Una voce, un profumo, un prete.

Una voce, un profumo, un prete.

Finite le scuole elementari cominciai ad andare all’Avviamento Commerciale di Grosseto. Tutte le mattine una passeggiata per andare alla stazione, poi il viaggio in treno, e poi una bella camminata attraversare tutta Grosseto per arrivare in Piazza De Maria. Ovviamente poi il ritorno.

C’erano delle cose belle in questo e certe altre proprio penose. Quelle belle erano le persone nuove che conoscevo, la scuola nuova con tanti professori, tante materie tutte che mi incuriosivano e mi facevano sentire più grande. Poi scoprire la città per me di undici anni venuto dalla campagna era assai eccitante. I nuovi compagni di scuola, tanti, tutti diversi. La cosa più brutta che ricordo di quel periodo era il ritorno dalla stazione a casa quando erano giornate di tramontana. All’epoca via Garibaldini non aveva praticamente case sul lato nord e la tramontana pareva venire su di noi direttamente dal polo nord.  Allora si portava ancora i pantaloni corti, e le gambe mi diventavano paonazze dal freddo: era un vero e proprio dolore fisico. E io per superare il dolore pensavo: tanto anche questa prima o poi finirà.

Mio babbo come al solito mi dava tanta libertà e io ne approfittavo. A scuola se qualcuno voleva far salino doveva inventare mille scuse oppure  falsificare la firma per la giustificazione. Io iniziai col dire che non potevo andare a scuola perché avevo da studiare in vista di una interrogazione. Alla seconda volta che inventavo questa scusa mio babbo capì tutto e mi disse: facciamo così, te quando non vuoi andare a scuola non ci vai, dicendomelo, ma non chiedendomi il permesso. La sola condizione è che devi essere promosso a giugno e possibilmente bene. La prima volta che vieni rimandato stop a questa possibilità e d’estate vai a lavoro. Si può sperare di meglio da un babbo?

Mio babbo lavorava come un matto e non poteva certamente star dietro a me e ai miei fratelli per la scuola. Mamma lavorava forse più di lui, con quattro uomini in casa, a mangiare e a sporcare. Mi pare che l’idea fu proprio di babbo, consigliato vuoi sapè da chi, che mi spedì in Collegio a Grosseto: era il Convitto con annesso Seminario Vescovile. Uscivo la mattina per andare a scuola e poi rientravo in collegio dove mangiavo, studiavo e giocavo. Dormivo in camerata con oltre cento altre persone, ragazzi come me ma anche molto più grandi. Come al solito mi ci trovai subito molto bene. Esperienze nuove, ma anche tantissime nuove conoscenze e diverse amicizie. Una vita simile al militare, molto divertente. C’era da andare a Messa tutte le mattine e tutte le sere, ma anche con i preti avevo i miei vantaggi. Bastava che uno dicesse che aveva una materia da migliorare e subito ti affibbiavano un prete che t’aiutava con le ripetizioni, agratisse, senza pagare.

Io ne avevo preso di mira uno che insegnava solo ai seminaristi, ma, a richiesta, faceva ripetizione anche a noi “civili”. Si chiamava don Giuseppe Perini e aveva la fama di avere un gran cervello.

Io ne avevo preso di mira uno che insegnava solo ai seminaristi, ma, a richiesta, faceva ripetizione anche a noi “civili”. Si chiamava don Perini e aveva la fama di avere un gran cervello.

Era un omone con triplo mento e occhialini tondi, camminava barcollando e fumava in continuazione sigarette Alfa (senza filtro). Forse anche per questo aveva una voce baritonale, quasi da cantante nero. Camminava piegato un po’ in vanti, portava il cappellone a tesa (che oggi non usa quasi più nessuno), orecchie a sventola, sguardo sempre per conto suo: salutava poco anche gli altri preti.

