Buona Pasqua

L’alluvione del 1966 a Grosseto: il mio racconto

Santi Quadalti al galoppo in Barbaruta (foto proprietà Archivio Gori Grosseto)

Santi Quadalti al galoppo in Barbaruta (foto proprietà Archivio Gori Grosseto)

 

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Santi Quadalti sul suo Cavallo

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Porta Corsica

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copertina del libro “GROSSETO, UN’ALLUVIONE PER LA POVERA GENTE….”

Questo il mio racconto:

PARTE QUARTA

Così  scrivevo nel blog www.braccagni.info  nell’autunno del 2015

A BRACCAGNI NON MANCA SOLO UNA PIAZZA, MANCA ANCHE UN MONUMENTO!

 L’anno prossimo sarà il 50° della disastrosa alluvione che colpì Grosseto e il suo Comune.

Si ebbero ingentissimi danni e purtroppo anche la disgrazia di un morto.

Ci fu un morto, il buttero Santi Quadalti della Fattoria degli Acquisti che venne travolto dalla piena mentre a cavallo si era lanciato a mettere in salvo una mandria di vitelli
Il suo corpo fu ritrovato soltanto domenica 13 novembre in un canale vicino alla fattoria proprietà dei conti Guicciardini ove lui prestava opera …

Questo è quanto si è scritto e riscritto a proposito di Santi, unico morto in provincia di Grosseto nell’alluvione del ’66. In altre rievocazione dei fatti, se ci si riferisce all’intera Toscana, addirittura nemmeno viene ricordato. Ci sono altri nomi, ma quello di Santi no. La nostra fu agli occhi del mondo un’alluvione di serie D a confronto di quella di Firenze che era ovviamente di serie A.

Anche i nostri cronisti locali dell’epoca si sbizzarrirono a raccontare fatti e aneddoti di tutti i tipi, dal tentativo di mettere in salvo delle bestie, a salvataggi spericolati con l’elicottero, ma con la tragedia di Santi la fecero tutti poco lunga.

Nel 2009 fu fondato a Braccagni il Comitato per il Monumento a Santi Quadalti, spontaneo e rappresentativo delle più diverse componenti sociali, con lo scopo di realizzare nella frazione un monumento per ricordare il buttero Santi Quadalti.

Si tennero diverse assemblee popolari nelle quali fu stabilito che il monumento doveva essere realizzato ed essere per tutti:

  • il ricordo un evento tragico: l’alluvione del 1966, affinché nessuno abbassasse mai la guardia circa la salvaguardia del territorio,
  • la memoria di un mestiere, quello del buttero, affascinante e così caratteristico della nostra zona: quando si dice Maremma nella mente di ognuno appaiono butteri, cavalli e cinghiali e bestie maremmane,
  • l’esaltazione del senso di responsabilità e dell’attaccamento al lavoro che hanno portato Santi a sacrificare la propria vita per cercare di salvare le vacche che gli erano state affidate, quindi celebrarlo come martire del lavoro 
  • Braccagni avrebbe così avuto finalmente un monumento, finora mancante, significativo del territorio, e che monumento!

Il comitato prese contatto con diversi artisti per la realizzazione di bozzetti per il monumento. Dopo l’esame di questi fu scelto uno scultore di origine braccagnina che trasferitosi con la famiglia a Siena nei primi anni 60, è divenuto poi un artista di fama nazionale e oltre. Si tratta di Alberto Inglesi che in occasione dell’ultimo Palio di Siena ha realizzato, per la prima volta nella storia del Palio, due monete celebrative. Una sua scultura è esposta alla Fondazione Il Sole Onlus di Grosseto, in Via Uranio. Lo scultore, che ci fornì all’epoca un bozzetto di massima, sarà premiato proprio in questi giorni con il premio Braccagni.info.

Proprio nella consapevolezza che il monumento a Santi Quadalti non vuole essere dedicato solo alla sua famiglia, o solo alla Fattoria degli Acquisti, o solo al paese dio Braccagni, ma a tutto il territorio della Maremma e dei suoi uomini migliori.”

