A chi spettano gli Usi Civici di Montepescali – Comunicato Stampa – La sentenza della Corte di Cassazione

usi civici

 

Montepescali, 2 agosto 2016

Comunicato Stampa

L’Amministrazione Separata dei Beni di Uso Civico di Montepescali, per il tramite del suo Presidente pro-tempore  Roberto Spadi, esprime soddisfazione per la sentenza della Corte Suprema di Cassazione che dichiara inammissibile il ricorso proposto dall’Associazione “Noi di Montepescali” ed alcuni abitanti, contro il giudizio della Corte d’Appello di Roma la quale confermava che beneficiari del demanio erano tutti gli abitanti dell’intera frazione, estesa anche ai nuclei abitativi sorti al di fuori del Castello, ossia Braccagni, Versegge, Vallerotana e Acquisti, contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti.

Nel principio la vicenda ha visto protagonista l’allora Presidente dell’A.S.B.U.C. di Montepescali, il Cav. Giotto Minucci che, con la costanza e pervicacia che lo contraddistinguono, nel 2005 propose ricorso contro la verifica demaniale della Regione Toscana ottenendo piena ragione dal Commissario agli usi civici di Lazio, Umbria e Toscana che riteneva il territorio della frazione di Montepescali ben identificato e che i diritti di uso civico spettavano anche agli abitanti degli altri nuclei abitati ivi presenti.

La Regione Toscana ed alcuni abitanti di Montepescali, sostenendo che i diritti appartenessero solo al “castello”, proponeva appello contro tale sentenza, ma la Corte d’Appello di Roma nel 2011 rigettava l’impugnazione. La Regione di fronte all’evidenza si ritirava dal contenzioso, ma non si è ritirato chi con presunzione ed arroganza non ha voluto accettare la Legge.

Così, ha proposto ricorso per cassazione l’Associazione “Noi di Montepescali”, giungendo alla definitiva sentenza che conferma, se ancora ce n’era bisogno, che i diritti di uso civico spettano anche agli abitanti degli altri nuclei abitati della frazione.

Si conclude una questione che si trascinava da oltre un decennio, costruita sul nulla, teatro di polemiche e diatribe fra gli abitanti della frazione, costata decine di migliaia di euro che potevano essere investiti sul territorio per la manutenzione delle strade o del museo della storia locale, di cui molti lamentano la chiusura in quanto necessita di ristrutturazione.

In questi anni l’A.S.B.U.C. di Montepescali è stata assistita dall’avvocato Marco Musotto di Livorno al quale vanno i nostri ringraziamenti per l’eccellente lavoro svolto.

Il Presidente

Roberto Spadi

 

LA SENTENZA

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SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto del 23/3/2005 l’Amministrazione Separata dei Beni di Uso Civico  di  Montepescali  (  d’ora  in  poi  ASBUC)  proponeva  ricorso in opposizione avverso la verifica demaniale della Regione Toscana ed in particolare in ordine al contenuto dell’istruttoria demaniale  pubblicata  nel 1993.

A seguito della presentazione del  ncorso,  con  ordinanza  del  15/12/2005 il Commissario agli usi civici di Lazio, Umbria e Toscana disponeva procedersi in contenzioso mediante  citazione  in  giudizio  della stessa opponente e della Regione   Toscana.

Disposta consulenza tecnica d’ufficio al fine di accertare, sulla scorta della documentazione in atti, nonché di quella reperibile presso gli  archivi pubblici e privati, i confini della frazione di Montepescali nel contesto comunale  nonché  l’estensione oggettiva  e soggettiva dei diritti  e dei beni civici spettanti alla frazione medesima, nel corso del giudizio   si costituivano Eraldo Rossi, Mauro Cerretani e Roberto Spadi nella qualità di cittadini  di Montepescali  Scalo – Braccagni,  e l’ultimo  anche in qualità di legale rappresentante del Comitato Usi Civici di Braccagni.  Il Commissario con la sentenza n. 706 del 13/7/2007, recependo le conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, riteneva che il territorio frazionale della Comunità di Montepescali risultava ben identificato sin dal 1905 a seguito del Regio decreto  n.  367 e per  l’effetto  dichiarava che i confini della frazione di Montepescali erano quelli tracciati con il suddetto decreto, e che i diritti sulle terre civiche  spettanti  alla collettività, gestiti dall’ASBUC rientravano in detto perimetro che comprendeva oltre l’abitato di Montepescali, anche  altri  nuclei  all’interno  dello stesso territorio.

Con citazione del 12/10/2007 la Regione Toscana proponeva appello avverso tale sentenza lamentando l’errore commesso dal c.t.u. nella sua relazione, fatta propria dal giudice di primo grado, in quanto si era confuso un atto amministrativo  di  distacco  di  terreni  da  un  Comune ad un altro con la ricognizione del perimetro dell’antica Corte.  Concludeva pertanto affinché in riforma della decisione presa, fosse riconosciuta la titolarità dei  diritti  c1vic1  di  Montepescali esclusivamente in capo ai residenti di quella frazione, con  esclusione  delle nuove comunità sorte successivamente nel  territorio  circostante, con la conferma dell’istruttoria  demaniale  approvata  dalla Regione.

