Claudia Milani, “La ragazzina sul tetto” 50 anni dopo racconta quella terribile giornata

Claudia Milani, la ragazzina sul tetto con il libro "Un'alluvione per povera gente" di PLuciano Bianciardi, Pilade Rotella, foto Agenzia B.F. DI gROSSETO

Claudia Milani, “la ragazzina sul tetto” con il libro “Un’alluvione per povera gente” di Luciano Bianciardi, Pilade Rotella, foto Agenzia B.F. di Grosseto

Claudia Milani e Roberto Tonini

Claudia Milani e Roberto Tonini

foto totale da un giornale dell'epoca (foto B.F.)

foto totale da un giornale dell’epoca (foto B.F.)

autografo con dedica da Claudia Milani

autografo con dedica da Claudia Milani

 

il racconto di Claudia Milani, la “ragazzina sul tetto”

 

“GROSSETO: UN’ALLUVIONE PER LA POVERA GENTE”

Il libro di Rotella e Bianciardi , che mi vede ritratta sulla copertina, diventata poi il simbolo dell’alluvione di Maremma, ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, mi dà una forte emozione e mi riporta indietro nel tempo a quel fatidico 4 Novembre 1966.

Allora ero una bambina di 11 anni, frequentavo la prima classe della scuola media “Leonardo Da Vinci” della città. Vivevo con i miei genitori ed i miei fratelli nella campagna di Cernaia fra Grosseto e Castiglione della Pescaia, dove babbo lavorava come dipendente del Consorzio Bonifica come addetto al controllo dell’idrovora.

Ricordo che quella mattina dormivo, non ero andata a scuola perché allora il 4 Novembre era festa. La voce preoccupata della mamma mi svegliò, mi infilai un paio di scarpette nere di tela a fiori e, dalla porta di camera mia, guardavo mamma che si ostinava a scacciare l’acqua dalla porta di cucina con una scopa (la nostra casa era tutta al piano terra).

Erano già tanti giorni che pioveva con insistenza e babbo se ne stava nell’idrovora, cercando di pompare l’acqua che già aveva invaso i campi circostanti. Quella mattina arrivò allarmato e disse a mamma: “ma che fai? Qui bisogna fare presto e andarcene, perché tra poco arriva la piena. Dobbiamo metterci in salvo!”

Ma dove andare? Mio padre decise di portarci dentro all’idrovora, dove c’era una scaletta a chiocciola che conduceva a una torretta; lassù ci saremmo potuti mettere in salvo!

Ricordo che mamma prese al volo un maglione grigio e blu, che lei stessa mi aveva fatto ai ferri, e me lo mise in testa. Mi infilai il cappottino grigio comprato pochi giorni prima per l’arrivo dei primi freddi, che ho rinnovato in quel tragico momento, poi babbo mi prese sulle spalle, perché l’acqua nel frattempo era già salita, e mi portò nell’idrovora, raccomandandomi di salire la scala della torretta. Lo stesso tragitto lo fece  poi con mio fratello, mamma e nonno di 83 anni; l’altro fratello maggiore era partito la mattina presto per Grosseto con la macchina, ma sorpreso dalla piena dovette abbandonarla e mettersi in salvo a casa di conoscenti. Babbo portò con noi anche la canina con il suo cucciolo, perché sapeva bene quanto io li amassi.

Una volta certo di averci messo al sicuro tornò a nuoto verso casa, fra la disperazione di tutti perché temevamo di non vederlo tornare, per prendere delle coperte, del pane e un prosciutto poiché pensava di dover restare lì a lungo.

La torretta era scomoda e fredda; ci sedemmo sopra il pavimento avvolti nelle coperte portate da babbo e lì rimanemmo tutta la notte al buio.

Durante la notte il cucciolo cadde dalla scala a chiocciola nell’acqua sottostante e io disperata piangevo per la sua sorte. Babbo alle prime luci dell’alba lo ripescò: era fradicio e unto dell’olio che i macchinare dell’idrovora avevano perso.