Nonostante tutte le iniziative prese nel tempo e i contatti con il Comune di Grosseto e la Curia Vescovile, entrambi diretti interessati per la realizzazione del Monumento, non siamo riusciti ad arrivare ad una soluzione positiva anche in fine legislatura della precedente Giunta. Poi il periodo elettorale e questo inizio di nuova legislatura ci fanno amaramente constatare che arriviamo al 50° anniversario della morte di Santi Quadalti senza che il Monumento sia stato realizzato.   

E non ci consola certo il fatto che la colpa ricada su tutti noi grossetani, pubblici amministratori e semplici cittadini. Forse però non a colpa di tutti in ugual misura.

 

PARTE TERZA

Qualche anno fa ho scritto il libro “I miei Acquisti in Maremma” sui miei primi 25 anni di vita e cioè fino al 1969: quindi l’alluvione c’è dentro. La cosa che più mi stava a cuore della faccenda “della piena” era la tragica morte di Santi Quadalti, buttero della Fattoria degli Acquisti. Unico morto in provincia di Grosseto per l’alluvione. Da sempre, e anche oggi, di quella disgrazia si dice semplicemente che lui “era uscito per recuperare delle bestie, ma lo prese la piena e lo portò via”. Volendo scriverne sul libro mi diedi da fare per vedere se riuscivo a raccogliere qualche altro dettaglio in più.

È fu quasi per caso che di dettagli ne trovai in quantità. Franco Mencacci ha l’età mia e ha fatto il Guardia in fattoria fino alla pensione. Gli chiesi dove si trovasse lui il 4 novembre del ’66. Lui si piegò su un fianco, fece un bel tiro con la sigaretta, e poi si piegò in avanti come per rivelarmi un gran segreto! Poi guardandomi con i suoi occhietti semichiusi attraverso il fumo lasciò andare dall’alto come un sussurro: “Ero là!” Era chiaro cosa intendesse con quel “ero là”: era dove successe la disgrazia. Li per li credevo scherzasse poi la cosa mi incuriosì e cercai di farlo parlare. Ma mi faceva cadere dall’alto ogni piccola frase come mi stesse rivelando le dieci Tavole di Mosè. Io gli chiedevo cose sempre più precise perché mi pareva una storia abbastanza ingarbugliata. Messo alle strette Franco un poco offeso mi fa: “Ma perché non vai a parlare con chi c’era proprio al momento della disgrazia, io in fondo arrivai quando tutto era già successo”.

“E chi c’era sul fatto?” Mi disse chi c’era, erano quattro persone che io conoscevo benissimo e mi ricordai allora che tre di loro erano ancora vivi. Mi misi subito all’opera per rintracciarli e farmi raccontare tutta la storia per filo e per segno, così come si dice. Poi confrontai i ricordi dell’uno con l’altro, andai di nuovo a parlare con loro finchè tutta la storia non fu chiarita e confermata fin nei minimi particolari.

Il racconto che ne è venuto fuori è abbastanza lungo, in forma agghiacciante di cronaca dettagliata momento per momento. Inizia quando è ancora buio e Santi esce di casa per andare a rimettere le giovani bestie maremmane. Termina quasi due ore dopo nella maniera più tragica possibile.

*******************************************************************************************

Io  Santi l’ho conosciuto fin da quando ero bambino…….e ho più di un motivo per ricordarlo con affetto.

Ma c’è un’altra ragione per cui m’incazzo, scusate il francesismo.

Se a Grosseto siamo i terroni della Toscana, e come tali veniamo trattati è in buona parte colpa nostra. Cornuti e mazziati. La nostra è passata come un’alluvione di serie B. Ma forse anche C o D.

L’Arno non ha ricoperto di fango solo Firenze, ha ricoperto anche la nostra alluvione. Ricordo che la TV parlava per 59 minuti e mezzo di Firenze e in chiusura, in 30 secondi, ma non sempre, si udiva “anche a Grosseto c’è stata l’alluvione”. Punto a basta. I danni materiali da noi sono stati tanti, però solo un morto. E forse questa è la nostra colpa: solo un morto! Fossero stati diversi forse ci avrebbero cacato un po’ di più. Come se una vita valesse meno di 5 vite.

