La Befana dei miei tempi era tutta un’altra cosa

Una delle cose più bella della mia infanzia è stata senz’altro l’arrivo della Befana. Se ne parlava in casa già un bel po’ di tempo prima. Mia mamma e mia nonna mi dicevano che era una vecchina che scendeva dalla cappa del camino con un sacco per i regali per i bimbi. Per venire da ognuno di noi si faceva aiutare da un ciuchino che portava appunto tutti i sacchi. Per questo alla vigilia noi dovevamo preparare due piccole fascine: una di erba per far mangiare il ciuchino e una fatta con i legnetti di scopo per far fare il fuoco e scaldare la Befana. Queste due piccole fascine erano di una bellezza da non dire! Ovviamente le facevo assieme a loro, ma era una cosa talmente bella che già il farle e metterle sopra il facarile mi dava una grande gioia.

Altra regola era quella di andare a letto presto perché la Befana veniva solo quando noi dormivamo: finché c’era qualcuno sveglio lei non scendeva. Semplicemente non si doveva vedere! E mai io e miei fratelli l’abbiamo vista. Ma non era così solo per noi, ma per tuti i ragazzi che abitavano nella fattoria degli Acquisti come mi ha confermato di recente Beppina del Lollo che è più grande di me di diversi anni. Sempre al focarile venivano messe delle calze lunghe da donna che poi trovavamo piene di sorprese.

Ma il vero spettacolo era la mattina quando ci si svegliava: già prima di accendere la luce riuscivo a veder luccicare qualcosa senza vedere esattamente di cosa si trattasse. Poi accesa la luce si presentava uno spettacolo indescrivibile: tutto il focarile era pieno di scatole multicolori con i vari regali, mentre quelli più grandi erano direttamente visibili come un camioncino, un trattore o un carro armato, un camioncino o un fucilino, una pistola o un uccellino di ferro con la carica che riusciva a camminare. Nelle scatole c’erano giochi come il gioco dell’Oca che si faceva tirando i dadi e avanzando fino alla meta finale. Ma poteva esserci anche la scatola per la dama e gli scacchi o altri giochi da tavola. Una volta venne anche un completo per giocare a ping pong, con racchette, palline e una retina da mettere al tavolino.

C’era poi la cerimonia per vedere cosa contenevano le calze. Per questo si tornava nel letto in modo da essere più comodi a sballare e scartare i regali. Nelle calze si poteva trovare anche qualche cartoccino con un pezzetto di carbone, o un aglio, o una cipolla che stavano a segnalare che non eravamo stati sempre bravi, e per questo c’era questa piccola punizione. C’erano poi anche qualche mandarino o un arancio, delle noci e i fichi secchi, ma anche caramelle, cioccolatini o piccoli torroncini. Difficilmente c’erano dei giocattoli veri e propri. Mi ricordo però che un anno trovai dentro una calza uno dei regali che più mi rese felice. Già tastando la calza non riuscivo a capire cosa fosse questo coso piuttosto grosso e spigoloso. Poi infine venne fuori, lo scartai e mi apparve uno splendido astuccio in legno a due piani per le  matite, la penna, il tempera lapis e la gomma per cancellare. Nel coperchio era incastonato un piccolo righello millimetrato. I due piani erano imperniati per cui ruotando si accedeva al piano inferiore. Questa comodità mi suggerì però un’altra cosa: pareva la torretta di un carro armato, il righello che incastonato sul coperchio poteva sorgere un poco ed ecco che diveniva la canna del cannone o della mitraglia. Una cosa davvero fantastica.

Noi ragazzi degli Acquisti eravamo abituati a costruirci giocattoli con quello che si trovava, da scarti falegnameria a pezzi di ricambio scartati dall’officina dove lavorava mio babbo, ma anche da foratini in laterizio o altre cose che la fantasia faceva assurgere alle cose più disparate che la mente ci suggeriva.

Questa era la nostra Befana. Una favola dolce e fantastica che di più non si può nemmeno immaginare. Come non si poteva immaginare come piano piano si arrivasse a distruggere la favola del mistero per essere sostituita dalla comparsata della Befana brutta e visibile che si mostra in tutte le salse. Perfino imbracata e manovrata dalla gru dei pompieri! Non mi meraviglia il fatto che viene riportato il fatto che nel napoletano  “bimbe terrorizzate alla vista della Befana hanno pianto, un pianto disperato”.

Forse è la moderna “società dell’immagine” che c’impone questi comportamenti. Mi chiedo cosa possa apportare di bene, o di male, tutto questo ai nostri figli e nipoti.