Intanto sopra di noi sentivamo gli elicotteri che volteggiavano, ma non ci avrebbero mai potuto vedere dentro quella torretta. Il babbo allora appoggiò una scaletta di legno, che fortunatamente era lì, sotto la finestrella posta vicino al soffitto per lanciare un richiamo d’aiuto. Uno alla volta passammo, con grande paura, dalla torretta sul tetto dello stabilimento. Il tetto era pericolante poiché doveva essere ristrutturato e sotto di noi c’era tutta quell’acqua sporca, alta circa 4 metri, che mulinava. Da lassù scorsi i nostri maiali che galleggiavano sulle tavole del loro capanno, trasportati dalla corrente dell’acqua. Della nostra casa si vedeva solamente il tetto.

Un elicottero volteggiava sopra di noi, ma non poteva abbassarsi, perché sul tetto passavano i fili della corrente. Babbo tirò fuori un coltellino, che portava sempre con sé, e tagliò i cavi, sperando che ormai non ci fosse più corrente: bisognava rischiare!

Sul quel tetto altissimo io gridavo, perché temevo di cadere: la ventata delle pale era tanto potente che mi sbilanciava. Poi mi feci coraggio perché pensai che non potevo mollare proprio ora che arrivava la salvezza! Finalmente l’elicottero si abbassò e babbo uno alla volta ci fece salire all’interno. Ero in salvo, ma continuavo a piangere disperata perché i miei cani erano rimasti lì da soli!

Ricordo di aver visto dall’elicottero un mare d’acqua gialla e di aver provato, anche se ero solo una bambina, una grande desolazione per i miei genitori che, dopo tanti sacrifici, avevano perso il lavoro di una vita.

Arrivati all’aeroporto ci fecero salire su un’ambulanza e ci portarono in piazza Rosselli, dove ci rifocillammo nella palestra della scuola media che accoglieva già tanti sfollati.

Nei giorni seguenti ci ospitarono dei parenti e poi ci trasferimmo a Castiglione della Pescaia, dove uno zio ci offrì un piccolo appartamento estivo in attesa di poter tornare nella nostra casa sommersa dall’acqua, dove tutto era andato perduto.

Ritornammo a casa nostra a Maggio; i miei genitori si rimboccarono le maniche con tanti sforzi e tanto dolore, poiché lo Stato dette a chi, come noi, aveva perso tutto solo 500 mila lire.

Ecco questa è la storia di quella bambina appollaiata sul tetto, fotografata a sua insaputa dal signor Mario Bernieri, fotografo dell’agenzia BF, che si trovava su quell’elicottero.

Un giorno anche i miei nipotini vedranno quel libro e quell’immagine e scopriranno che quella bambina è la loro nonna, perciò questo ricordo lo dedico a loro!

 

Grosseto, 4 Novembre 2016

Claudia Milani

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  1. Granocchiaio ha detto:

    il racconto di Claudia Milani, la “ragazzina sul tetto”

    “GROSSETO: UN’ALLUVIONE PER LA POVERA GENTE”

    Il libro di Rotella e Bianciardi , che mi vede ritratta sulla copertina, diventata poi il simbolo dell’alluvione di Maremma, ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, mi dà una forte emozione e mi riporta indietro nel tempo a quel fatidico 4 Novembre 1966.

    Allora ero una bambina di 11 anni, frequentavo la prima classe della scuola media “Leonardo Da Vinci” della città. Vivevo con i miei genitori ed i miei fratelli nella campagna di Cernaia fra Grosseto e Castiglione della Pescaia, dove babbo lavorava come dipendente del Consorzio Bonifica come addetto al controllo dell’idrovora.

    Ricordo che quella mattina dormivo, non ero andata a scuola perché allora il 4 Novembre era festa. La voce preoccupata della mamma mi svegliò, mi infilai un paio di scarpette nere di tela a fiori e, dalla porta di camera mia, guardavo mamma che si ostinava a scacciare l’acqua dalla porta di cucina con una scopa (la nostra casa era tutta al piano terra).

    Erano già tanti giorni che pioveva con insistenza e babbo se ne stava nell’idrovora, cercando di pompare l’acqua che già aveva invaso i campi circostanti. Quella mattina arrivò allarmato e disse a mamma: “ma che fai? Qui bisogna fare presto e andarcene, perché tra poco arriva la piena. Dobbiamo metterci in salvo!”

    Ma dove andare? Mio padre decise di portarci dentro all’idrovora, dove c’era una scaletta a chiocciola che conduceva a una torretta; lassù ci saremmo potuti mettere in salvo!