Abbiamo un SOLO MORTO. È VERO, MA E’ ANCHE UN MARTIRE!

Un uomo che ha messo volontariamente la sua vita in pericolo, fino alla morte, per un dovere che lui sentiva. Non per un ordine o un comando. Il comando era la sua coscienza. Non so se oggi si riesce a capire queste parole forse oramai in disuso.

 

PARTE SECONDA

Partiti alla volta di Grosseto viaggiammo tutta la notte e poi il giorno successivo perché ci fecero arrivare a Grosseto via colline del Fiora, cioè passando per Scansano, poiché l’accesso da sud non esisteva più. La colonna era costituita soprattutto da M113, veicolo per trasporto truppe completamente cingolati e con la capacità di movimento anfibio, più ovviamente camion per trasporto truppa. Gli M113 saranno poi largamente utilizzati nei soccorsi ai poderi e per il recupero delle numerose carcasse di bovini ed altri animali morti e tristemente galleggianti nei campi allagati.

Arrivammo la sera a Marina di Grosseto e fummo indirizzati alle scuole, dove dovevamo accamparci. Ma nel momento stesso che arrivammo fu data la notizia via televisione che i militari residenti nelle zone alluvionate avevano una licenza di 10 o 15 giorni e allora chiamai subito il mi’ babbo, che mi venne a prende’ alle scuole di Marina, dove quindi non ci dormii nemmeno una notte.

Partecipai in qualche maniera agli aiuti in città perché  alla BRAIMA di mio babbo fu richiesto di fabbricare una specie grossi raschietti in lamiera con manico per raccogliere a mano fango da strade, piazze, cortili, negozi e abitazioni. Ricordo che il punto di raccolta di questi attrezzi era nel cortile dell’allora Distretto Militare di Piazza Lamarmora dove li consegnammo in grande quantità.

Essendo andato a casa così com’ero, mi resi conto di essere armato con la pistola di ordinanza che avevo come sottoufficiale. Dopo pochi giorni ti vedo arrivà a casa, tutto acchittato come un marines, l’amico commilitone sergente Filippo Sanfilippo, siciliano DOC, che tutto trafelato e in perfetta intonazione e dialetto siciliano mi canta in filastrocca: “Minchia Robbetto, gi ha telefonato o capitano Svoronicce da Firenze che gli mancò in carico la tua pistola, minchia, se non la recuperiamo so’ cazzi amari, minchia, cazzo!”. Lì per lì non vedevo tutto questo dramma e il perché di questa preoccupazione ma corsi a prendella in casa e gliela detti.

Finita la licenza e poi rientrato al reggimento, pe’ tenè bono il mi’ capitano, burbero ma che mi voleva bene,  mi portai dietro un mega barattolo di cera rossa da 5 chili da dare per terra, nel senso che veniva veramente data sul terreno battuto davanti alla compagnia, come pretendeva il comandante. Il capitano Svoronich era la versione triestina di John Wayne, praticamente un sosia! Lui incassò, mi apostrofò con il solito e leggendario “cazzo Tonini, attenzione che ti tengo d’occhio, eh, cazzo!” e tutto continuò come e meglio di prima.

 

PARTE PRIMA

Io che ero in quel momento militare di stanza a Civitavecchia nel 1° Reggimento Bersaglieri Corazzato nella Caserma Aurelia fui mandato in missione a soccorrere le popolazioni di Grosseto, solo per un caso fortuito. Nel pomeriggio del 4 novembre già si sentiva dire che c’era stata l’alluvione a Grosseto. Siccome le notizie che si riuscivano a sapè erano scarse, io con Masino Franci, che era l’altro grossetano con me sottoufficiale dei Bersaglieri, si decise di scappà e di  andà a Civitavecchia pe vedè se si riusciva a sapè qualcosa di più. Alla stazione ferroviaria ci dissero che i treni arrivavano fino all’Alberese e di più non ci dissero. Decidemmo di fare la mattata e si prese il treno che ci portò fino all’Alberese. Da lì con un passaggio s’arrivò fino al ponte Mussolini, a sud di Grosseto. Lì la strada era interrotta e camminando sull’argine del fiume s’arrivò al Motel Agip a sud della città. Li si dove si vide l’enorme incredibile falla aperta dal fiume da dove si riversarono 10 milioni di metri cubi di acqua, 4.500 metri al secondo. E poi sempre a piedi si risalì fino alle prime case che si trovano a sinistra prima delle Quattro Strade Sud di Grosseto: allora  si vide a quale incredibile altezza era arrivata l’acqua del fiume  e ci impaurimmo.