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  1. Roberto Tonini ha detto:

    Una delle cose più bella della mia infanzia è stata senz’altro l’arrivo della Befana. Se ne parlava in casa già un bel po’ di tempo prima. Mia mamma e mia nonna mi dicevano che era una vecchina che scendeva dalla cappa del camino con un sacco per i regali per i bimbi. Per venire da ognuno di noi si faceva aiutare da un ciuchino che portava appunto tutti i sacchi. Per questo alla vigilia noi dovevamo preparare due piccole fascine: una di erba per far mangiare il ciuchino e una fatta con i legnetti di scopo per far fare il fuoco e scaldare la Befana. Queste due piccole fascine erano di una bellezza da non dire! Ovviamente le facevo assieme a loro, ma era una cosa talmente bella che già il farle e metterle sopra il facarile mi dava una grande gioia.

    Altra regola era quella di andare a letto presto perché la Befana veniva solo quando noi dormivamo: finché c’era qualcuno sveglio lei non scendeva. Semplicemente non si doveva vedere! E mai io e miei fratelli l’abbiamo vista. Ma non era così solo per noi, ma per tuti i ragazzi che abitavano nella fattoria degli Acquisti come mi ha confermato di recente Beppina del Lollo che è più grande di me di diversi anni. Sempre al focarile venivano messe delle calze lunghe da donna che poi trovavamo piene di sorprese.

    Ma il vero spettacolo era la mattina quando ci si svegliava: già prima di accendere la luce riuscivo a veder luccicare qualcosa senza vedere esattamente di cosa si trattasse. Poi accesa la luce si presentava uno spettacolo indescrivibile: tutto il focarile era pieno di scatole multicolori con i vari regali, mentre quelli più grandi erano direttamente visibili come un camioncino, un trattore o un carro armato, un camioncino o un fucilino, una pistola o un uccellino di ferro con la carica che riusciva a camminare. Nelle scatole c’erano giochi come il gioco dell’Oca che si faceva tirando i dadi e avanzando fino alla meta finale. Ma poteva esserci anche la scatola per la dama e gli scacchi o altri giochi da tavola. Una volta venne anche un completo per giocare a ping pong, con racchette, palline e una retina da mettere al tavolino.

    C’era poi la cerimonia per vedere cosa contenevano le calze. Per questo si tornava nel letto in modo da essere più comodi a sballare e scartare i regali. Nelle calze si poteva trovare anche qualche cartoccino con un pezzetto di carbone, o un aglio, o una cipolla che stavano a segnalare che non eravamo stati sempre bravi, e per questo c’era questa piccola punizione. C’erano poi anche qualche mandarino o un arancio, delle noci e i fichi secchi, ma anche caramelle, cioccolatini o piccoli torroncini. Difficilmente c’erano dei giocattoli veri e propri. Mi ricordo però che un anno trovai dentro una calza uno dei regali che più mi rese felice. Già tastando la calza non riuscivo a capire cosa fosse questo coso piuttosto grosso e spigoloso. Poi infine venne fuori, lo scartai e mi apparve uno splendido astuccio in legno a due piani per le matite, la penna, il tempera lapis e la gomma per cancellare. Nel coperchio era incastonato un piccolo righello millimetrato. I due piani erano imperniati per cui ruotando si accedeva al piano inferiore. Questa comodità mi suggerì però un’altra cosa: pareva la torretta di un carro armato, il righello che incastonato sul coperchio poteva sorgere un poco ed ecco che diveniva la canna del cannone o della mitraglia. Una cosa davvero fantastica.

    Noi ragazzi degli Acquisti eravamo abituati a costruirci giocattoli con quello che si trovava, da scarti falegnameria a pezzi di ricambio scartati dall’officina dove lavorava mio babbo, ma anche da foratini in laterizio o altre cose che la fantasia faceva assurgere alle cose più disparate che la mente ci suggeriva.

    Questa era la nostra Befana. Una favola dolce e fantastica che di più non si può nemmeno immaginare. Come non si poteva immaginare come piano piano si arrivasse a distruggere la favola del mistero per essere sostituita dalla comparsata della Befana brutta e visibile che si mostra in tutte le salse. Perfino imbracata e manovrata dalla gru dei pompieri! Non mi meraviglia il fatto che viene riportato il fatto che nel napoletano “bimbe terrorizzate alla vista della Befana hanno pianto, un pianto disperato”.

    Forse è la moderna “società dell’immagine” che c’impone questi comportamenti. Mi chiedo cosa possa apportare di bene, o di male, tutto questo ai nostri figli e nipoti.

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