CRONACA (QUASI) FEDELE DI UNA MATTINA AI LAVATOI
di Bruno Ciarpaglini
Fra i vari compiti attinenti il suo lavoro di dipendente comunale, Ottavio, lo spazzino, annoverava anche quello, che era stato specifico di Cencio fino al momento in cui aveva lasciato il servizio per andarsene in pensione,e cioè cambiare l’acqua alle pile dei lavatoi pubblici, almeno due volte la settimana.
Ciò avveniva, se la memoria non tradisce, nei giorni di martedì e sabato.
In quel periodo noi italiani eravamo gente poverissima e la lavatrice (come pure gli altri elettrodomestici) era ancora nella mente di chi la doveva inventare alcuni decenni più tardi per cui, specialmente ad inizio settimana, con il cambio dei panni di tutta la famiglia, le donne piombavano prestissimo al lavatoio più numerose degli altri giorni. Quelle che, poveracce, avevano un carico familiare particolarmente numeroso come Zelinda, Rosina, Leonetta, Emma, Gina, arrivavano per prime ed erano le ultime a ripartire, lasciando il posto alle altre che erano arrivate dopo e stavano aspettando il loro turno.
E’ vero che per raggruppare più donne, occasioni non mancavano: la raccolta delle olive, la mietitura e spigolatura del grano, la macchia nel periodo invernale per rimediare la legna; purtuttavia i lavatoi erano il luogo più congeniale per scambiarsi opinioni, impressioni e, diciamolo pure, piccole malignità che qualche volta degeneravano anche in liti, tirate di capelli e graffi.
“Guarda queste mutande”, dicevano Rosina, Gina e altre donne i cui figli stavano passando dal periodo della fanciullezza all’adolescenza, “sembrano carte geografiche.”
C’erano anche le femmine che avevano i loro problemi: non stavano attente bene ai loro “corsi” e sembrava che fossero state alla macelleria di Elena.
Altre criticavano il comportamento di quelle ragazze che andavano troppo “scollacciate” per farsi vedere il seno, “queste civette”, con le gonne troppo corte che facevano intravedere il colore delle mutandine.
Emma ce l’aveva perennemente con gli sportivi che commentando nella piazzetta della vasca, fino alle ore piccole, gli avvenimenti ciclistici e il campionato di calcio, e con i cacciatori sempre a sbraitare di cinghiali, lepri e fagiani, non facevano dormire la “covata” dei suoi figlioli. “Se non la fanno finita, qualche volta gli tiro un secchio d’acqua addosso, o meglio ancora, un vaso da notte pieno di piscio.”
Amedea, che, come tutta la gente della sua generazione, non aveva certo studiato a Oxford e non aveva frequentato un collegio di Orsoline, si esprimeva con il linguaggio grasso e colorito delle nostre parti, chiamando il culo con il suo nome, segaioli i ragazzotti dodici-tredicenni e figli di troie quelli più piccini.
Nel periodo in cui gli zoccoli di legno avevano preso il posto delle scarpe di cuoio, facendo inciampare e provocando scivoloni e storte, Amedea imprecava esclamando: “accidenti a lui.” Lui era chiaramente Mussolini, il capo del governo. Essendosi però verificato il precedente di Lucia che, incorsa in analogo “reato” avendo detto esplicitamente “accidenti al duce”, con l’aggiunta di un epiteto per la madre, era stata convocata alla casa del fascio ed “ammonita” a non ripetere tale invettiva, per evitare di incorrere in spiacevoli conseguenze, così Amedea aveva dovuto ripiegare nell’”accidenti” a lui.” Se qualcuno gli avesse domandato chi era “lui”, avrebbe sicuramente risposto che era quel farabutto di calzolaio che gli aveva venduto gli zoccoli.
Dal soprastante baluardo, i ragazzi che stavano giocando e che qualche volta si divertivano a tirare sassate sulle tegole del tetto, ricevendo in cambio apprezzamenti sulla dote delle rispettive mamme, ascoltavano divertiti i loro discorsi. Spesso e volentieri, il tema dominante era la sbornia che i mariti avevano rimediato il sabato o la domenica, o magari in entrambi i giorni.
E così Marina, Caterina, Vittoria, Ida, Amedea, Genoveffa, Amabile, magnificavano quelle di Socrate detto Boghe, Valente, Gigi, Savino, Nanni, del Riccio e del Meo, per concludere con quelle prese dal Gallo, da Baldino, Asintone, Schizzo, Mente e così via.
Ricordarsi di tutti gli aggettivi adoperati in tali circostanze, è impresa ardua e quasi impossibile anche per chi è dotato di una buona memoria.
C’era chi adoperava il termine “il mì marito l’ha presa a comunione,” ovviamente non intendendo nella maniera più assoluta oltraggiare il Sacramento. Probabilmente tale detto derivava dal fatto che in occasione della tavolata che seguiva la somministrazione della prima comunione, la libagione era superiore a quella del pranzo di nozze, dell’onomastico, del genetliaco e di altre festose ricorrenze.
Generalmente, le definizioni declamate per sottolineare lo stato di ebbrezza erano: la ciucca, la tropea, la scimmia, la crognola, la cutigna, la sbronza, la torpedine, la micca; oltre beninteso, a quella classica della sbornia.
Nel contesto delle discussioni, qualche accidente, sia pure in maniera bonaria, e del resto mai arrivato a destinazione, veniva indirizzato ai gestori delle botteghe “che continuavano a dare da bere anche quando, a strizzarli, il vino lo avrebbero rimesso dal naso, dagli occhi e dagli orecchi. Ed anche perché, a una cert’ora, avrebbero dovuto chiudere bottega e buttarli per strada.”
Scanferla, che non eccedeva mai nel bere e poteva quindi giudicare con una certa imparzialità, con la sua ristretta inflessione veneta rimasta tale e quale malgrado il tempo trascorso in Maremma, commentava invece: “l’ha ciapà una gaina de mati.”
Bisogna ammettere che il linguaggio colorito non difettava.

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