Poi s’arrivò in piazza del Duomo, che era uno dei punti più alti della città e quindi meno bagnati, mentre già a metà Corso si vedevano i negozi devastati dal fango. A questo punto ci si divise: Maso andò dai genitori al bar Franci, che allora avevano in via Garibaldi, io andai verso la Clinica Francini Fiornovelli, perché c’era la mi’ mamma ricoverata.

Ritornati indenni al reggimento, il pomeriggio seguente io tornai a Civitavecchia per vedere se riuscivo ad avere altre notizie. Alla televisione parlavano 59 minuti e mezzo di Firenze e 30 secondi, sui titolo di coda, di Grosseto. Quando la sera tardi rientrai fui preso dal terrore: la caserma era tutta chiusa e dell’intero reggimento di un migliaio di persone ce n’erano rimaste sì e no una decina: l’intero reggimento era partito nello spazio di un solo pomeriggio pe’ portà aiuto e conforto a Firenze. Io m’impaurii particolarmente perché ero uno stretto collaboratore del capitano Svoronich, della Compagnia Comando e m’immaginavo con terrore cosa avesse detto il mio comandante non trovandomi al mio posto, al momento della partenza.  La notte stessa i pochi che eravamo rimasti fummo aggregati ad una compagnia di Granatieri di Sardegna a Civitavecchia e da lì spediti per i soccorsi nell’alluvione in Toscana. Ecco il caso: tutto il mio reggimento a Firenze e io per caso in soccorso a Grosseto.

(segue)

 

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  1. Granocchiaio ha detto:

    Questo il mio racconto:

    Io che ero in quel momento militare di stanza a Civitavecchia nel 1° Reggimento Bersaglieri Corazzato nella Caserma Aurelia fui mandato in missione a soccorrere le popolazioni di Grosseto, solo per un caso fortuito. Nel pomeriggio del 4 novembre già si sentiva dire che c’era stata l’alluvione a Grosseto. Siccome le notizie che si riuscivano a sapè erano scarse, io con Masino Franci, che era l’altro grossetano con me sottoufficiale dei Bersaglieri, si decise di scappà e di andà a Civitavecchia pe vedè se si riusciva a sapè qualcosa di più. Alla stazione ferroviaria ci dissero che i treni arrivavano fino all’Alberese e di più non ci dissero. Decidemmo di fare la mattata e si prese il treno che ci portò fino all’Alberese. Da lì con un passaggio s’arrivò fino al ponte Mussolini, a sud di Grosseto. Lì la strada era interrotta e camminando sull’argine del fiume s’arrivò al Motel Agip a sud della città. Li si dove si vide l’enorme incredibile falla aperta dal fiume da dove si riversarono 10 milioni di metri cubi di acqua, 4.500 metri al secondo. E poi sempre a piedi si risalì fino alle prime case che si trovano a sinistra prima delle Quattro Strade Sud di Grosseto: allora si vide a quale incredibile altezza era arrivata l’acqua del fiume e ci impaurimmo.

    Poi s’arrivò in piazza del Duomo, che era uno dei punti più alti della città e quindi meno bagnati, mentre già a metà Corso si vedevano i negozi devastati dal fango. A questo punto ci si divise: Maso andò dai genitori al bar Franci, che allora avevano in via Garibaldi, io andai verso la Clinica Francini Fiornovelli, perché c’era la mi’ mamma ricoverata.