Dava ripetizioni di matematica, italiano, latino, greco, filosofia, e tutto quello di cui uno poteva aver bisogno. Dicevano che aveva tre o quattro lauree. Era grosso, con labbra grosse e pendule, a me pareva sempre assente. Ma non lo era affatto. Spiegava in una maniera che a me risultava ipnotica: era come se infilasse uno spinotto stereo direttamente nel mio cervello, la quantità esatta delle parole giuste (né una di meno, né una di troppo) per  l’essenza che mi doveva trasmettere. Quel dono per cui ti fanno poi apparire semplici le cose più astruse. Mi faceva star bene sia la sua voce profonda e tranquilla, sia la mancanza di invadenza. Ma anche un poco l’odore delle sigarette che fumava. Io già fumavo, ma solo le Giubeck con filtro.

Non avevo bisogno di aiuto in matematica, ma siccome lui insegnava un po’ di tutto, per essere ammesso alla sua lezione di ripetizione, dissi che avevo bisogno per questa materia. Andavo da lui e mentre mi insegnava continuava a fumare si che m’arrivavano delle vampate di Alfa che era come se fumassi anche io. Non mi guardava quasi mai, poco anche il libro o i quaderni, guardava davanti a se e parlava lentamente con pazienza e  sapienza. Quando uscivo dalle sue ripetizioni mi pareva di essere ubriaco da tanta sua bravura. Ma anche di camminare ad almeno dieci centimetri sopra il pavimento. E il cuore godeva della fortuna di conoscere e frequentare un uomo così!

Casualmente una volta mi confessai con don Perini (normalmente lo vedevo frequentare poco anche la chiesa interna che avevamo) e mi venne di chiedergli, senza malizia, se fumare fosse peccato. Lui mi rispose senza esitazione: no, non è peccato, ma ti fa di molto male. Sentire che un prete mi diceva che fumare non era peccato mi mandò in orbita dalla felicità. Ma non perché mi assolveva, ma perché capii che anche nel confessionale si può trovare un prete intellettualmente molto aperto e onesto. Come lui per esempio.

E fumai per altri cinquant’anni. Purtroppo.

Imparare a convivere con decine e decine di persone nuove mi piaceva tanto e mi ha insegnato anche molte cose. Cosa che poi si ripeté anche nel servizio militare. Impari cose che nessuna scuola e nessun insegnate ti potrà mai dire o dare.

mio fratello Rodolfo

Venne poi anche mio fratello Rodolfo in Collegio, ma pagare due rette non era uno scherzo, così sentivo dire in casa. Allora con la scusa di risparmiare proposi ai miei di mandarmi dalla zia Wanda che abitava al Villaggio Curiel di Grosseto. Avrei dormito e mangiato da lei e poi sarei andato a scuola. Ma la sera anche a imparare a suonare la chitarra e fare Judo che era appena arrivato a Grosseto. La proposta passò e io ebbi ancora più libertà, in pratica non mi controllava più nessuno. Tanto finché venivo promosso a giugno sostanzialmente facevo quello che mi piaceva.

Poi una volta successe, fui rimandato a settembre, e dopo pochi giorni ero già al lavoro notturno in Barbaruta a cambiare i tubi per l’irrigazione del granturco. Ero giovinetto e quindi ero di supporto ad un adulto. Cambiavo i tubi di sei metri sopra un terreno fradicio ed in mezzo ad un granturco alto il doppio di me. Era dura, ma mi divertivo, mi faceva sentire grande. Una notte vidi arrivare nel buio un faro: era la Lambretta di mio babbo che portava anche mia mamma. Come questa mi vide spuntare da in mezzo al granturco così pieno di mota e mezzo nudo esclamò: te qui a lavoro non ci torni più! Quando mia mamma si permetteva di queste uscite il volpone di mio babbo nemmeno si provava ad aprire bocca. E la “punizione” finì così anzitempo.

babbo Giorgio e mamma Clary

 

 

 

 

 

 

Archiviato in: I RICORDI E I PERSONAGGI

Tag:

RSSNumero commenti (1)

Lascia una risposta | Trackback URL

  1. Granocchiaio ha detto:

    Una voce, un profumo, un prete.