    Ricordo che mamma prese al volo un maglione grigio e blu, che lei stessa mi aveva fatto ai ferri, e me lo mise in testa. Mi infilai il cappottino grigio comprato pochi giorni prima per l’arrivo dei primi freddi, che ho rinnovato in quel tragico momento, poi babbo mi prese sulle spalle, perché l’acqua nel frattempo era già salita, e mi portò nell’idrovora, raccomandandomi di salire la scala della torretta. Lo stesso tragitto lo fece poi con mio fratello, mamma e nonno di 83 anni; l’altro fratello maggiore era partito la mattina presto per Grosseto con la macchina, ma sorpreso dalla piena dovette abbandonarla e mettersi in salvo a casa di conoscenti. Babbo portò con noi anche la canina con il suo cucciolo, perché sapeva bene quanto io li amassi.

    Una volta certo di averci messo al sicuro tornò a nuoto verso casa, fra la disperazione di tutti perché temevamo di non vederlo tornare, per prendere delle coperte, del pane e un prosciutto poiché pensava di dover restare lì a lungo.

    La torretta era scomoda e fredda; ci sedemmo sopra il pavimento avvolti nelle coperte portate da babbo e lì rimanemmo tutta la notte al buio.

    Durante la notte il cucciolo cadde dalla scala a chiocciola nell’acqua sottostante e io disperata piangevo per la sua sorte. Babbo alle prime luci dell’alba lo ripescò: era fradicio e unto dell’olio che i macchinare dell’idrovora avevano perso.

    Intanto sopra di noi sentivamo gli elicotteri che volteggiavano, ma non ci avrebbero mai potuto vedere dentro quella torretta. Il babbo allora appoggiò una scaletta di legno, che fortunatamente era lì, sotto la finestrella posta vicino al soffitto per lanciare un richiamo d’aiuto. Uno alla volta passammo, con grande paura, dalla torretta sul tetto dello stabilimento. Il tetto era pericolante poiché doveva essere ristrutturato e sotto di noi c’era tutta quell’acqua sporca, alta circa 4 metri, che mulinava. Da lassù scorsi i nostri maiali che galleggiavano sulle tavole del loro capanno, trasportati dalla corrente dell’acqua. Della nostra casa si vedeva solamente il tetto.

    Un elicottero volteggiava sopra di noi, ma non poteva abbassarsi, perché sul tetto passavano i fili della corrente. Babbo tirò fuori un coltellino, che portava sempre con sé, e tagliò i cavi, sperando che ormai non ci fosse più corrente: bisognava rischiare!

    Sul quel tetto altissimo io gridavo, perché temevo di cadere: la ventata delle pale era tanto potente che mi sbilanciava. Poi mi feci coraggio perché pensai che non potevo mollare proprio ora che arrivava la salvezza! Finalmente l’elicottero si abbassò e babbo uno alla volta ci fece salire all’interno. Ero in salvo, ma continuavo a piangere disperata perché i miei cani erano rimasti lì da soli!

    Ricordo di aver visto dall’elicottero un mare d’acqua gialla e di aver provato, anche se ero solo una bambina, una grande desolazione per i miei genitori che, dopo tanti sacrifici, avevano perso il lavoro di una vita.

    Arrivati all’aeroporto ci fecero salire su un’ambulanza e ci portarono in piazza Rosselli, dove ci rifocillammo nella palestra della scuola media che accoglieva già tanti sfollati.

    Nei giorni seguenti ci ospitarono dei parenti e poi ci trasferimmo a Castiglione della Pescaia, dove uno zio ci offrì un piccolo appartamento estivo in attesa di poter tornare nella nostra casa sommersa dall’acqua, dove tutto era andato perduto.

    Ritornammo a casa nostra a Maggio; i miei genitori si rimboccarono le maniche con tanti sforzi e tanto dolore, poiché lo Stato dette a chi, come noi, aveva perso tutto solo 500 mila lire.

    Ecco questa è la storia di quella bambina appollaiata sul tetto, fotografata a sua insaputa dal signor Mario Bernieri, fotografo dell’agenzia BF, che si trovava su quell’elicottero.

    Un giorno anche i miei nipotini vedranno quel libro e quell’immagine e scopriranno che quella bambina è la loro nonna, perciò questo ricordo lo dedico a loro!

    Grosseto, 4 Novembre 2016

    Claudia Milani

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