    Ritornati indenni al reggimento, il pomeriggio seguente io tornai a Civitavecchia per vedere se riuscivo ad avere altre notizie. Alla televisione parlavano 59 minuti e mezzo di Firenze e 30 secondi, sui titolo di coda, di Grosseto. Quando la sera tardi rientrai fui preso dal terrore: la caserma era tutta chiusa e dell’intero reggimento di un migliaio di persone ce n’erano rimaste sì e no una decina: l’intero reggimento era partito nello spazio di un solo pomeriggio pe’ portà aiuto e conforto a Firenze. Io m’impaurii particolarmente perché ero uno stretto collaboratore del capitano Svoronich, della Compagnia Comando e m’immaginavo con terrore cosa avesse detto il mio comandante non trovandomi al mio posto, al momento della partenza. La notte stessa i pochi che eravamo rimasti fummo aggregati ad una compagnia di Granatieri di Sardegna a Civitavecchia e da lì spediti per i soccorsi nell’alluvione in Toscana. Ecco il caso: tutto il mio reggimento a Firenze e io per caso in soccorso a Grosseto.

    (segue)

  2. Granocchiaio ha detto:

    PARTE SECONDA

    Partiti alla volta di Grosseto viaggiammo tutta la notte e poi il giorno successivo perché ci fecero arrivare a Grosseto via colline del Fiora, cioè passando per Scansano, poiché l’accesso da sud non esisteva più. La colonna era costituita soprattutto da M113, veicolo per trasporto truppe completamente cingolati e con la capacità di movimento anfibio, più ovviamente camion per trasporto truppa. Gli M113 saranno poi largamente utilizzati nei soccorsi ai poderi e per il recupero delle numerose carcasse di bovini ed altri animali morti e tristemente galleggianti nei campi allagati.

    Arrivammo la sera a Marina di Grosseto e fummo indirizzati alle scuole, dove dovevamo accamparci. Ma nel momento stesso che arrivammo fu data la notizia via televisione che i militari residenti nelle zone alluvionate avevano una licenza di 10 o 15 giorni e allora chiamai subito il mi’ babbo, che mi venne a prende’ alle scuole di Marina, dove quindi non ci dormii nemmeno una notte.

    Partecipai in qualche maniera agli aiuti in città perché alla BRAIMA di mio babbo fu richiesto di fabbricare una specie grossi raschietti in lamiera con manico per raccogliere a mano fango da strade, piazze, cortili, negozi e abitazioni. Ricordo che il punto di raccolta di questi attrezzi era nel cortile dell’allora Distretto Militare di Piazza Lamarmora dove li consegnammo in grande quantità.

    Essendo andato a casa così com’ero, mi resi conto di essere armato con la pistola di ordinanza che avevo come sottoufficiale. Dopo pochi giorni ti vedo arrivà a casa, tutto acchittato come un marines, l’amico commilitone sergente Filippo Sanfilippo, siciliano DOC, che tutto trafelato e in perfetta intonazione e dialetto siciliano mi canta in filastrocca: “Minchia Robbetto, gi ha telefonato o capitano Svoronicce da Firenze che gli mancò in carico la tua pistola, minchia, se non la recuperiamo so’ cazzi amari, minchia, cazzo!”. Lì per lì non vedevo tutto questo dramma e il perché di questa preoccupazione ma corsi a prendella in casa e gliela detti.

    Finita la licenza e poi rientrato al reggimento, pe’ tenè bono il mi’ capitano, burbero ma che mi voleva bene, mi portai dietro un mega barattolo di cera rossa da 5 chili da dare per terra, nel senso che veniva veramente data sul terreno battuto davanti alla compagnia, come pretendeva il comandante. Il capitano Svoronich era la versione triestina di John Wayne, praticamente un sosia! Lui incassò, mi apostrofò con il solito e leggendario “cazzo Tonini, attenzione che ti tengo d’occhio, eh, cazzo!” e tutto continuò come e meglio di prima.