    Finite le scuole elementari cominciai ad andare all’Avviamento Commerciale di Grosseto. Tutte le mattine una passeggiata per andare alla stazione, poi il viaggio in treno, e poi una bella camminata attraversare tutta Grosseto per arrivare in Piazza De Maria. Ovviamente poi il ritorno.

    C’erano delle cose belle in questo e certe altre proprio penose. Quelle belle erano le persone nuove che conoscevo, la scuola nuova con tanti professori, tante materie tutte che mi incuriosivano e mi facevano sentire più grande. Poi scoprire la città per me di undici anni venuto dalla campagna era assai eccitante. I nuovi compagni di scuola, tanti, tutti diversi. La cosa più brutta che ricordo di quel periodo era il ritorno dalla stazione a casa quando erano giornate di tramontana. All’epoca via Garibaldini non aveva praticamente case sul lato nord e la tramontana pareva venire su di noi direttamente dal polo nord. Allora si portava ancora i pantaloni corti, e le gambe mi diventavano paonazze dal freddo: era un vero e proprio dolore fisico. E io per superare il dolore pensavo: tanto anche questa prima o poi finirà.

    Mio babbo come al solito mi dava tanta libertà e io ne approfittavo. A scuola se qualcuno voleva far salino doveva inventare mille scuse oppure falsificare la firma per la giustificazione. Io iniziai col dire che non potevo andare a scuola perché avevo da studiare in vista di una interrogazione. Alla seconda volta che inventavo questa scusa mio babbo capì tutto e mi disse: facciamo così, te quando non vuoi andare a scuola non ci vai, dicendomelo, ma non chiedendomi il permesso. La sola condizione è che devi essere promosso a giugno e possibilmente bene. La prima volta che vieni rimandato stop a questa possibilità e d’estate vai a lavoro. Si può sperare di meglio da un babbo?

    Mio babbo lavorava come un matto e non poteva certamente star dietro a me e ai miei fratelli per la scuola. Mamma lavorava forse più di lui, con quattro uomini in casa, a mangiare e a sporcare. Mi pare che l’idea fu proprio di babbo, consigliato vuoi sapè da chi, che mi spedì in Collegio a Grosseto: era il Convitto con annesso Seminario Vescovile. Uscivo la mattina per andare a scuola e poi rientravo in collegio dove mangiavo, studiavo e giocavo. Dormivo in camerata con oltre cento altre persone, ragazzi come me ma anche molto più grandi. Come al solito mi ci trovai subito molto bene. Esperienze nuove, ma anche tantissime nuove conoscenze e diverse amicizie. Una vita simile al militare, molto divertente. C’era da andare a Messa tutte le mattine e tutte le sere, ma anche con i preti avevo i miei vantaggi. Bastava che uno dicesse che aveva una materia da migliorare e subito ti affibbiavano un prete che t’aiutava con le ripetizioni, agratisse, senza pagare.

    Io ne avevo preso di mira uno che insegnava solo ai seminaristi, ma, a richiesta, faceva ripetizione anche a noi “civili”. Si chiamava don Giuseppe Perini e aveva la fama di avere un gran cervello.

    Io ne avevo preso di mira uno che insegnava solo ai seminaristi, ma, a richiesta, faceva ripetizione anche a noi “civili”. Si chiamava don Perini e aveva la fama di avere un gran cervello.

    Era un omone con triplo mento e occhialini tondi, camminava barcollando e fumava in continuazione sigarette Alfa (senza filtro). Forse anche per questo aveva una voce baritonale, quasi da cantante nero. Camminava piegato un po’ in vanti, portava il cappellone a tesa (che oggi non usa quasi più nessuno), orecchie a sventola, sguardo sempre per conto suo: salutava poco anche gli altri preti.

