo arriveranno un po’ di Chardonnay e un po’ di Pinot Nero che da quelle parti funziona mica male.
Trovai il sistema di farmi mandare un poco di queste bottiglie assieme ad altre versioni del Durello, e cioè in versione ferma, ma anche un piacevolissimo passito. Non era possibile trovare in Toscana i vini di quel produttore perché lui li vendeva solo a quelli che “li aveva visti prima in faccia………….”.

Con Lino Marcato dovevamo poi divenire amici. Per me era una fonte di notizie non solo sul suo Durello e sugli altri vini prodotti, ma anche nel mondo produttivo e commerciale del vino. Suo babbo e poi loro tre fratelli hanno una bella azienda sui Monti Lessini e fanno vino da una vita.

Allora costruivo ancora macchine agricole e per i casi della vita iniziai la collaborazione con una ditta veneta, la CABE, il cui titolare – tale Cestaro – non solo conosceva il Durello ma ne era appassionato estimatore.

ingrandisci toniniroberto.jpgOvviamente alla prima occasione il nostro trovò giusto condurre me ed il mio amico Carlo – non il Macchi – in luogo particolarmente vocato alla nostra bisogna. Il locale in Mezzane di Sotto si chiamava Al Bacco d’Oro, che non ha bisogno di commenti.

Di quella sera ricordo che si mangiò bene, ma non ricordo cosa, si bevve meglio e mi ricordo tutto. Il Durello in tutte le versioni possibili, dallo sfuso in belle caraffe cilindriche alte e bellissime che dovevano essere spesso riempite, alla disamina delle bottiglie di diversi produttori. Per finire con le bollicine. A dire la verità la vera finale  la facemmo nella meravigliosa cantina di degustazione che il locale possiede al piano sottoterra: un vero e proprio covo di adepti alla bevanda di Bacco. Fummo presentati alla numerosa e qualificata assise,  li convenuta con l’unico scopo di bere e di parlare,come amanti del Durello. E giù applausi e naturalmente un bel brindisi finale di tutti. A base di Durello ovviamente. Non prima che un anziano ci raccontasse che fino agli anni 50 il Durello veniva fatto come vino bianco ad alta acidità, e che questa caratteristica lo faceva diventare il vino da mettere nelle fiasche foderate di vimini da portate dietro nella mietitura per avere il ristoro di una boccata fresca e dissetante ogni tanto.

Durante il pranzo Cestaro ebbe modo di raccontarci che i gioventù era stato un sassofonista di una certa fama, avendo suonato con Mario Pezzotta, il virtuoso del trombone, ma anche con Gorni Kramer e molti altri. Ci raccontò dei primi passi di una determinatissima e tostissima Raffaella Carrà. Insomma trovammo un altro terreno di interesse comune.

Al momento di salutarci volle portarci a casa sua per una breve visita nella sua cantina! Non bevemmo Durello ma assaggiammo un vino rosso molto forte, molto saporito, leggermente abboccato, ma di una prorompente potenza e piacevolezza. Fu così che assaggiai per la prima volta un Amarone “fatto in casa”. Ma non da lui.
Partimmo da lui in piena notte per Peschiera del Garda che era distante un bel po’. Viaggiamo a finestrini completamente abbassati perché ancora non c’era l’aria condizionata. Per fortuna non c’era ancora nemmeno l’alcol test.

articolo già pubblicato su WineSurf il 14/07/2011

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