    (segue)

  3. Granocchiaio ha detto:

    PARTE TERZA

    Qualche anno fa ho scritto il libro “I miei Acquisti in Maremma” sui miei primi 25 anni di vita e cioè fino al 1969: quindi l’alluvione c’è dentro. La cosa che più mi stava a cuore della faccenda “della piena” era la tragica morte di Santi Quadalti, buttero della Fattoria degli Acquisti. Unico morto in provincia di Grosseto per l’alluvione. Da sempre, e anche oggi, di quella disgrazia si dice semplicemente che lui “era uscito per recuperare delle bestie, ma lo prese la piena e lo portò via”. Volendo scriverne sul libro mi diedi da fare per vedere se riuscivo a raccogliere qualche altro dettaglio in più.

    È fu quasi per caso che di dettagli ne trovai in quantità. Franco Mencacci ha l’età mia e ha fatto il Guardia in fattoria fino alla pensione. Gli chiesi dove si trovasse lui il 4 novembre del ’66. Lui si piegò su un fianco, fece un bel tiro con la sigaretta, e poi si piegò in avanti come per rivelarmi un gran segreto! Poi guardandomi con i suoi occhietti semichiusi attraverso il fumo lasciò andare dall’alto come un sussurro: “Ero là!” Era chiaro cosa intendesse con quel “ero là”: era dove successe la disgrazia. Li per li credevo scherzasse poi la cosa mi incuriosì e cercai di farlo parlare. Ma mi faceva cadere dall’alto ogni piccola frase come mi stesse rivelando le dieci Tavole di Mosè. Io gli chiedevo cose sempre più precise perché mi pareva una storia abbastanza ingarbugliata. Messo alle strette Franco un poco offeso mi fa: “Ma perché non vai a parlare con chi c’era proprio al momento della disgrazia, io in fondo arrivai quando tutto era già successo”.

    “E chi c’era sul fatto?” Mi disse chi c’era, erano quattro persone che io conoscevo benissimo e mi ricordai allora che tre di loro erano ancora vivi. Mi misi subito all’opera per rintracciarli e farmi raccontare tutta la storia per filo e per segno, così come si dice. Poi confrontai i ricordi dell’uno con l’altro, andai di nuovo a parlare con loro finchè tutta la storia non fu chiarita e confermata fin nei minimi particolari.

    Il racconto che ne è venuto fuori è abbastanza lungo, in forma agghiacciante di cronaca dettagliata momento per momento. Inizia quando è ancora buio e Santi esce di casa per andare a rimettere le giovani bestie maremmane. Termina quasi due ore dopo nella maniera più tragica possibile.

    *******************************************************************************************

    Io Santi l’ho conosciuto fin da quando ero bambino…….e ho più di un motivo per ricordarlo con affetto.

    Ma c’è un’altra ragione per cui m’incazzo, scusate il francesismo.

    Se a Grosseto siamo i terroni della Toscana, e come tali veniamo trattati è in buona parte colpa nostra. Cornuti e mazziati. La nostra è passata come un’alluvione di serie B. Ma forse anche C o D.

    L’Arno non ha ricoperto di fango solo Firenze, ha ricoperto anche la nostra alluvione. Ricordo che la TV parlava per 59 minuti e mezzo di Firenze e in chiusura, in 30 secondi, ma non sempre, si udiva “anche a Grosseto c’è stata l’alluvione”. Punto a basta. I danni materiali da noi sono stati tanti, però solo un morto. E forse questa è la nostra colpa: solo un morto! Fossero stati diversi forse ci avrebbero cacato un po’ di più. Come se una vita valesse meno di 5 vite.

    Abbiamo un SOLO MORTO. È VERO, MA E’ ANCHE UN MARTIRE!

    Un uomo che ha messo volontariamente la sua vita in pericolo, fino alla morte, per un dovere che lui sentiva. Non per un ordine o un comando. Il comando era la sua coscienza. Non so se oggi si riesce a capire queste parole forse oramai in disuso.

  4. Granocchiaio ha detto:

    PARTE QUARTA

    Così scrivevo nel blog http://www.braccagni.info nell’autunno del 2015

    “A BRACCAGNI NON MANCA SOLO UNA PIAZZA, MANCA ANCHE UN MONUMENTO!