Si costituiva l’ASBUC che eccepiva l’inammissibilità dell’appello tn quanto la sentenza non riguardava l’esistenza, la natura o l’estensione dei diritti civici, e poteva pertanto essere impugnata soltanto con il ricorso per Cassazione ex articolo 111 Cost. Nel merito,  nel condividere le conclusioni alle quali era pervenuto l’ausiliare d’ufficio, insisteva  per  il rigetto  dell’appello  e proponeva  a  sua volta appello incidentale  relativamente  alle spese di lite compensate in primo grado.  Si costituivano  altresì Rossi  Eraldo,  Cerretani  Mauro  e Spadi  Roberto, anche nella qualità, i quali  proponevano  a  loro  volta  appello incidentale  relativamente  al capo concernente  le spese.

Nel corso del giudizio interveniva anche l’Associazione “Noi di Montepescali” che eccepiva la nullità  del giudizio di primo grado attesa la mancata nomina  di un  curatore  speciale ai sensi degli articoli  75 co.  2  del  regio  decreto  n.  332  del   1928  e  dell’articolo   78  c.p.c.,  stante l’esistenza di un conflitto di interessi fra l’ASBUC  e  l’originaria comunità  di Montepescali.

Intervenivano altresì Castellucci Angelo e Fiorilli Mauro in qualità di cittadini residenti nella frazione di Montepescali i quali, unitamente all’altra interventrice, insistevano  per  l’accoglimento dell’appello.

La Corte di Appello di Roma – sezione usi civici – con la sentenza  n. 7  del 21/1/ 2011 rigettava l’appello principale e le richieste degli interventori, ed in accoglimento degli appelli incidentali condannava la Regione al pagamento delle spese del giudizio di primo grado in favore delle controparti, nonché la Regione e gli interventori  in  grado  di appello al pagamento delle spese del relativo grado in favore delle controparti.

La sentenza, dopo avere ritenuto ammissibile l’intervento spiegato in grado di appello dall’Associazione Noi di Montepescali, da Castellucci Angelo e da Fiorilli Mauro, questi ultimi due quali residenti  nella frazione di Montepescali,  disattendeva  l’eccezione  di difetto di integrità del contraddittorio, sollevata in relazione alla mancata nomina di un curatore speciale ovvero della  speciale  rappresentanza  ai sensi dell’art. 75 co. 2 del R.D. n.  332/28  e dell’art.  78 c.p.c., avendo  l’ASBUC  agito a difesa e nell’interesse di tutti i cittadini uten ti, posto che fino a quel momento nessuno aveva  avanzato  rivendicazioni  e  non  sussisteva alcun conflitto.

Inoltre la fattispecie esulava da quelle disciplinate dal citato art. 75, che presuppone un conflitto tra il Comune ed una frazione ovvero tra più frazioni  dello  stesso Comune.

Disattendeva altresì l’eccezione  di  inammissibilità  del  gravame, sollevata dall’ASBUC sul presupposto che il provvedimento fosse impugnabile solo con ricorso ex art. 111 Cost., assumendo che la decisione del Commissario in primo grado rientrava nell’ipotesi di cui all’art. 32 della legge n. 1766/27, che appunto prevede il reclamo alla Corte  d’Appello.

Nel merito rigettava l’impugnazione della Regione, attribuendo rilievo fondamentale alla transazione del 1939, intervenuta tra il Comune di Grosseto, in rappresentanza della frazione di Montepescali e dei suoi abitanti, ed alcuni privati proprietari, con la quale era stato creato ex novo e per scorporo un demanio civico, prescindendosi quindi  da quella che era la situazione preesistente.

Poiché alla data della transazione esistevano  anche altri nuclei  abitativi  al di fuori dell’antico Castello o delle sue prossimità, ma pur sempre all’interno del territorio di Montepescali, correttamente  il  giudice  di prime cure ha concluso nel senso  che  beneficiari  del  demanio  erano tutti gli abitanti dell’intera frazione, estesa anche ai  nuclei  abitativi  insorti al di fuori del  Castello.

Peraltro,   l’appellante   avrebbe   dovuto   dimostrare   che   gli  attuali residenti dei nuclei posti al di fuori del  Castello   provenivano     da   altri comuni, essendosi quindi insediati sul posto, ma successivamente alla transazione, dovendosi  quindi  ritenere  che  tutta  la  popolazione  fosse lo sviluppo di quella  originariamente  titolare  del diritto.

Infine accoglieva gli appelli incidentali, condannando la Regione al rimborso anche delle spese del giudizio di primo grado in favore dell’ASBUC, del Rossi, del Cerretani e dello  Spadi.

Hanno proposto ricorso per la cassazione di  tale  pronunzia l’Associazione ” Noi di Montepescali’.’ Castellucci Angelo e Fiorilli Mario sulla base di tre motivi ed hanno resistito con controricorso l’ASBUC, Rossi Eraldo, Cerretani  Mauro  e  Spadi  Roberto,  proponendo a loro volta ricorso incidentale condizionato sulla base di  due motivi.

Ordinata l’integrazione del contraddittorio nei confronti di Fiorilli  Mauro, che aveva preso parte al giudizio di appello, e provvedutosi a tanto, quest’ultimo s1 costituiva e proponeva a sua volta  ncorso incidentale affidato a tre motivi, nonché controricorso al ncorso incidentale  proposto  dall’Asbuc  da  Rossi,  dal  Cerretani  e dallo Spadi, illustrato  anche con memorie  ex art. 378 c.p.c.