    Dava ripetizioni di matematica, italiano, latino, greco, filosofia, e tutto quello di cui uno poteva aver bisogno. Dicevano che aveva tre o quattro lauree. Era grosso, con labbra grosse e pendule, a me pareva sempre assente. Ma non lo era affatto. Spiegava in una maniera che a me risultava ipnotica: era come se infilasse uno spinotto stereo direttamente nel mio cervello, la quantità esatta delle parole giuste (né una di meno, né una di troppo) per l’essenza che mi doveva trasmettere. Quel dono per cui ti fanno poi apparire semplici le cose più astruse. Mi faceva star bene sia la sua voce profonda e tranquilla, sia la mancanza di invadenza. Ma anche un poco l’odore delle sigarette che fumava. Io già fumavo, ma solo le Giubeck con filtro.

    Non avevo bisogno di aiuto in matematica, ma siccome lui insegnava un po’ di tutto, per essere ammesso alla sua lezione di ripetizione, dissi che avevo bisogno per questa materia. Andavo da lui e mentre mi insegnava continuava a fumare si che m’arrivavano delle vampate di Alfa che era come se fumassi anche io. Non mi guardava quasi mai, poco anche il libro o i quaderni, guardava davanti a se e parlava lentamente con pazienza e sapienza. Quando uscivo dalle sue ripetizioni mi pareva di essere ubriaco da tanta sua bravura. Ma anche di camminare ad almeno dieci centimetri sopra il pavimento. E il cuore godeva della fortuna di conoscere e frequentare un uomo così!

    Casualmente una volta mi confessai con don Perini (normalmente lo vedevo frequentare poco anche la chiesa interna che avevamo) e mi venne di chiedergli, senza malizia, se fumare fosse peccato. Lui mi rispose senza esitazione: no, non è peccato, ma ti fa di molto male. Sentire che un prete mi diceva che fumare non era peccato mi mandò in orbita dalla felicità. Ma non perché mi assolveva, ma perché capii che anche nel confessionale si può trovare un prete intellettualmente molto aperto e onesto. Come lui per esempio.

    E fumai per altri cinquant’anni. Purtroppo.

    Imparare a convivere con decine e decine di persone nuove mi piaceva tanto e mi ha insegnato anche molte cose. Cosa che poi si ripeté anche nel servizio militare. Impari cose che nessuna scuola e nessun insegnate ti potrà mai dire o dare.

    Venne poi anche mio fratello Rodolfo in Collegio, ma pagare due rette non era uno scherzo, così sentivo dire in casa. Allora con la scusa di risparmiare proposi ai miei di mandarmi dalla zia Wanda che abitava al Villaggio Curiel di Grosseto. Avrei dormito e mangiato da lei e poi sarei andato a scuola. Ma la sera anche a imparare a suonare la chitarra e fare Judo che era appena arrivato a Grosseto. La proposta passò e io ebbi ancora più libertà, in pratica non mi controllava più nessuno. Tanto finché venivo promosso a giugno sostanzialmente facevo quello che mi piaceva.

    Poi una volta successe, fui rimandato a settembre, e dopo pochi giorni ero già al lavoro notturno in Barbaruta a cambiare i tubi per l’irrigazione del granturco. Ero giovinetto e quindi ero di supporto ad un adulto. Cambiavo i tubi di sei metri sopra un terreno fradicio ed in mezzo ad un granturco alto il doppio di me. Era dura, ma mi divertivo, mi faceva sentire grande. Una notte vidi arrivare nel buio un faro: era la Lambretta di mio babbo che portava anche mia mamma. Come questa mi vide spuntare da in mezzo al granturco così pieno di mota e mezzo nudo esclamò: te qui a lavoro non ci torni più! Quando mia mamma si permetteva di queste uscite il volpone di mio babbo nemmeno si provava ad aprire bocca. E la “punizione” finì così anzitempo.

Lascia una risposta

Devi essere iscritto per scrivere un commento.