    L’anno prossimo sarà il 50° della disastrosa alluvione che colpì Grosseto e il suo Comune.

    Si ebbero ingentissimi danni e purtroppo anche la disgrazia di un morto.

    … Ci fu un morto, il buttero Santi Quadalti della Fattoria degli Acquisti che venne travolto dalla piena mentre a cavallo si era lanciato a mettere in salvo una mandria di vitelli
    Il suo corpo fu ritrovato soltanto domenica 13 novembre in un canale vicino alla fattoria proprietà dei conti Guicciardini ove lui prestava opera …

    Questo è quanto si è scritto e riscritto a proposito di Santi, unico morto in provincia di Grosseto nell’alluvione del ’66. In altre rievocazione dei fatti, se ci si riferisce all’intera Toscana, addirittura nemmeno viene ricordato. Ci sono altri nomi, ma quello di Santi no. La nostra fu agli occhi del mondo un’alluvione di serie D a confronto di quella di Firenze che era ovviamente di serie A.

    Anche i nostri cronisti locali dell’epoca si sbizzarrirono a raccontare fatti e aneddoti di tutti i tipi, dal tentativo di mettere in salvo delle bestie, a salvataggi spericolati con l’elicottero, ma con la tragedia di Santi la fecero tutti poco lunga.

    Nel 2009 fu fondato a Braccagni il Comitato per il Monumento a Santi Quadalti, spontaneo e rappresentativo delle più diverse componenti sociali, con lo scopo di realizzare nella frazione un monumento per ricordare il buttero Santi Quadalti.

    Si tennero diverse assemblee popolari nelle quali fu stabilito che il monumento doveva essere realizzato ed essere per tutti:

    il ricordo un evento tragico: l’alluvione del 1966, affinché nessuno abbassasse mai la guardia circa la salvaguardia del territorio,
    la memoria di un mestiere, quello del buttero, affascinante e così caratteristico della nostra zona: quando si dice Maremma nella mente di ognuno appaiono butteri, cavalli e cinghiali e bestie maremmane,
    l’esaltazione del senso di responsabilità e dell’attaccamento al lavoro che hanno portato Santi a sacrificare la propria vita per cercare di salvare le vacche che gli erano state affidate, quindi celebrarlo come martire del lavoro
    Braccagni avrebbe così avuto finalmente un monumento, finora mancante, significativo del territorio, e che monumento!
    Il comitato prese contatto con diversi artisti per la realizzazione di bozzetti per il monumento. Dopo l’esame di questi fu scelto uno scultore di origine braccagnina che trasferitosi con la famiglia a Siena nei primi anni 60, è divenuto poi un artista di fama nazionale e oltre. Si tratta di Alberto Inglesi che in occasione dell’ultimo Palio di Siena ha realizzato, per la prima volta nella storia del Palio, due monete celebrative. Una sua scultura è esposta alla Fondazione Il Sole Onlus di Grosseto, in Via Uranio. Lo scultore, che ci fornì all’epoca un bozzetto di massima, sarà premiato proprio in questi giorni con il premio Braccagni.info.

    Proprio nella consapevolezza che il monumento a Santi Quadalti non vuole essere dedicato solo alla sua famiglia, o solo alla Fattoria degli Acquisti, o solo al paese dio Braccagni, ma a tutto il territorio della Maremma e dei suoi uomini migliori.”

    Nonostante tutte le iniziative prese nel tempo e i contatti con il Comune di Grosseto e la Curia Vescovile, entrambi diretti interessati per la realizzazione del Monumento, non siamo riusciti ad arrivare ad una soluzione positiva anche in fine legislatura della precedente Giunta. Poi il periodo elettorale e questo inizio di nuova legislatura ci fanno amaramente constatare che arriviamo al 50° anniversario della morte di Santi Quadalti senza che il Monumento sia stato realizzato.

    E non ci consola certo il fatto che la colpa ricada su tutti noi grossetani, pubblici amministratori e semplici cittadini. Forse però non a colpa di tutti in ugual misura.

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