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Preliminarmente deve essere dichiarato inammissibile il ricorso proposto da Fiorilli Mario, trattandosi di soggetto che non  ha  preso parte alle precedenti fasi del giudizio di merito, e che  come  tale  era privo di legittimazione ad impugnare la sentenza emessa dalla Corte d’Appello ( essendo peraltro  evidente  l’errore in cui è incorsa  la  difesa di parte ricorrente, laddove, a fronte dell’intervento spiegato in sede di appello da Fiorilli Mauro, equivocando sulle generalità dello stesso, ha individuato come parte ricorrente Fiorilli   Mario).
  • Rie. 2011 n. 06397 sez. 52 – ud. 21-06-2016 -7-
  1. Sempre rn via prelinùnare 1 controricorrenti eccepiscono l’inamnùssibilità del ricorso per cassazione in quanto proposto da  soggetti che avevano spiegato semplicemente un intervento adesivo dipendente,  avendo  richiesto  semplicemente  l’accoglimento   delle difese sollevate da parte della Regione    Sostengono  pertanto che, non avendo la parte appellante proposto ricorso per cassazione, quello invece avanzato da  parte  degli  interventori  sarebbe  inamnùssibile  per difetto di legittimazione  ad  impugnare.

La deduzione, in disparte la disamina dell’analoga questione oggetto di ricorso incidentale condizionato, e come tale subordinata all’eventuale accoglimento del ricorso principale, non appare fondata,  occorrendo  tener conto in particolare che la Corte di appello, nçll’affrontare la questione  relativa  all’amnùssibilità  dell’intervento  spiegato  dai ricorrenti nel corso del giudizio di secondo grado, ha espressamente ritenuto   di  poter   qualificare   il  loro  intervento   come  amnùssibile  ai riguardo   alla   posizione   degli   interventori   persone   fisiche, che  nei  sensi   dell’articolo   344  c.p.c.,  assumendo   che,  e   ciò   con   specifico

giudizi relativi all’accertamento dell’esistenza di usi civici ovvero del demanio comunale, è consentito a ciascun cittadino appartenente alla collettività   medesima   di   intervenire   come   tale   anche   in   grado di appello   o   addirittura   di   prendere   l’iniziativa   dell’impugnazione  quanto la sentenza emananda sarebbe stata efficace anche nei suoi confronti, quale partecipe  di quella  comunità, pretesa  titolare  degli usi  o delle terre demaniali di cui si controverte (Cass. 11 febbraio 1974 n. 387).

  • Rie. 2011 n. 06397 sez. 52 – ud. 21-06-2016 -8-

Alla luce di tale qualificazione dell’intervento, deve pertanto ritenersi che gli stessi siano legittimati a proporre ricorso, così come ribadito dalla giurisprudenza di questa Corte ( cfr. Cass. n. 7541/2002; Cass. n. 1671/2015).

  1. Con il primo motivo del ricorso principale nonché del ricorso incidentale di Fiorilli Mauro, si deduce la nullità della costituzione in giudizio sia in primo che in secondo grado dell’ASBUC, in assenza di un’apposita delibera del Comitato, con la conseguente violazione dell’articolo 83 p.c.

In particolare si sottolinea che la costituzione in entrambi gradi di giudizio sarebbe avvenuta in virtù di una procura speciale rilasciata dal Cav. Giotto Minucci all’epoca Presidente e legale rappresentante pro tempore dell’ ASBUC senza che però tale costituzione fosse stata preceduta da una delibera del comitato. Poiché alle Amministrazioni separate di cui alla legge n. 1766 del 1927 sono applicabili  le  disposizioni della legge comunale e provinciale (art. 26), anche in virtù del richiamo di cui all’articolo 64 del regio decreto n. 332 del 1928, la rappresentanza in giudizio potrebbe essere esercitata dal Presidente purché  però  sia preceduta  da un’apposita  delibera del Comitato.

Tale conclusione troverebbe poi  anche  il conforto della giurisprudenza di legittimità la quale  ( cfr. Cass.  13/8/1980 n. 4929)  ha affermato  che è inammissibile il ricorso per Cassazione proposto dal Presidente del comitato preposto all’amministrazione separata dei beni di uso  civico della frazione di un comune che non sia  stato  autorizzato  da  un’apposita   deliberazione  del  comitato  stesso,  cui  –  a  norma  dell’art 131 n 5 della legge comunale e provinciale del 1915 – compete il potere di deliberare sulle azioni da promuovere e sostenere in giudizio ( cfr. anche Cass. 6/12/1989 n. 5405, per  la  quale,  con  riguardo  a  beni  di uso civico appartenenti a frazione di un comune, ove venga costituita un’amministrazione separata, affidata ad apposito comitato, ai sensi dell’art. 11 lett. A della legge 16 giugno 1927 n. 1766, il Presidente di detto comitato ha la rappresentanza, pure processuale, dell’amministrazione medesima. Tale principio opera anche nell’ambito della provincia di Bolzano, in base alla legge  provinciale  12 giugno 1980 n. 16 (e poi della legge provinciale 23 dicembre 1987 n. 34); peraltro, al fine della valida costituzione del rapporto processuale (e quindi della ammissibilità della domanda,  ove  l’amministrazione  separata sia attrice), occorre che la delibera a stare in giudizio, resa da detto comitato, sia approvata dalla giunta provinciale (art. 8 della citata legge n. 16 del 1980), indipendentemente dal fatto che si profili un conflitto di interessi, per essere la provincia  parte in causa )

Il motivo è privo di fondamento.

