Della modulazione del dolore

guido

Mio babbo Giorgio morì a 47 anni, mia mamma Clary aveva 44 anni, io 24, mio fratello Rodolfo 22 e Raffaello 17. La cosa fu così dolorosa che ci lasciò tutti storditi. Ogni volta che da ragazzo mi veniva di pensare all’eventualità che morisse uno dei miei genitori mi pareva che la cosa fosse talmente inverosimile che riuscivo a scacciare l’incubo in quattro e due sei. Poi invece successe. La cosa più straziante e che mi lasciò il segno per tutta la vita fu vedere mio nonno Francesco 76 anni e mia nonna Stella 72 anni piangere senza lacrime e così vicini come non li avevo visti mai in tutta la mia vita. Capii così che la cosa più dolorosa che può capitare è quella di dover assistere alla morte di un proprio figlio.

Mi ritrovai capo famiglia spirituale non avendone preparazione né aiuto da parte di nessuno. Solo appoggi morali che poi all’atto pratico servono fino ad un certo punto.

Mio babbo morì nell’aprile del 1968. Nel luglio del 1988 morì in maniera tragica mio fratello Rodolfo. Lui aveva 42 anni, lasciando Oria sua moglie della stessa età, le figlie Susanna di 18 anni, Beatrice di 17 e Letizia di 13. Questa mi lasciò distrutto, sicuramente il dolore più forte mai avuto in tutta la mia vita. Sono stato mesi senza avere dei sonni tranquilli. Poi dopo diverso tempo ebbi un sogno in cui incontrai fisicamente lui. Ero seduto ad un tavolo di un bar, forse un’osteria, forse quella dei Pieraccini e lui entrò  alto e sorridente avvolto da una luce. Come mi vide mi disse: mi volevi? Eccomi qui per te! E ci abbracciammo. E io sentii fisicamente l’abbraccio. Da quella notte non ebbi più incubi e ripresi a dormire regolarmente. Però mi accorsi che questo sogno aveva funzionato come la medicina in polvere che si mette per chiudere una ferita: viene la crosta, poi cade e resta il segno della ferita e li hai una sensibilità diversa, talvolta senza alcuna sensibilità. Così successe a me. Mi accorsi con un certo disagio che alla notizia della morte di amici o conoscenti riuscivo solo a prendere nota del fatto. Nessuna emozione, nessun dolore, nessun rimpianto. Fu molto commovente il saluto che ci demmo con il mio nonno Francesco quando uscii dalla sua camera di ospedale e dalla porta ci guardammo consapevoli entrambi che non ci saremmo mai più visti. Morì la notte stessa. Avevo un rapporto speciale e molto profondo con mio nonno, ma non fu come per mio babbo e tantomeno come con Rodolfo. Dolore vero, profondo, ma diverso. Qualcosa di simile quando successe a mia nonna Stella che lo seguì a distanza di pochi mesi.

Per i decessi altrui grosso modo avevo sempre la stessa reazione. Solo ora riesco a confessare pubblicamente questo sentimento certamente non edificante. Non mi pare di averlo mai confessato a nessuno, forse a mia moglie.

Poi in questi ultimi tempi sono morti amici con cui avevo riaperto nella terza età un rapporto di sentimenti e interessi corrisposti. Sono partiti in pochissimo tempo Rossana Barsotti, Bruno Terzo, Viviana Toni, Paolo Polverelli. Con loro avevo rapporti diversi ma tutti a vario titolo abbastanza profondi. Ero abituato a sentirmi con loro quasi quotidianamente anche grazie ai nuovi media che permettano vicinanza quasi continua. 24 h come dicono i militi.

Dopo la loro dipartita mi sono accorto quanto mi mancano. E mi pare di aver perso un pezzo di me stesso. Come si mi mancasse una mano, o un braccio, o un piede. Devo arrangiarmi, non è più la stessa cosa. E sento un dolore tutto nuovo, mai provato prima. Un dolore continuo dovuto alla mancanza di uno di noi, di un mio amico nella vita, di un interlocutore, di una parte di me.

Con Guido Baroni che ci ha lasciato in questi giorni avevo frequentato le elementari. Poi rapporti come da buon paesani, non amici stretti, ma amici con cui ti rapporti, ti saluti, scambi qualche battuta. E a volte ti parli. Divenne grande uscito dalle ingombranti e sonore ali di suo babbo Lauro, l’ultimo ciabattino/calzolaio del paese che dominava tutta l’attuale via Aurelia Nord. Alla mattina si metteva con il suo banchetto fuori dalla porta e lavorava intramezzando commenti, mitiche risate e battute con tutti coloro che avevano la ventura di passare da quelle parti. Guido si buttò subito a fare il meccanico di auto e moto. Cominciò con Pietrino Zanchi che aveva bottega a pochi metri da casa sua. Dimostrò subito passione e capacità. A quei tempi i motorini o le motociclette avevano un’importanza superiore ad oggi. Io, vecchio stampo, credo che le moto di allora fossero più moto, più vere, più serie e più affascinanti. Citerò sopra a tutti l’incredibile Parilla due tempi del Bigi e l’insuperabile Saturno Gilera del Semprini di Ribolla che attraversava a tutta velocità il paese come il simpatico pazzo “Scureza” di Corpolò di Fellini in Amarcord.

Guido si trovò tra le mani una moto a suo modo fantastica: un Bartali 160! Era un due tempi, come il Parilla del Bigi, soluzione per quei tempi abbastanza rara per le cilindrate più grandi: le moto di grande e media cilindrata era soprattutto a 4 tempi , mentre le due tempi erano solo i motorini più piccoli.

Questa moto, oltre ad avere il nome del mio idolo ciclistico, Gino Bartali conosciuto in una sua visita a Montepescali, aveva un rumore sonoro, secco e potente. Una voce unica e inimitabile.

Ultimamente Guido si era rimesso a sistemare queste vecchie moto e inevitabilmente, e fortunatamente, ha rimesso in stato anche il Bartali 160! Mi chiamò, perché sapeva della mia ammirazione per questa moto, me la fece fotografare, la mise in moto, fece diverse sgassate per farmi sentire la potente voce. Gli feci mille complimenti e gli dissi un bravo di cuore. Lo vidi soddisfatto e orgoglioso della mia felicità.

Dopo ci siamo via via salutati al bar, lui con la sia cantilena sorridente, scherzava e mi ricordava il Bartali 160!

Non so quale pezzo di me, ma  ora mi manca anche per lui.

BARTALI-160-cc

Bartali 160 cc restaurato da Guido Baroni

su Facebook un piccolo filmato con il suo rumore

https://www.facebook.com/roberto.tonini1/videos/10203591596224044/

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