il galoppo di Santi

Un monumento a Santi Quadalti: per ricordare l’unico maremmano deceduto nell’alluvione del 1966
il lavoro dei butteri e il nostro territorio, la Maremma
VENERDI 23 OTTOBRE ORE 20.15 CIRCOSCRIZIONE DI BRACCAGNI
ASSEMBLEA APERTA A TUTTI I CITTADINI PER CONOSCERE E SCEGLIERE TRE PROGETTI DI ALTRETTANTI SCULTORI
LE STRADE DEL VINO
di Bruno Ciarpaglini
Produrre un ottimo vino con i mezzi moderni di oggi, con la tecnologia perfetta, le cantine a misura ambientale, dove troneggiano barili, contenitori e bottiglie sulle quali applicare l’etichetta, è facilissimo. Inoltre gli enologi che con il loro parere sapientemente trasformato dagli slogan pubblicitari che invogliano all’acquisto del prodotto, operano in una realtà molto diversa da quando l’uva veniva pigiata dentro i bigonci nella vigna, per essere successivamente trasferita con i carri trainati dai buoi nel locale adibito a cantina dentro i tini in cui veniva pestata con i piedi scalzi fino a quando il mosto, travasato nelle damigiane diventava limpido e trasparente.
In mancanza di enologi diplomati, provvedevano all’assaggio coloro che col vino avevano particolare dimestichezza e quindi potevano esprimere un giudizio competente sul liquido sottoposto all’esame del loro palato.
Sullo stradone delle Gerlette, il podere di Guido e Ottavio Salvadori, quello di Callisto e Alberto Petrucci alla Ciprianina, erano punti di sosta obbligati per quanti, tornando dal lavoro in bicicletta o a piedi, potevano gustarsi un bicchierotto.
Ma anche gli altri viticoltori disseminati nella pianura erano mete ambite per visite “enologiche”. Come sarebbe stato possibile passare davanti a Casalpino e non fermarsi ad assaggiare il vino del Rappoli, oppure al podere Spiga e non fare visita al Ciardi, alla Francina dal Mazzini e dal Rossi, al Pian di Maggio e a Casalpiano dal Bonelli o da Basilio, ai Poderi Nuovi dal “Mosca” o al Rigone dal Morganti?
Si sarebbero offesi e quindi non era il caso. Sottoposto a tale “collaudo” il vino poteva essere venduto, in fiaschi o al minuto.
Ed infatti, nelle botteghe di Montepescali e Braccagni c’erano cartelli scritti a mano con l’indicazione: “vini del Petrucci, del Salvadori, del Rappoli, etc.”
I vari assaggiatori avevano la fisionomia dei dipendenti delle Amministrazioni agricole, fissi o stagionali, e cioè di Giannino, Menchino, di “Guerra”, Gigi, Nanni, Savino, “Vento”, del Belli, del Riccio, etc. ai quali, nell’immediato dopoguerra, si aggiunse un carabiniere alto e grosso, un “omone” di nome Terenzio, che prestava servizio presso la caserma di Montepescali. Egli aveva per il vino una predilezione particolare tanto che Francesca, la donna di servizio detta Checca, quando apparecchiava per il pranzo o per la cena, era imbarazzata a trovare un bicchiere adatto alle esigenze di Terenzio. La soluzione fu merito di Aldemara che regalò alla Checca un boccale da birra da tre quarti.
Terenzio ovviamente faceva il possibile per essere mandato in servizio fra la stazione e gli Acquisti e passare con una certa frequenza per lo stradone delle Gerlette.
Una sera, però, probabilmente la libagione fu più abbondante del solito e Terenzio, dopo vari tentativi, non ce la fece proprio a risalire in bicicletta per ritornare a Montepescali alla fine del turno di servizio.
Il Salvadori pensò allora di mettere il giogo ad un paio di buoi ed attaccarli ad un carro e così il militare e la bicicletta fecero ritorno in paese con tale improvvisato mezzo di locomozione.
Il carro agricolo non era però propriamente un pullman e procedendo lentamente, col passo dei mansueti animali, di tempo per coprire la distanza ne impiegò molto.
Durante il tragitto i fumi dell’alcool si diradarono per cui, svegliandosi ed essendo nel frattempo discese le prime ombre della sera, invece di ringraziare, Terenzio notò che il carro non era fornito, sul retro, del fanale prescritto.
“Ci sarebbero i motivi per una contravvenzione”, commentò il militare davanti allo sbalordito “autista” del carro. Ovviamente, da quel momento, Terenzio si scordò il sapore e l’aroma del vino delle Gerlette.
MEDICINA POPOLARE
Ecco alcune ricette del “sapere popolare” raccolte da Maurilio Boni a partire dal 1965 e pubblicate nel libro “Delle erbe e della magia”, provenienti dalla zona di Braccagni e dintorni.
Cure immediate
Sangue dal naso
Pe’ fa smette il sangue dal naso, si tagliava una cipolla a metà, e si faceva annusà all’ammalato piegandogli la testa all’indietro.
Puntura di vespa
Se si veniva pizzicati da una vespa, bastava passacci sopra un pezzetto di cipolla appena tagliata, oppure strofinacci sopra un po’ di persemelo.
Orzaioli
Si coglieva una foglia di noce, se ne prendeva un lobo e, dopo avello spiegazzato e stropicciato con le dita, si stendeva e si metteva sull’orzaiolo. Bastava teneccela pochi minuti.
Mal d’orecchie
Per far passare il mal d’orecchi, bastava metteci un po’ di gocce di latte di donna.
Corpo estraneo negli occhi
Per levà un rugio da un occhio, bastava metteci un pizzico di zucchero tritato finemente con una bottiglia di vetro su una lastra di marmo.
Contusioni alla testa
Se si batteva la testa e ci si faceva un bernoccolo, bastava metteci sopra un po’ di carta gialla bagnata con l’acqua fresca.
Punture di api e di vespe
Se si veniva pizzicati da un’ape o da una vespa, bastava facci colà sopra una goccia di latte di un fico o di una foglia appena colti.
Ustioni
Sulle bruciature bastava metteci una foglia di erba di San Giovanni appena colta e spellata nella parte di sotto.

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