In primo luogo dalla lettura degli estremi della decisione presa a maggioranza dal Comitato in data 19/3/2005, riportata nel controricorso, emerge l’esistenza di una specifica volontà dello stesso Comitato della Associazione controricorrente di autorizzare la proposizione da parte del Presidente, e per conto della stessa, delle opposizioni che hanno poi dato vita al presente giudizio.

Ancora, deve rilevarsi che, ferma restando la qualità di legale rappresentante  in capo al Presidente,  che  ha  materialmente sottoscritto la procura alle liti relativa agli atti del presente giudizio, ildifetto di una previa delibera di autorizzazione dell’organismo collegiale, non incide sulla validità ma solo sulla efficacia della costituzione in giudizio  ( cfr. ex multis  Cass. n. 475/2006).

Inoltre costituisce pnnc1p10 assolutamente consolidato nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo cui l’autorizzazione  a stare in giudizio, emessa dall’organo collegiale competente, possa intervenire anche dinanzi al giudice di legittimità, purché in precedenza non sia intervenuta una pronuncia del giudice di merito in ordine al difetto di legittimazione  processuale  ( cfr. Cass. 20/6/1998 n.   6166).

Infatti, si è ribadito che ( Cass. S.U. 27/ 4/ 2004  n.  8020) l’autorizzazione a stare in giudizio emessa dall’organo collegiale competente, che è necessaria perché un ente pubblico possa agire o resistere in causa, attiene alla legitimatio  ad  processum,  ossia all’efficacia e non alla validità della costituzione dell’ente medesimo a mezzo dell’organo che  lo  rappresenta;  essa,  pertanto,  può  intervenire ed essere prodotta anche nel  corso  del giudizio  e, quindi, anche  dopo che sia scaduto iltermine per l’opposizione a decreto  ingiuntivo,  senza che la controparte possa dedurre l’insussistenza delle ragioni d’urgenza che hanno indotto l’organo  che  rappresenta  l’ente  pubblico  (nella specie, il Presidente di una regione) a proporre  l’opposizione  senza essere ancora munito dell’autorizzazione dell’organo (nella specie, la Giunta), al quale unicamente spetta la valutazione della correttezza dell’operato del primo, ben potendo intervenire anche in sede di legittimità  ( Cass.  3/8/2004 n.  14813),  sanando  così  retroattivamente i vizi prodottisi nelle fasi precedenti ( conf.  Cass.  26/9/ 2006  n.  20820 che ammette  l’intervento  della  delibera  sanante  con  efficacia retroattiva  sino all’udienza  di discussione in sede di legittimità).

Nella fattispecie, l’associazione controricorrente con delibera adottata dal Comitato dell’Ente in data 15/4/2011, all’unanimità dei presenti, oltre ad autorizzare la costituzione dell’ASBUC nel giudizio scaturente dal ricorso in esame, nel richiamare il contenuto delle precedenti delibere del 19/3/2005 e del 31/1/2007, da intendersi come rivolte ad autorizzare il Presidente pro tempore alla costituzione nei giudizi all’esito dei quali è stata emessa la sentenza oggi impugnata, in ogni caso ha dichiarato di voler confermare e ratificare l’operato, l’attività e gli atti del precedente Presidente, cavaliere Giotto Minucci.

Deve pertanto ritenersi che per effetto di tale delibera,  le  doglianze  poste a fondamento del ricorso debbano intendersi in  ogni  caso  del  tutto superate in ragione dell’esistenza di una valida  delibera autorizzativa, espressamente finalizzata altresì a ratificare il precedente operato  del Presidente.

Inoltre, non deve trascurarsi la circostanza che, proprio in ragione del richiamo delle predette disposizioni normative alla disciplina  prevista dalle leggi comunali e provinciali, a seguito degli interventi modificativi compiuti da parte del legislatore  su  queste  ultime,  deve ragionevolmente concludersi nel senso  che  la  delibera  autorizzativa della resistenza o della costituzione in giudizio oggi sia del tutto superflua.

In tal senso deve rammentarsi l’intervento  delle  Sezioni  Unite  di  cui alla sentenza del 27/06/2005 n. 13710, secondo cui, a seguito delle modifiche del TUEL ( D. Lgs. N. 267/ 2000) la rappresentanza  in giudizio del  Comune  spetta in via  generale  al sindaco senza necessità  di preventiva autorizzazione della giunta, salvo che lo statuto del  Comune non richieda espressamente  l’autorizzazione  della  giunta  o di un  competente  dirigente, altrimenti  non necessaria.

In termini si veda anche Cass. 10/06/2010 n. 13968, secondo cui nel nuovo ordinamento delle autonomie locali, la rappresentanza processuale del comune spetta istituzionalmente al sindaco, cui compete, in via esclusiva, ilpotere di conferire al difensore la procura alle liti, senza necessità di autorizzazione della giunta municipale, salvo che una disposizione statutaria la richieda espressamente, spettando in tal caso alla parte interessata provare la carenza di tale autorizzazione producendo idonea documentazione.

Cosicché deve ritenersi che, risalendo l’introduzione del presente giudizio ad una data successiva alle innovazioni prodotte dal suddetto testo unico, in assenza della dimostrazione dell’esistenza di una specifica previsione che, relativamente alla gestione della controricorrente, prevedesse la permanente necessità di una delibera autorizzativa da parte del Comitato, ben potesse il Presidente autonomamente attivarsi per la proposizione ovvero per la resistenza del presente giudizio.

  1. Con il secondo motivo del ncorso principale e  del  ncorso  incidentale di Fiorilli Mauro si denunzia la violazione di legge per   avere la sentenza impugnata rigettato l’eccezione di nullità della decisione adottata dal Commissario in primo grado in assenza della nomina della rappresentanza speciale di cui all’articolo 75 del regio  decreto  n.  332  del 1928 ovvero del curatore speciale ex articolo  78  c.p.c.
  2. Infatti, a fronte dell’eccezione sollevata già dinanzi al giudice d’appello, la sentenza oggetto di ricorso ha ritenuto non pertinente il riferimento all’articolo     78  c.p.c.,  escludendo l’esistenza     di  una         situazione   di conflitto                  di           interessi                tra l’ASBUC       ed    una              parte     dei           cittadini, precisamente di quelli residenti nel borgo del Castello di Montepescali. Ad avviso della corte di merito, poiché l’associazione è un mero ente esponenziale,  relativamente         al  quale  non  sarebbe  configurabile  in senso stretto l’istituto della rappresentanza, ed essendosi opposto alla verifica        demaniale   nell’interesse  di  tutti  cittadini,  non   avendo  in precedenza alcuno rivendicato dei diritti in contrasto con quelli degli abitanti delle altre parti della frazione, non poteva ravvisarsi alcuna situazione di conflitto, ben potendo peraltro ogni singolo cittadino valutare se intervenire o meno nel giudizio. Sempre a detta del giudice d’appello, non ricorrevano i presupposti per l’applicazione dell’articolo 75 del regio decreto n. 332 del 1928, in quanto tale ultima norma riguardava la differente fattispecie di un conflitto fra il Comune e una frazione ovvero tra più frazioni dello stesso Comune.

Ad avviso dei ricorrenti tale soluzione non può essere condivisa  in  quanto il Comitato di cui agli articoli  26 della legge n.  1766 del    1928 e 64 del regio decreto n. 332 del 1928, quale è appunto l’ASBUC controricorrente, in realtà ha permanentemente  la rappresentanza   dei cittadini utenti, essendo espressione di una collettività titolare di beni civici, come peraltro confermato dalle previsioni di cui alla legge n. 178 del 1957, che disciplinano le modalità di nomina dei componenti del Comitato stesso, mediante un meccanismo elettorale che prevede la partecipazione potenziale di tutti cittadini della  frazione  iscritti  nelle liste elettorali.

Pertanto ci troveremmo di fronte ad una comunità di abitanti  che possiede a titolo originario dei beni, i quali vengono amministrati mediante l’ASBUC.

Il motivo è infondato.

Preliminarmente deve essere disattesa l’eccezione sollevata dalla controparte in ordine all’inammissibilità del motivo per la sua erronea formulazione, assumendosi che il  vizio  dedotto,  ove  ritenuto sussistente,  andrebbe  inquadrato  nell’ipotesi  di cui al  n. 4  dell’articolo 360 c.p.c., laddove invece la formulazione del motivo appanva  ricondurre  le doglianze nell’ipotesi  di cui al precedente  n. 3.

Occorre a tal fine ricordare l’autorevole intervento di Cassazione civile sez. un. 24/07/ 2013 n. 17931 che al fine di risolvere il contrasto manifestatosi, ha affermato che il ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure espressamente e tassativamente previste dall’art. 360, primo comma, cod. proc. civ., deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata ed inequivocabile ad  una  delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla citata disposizione, pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o l’esatta  indicazione  numerica  di  una  delle  predette  ipotesi.  Pertanto,  nel caso in cui il ricorrente lamenti l’omessa pronuncia, da parte dell’impugnata sentenza, in ordine ad una delle domande o eccezioni proposte, non è indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilità della fattispecie di cui al n. 4 del primo comma dell’art.  360 cod. proc.  civ., con riguardo all’art. 112 cod. proc. civ., purché il motivo rechi univoco riferimento alla nullità della  decisione  derivante  dalla  relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il gravame allorché sostenga che la motivazione sia mancante o insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione  di legge.

Nel caso di specie, sebbene  manchi  un  puntuale  riferimento  da  parte dei   ricorrenti    all’error   in   procedendo,           tuttavia   il   riferimento   alla conseguenza della nullità della sentenza per effetto della violazione dell’articolo 78 c.p.c., con la conseguente richiesta di rimessione della causa al giudice di primo grado ex articolo 354 c.p.c.,  consente  di  ritenere in ogni caso dedotta la sussistenza di tale  tipologia  di  vizio, senza che pertanto il motivo incorra nella sanzione di inammissibilità. Passando    alla      disamina delle        doglianze            sollevate                     sul   punto           dai ricorrenti,  occorre rilevare  che ai sensi dell’articolo  75 del regio  decreto

  1. 332 del 1928, è previsto che laddove il Commissario ravvisi che, nei procedimenti promossi dalle parti, ovvero da promuoversi di ufficio, esista opposizione di interessi tra il Comune e una frazione ovvero tra più frazioni dello stesso comune per le quali non sia già stata costituita la speciale rappresentanza prevista dall’articolo 64 dello stesso regio decreto, occorre darne  notizia  al  CORECO,  il  quale  costituirà    la rappresentanza delle frazioni nominando commissioni di tre o cinque membri scelti tra i frazionisti.

Ancorchè tale norma sia stata interpretata da Cass. Sez. U, n. 1877 del 13/05/1977 nel senso  che  in  luogo  della  gestione  affidata  al  comitato di cui all’art. 64 menzionato, dovrebbe operare un Commissario prefettizio, per effetto delle modifiche apportate dalla successiva legislazione in materia di enti locali, in ogni caso deve ritenersi condivisibile la conclusione alla quale è  pervenuta  la  sentenza impugnata circa l’impossibilità di estendere la previsione  de qua anche  alla ipotesi, non contemplata espressamente dal legislatore  di conflitto, non già tra frazioni e Comune ovvero tra singole  frazioni,  ma  tra  abitanti  all’interno  di un’unica frazione.

In tal senso, oltre a doversi condividere la considerazione per la  quale l’ASBUC non è ente che abbia la rappresenta  dei  singoli  abitanti della frazione, essendo al contrario un mero ente esponenziale, di tal chè non è dato ravvisare in senso stretto una situazione di conflitto di interessi ( ben potendo gli eventuali interessati ad una soluzione  diversa da quella propugnata in giudizio dalla controricorrente spiegare autonomo  intervento,  onde  far  valere  le  loro  ragioni  di  dissenso),

effettivamente  il  testo  dell’art.  75  invocato  da  parte  ricorrente non depone a favore della   soluzione auspicata.

L’art. 75 del R.D. n. 332/1928, espressamente prevede  che ” Quando  il Commissario ravviserà che nei procedimenti promossi dalle parti, o da promuoversi d’ufficio, esista opposizione d’interessi tra il Comune e una frazione o tra più frazioni dello stesso comune per le quali non sia stata già costituita la speciale rappresentanza prevista dall’art. 64 del presente regolamento, ne darà notizia al CO.RE.CO., il  quale costituirà la rappresentanza delle frazioni nominando commissioni di tre o cinque membri scelti fra i frazionisti.

Lo stesso procedimento si seguirà quando, contestandosi dal Comune la qualità demaniale del suolo o comunque la esistenza degli usi civici, sorga opposizione d’interessi tra il Comune e i comunisti ed occorra nominare a questi ultimi la speciale rappresentanza “, sicchè appare esclusa dal chiaro tenore letterale della norma la possibilità di invocare la nomina di un’apposita commissione.

A tali considerazioni, già di per  se  sole idonee  a legittimare  il rigetto del motivo, deva poi aggiungersi che nel caso concreto la Regione Toscana, si è contrapposta nei gradi  di  merito  ali’ASBUC  facendo valere proprio le medesime ragioni che sorreggono  le  difese  dei ricorrenti e dell’associazione  asseritamente  rappresentativa  degli interessi degli abitanti dell’originario nucleo abitativo del  castello,  avendo altresì provveduto ad impugnare la decisione di primo grado sfavorevole alla tesi della spettanza dei diritti di uso  civico  solo  in  favore di parte  degli abitanti della  frazione.

Emerge quindi con evidenza che, anche  a  voler  ravvtsare  una  situazione di conflitto di  interessi  nell’operato  dell’ASBUC,  le  difese  dei che versavano in tale condizione sono state adeguatamente e vigorosamente prese dalla Regione, e  cioè  da  un  ente istituzionale,  il cui concreto atteggiamento rendeva del  tutto  superflua  l’eventuale nomina  di una  commissione  ai sensi del  riportato  art.  75, posto  che gli interessi Jegli  abitanti del nucleo  abitativo del castello erano già  tutelati  e  supportati dall’appellante.

  1. Con ilterzo motivo del ricorso principale e del ricorso incidentale di Fiorilli Mauro si lamenta la violazione  degli   1, 2, 11, 26 della legge
  2. 1766/27, dell’art. 64 del RD n. 332 del 1928, dell’art. 1 della legge n. 278/57 e della Legge della Regione Toscana n. 1 del 1992, per avere la Corte d’Appello erroneamente identificato nella comunità di Montepescali quale titolare dei diritti sulla proprietà collettiva di Montepescali, con l’estensione dei diritti al di fuori del perimetro del Castello e della limitrofa campagna, con particolare riferimento alla diversa ed autonoma frazione di Braccagni, sorta dopo la transazione del 1939, nonché l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per ilgiudizio.

Deducono i ricorrenti che erroneamente sarebbe stato rigettato il reclamo della Regione Toscana avverso il provvedimento del Commissario,  atteso  che  la  decisione  non  si  fonderebbe  su  prove certe,  ma    avrebbe  posto    a   fondamento    anche  delle    consulenze tecniche incomplete.

In  particolare  sarebbe  stata  utilizzata  la  perimetrazione  dei confini della  frazione  di cui al  RD  n.  367 del  15 giugno   1905, opinandosi  quindi che alla data  della  transazione  del  25  luglio  1939,  dovevano reputarsi  esistenti altri nuclei abitativi, al di fuori di quello   originario del Castello, comprensivi in particolare della frazione Braccagni. Inoltre, la sentenza avrebbe dato credito alla presunzione secondo cui la  popolazione  oggi  insediata  al  di  fuori  del  nucleo  originario del Castello sarebbe proveniente dallo stesso Castello, in virtù dei flussi migratori avvenuti verso la piana, omettendo di prendere in considerazione tutte le argomentazioni sviluppate dall’associazione ricorrente  nella comparsa  conclusionale in grado di  appello.

In primo luogo, nel motivo, si evidenzia l’irrilevanza dei confini amministrativi ai fini della decisione della controversia, occorrendo invece avere riguardo alla collettività degli abitanti che originariamente era titolare dei diritti di uso civico, senza potersi quindi tenere conto dell’accorpamento di altri nuclei abitativi, anche per effetto di mutamenti delle circoscrizioni amministrative.

In secondo luogo si afferma la necessità di prendere in considerazione l’incolato, l’originarietà dell’appartenenza dei terreni alle frazioni e la discendenza  delle collettività  odierne rispetto  a quelle originarie.

In particolare la previsione di cui all’art. 26 della legge n. 1766 del 1927 andrebbe interpretata nel senso che i diritti sui demani comunali non spettano a tutti gli appartenenti del Comune ma ai soli abitanti  di quelle frazioni, discendenti storicamente da quel nucleo abitativo minimo che se ne serviva ab initio.

Trattasi di una nozione di frazione affatto diversa  da  quella  prevista dalle leggi comunali e provinciali,  sicchè  nella  fattispecie,  in relazione ai diritti oggetto di causa, la titolarità non potrebbe che  essere riconosciuta agli abitanti del nucleo abitativo storico del Castello, apparendo il nucleo Braccagni essere in  realtà  una  diversa  ed  autonoma  frazione.

Ancora, si rileva che la sentenza impugnata avrebbe erroneamente affermato che già all’epoca della transazione esistevano nuclei abitativi al di fuori dell’antico castello e delle sue prossimità, laddove invece in località Braccagni vi erano semplicemente la stazione ferroviaria, una stazione di posta, una locanda e qualche casa sparsa.

Infine, sarebbe del tutto erronea l’asserzione secondo  cui  gli  abitanti della frazione Braccagni sarebbero discendenti degli abitanti dell’originario nucleo del Castello, trattandosi di affermazione priva di qualsivoglia prova e che invece appare contrastata dalla ricostruzione storica delle vicende di Montepescali, così come effettuata negli scritti difensivi dei ricorrenti.

Il motivo, ancorchè formalmente denunzi anche violazione di legge, si risolve in sostanza  in  una  inammissibile  contestazione  della  valutazione dei fatti di causa così come operata dal giudice del merito, senza che peraltro nemmeno sia dato ravvisare l’incongruità logico argomentativa delle ragioni in base  alle  quali  si  è  pervenuti  ad affermare la sussistenza dei diritti per cui è causa in favore di tutti gli abitanti  della frazione.

Il giudice di appello, nel confermare la decisione del Commissario ha in primo luogo valorizzato gli accertamenti del CTU che aveva  stabilito e verificato che i confini della frazione erano stati determinati con il R.D. n. 367 del 15 giugno 1905, ricomprendendo nel territorio della frazione anche i nuclei di Montepescali Scalo e Braccagni.

E’ stato poi sottolineato che i diritti di cui si controverte erano stati riconosciuti  in  favore  della  frazione,  a  seguito  della  transazione    del 1939 ( successiva quindi alla nuova determinazione dei confini), previa creaz10ne ex novo e per scorporo di un demanio civico, su di una  parte del territorio di Montepescali, prescindendosi quindi da quella che potesse essere la situazione preesistente.

Si è altresì rimarcato che la detta transazione vide  come  parte  il  Comune di Grosseto, che però agiva in rappresentanza di  tutta  la  frazione nella sua più ampia estensione, quale risultante dell’atto  del  1905, comprensiva anche di Braccagni e Montepescali Scalo. Ha poi evidenziato che già all’epoca della transazione vi erano nuclei abitativi fuori del castello e specifica come ciò  sia  riconosciuto  anche  nelle  difese della Regione e dei  ricorrenti.

L’affermazione circa la novità della creazione ex novo di un demanio civico, oltre a costituire chiaramente un accertamento in fatto, non risuta adeguatamente contestata dalle difese dei ricorrenti, dovendosi del pari reputare valutazione in fatto, non sindacabile in sede di legittimità, quella secondo cui già alla data della transazione Braccagni e Montepescali Scalo avevano dato vita a degli insediamenti abitativi.

In tal senso, ed a fronte di un ricostruzione dei fatti che appare esente da censure di carattere logico giuridico, che ha appunto dato rilevanza alla situazione esistente dalla data della transazione, diviene del tutto ininfluente accertare quale fosse la consistenza e l’estensione della frazione sulla base delle mappe storiche, dovendosi effettivamente avere riguardo al nuovo assetto determinato dal provvedimento di rideterminazione  dei confini, che aveva preceduto di oltre trenta   anni l’atto per effetto del quale veruvano acquisiti, 1n favore di tutti gli abitanti della frazione, i diritti oggetto di causa.

Né inficia la correttezza logica della motivazione, il riferimento a spostamenti di abitanti dalla zona del castello a quella della piana e viceversa, occorrendo a tal fine ribadire che si tratta di argomenti spesi solo ad abundantiam, ma che lungi dall’inficiare la coerenza argomentativa della sentenza, si inseriscono propno nel percorso argomentativo del giudice di appello.

Ed, infatti se ildato di fatto sul quale si fonda la decisione impugnata è  che occorre guardare alla consistenza della frazione alla data della transazione del 1939 ( ivi inclusi i territori di Braccagni e Montepescali Scalo), anche a voler far leva sulle opinioni dottrinali alle quali fa richiamo la difesa dei ricorrenti, correttamente la sentenza d’appello ha chiarito che per escludere ildiritto in favore degli odierni abitanti delle porzioni della yazione site nella piana, sarebbe stato  necessario dimostrare  che  queste  erano  state  popolate  esclusivamente  da soggetti Ivi trasferitisi dopo la transazione del 1939, e cioè da persone escluse dal novero dei beneficiari del demanio civico scaturente dalla transazione.

Pertanto non essendo stata offerta tale prova, non potevano escludersi  dalla titolarità dei diritti di uso civico coloro che  abitano  oggi  nella piana, dovendosi presumere, in assenza della prova di fenomeni di migrazione di abitanti da altri comuni o frazioni, che  in  ogni  caso  si tratti di una popolazione che  è  lo  sviluppo  di  quella  che originariamente  apparteneva  alla  frazione  nella  configurazione assunta nel 1905 ( ben potendosi ipotizzare anche spostamenti all’interno della stessa).

Le argomentazioni di parte ricorrente trascltano  di  sottoporre  ad  adeguata critica la valorizzazione ad opera  della  sentenza  impugnata della transazione del 1939 e della sua efficacia, occorrendo altresì evidenziare che la tesi dottrinale alla quale fa ampio richiamo  la difesa dei  ricorrenti  presuppone  evidentemente  l’impossibilità  di  riconoscere i diritti di uso civico in favore degli abitanti di territori che siano successivamente accorpati al territorio della  frazione  a  favore  della quale sussiste il diritto di uso civico, situazione questa che però evidentemente non ricorre nel caso in esame, laddove i diritti risultano essere stati acquistati> in un’epoca in cui, e già da oltre trenta anni, era stato determinato il  confine  della  frazione,  ricomprendendo  anche quelle porzioni di territorio i cui odierni abitanti invece si vorrebbe escludere  dal godimento  dei diritti de  quibus.

Alla  luce delle insindacabili valutazioni  in fatto operate  dalla    sentenza impugnata,  che non possono  essere rimesse  in discussione  in questa sede,   deva   altresì   escludersi   che   vi   sia   stata   un’errata    o   falsa  applicazione delle norme di diritto invocate  nella  rubrica  del  motivo, che deve essere  quindi rigettato.

  1. L’ASBUC, il Cerretani, il Rossi e lo Spadi, anche nella  qualità hanno  a loro volta  proposto  ricorso incidentale  sulla base  di due

Con il primo motivo si fa valere la violazione dell’art. 32 legge n.  1766 del 1927 e dell’art. 111 Cost perché la sentenza di primo grado non era appellabile  ma solo ricorribile  in Cassazione.

Con il secondo motivo si denunzia, ai sensi dell’art.  360  nn.  3  e  4 c.p.c., la violazione delle previsioni di cui agli artt. 268 e 344 c.p.c., in quanto l’Associazione Noi di Montepescali sarebbe intervenuta solo in grado di appello, ma semplicemente per aderire alle  difese  della  Regione, con la conseguenza che l’intervento spiegato deve  essere  ritenuto come meramente adesivo  dipendente  (e  come  tale inammissibile ove spiegato in grado di appello), mentre il Fiorilli e Castellucci, oltre ad avere a loro  volta  spiegato  un  intervento  meramente adesivo dipendente, erano in  ogni  caso  intervenuti  in maniera tardiva,  e  cioè  successivamente  all’udienza  di  precisazione delle conclusioni  in grado di appello.

Tuttavia, trattandosi di ricorso incidentale condizionato, il rigetto del ricorso principale ne determina l’assorbimento.

  1. Le spese   seguono    la   soccombenza    e   si   liquidano    come    da dispositivo.

Nulla a disporre nei confronti delle parti intimate che non  hanno svolto difese in questa fase.

PER  QUESTI MOTIVI

La Corte dichiara inammissibile il ricorso proposto da Fiorilli Mario; rigetta il ricorso principale ed il ricorso incidentale di Fiorilli Mauro; dichiara assorbito il ricorso incidentale proposto dall’ASBUC, da Rossi Eraldo,  Cerretani  Mauro  e Spadi Roberto; condanna i ricorrenti principali e Fiorilli Mauro  al rimborso  delle  spese in   favore   dell’ASBUC,   di   Rossi   Eraldo,   Cerretani   Mauro e Spadi Roberto, che liquida in € 4.700,00, di cui € 200,00  per  esborsi, oltre spese generali pari al  15 % sui compensi, ed accessori come per  legge.

Cosi deciso in Roma, nella  camera  di  consiglio della  II  Sezione civile e suprema  di Cassazione, il 21 giugno 2016.

il  Presidente

usi civici

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  1. Granocchiaio ha detto:

    A CHI SPETTANO GLI USI CIVICI DI MONTEPESCALI LEGGI: Comunicato Stampa – LEGGI: La sentenza della Corte di Cassazione

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